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Per molti il pensiero critico è morto, si è addormentato. E se fosse diventato semplicemente superfluo? In un'epoca in cui ogni opinione viene validata da un algoritmo, ogni dubbio dissolto da una ricerca su Google Search, ogni controversia risolta con un fact-checking automatico, l'esercizio faticoso del pensare in modo critico e autocritico (contro sé stessi) appare come un lusso arcaico. Perché criticare quando si può verificare? Perché interrogarsi quando si può consultare? Perché dubitare quando l'intelligenza artificiale ci assicura di aver elaborato milioni di dati per giungere alla risposta ottimale?

La sparizione del pensiero critico non è avvenuta per censura o repressione. È avvenuta per obsolescenza programmata. Abbiamo delegato alle macchine non solo il calcolo, ma il giudizio. Non solo l'informazione, ma la comprensione. E in questo processo, abbiamo dimenticato che critica non significa contestazione, ma capacità di distinguere (krinein, separare, giudicare). Abbiamo smesso di separare perché gli algoritmi lo fanno per noi, filtrando, categorizzando, ottimizzando. Abbiamo smesso di giudicare perché le piattaforme ci offrono metriche preconfezionate attraverso MiPiace, visualizzazioni, ranking. Il pensiero critico richiedeva sforzo, incertezza, rischio di errore. L'ecosistema digitale ci promette facilità, certezza, validazione immediata.

Il risultato non è l'assenza di critica, ma la sua inflazione. Tutti criticano tutto, continuamente, furiosamente. Ma è una critica senza pensiero, reattiva, automatica, tribale. Una critica che non mette in discussione sé stessa, che non si rivolge mai contro chi la pronuncia. Il pensiero critico è sparito proprio quando tutti si sono convinti di praticarlo.


Premessa: se non ora quando

Viviamo l’epoca affannata e incerta della sparizione del pensiero critico, disorientante e autocritico (etico, capace di criticare sé stesso), che significa anche una chiusura rispetto alla cultura della realtà concreta on cui viviamo. Questa sparizione racconta di un pensiero addormentato, che non sente più alcun bisogno di verifiche, di un declino che viene da lontano e oggi si manifesta in un ecosistema cognitivo e sociale caratterizzato da un massiccio flusso di informazioni digitali, di algoritmi predittivi e strumenti di intelligenza artificiale. Il declino, nell’esperienza quotidiana degli individui, sta avendo effetti di primaria importanza per la partecipazione consapevole alla vita pubblica, per la ricerca consapevole di conoscenza e per la gestione delle molteplici aree di criticità della complessità contemporanea.

Questo declino, con la Critica sostituita dalla promozione commerciale e la filosofia da semplici giochi linguistici, è un fatto sintomatico di un'epoca caratterizzata dalla scomparsa della verità, da una paradossale saturazione informativa e, al contempo, da una crescente difficoltà nel discernere e distinguere tra fonti affidabili e informazioni fuorvianti, nel riflettere, rallentare, prendersi tempo, valutare e giudicare, prendere posizione, per poi agire. Il tutto peggiorato dall’apparizione di eserciti di tuttologi, opinionisti e polemisti che al sapere hanno sostituito la sua parodia, e agli intellettuali hanno sostituito semplici comparse, sempre allineate, conformiste e omologate al pensiero dominante, inserite nel mercato della comunicazione e della propaganda.

“L’intellettuale allineato mima il gesto radicale senza performarlo se non come postura che intende ergersi a simbolo dei valori, non mette mai in discussione gli apparati di potere/sapere che gli garantiscono la visibilità, poiché sono per lui l’acqua in cui nuota. Il suo operare non mira a creare legame sociale, perché ciò di cui questo intellettuale ha bisogno è un pubblico di consumatori, che si nutre della cultura prèt-a-porter e di valori in cui ricooscersi, oppure di devoti con cui è alimentato il circuito del narcisismo” (Raoul Kirchmayr – Aut Aut)

La crescente accessibilità e disponibilità di informazioni, la moltiplicazione dei saperi disponibili non si è tradotta automaticamente in una maggiore capacità (auto)critica. Sembra anzi aver generato l’esercizio diffuso della delega (cognitive offloading[1] – tendenza a delegare compiti cognitivi a sistemi esterni) e quello che potremmo chiamare un "affaticamento del giudizio", una stanchezza nel distinguere tra vero e falso, tra rilevante e irrilevante, tra autentico e manipolato, tra doxa ed episteme.

Il declino del pensiero critico racconta molto anche di un sentimento che attraversa la nostra epoca, un sentimento di impotenza crescente che non è frutto di ignoranza o apatia ma di una percezione insidiosa, di chi sa che qualcosa non va, percepisce le contraddizioni esistenti, avverte il disagio, ma non riesce a trasformare questa (tecno)consapevolezza in pensieri, scelte e azioni efficaci. È l'impotenza di chi legge le notizie e si indigna, di chi discute su forum e social media, di chi firma petizioni e partecipa a manifestazioni, ma alla fine torna a casa con la sensazione di aver graffiato appena la superficie di un sistema che sembra impermeabile a qualsiasi tentativo di cambiamento.

Questo sentimento diffuso non è un difetto personale. Non è mancanza di volontà, né tantomeno di intelligenza. È il prodotto di un'epoca in cui i dispositivi di potere hanno imparato a catturare non solo i nostri corpi e il nostro tempo, ma anche e soprattutto la nostra capacità di pensare. L'assoggettamento contemporaneo non passa più principalmente attraverso la coercizione fisica o la minaccia diretta, ma attraverso la colonizzazione della sfera cognitiva, a cominciare dalla nostra attenzione, dalla nostra memoria, dalla nostra capacità di concentrazione, dal nostro stesso modo di ragionare.

In questo contesto, che evidenzia la perdita di centralità di una competenza essenziale come il pensiero critico per la democrazia, l’educazione e la cittadinanza attiva, interrogarsi sul pensiero critico non è un esercizio accademico fine a sé stesso, ma un compito filosofico urgente e, soprattutto, un imperativo etico individuale e collettivo, politico.

“L’allineato è un mediocre accaparratore di valori prodotti da altri: si appropria di idee non sue spacciandole per originali, acclimatando il citazionismo postmoderno elle terre del plagio, facendo circolare acriticamente cose già scritte e dette, ne annulla le portata innovativa.” (Raoul Kirchmayr – Aut Aut)

L’urgenza è collegata al fatto che il pensiero critico non è solo una competenza tecnica, un insieme di procedure logiche o una capacità di analisi razionale. Il pensiero critico, nella prospettiva che qui voglio esplorare, è innanzitutto un gesto fenomenologico, descrivibile come un movimento della soggettività, che interroga sé stessa, sospendendo le proprie certezze e mettendosi radicalmente in discussione. È, in altre parole, inscindibilmente pensiero critico e autocritico insieme.

Con questo saggio voglio provare a costruire una riflessione articolata sul pensiero critico come pratica fenomenologica e come imperativo soggettivo. La tesi sostenuta è che il pensiero critico rappresenti il primo strumento di cui possiamo riappropriarci per uscire dalla condizione di impotenza e di declino del pensiero attuali. Non si tratta di una soluzione magica che risolverà tutte le contraddizioni del presente, né di una via verso la rivoluzione sociale. Si tratta, più modestamente ma non meno urgentemente, della capacità di riconquistare l'autonomia del giudizio, di non delegare ad altri, siano essi algoritmi, esperti, leader, piattaforme, la facoltà di pensare al posto nostro.

Ma cosa significa, concretamente, pensare criticamente oggi? Come si è arrivati a una situazione in cui questa capacità, che dovrebbe essere parte integrante della cittadinanza democratica, è diventata così rara? E soprattutto: come possiamo ricostruirla, non come lusso intellettuale riservato a pochi, ma come pratica diffusa e accessibile?

Le radici fenomenologiche della mia riflessione

Per comprendere il pensiero critico in una prospettiva fenomenologica, occorre tornare al gesto fondativo della fenomenologia husserliana: l'epoché, intesa come sospensione del giudizio, la messa tra parentesi della realtà del mondo esterno, che poi vuole significare la sospensione temporanea di tutte le proprie credenze e presupposizioni sull’esistenza di un mondo oggettivo, per concentrarsi su come le cose appaiono nella coscienza di ognuno.

Quando Husserl invita a mettere tra parentesi l'atteggiamento naturale, non sta proponendo uno scetticismo sterile o un dubbio metodico di stampo cartesiano. L'epoché è, piuttosto, un movimento attivo della coscienza che decide di non dare per scontato il mondo così come appare, che si astiene dal credere automaticamente nella realtà delle cose. Non si tratta di negare l'esistenza del mondo (come fa lo scetticismo), ma di astenersi dal giudicarne l'esistenza per poter studiare i fenomeni in quanto tali, cioè per come si presentano alla nostra esperienza cosciente. Solo così, con una riduzione fenomenologica o trascendentale sarà possibile, secondo Husserl, arrivare alla conoscenza delle strutture essenziali dell’esperienza, della coscienza e di come costituiamo il significato delle cose.

Il gesto filosofico di Husserl ha avuto una portata critica radicale. Ha indicato l’importanza di riconoscere che il modo in cui le cose ci appaiono è sempre mediato da sedimentazioni storiche, culturali, linguistiche, ad ammettere che ciò che chiamiamo ovvio o naturale è in realtà il prodotto di complesse stratificazioni di senso. L'epoché è dunque, innanzitutto, critica dell'ovvietà, smascheramento di ciò che si presenta come immediatamente dato. 

In Italia il pensiero fenomenologico di Husserl fu ripreso da Enzo Paci, sviluppato a partire dagli 50’ del Novecento sulle pagine della rivista Aut Aut, con l’obiettivo di evidenziare il carattere concreto e vitale della fenomenologia vista come un gesto che coinvolge l'intera soggettività nella sua dimensione corporea, emotiva, intersoggettiva. Per Paci l’epoché Husserliana non deve essere intesa come fuga dal mondo, ma come ritorno critico al mondo della vita (Lebenswelt), al terreno dell'esperienza dove il senso si genera, prima di ogni concettualizzazione cognitiva e teorizzazione.

Il ritorno alle “cose stesse”, al mondo, è di per sé già un movimento critico. Significa che non ci si accontenta delle parole e del linguaggio, delle definizioni consolidate o meno, delle spiegazioni fornite dal potere e dalle autorità riconosciute, siano esse scientifiche, politiche, religiose. Significa assumere la responsabilità individuale di vedere con i propri occhi, di interrogare direttamente l'esperienza, di non delegare ad altri il compito del giudizio.

L’attenzione riservata alla critica e la sua importanza fa emergere immediatamente la questione cruciale di chi è il soggetto che compie l'epoché, che sospende il giudizio, facendosi portatore di istanze critiche e animando il movimento critico? La domanda non ha risposte facili essendo il soggetto, l’io che dovrebbe essere il fondamento ultimo della conoscenza, a cui fa riferimento la fenomenologia husserliana, esso stesso un enigma, un problema più che una soluzione. Il soggetto che interroga è, sempre, anche un soggetto interrogato.

Che il soggetto non sia sempre trasparente a sé stesso, pienamente autocosciente e sovrano delle sue scelte, è la riflessione che ha interessato tutta la tradizione fenomenologica, soprattutto nella sua variante esistenzialista. Basti ricordare l’analisi di Sartre sulla cattiva fede (la mauvaise foi) di un soggetto capace di mentire a sé stesso, di sfuggire alla propria libertà, di negarsi proprio nel momento in cui afferma di essere più autentico. C’è poi il ruolo del corpo, evidenziato da Merleau-Ponty, che sulla coscienza incarnata, situata, opaca a sé stessa, ha scritto a lungo.

La messa in questione del soggetto non è una semplice constatazione psicologica o antropologica. Ha un valore profondamente critico e, soprattutto, autocritico. Se il soggetto che pensa criticamente è esso stesso opaco, situato, attraversato da forze che non controlla pienamente, allora il pensiero critico non può mai essere un puro esercizio di sovranità razionale. Deve essere, sempre, anche un movimento di autocritica: un interrogarsi sulle proprie premesse implicite, sui propri pregiudizi non riconosciuti, sulle proprie complicità con i poteri che si pretende di criticare.

“Possiamo chiamare autocritico l’intellettuale che analizza gli oggetti di sua specifica competenza alla luce dei diversi contesti storici, culturali, linguistici, politici, ecc., raccordando il dentro e il fuori della disciplina e sottoponendo a disamina i dispositivi di potere che sono connessi a tali oggetti.” (Raoul Kirchmayr – Aut Aut)

Gesto critico husserliano e dimensione autocritica esistenzialista introducono all’ethos esistenziale di Michel Foucault e a una critica che non è mai una semplice operazione intellettuale di giudizio o di valutazione. Non è mai un esercizio puramente intellettuale, separato dalla vita, ma una pratica che trasforma chi la esercita, che modifica il rapporto del soggetto con sé stesso e con il mondo. È un’indagine storica sulle condizioni di possibilità del nostro presente, una cura do sé stessi che implica un lavoro permanente per sottrarsi all’assoggettamento, on modo da aprire spazi di libertà e inventare nuove possibilità di esistenza.

La critica, questo tipo di critica, è un’indagine che ci porta a interrogarsi sul chi siamo e come siamo diventati quelli che siamo, ma anche su quali processi storici, quali rapporti di potere, quali pratiche discorsive hanno prodotto le nostre attuali forme di soggettività. Quella di Foucault è una critica radicale, non si accontenta di denunciare gli errori o le illusioni del presente. Scava nelle stratificazioni storiche che hanno reso possibile l'emergere di determinate verità, di determinati modi di pensare, di determinate configurazioni del potere. E nel fare questo, mostra la contingenza di ciò che appare necessario, quanto ciò che sembra naturale sia in realtà storicamente costruito e come ciò che si presenta come universale sia in realtà particolare.

La critica Foucaultiana non è mai esterna al soggetto che la esercita, non ci si può ergere a osservatori e giudici neutrali che opera dall’esterno. La genealogia della critica è sempre auto-genealogia, un’indagine sulle condizioni storiche che hanno prodotto me stesso come soggetto pensante, giudicante, criticante. Come tale è sempre un ethos, un atteggiamento esistenziale, una pratica di libertà.

Ciò significa che il pensiero critico non è riducibile a un insieme di competenze tecniche che si possono acquisire una volta per tutte. Non è un metodo che si può applicare meccanicamente. È un modo di stare al mondo, un atteggiamento fondamentale (una predisposizione?) nei confronti di sé stessi e degli altri, una disposizione permanente all'interrogazione e alla problematizzazione. L’una e l’altra non possono limitarsi a denunciare gli errori altrui, a smascherare le ideologie dominanti, a decostruire i discorsi e i meccanismi del potere. Il pensiero critico deve, contestualmente, rivolgere lo stesso sguardo critico verso sé stesso, verso le proprie certezze, verso i propri dispositivi concettuali.

L'autocritica, in questa prospettiva, non è un momento successivo o secondario rispetto alla critica. È costitutiva del gesto critico stesso. Pensare criticamente significa sempre anche mettere in questione la propria posizione enunciativa, interrogare il luogo da cui si parla, riconoscere la propria parzialità e il proprio essere situati. Questa postura o movimento autocritico ha una valenza etica fondamentale, porta all’assunzione piena della responsabilità del proprio pensiero, senza nascondersi dietro false certezze o presunte neutralità, ad accettare la vulnerabilità come condizione del pensare, la fragilità come struttura costitutiva della soggettività critica. Si manifesta in una critica come pratica di libertà, un esercizio mai concluso di distanziamento da sé stessi, di denaturalizzazione delle proprie evidenze.

“Il gesto autocritico non relativizzala verità, non fa proprie tesi nichilistiche, ma sottopone al vaglio dell’analisi la produzione discorsiva nella sua pretesa di verità e, in pari tempo, la posizione del soggetto del discorso”

Critica e autocritica non devono presentarsi come possesso delle verità contro l’errore altrui, ma riconoscere sempre la propria parzialità, la propria provvisorietà, la propria apertura alla confutazione. Il pensiero critico autentico è sempre anche autocritico proprio perché rinuncia alla sicurezza delle certezze forti. Deve sempre essere un pensiero che sospende le pretese di verità assoluta senza per questo rinunciare alla ricerca del vero. Deve sempre manifestare il coraggio di pensare senza appoggiarsi a fondamenti ultimi, di giudicare senza certezze definitive, di prendere posizione riconoscendo la propria fallibilità.

Un altro aspetto importante del pensiero critico è che non è mai un esercizio solipsistico di un soggetto isolato. Si sviluppa sempre in un contesto dialogico, in uno spazio di confronto e di contestazione reciproca. Questa dimensione dialogica intersoggettiva del pensiero critico si basa sulla tradizione fenomenologica dell'intersoggettività, che ha mostrato come la costituzione del senso sia sempre un processo condiviso, come il mondo sia sempre un mondo-per-noi, un mondo intersoggettivamente costituito, come la soggettività si costituisca sempre in relazione all'alterità. La comprensione è sempre un processo di fusione di orizzonti, un incontro tra la prospettiva dell'interprete e la prospettiva del testo (o dell'altro). Comprendere criticamente non significa imporre le proprie categorie sull'oggetto da comprendere, ma lasciarsi interrogare dall'altro, accettare che le proprie precomprensioni vengano messe in questione. Il pensiero critico è sempre un gesto singolare, nessuno può pensare al posto mio, ma è anche sempre un gesto che mi mette in relazione con altri, che richiede il confronto, la discussione, la confutazione reciproca, anche nella pratica dell’autocritica che sempre richiede di tenere in considerazione lo sguardo dell’altro.

Questa dimensione intersoggettiva ha importanti implicazioni politiche. Se il pensiero critico si sviluppa nello spazio del dialogo e del confronto, allora le condizioni sociali e istituzionali che rendono possibile o impossibile questo dialogo diventano cruciali. Una società che reprime il dissenso, che censura le voci critiche, che punisce chi mette in questione le verità ufficiali, è una società che impedisce strutturalmente il pensiero critico. Al contrario, una società che valorizza il pluralismo, che protegge la libertà di espressione, che incoraggia il dibattito pubblico, è una società che crea le condizioni per lo sviluppo del pensiero critico.

Pur riconoscendo la dimensione intersoggettiva del pensiero critico, occorre però insistere anche sulla sua irriducibile dimensione individuale. Il pensiero critico non è una semplice facoltà opzionale che posso scegliere di esercitare o meno, in ultima analisi è un dovere etico fondamentale ("Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!"), ha un carattere imperativo, è sempre un gesto che richiede un'assunzione personale di responsabilità. Non posso delegare ad altri il compito di pensare criticamente per me.

Questo imperativo ha oggi un carattere ancora più urgente e drammatico di quanto non avesse nell'epoca dei Lumi. Viviamo in società dove i dispositivi di controllo e di manipolazione sono infinitamente più sofisticati di quelli che Kant potesse immaginare. L'industria culturale, i social media, gli algoritmi di profilazione, le tecniche di persuasione subliminale, la fabbricazione del consenso, tutti questi meccanismi operano per produrre soggetti conformi, per orientare i desideri, per limitare il campo del pensabile. In questo contesto, l'esercizio del pensiero critico diventa un atto di resistenza. Resistenza alla seduzione delle facili certezze, alla tentazione del conformismo, alla pressione verso l'omologazione. Ma resistenza anche, e soprattutto, alla propria pigrizia intellettuale, alla propria paura di pensare, alla propria complicità con i meccanismi di potere. Una resistenza che non deve essere motivata dal rifiuto illusorio delle tecnologie digitali, ma dalla volontà di sviluppare nuove forme di alfabetizzazione critica, nuovi modi di abitare criticamente lo spazio digitale, nuove pratiche di resistenza intellettuale.

Bisogna rifiutare l’invito ad arrendersi, vincere la tentazione di mettersi (s)comodi in poltrona a contemplare il declino del nostro mondo e la regressione in atto, opporsi all’ordinaria follia del teno-potere oggi egemone, provare a superare la “cretinizzazione” in atto.”

L'imperativo del pensiero critico comporta sempre un rischio. Il rischio dell'errore nasce dal potersi sbagliare, dal giudicare male, dal lasciarsi ingannare dalle proprie certezze. Il rischio è anche esistenziale e sociale perché pensare criticamente porta a mettersi contro le opinioni dominanti, di contestare le autorità riconosciute, a essere etichettato come deviante o sovversivo. Si affronta il rischio con il coraggio della verità o parrēsia. Il coraggio di dire la verità anche quando questo comporta un pericolo per sé stessi, anche quando questo mette a rischio la propria posizione sociale, la propria reputazione, talvolta la propria vita. Il pensiero critico autentico richiede questo coraggio, il coraggio di pensare contro corrente, di mettere in questione ciò che tutti danno per scontato, di rischiare l'isolamento per fedeltà alla verità, ma anche l'umiltà di dubitare, non solo la forza di resistere, ma anche la flessibilità di riconoscere i propri errori.

Impotenza cognitiva e difficoltà del pensiero (auto)critico

“Il lavoro culturale “in tempi interessanti”, deve da una parte affrancarsi il più possibile dai saperi specialistici, frammentati e accademici per farsi carico delle sfide della complessità, dall’altra deve assumere una postura etica all’altezza dell’evento Antropocene nelle sue declinazioni ecologica e tecnologica, e dunque politiche.” (Marco Pacini)

Il pensiero critico, oggi in costante declino, deve fare i conti con una realtà che sembra costruita per renderlo innocuo e impossibile. I meccanismi in atto per impedirne l’esercizio sono numerosi. Le procedure del tecnocapitalismo cognitivo governato dai feudatari della tecnosfera fanno pensare alla nuova era oscura descritta da Bridle. Tra i meccanismi messi in atto quelli che meritano di essere considerati sono:

  • La cattura dell'attenzione come espropriazione politica
  • L'accelerazione come impedimento alla riflessione
  • La frammentazione del sapere e la tecnocrazia dell'incompetenza
  • La polarizzazione come morte della complessità
  • L'individualizzazione neoliberale del disagio collettivo

La cattura dell'attenzione come espropriazione politica

Il primo e più evidente meccanismo di assoggettamento cognitivo del nostro tempo passa attraverso la cattura sistematica dell'attenzione. Non si tratta semplicemente di distrazione, termine che suggerisce una debolezza individuale, ma di una strategia con una architettura deliberata, ben studiata, progettata con precisione ingegneristica, per massimizzare il tempo che passiamo sulle tante piattaforme tecnologiche delle quali non riusciamo più a fare a meno.

La tecnologia non è neutrale, gli algoritmi dei media non sono neutri. Sono costruiti per massimizzare l'ingaggio e il coinvolgimento, che non si traduce necessariamente in apprendimento, non favorisce riflessione o crescita, ma mira a collezionare tempo trascorso sulle piattaforme, click generati, dati prodotti. Il meccanismo è semplice quanto efficace. I contenuti che generano reazioni emotive forti quali rabbia, indignazione, shock, ma anche euforia effimera, vengono privilegiati dagli algoritmi perché producono più interazioni, più click, più dati e informazioni su chi li produce. Il risultato è un ecosistema informativo in cui la complessità viene sistematicamente penalizzata a favore della semplificazione emotiva. Non perché la gente è stupida, ma perché la struttura stessa della piattaforma premia certi contenuti e ne penalizza altri.

Gli smartphone, Internet, i social media possono essere strumenti potentissimi. Nel capitalismo delle piattaforme, come lo chiama Nick Srnicek, questi strumenti sono stati progettati secondo una logica estrattiva: estrarre valore (dati, attenzione, lavoro cognitivo gratuito) dagli utenti per rivenderlo a inserzionisti o per affinare sistemi di intelligenza artificiale. L'attenzione, in questo contesto, non è più una facoltà cognitiva che possediamo ma una risorsa che viene estratta. E senza attenzione sostenuta non c'è pensiero critico possibile. Il pensiero richiede tempo, concentrazione, la capacità di tenere insieme più elementi contemporaneamente, di seguire un ragionamento complesso attraverso passaggi articolati. Richiede, per dirla con Byung-Chul Han, la vita contemplativa che l'iperattività digitale ha reso quasi impossibile.

L'accelerazione come impedimento alla riflessione

Il secondo meccanismo che tende a minare il pensiero critico alla radice è la velocità che ci coinvolge tutti, l'accelerazione. Viviamo in un regime temporale che Walter Benjamin aveva già intuito negli anni Trenta e descritto come esperienza (Erfahrung) sostituita dal vissuto immediato (Erlebnis), da una sequenza continua di eventi che non trovano il tempo per sedimentarsi in comprensione. Nelle società preindustriali, i ritmi di vita erano scanditi da cicli naturali e sociali relativamente lenti. C'era tempo per la trasmissione intergenerazionale della conoscenza, per la narrazione, per l'elaborazione collettiva degli eventi. L'industrializzazione ha introdotto il tempo disciplinato della fabbrica, accelerando i ritmi, ma mantenendo ancora una distinzione tra tempo di lavoro e tempo di vita.

Nel capitalismo digitale questa distinzione è collassata. Siamo sempre reperibili, sempre connessi. Le notizie arrivano in tempo reale. Gli eventi si susseguono a un ritmo vertiginoso. Prima ancora di aver elaborato una crisi, ne arriva un'altra. Prima di aver capito le implicazioni di una notizia, questa è già stata sostituita nel ciclo mediatico. Questa accelerazione non è casuale. Come hanno mostrato i teorici dell'accelerazionismo critico, l'accelerazione è funzionale al capitalismo contemporaneo. Impedisce la formazione di una coscienza critica stabile, mantiene gli individui in uno stato di reazione perpetua anziché di riflessione. Non c'è mai tempo per fermarsi a chiedersi: ma è davvero necessario che sia così? Chi beneficia di questo ritmo? Quali alternative esistono?

Il risultato è una forma particolare di alienazione. Non più quella del lavoratore separato dal prodotto del suo lavoro, ma quella del soggetto separato dalla propria capacità di pensare. Reagiamo, non riflettiamo. Condividiamo, non elaboriamo. Consumiamo informazioni ma non produciamo comprensione.

La frammentazione del sapere e la tecnocrazia dell'incompetenza

Il terzo meccanismo che non facilita l’esercizio del pensiero critico è la frammentazione sistematica del sapere nel tempo presente. L'iperspecializzazione, necessaria in molti campi tecnici, è diventata un principio organizzativo generale che impedisce la visione d'insieme. Ogni problema viene scomposto in aspetti tecnici affidati a esperti specifici. La crisi climatica diventa questione di ingegneri che devono sviluppare tecnologie verdi. La crisi economica diventa questione di tecnici del Fondo Monetario Internazionale che devono aggiustare i parametri. La gestione della pandemia diventa questione di virologi ed epidemiologi. Ciascuno di questi aspetti ha ovviamente una dimensione tecnica. Ma ridurre problemi complessi e multidimensionali a questioni puramente tecniche significa depoliticizzarli, sottrarli al giudizio collettivo.

Questa frammentazione non è casuale. Come ha scritto Michel Foucault, è una delle forme più sofisticate di governo che si presenta come neutra, scientifica, inevitabile, quando non lo è. Non si manifesta come dominazione diretta, ma di gestione tecnica della popolazione. Una gestione che non ammette discussione. La soluzione giusta è quella degli esperti, tutto il resto è frutto di ignoranza o di populismo. Ma questo crea un paradosso. Da un lato, i cittadini vengono costantemente esortati a informarsi, a seguire la scienza, a capire i dati. Dall'altro, la complessità dei problemi e la frammentazione del sapere rendono questa comprensione praticamente impossibile, per chiunque non sia un esperto del settore specifico. Il risultato è una forma di impotenza cognitiva strutturale. Sappiamo di non sapere abbastanza, ci sentiamo inadeguati, deleghiamo, oggi alla tecnologia ma non solo.

Ne deriva quella che potremmo chiamare la tecnocrazia dell'incompetenza. Chi governa può essere tecnicamente incompetente (pensiamo a molti leader e politici contemporanei) ma si circonda di esperti e questa delega diventa legittimazione. Il cittadino, per quanto informato, non ha mai abbastanza competenze per contestare. Se critica una politica economica, gli viene risposto che non ha studiato economia. Se critica una politica sanitaria, che non è un medico. Se critica una scelta tecnologica, che non capisce di informatica. Il pensiero critico viene così ridotto a competenza settoriale, e la competenza settoriale viene usata per escludere il giudizio politico. Ma la vita non è una somma di settori tecnici. È un intreccio complesso di dimensioni, economiche, sociali, psicologiche, ecologiche, etiche, che nessun esperto singolo può padroneggiare. Il pensiero critico è proprio la capacità di tenere insieme questa complessità, di fare domande trasversali, di riconoscere che le scelte tecniche sono sempre anche scelte politiche.

La polarizzazione come morte della complessità

Il quarto meccanismo è la polarizzazione, che affonda le sue radici nel diffuso e praticato binarismo. Il dibattito pubblico contemporaneo si è progressivamente strutturato secondo una logica binaria, o con noi o contro di noi, destra o sinistra, progressisti o conservatori, pro o contro. Questa semplificazione non è naturale. È il prodotto di dinamiche specifiche: mediatiche (i talk show che mettono in scena scontri per fare audience), algoritmiche (i social che amplificano i contenuti polarizzanti perché generano più engagement), ma anche politiche (partiti che costruiscono identità per contrapposizione netta all'avversario).

“Secondo Eraclito, Polemos, il conflitto, è il padre di tutte le cose. Oggi il conflitto è stato bandito, siamo stati resi ciechi verso gli aspetti positivi, progressivi, di crescita sociale e individuale che il conflitto racchiude.” (Miguel Benasayag)

Posizioni diverse o di conflitto politico sono sempre esistite. Il conflitto è costitutivo della democrazia. Il problema nasce quando il conflitto si cristallizza in identità chiuse, quando ogni questione viene ridotta a una battaglia tra schieramenti, quando non c'è più spazio per la sfumatura, il dubbio, la posizione articolata. Pensare criticamente significa resistere alla semplificazione, mantenere aperta la complessità. Significa poter dire sono d'accordo con questa parte dell'argomento ma non con quest'altra. Significa riconoscere che su questioni complesse possono coesistere verità parziali diverse. Significa distinguere tra persona e argomento, ritenere di essere in disaccordo con qualcuno su un tema senza doverlo demonizzare o cancellare.

La polarizzazione rende tutto questo quasi impossibile. Chi cerca di mantenere una posizione sfumata viene immediatamente accusato di moderatismo, di tiepidezza, di essere complice del nemico. La purezza ideologica diventa criterio di giudizio. E siccome nessuno è perfettamente coerente, tutti sono potenzialmente espellibili. Il risultato è paradossale, un'iperattività politica (commenti, condivisioni, battaglie online) che produce paralisi. Perché quando tutto è lotta identitaria, quando ogni questione è ridotta a posizionarsi e a chiedere da che parte si sta, non c'è più spazio per pensare insieme soluzioni. C'è solo la trincea. E dalla trincea non si costruisce nulla.

L'individualizzazione neoliberale del disagio collettivo

L'ultimo meccanismo è l'individualizzazione sistematica dei problemi collettivi. Viviamo in un'epoca caratterizzata da livelli epidemici di ansia, depressione, burnout. Ma il modo in cui questi fenomeni vengono interpretati e affrontati è quasi sempre individuale.

Se sei ansioso, devi lavorare su te stesso, praticare meditazione, mindfulness, terapia, coaching. Se sei depresso, è un problema chimico nel tuo cervello da risolvere con farmaci. Se sei esaurito dal lavoro, devi imparare a gestire meglio lo stress, a stabilire confini, a praticare la self-care. Tutto questo può essere utile a livello individuale. Ma maschera completamente la dimensione strutturale e collettiva di questi fenomeni.

Come ha scritto Mark Fisher in Realismo capitalista, la depressione di massa non è una somma di malfunzionamenti individuali ma un sintomo sociale. È il segnale che qualcosa nel modo in cui organizziamo la vita collettiva non funziona. Franco Berardi (Bifo) chiama tutto questo peste emotiva. Il capitalismo cognitivo, che mercifica l'attenzione e sfrutta il lavoro immateriale, produce come effetto collaterale una devastazione psichica di massa. Ma questa devastazione viene sistematicamente ricodificata come problema individuale, come debolezza personale, come devi lavorare su te stesso.

Questa individualizzazione impedisce il pensiero critico in due modi. Primo, distoglie l'attenzione dalle cause strutturali. Se il problema sono io, non devo guardare alle condizioni di lavoro, ai rapporti di produzione, all'organizzazione sociale. Secondo, isola. Se il problema è mio, devo risolverlo da solo. Non c'è bisogno di organizzazione collettiva, di lotta comune, di solidarietà. C'è solo il mio percorso individuale di crescita personale. Il pensiero critico richiede invece la capacità di riconoscere quando il disagio personale è sintomo di un problema collettivo. Richiede di passare “dal cosa c'è che non va in me” al “cosa c'è che non va nelle condizioni in cui viviamo”. Non per deresponsabilizzarsi completamente, ma per riconoscere che certe sofferenze sono politiche, non solo psicologiche, e richiedono risposte politiche, non solo terapeutiche.

Genealogia del pensiero critico

Per ricostruire il pensiero critico come pratica è necessario recuperare le tradizioni che lo hanno teorizzato e praticato. Non si tratta di fare storia della filosofia in senso accademico, ma di riattivare strumenti concettuali che possano essere usati oggi. I momenti o passaggi genealogici che hanno portato fino a oggi sono numerosi e tutti degni di attenzione. Qui ho deciso di focalizzarmi solo su alcuni, quelli da me ritenuti emblematici perché forse collegati alla mia formazione intellettuale e per me particolarmente interessanti. Ognuno di essi fa riferimento a un filosofo o scuola filosofica da me associati al pensiero critico.

Socrate e l’arte di porre(si) domande

Il punto di partenza del pensiero critico è il Socrate dei dialoghi platonici. La sua pratica della filosofia non consisteva nel trasmettere dottrine ma nel porre domande. Domande apparentemente semplici: cos'è la giustizia? Cos'è il coraggio? Cos'è la virtù? Ai molti interlocutori che rispondevano alle sue domande con sicurezza e fornendo definizioni ritenute ovvie, Socrate reagiva incalzandoli con altre domande, mostrando loro le contraddizioni interne alle definizioni fornite, con l’obiettivo di portare l’interlocutore ad ammettere di “non sapere”.

Il non sapere non è il punto di arrivo ma il punto di partenza del pensiero, se stiamo fermi dentro le nostre certezze non pensiamo davvero. Il pensiero inizia dal riconoscimento della propria ignoranza. Non l'ignoranza come mancanza di informazioni (quella si risolve studiando) ma come consapevolezza dei limiti della propria comprensione. La vita degna di essere vissuta è una vita piena di interrogazioni e di ricerca, che non si accontenta delle risposte ricevute, che non delega ad altri la valutazione di cosa sia giusto o meno, valido o non valido, vero o falso.

Il metodo (critico) socratico è sempre e profondamente dialogico. Non si pensa bene da soli. Il pensiero emerge nel confronto, nella discussione, nel tentativo di rendere conto delle proprie posizioni a qualcun altro. Non per vincere una disputa ma per capire(si) meglio. L'interlocutore non è un nemico da sconfiggere dialetticamente o discorsivamente ma un compagno di ricerca. Questa dimensione è stata completamente persa nel dibattito pubblico contemporaneo, dove il dialogo è diventato scontro, dove l'obiettivo non è comprendere ma prevalere. Recuperare Socrate significa recuperare l'idea che pensare è un'attività collettiva, che ha bisogno dell'altro per affinarsi.

Kant e osa sapere (sapere aude)

Il secondo momento genealogico del pensiero critico è l'Illuminismo kantiano. Nel breve saggio "Risposta alla domanda: che cos'è l'Illuminismo?" (1784), Kant offre una definizione che resta attuale: "L'Illuminismo è l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a sé stesso. Minorità è l'incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro". Il motto di Kant ha fatto la storia, la formula latina utilizzata è celebre: "Sapere aude!" (osa sapere), abbi il coraggio di servirti della tua intelligenza senza farti guidare da altri. È un appello all'autonomia intellettuale che oggi suona ancora più urgente.

Per Kant, e questo si applica alla perfezione a un’era in cui la minorità sembra essere accettata come complicità con le macchine-IA, esiste una minorità colpevole determinata da pigrizia, ignava o viltà e un non colpevole, perché determinata da condizioni esterne quali mancanza di educazione, oppressione, condizioni materiali che non permettono il tempo per pensare.

L’ottimismo kantiano basato sulla convinzione che il progresso avrebbe reso sempre più persone capaci di autonomia intellettuale, oggi deve fare i conti con una realtà dominata dai meccanismi che ho analizzato sopra in termini di cattura dell'attenzione, accelerazione, frammentazione del sapere, individualizzazione. L'appello kantiano resta comunque valido e lo faccio anche mio. Bisogna voler uscire dalla minorità, diventare maggiorenni. L'autonomia intellettuale non arriva da sola, non è un dono, non è il risultato automatico dell'accesso all'informazione. È necessario uno sforzo deliberato, un atto di volontà. Richiede coraggio. Il coraggio di pensare anche quando è scomodo, anche quando mette in discussione le certezze, anche quando isola socialmente.

Marx (Karl), non basta interpretare bisogna agire, trasformare

Il terzo momento genealogico del pensiero critico è Marx (Karl). Una sua famosa frase recita "I filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; si tratta però di trasformarlo". Non è una critica agli intellettuali ma un semplice invito a non limitarsi a interpretare perché ciò che conta è agire. Il pensiero critico, per essere davvero tale, deve avere una dimensione pratica, trasformativa. Il significato di questa frase si coglie fino in fondo se si pensa all’ideologia come a un sistema di rappresentazioni che rispecchia e legittima rapporti di potere reali.

Come tale non si può smontare con semplici argomentazioni logiche, ma attivandosi per trasformare i rapporti di potere che la reggono. La prassi, il pensiero che si fa azione e l'azione che produce pensiero è la forma autentica della critica. Il pensiero critico deve tradursi in pratiche concrete, anche piccole, nelle scelte di consumo, nel modo di organizzare il lavoro, nelle relazioni, nelle forme di mutualismo e solidarietà. Senza questa dimensione pratica, la critica rischia di diventare sterile intellettualismo o cinismo legato alla convinzione di sapere come funziona il sistema ma di non potere farci nulla, e per questo si continua come prima si è sempre fatto.

Scuola di Francoforte e il rifiuto della conciliazione

Un altro momento importante nel pensiero critico è la Scuola di Francoforte, in particolare con Theodor Adorno e il suo concetto di dialettica negativa, con la quale il filosofo mette in discussione la dialettica hegeliana fondata sulla sintesi come superamento della tesi e dell’antitesi, per sottolineare come la realtà sia irrimediabilmente contraddittoria, come il compito del pensiero non sia quello di conciliare le contraddizioni ma di mantenerle aperte, di abitarle. Un messaggio forte, valido ancora oggi, in una realtà intorpidita dall’ossessione per la sintesi, le soluzioni win-win, il superamento delle contrapposizioni, la negazione del conflitto, di ogni attrito. Il messaggio è tanto più forte se si pensa che la ricerca di conciliazione è spesso puramente ideologica, usata per mascherare conflitti reali che non possono essere risolti senza trasformazione radicale.

Sempre dalla Scuola di Francoforte con Max Horkheimer viene un ulteriore concetto importante, l’idea che la teoria tradizionale descrive il mondo come è, cerca leggi universali, vuole spiegare, mentre la teoria critica parte dal mondo come è ma lo interroga dal punto di vista di come potrebbe essere altrimenti. Non cerca la verità eterna ma l'emancipazione concreta. Il pensiero critico ha sempre un orientamento, una parzialità dichiarata, sta dalla parte di chi è oppresso, di chi subisce ingiustizia. Non è neutrale, ma proprio questa parzialità gli permette di vedere ciò che la teoria neutrale non vede, ossia le contraddizioni, le sofferenze, le possibilità di trasformazione, i tanti possibili in emergenza.

Foucault e l'arte di non essere governati così

L'ultimo momento genealogico del pensiero critico l’ho cercato in Michel Foucault che della critica dava una definizione oggi particolarmente utile, visti i tempi reazionari e neofeudali nei quali ci ritroviamo a vivere. Per il filosofo francese la critica è "l'arte di non essere governati così, da quello, in quel nome, attraverso quei procedimenti, in vista di quegli obiettivi". Nella frase a pesare è il “così”, che riporta il tutto non a una critica anarchica e ingenua ma situata, finalizzata a non accettare passivamente le forme attuali di governo, di sorveglianza e controllo, di verità, ecc.

La critica foucaultiana mostra come ciò che appare naturale, ovvio, necessario, sia in realtà il prodotto di processi storici specifici. E se qualcosa è storicamente costruito, può essere storicamente decostruito o ricostruito altrimenti. Per Foucault la critica non è cercare fondamenti ultimi o verità assolute (impossibili) ma smascherare i dispositivi di potere, mostrare la loro contingenza, aprire spazi per pratiche diverse. È un'attività permanente, non una teoria da applicare una volta per tutte.

Foucault parlava di cura di sé non in senso individualistico ma come pratica di resistenza, suggerendo di prendersi cura del proprio pensiero, della propria capacità di giudizio, contro le forme di soggettivazione imposte.

Fenomenologia della scomparsa: dove muore il pensiero

Dopo la diagnosi dei meccanismi e la genealogia dei concetti, serve una fenomenologia. Per questo proverò a mostrare concretamente dove e come il pensiero critico scompare nella vita quotidiana. Lo farò selezionando cinque ambiti di analisi: il linguaggio pubblico, i media, l’educazione, le relazioni con il sé e il nostro rapporto con la tecnologia.

Il linguaggio pubblico: dallo slogan all'argomentazione impossibile

Oggi molti degli strumenti che usiamo per comunicare tra di noi ci chiedono la sintesi estrema, lo slogan, la battuta efficace, il cinguettio. Non c'è nulla di intrinsecamente sbagliato nella sintesi. Gli aforismi di Nietzsche, gli haiku giapponesi, i versi di poesia dimostrano che si può condensare pensiero complesso in spazio ridotto. Il problema è quando la forma breve diventa l'unica forma possibile, quando il pensiero complesso e l'argomentazione articolata vengono sistematicamente penalizzati.

Il problema è acuito dal fatto che ogni ragionamento critico richiede passaggi che non contemplano la brevità, ma si esercita attraverso premesse, sviluppo di pensiero e discorsivo, considerazione di obiezioni, conclusioni provvisorie. Il risultato è un dibattito pubblico sempre più ridotto a scambio di slogan contrapposti, anche per evitare di apparire noiosi, accademici, incapaci di comunicare. Chi semplifica brutalmente vince su chi naviga nella complessità, anche del linguaggio. Vincere significa diventare virale, essere ritwittato, condiviso. Il contenuto che si diffonde meglio allora non è quello più accurato o riflessivo ma quello più contagioso, quello che suscita reazione emotiva immediata. E la reazione emotiva più contagiosa è l'indignazione, la rabbia.

I media investono sullo spettacolo meno sulla comprensione

Piattaforme social, talk show e altri media mainstream sembrano oggi avere scelto l’intrattenimento e lo spettacolo, disimpegnandosi dalla comprensione. Per questo a prevalere è lo scontro verbale, il non dialogo, la prevaricazione e la forza. A uscirne trasformato è anche il giornalismo scritto. L'imperativo del clickbait (esca per click) premia i titoli sensazionalistici, le notizie shock, le semplificazioni estreme. Un'analisi lunga e articolata viene letta da poche centinaia di persone. Un titolo provocatorio genera centinaia di migliaia di visualizzazioni.

Il fact-checking è diventato surrogato della comprensione. Una notizia è vera o falsa? Il fact-checker lo verifica, noi possiamo condividere o smentire. Ma questo riduce il pensiero critico a verifica binaria. La realtà è quasi sempre più complicata. Una notizia può essere formalmente vera ma fuorviante nel contesto, può essere parziale, può enfatizzare certi aspetti e oscurarne altri.

L'educazione: meglio dotarsi di competenze o saper usare la propria testa, il pensiero?

Il sistema educativo è stato progressivamente riorganizzato secondo la logica malata delle competenze. Gli studenti devono acquisire skill misurabili, certificabili, spendibili sul mercato del lavoro. L'enfasi è sul saper fare più che sul sapere e ancor meno sul saper pensare. I test standardizzati sono l'emblema di questo approccio. Domande a risposta multipla, una sola risposta corretta. Questo formato ha una sua utilità per certi contenuti ma è devastante per il pensiero critico, che per natura comporta ambiguità, interpretazione, giustificazione delle risposte.

Come si valuta la capacità di pensare criticamente con un test a crocette? Non si valuta! E ciò che non viene valutato progressivamente scompare dall'insegnamento. I docenti, sottoposti a pressioni per risultati misurabili, finiscono per insegnare ciò che verrà testato. Le materie umanistiche vengono progressivamente marginalizzate perché non servono. L'istruzione è stata mercificata, è diventata investimento in capitale umano. Si studia per aumentare la propria impiegabilità (oggi per di più declinata nell’essere imprenditori di sé stessi) non per comprendere il mondo. Questa trasformazione non è casuale, ma serve a produrre soggetti adattabili, flessibili, che non mettono in discussione il sistema, ma cercano solo di trovare il loro posto dentro di esso.

Cambia anche la didattica. Le lezioni frontali sono viste come obsolete, cattedratiche. Bisogna essere interattivi, usare tecnologie, trasformare l'apprendimento in un gioco. La lezione frontale può essere noiosa, ma trasformare l'apprendimento in intrattenimento, in una sequenza di stimoli rapidi che mantengano alta l'attenzione, è forse ancora più pericoloso. Lo è certamente per il pensiero critico che sempre richiede noia, comporta frustrazione, richiede l'esperienza di non capire immediatamente e di dover insistere, di leggere testi difficili, di confrontarsi con pensieri che resistono. Se tutto deve essere immediato, facile, divertente, si perde proprio la dimensione formativa della difficoltà.

Le relazioni con il sé e il rifiuto dell'autocritica

La cultura contemporanea del benessere, della positività, ha prodotto un paradosso, l'autocritica è diventata ima forma di patologia, quindi da bandire, da evitare. Se ti critichi, se metti in discussione le tue scelte, se dubiti di te stesso, è sintomo di bassa autostima, di perfezionismo tossico, di eccessiva severità. Devi amarti così come sei, accettarti, celebrare i tuoi punti di forza. Ogni forma di negatività verso sé stessi viene letta come problema psicologico da risolvere.

Che l'autocritica possa diventare autodistruttiva, paralizzare, essere espressione di introiezione di norme oppressive è tutto vero, ma bandirla significa rinunciare a una dimensione essenziale del pensiero umano, la capacità di esaminarsi, di chiedersi se si sta vivendo bene, se le proprie scelte sono coerenti con i propri valori, se ci si sta contraddicendo. Oggi il linguaggio terapeutico ha colonizzato la vita quotidiana. Tutto è trauma, tossico, abuso, tante parole che descrivono realtà serie, ma la cui inflazione svuota di reale significato. Medicalizzando ogni conflitto non c'è spazio per interrogarsi e chiedersi cosa sia possibile fare per cambiare qualcosa nel proprio comportamento.

Il rapporto con la tecnologia e la delega del pensiero

L'ultimo ambito che voglio analizzare è quello tecnologico, particolarmente urgente con l'avvento dell'intelligenza artificiale generativa. Gli smartphone hanno esternalizzato funzioni cognitive che prima erano interne quali memoria (contatti, appuntamenti), orientamento (GPS), calcolo (calcolatrice), informazioni (Google). Non ricordiamo più numeri di telefono, non sappiamo più leggere le mappe, cerchiamo su internet anche informazioni banali. Questo non è necessariamente negativo. Il problema è quando la delega diventa così pervasiva che perdiamo le capacità sottostanti. È la differenza tra usare la calcolatrice sapendo fare i conti mentalmente (scelta efficiente) e non saper più fare i conti senza calcolatrice (dipendenza).

L'intelligenza artificiale generativa porta questo a un nuovo livello. ChatGPT può scrivere saggi, riassumere testi, rispondere a domande complesse. Perché sforzarsi di scrivere quando l'IA può farlo meglio e più velocemente? Ma scrivere non è solo produrre testo. Scrivere è pensare. Nel processo di scrivere chiarisco le mie idee, scopro connessioni, mi accorgo di contraddizioni. Se delego questo processo all'IA, ottengo un testo ma non il pensiero. Il pensiero critico richiede esposizione alla differenza, al dissenso, all'imprevisto. Richiede di confrontarsi con idee che non condividiamo, con argomentazioni che mettono in crisi le nostre certezze. Ma se l'algoritmo mi protegge da tutto questo, costruendo intorno a me una bolla personalizzata, come posso pensare criticamente? Come posso farlo attraverso interfacce così facili da usare e invasive da non richiedere alcuno sforzo di comprensione, perché quello che serve è solo il binarismo legato al cliccare il bottone giusto. Intuitivo e comodo, ma questo significa delegare la comprensione: uso lo strumento senza capirlo. E ciò che non capisco non posso controllare, non posso apportare modifiche, in sintesi non mi è concesso criticare

I falsi surrogati del pensiero critico

Prima di proporre pratiche di pensiero critico, è necessario distinguerlo dai suoi simulacri. Ci sono attitudini che sembrano critiche ma in realtà ne sono la negazione. Ne identifico quattro.

Il complottismo e la critica dogmatica

Il complottismo sembra pensiero critico: mette in dubbio le versioni ufficiali, cerca connessioni nascoste, diffida del potere. Ma è l'opposto del pensiero critico. Il pensiero critico parte dal dubbio e resta nel dubbio. Riconosce la complessità, la contingenza, la possibilità di spiegazioni multiple. Il complottismo parte dal dubbio ma arriva rapidamente alla certezza assoluta. Suggerisce l’esistenza di un Piano, che qualcuno sti a Orchestrando tutto, e che nulla accada per caso.

Il pensiero critico analizza strutture di potere visibili, documentabili. Il complottismo postula poteri occulti, trame segrete, manipolazioni totali. La differenza è epistemologica. Il pensiero critico lavora con (cercando, investigando, analizzando) evidenze, con argomenti falsificabili, con ragionamenti trasparenti. Il complottismo lavora per cercare connessioni indimostrabili, con logiche circolari, con immunità alla controprova. La differenza è anche politica. Il pensiero critico identifica meccanismi strutturali che possono essere cambiati attraverso azioni collettive quali regolamentazione, movimenti sociali, organizzazione. Il complottismo identifica un Nemico totale contro cui è impossibile lottare (troppo potente, troppo nascosto) e questo genera paranoia e impotenza.

Il complottismo è attraente proprio perché offre certezze in un mondo incerto, spiegazioni semplici a fenomeni complessi, un senso di superiorità Ma questa è l'antitesi del pensiero critico, che è sempre faticoso, incerto, umile, uno sforzo continuo e perseverante nel tempo.

Il cinismo come pensiero critico paralizzante

Il cinismo è un altro falso surrogato. Il cinico sa come funziona il mondo, lo vede come corrotto, un mondo nel quale tutti perseguono il proprio interesse, senza alternativa, per questo rendendo inutile qualsiasi azione. Il cinico sembra lucido, disincantato, critico, in realtà ha solo interiorizzato la sconfitta trasformandola in postura intellettuale, costruendosi comodi alibi per non impegnarsi, per non rischiare, per non provare a cambiare nulla.

dCome ha scritto il filosofo tedesco Peter Sloterdijk, autore della "Critica della ragion cinica", il cinico sa benissimo come stanno le cose ma continua ad agire come prima. Sa che il consumismo distrugge il pianeta ma continua a consumare. Sa che il suo lavoro è alienante ma continua a farlo. Sa che il sistema è ingiusto ma non fa nulla per cambiarlo.

La differenza tra pensiero critico e cinismo consiste nel fatto che il pensiero critico riconosce le contraddizioni per trasformarle, il cinismo le riconosce per giustificare l'immobilismo. Il cinismo è anche una forma di protezione psicologica. Se non speri, non puoi essere deluso. Se non ti aspetti nulla, non puoi essere tradito. Ma questa protezione costa cara, l'atrofia della capacità di desiderare, di immaginare alternative, di lottare. E questo è esattamente ciò che il potere vuole, soggetti che sanno di essere sfruttati, ma non fanno nulla perché tanto è sempre stato così.

Il moralismo che giudica senza comprensione

Il moralismo è la riduzione della politica a morale, della complessità sociale a questione di giusto e sbagliato, di puro e impuro. Il moralista giudica rapidamente, categorizza, condanna. Non c'è bisogno di capire il contesto, le motivazioni, le condizioni strutturali. C'è solo l'atto e il giudizio. La cultura della cancellazione contemporanea spesso opera in questa logica. Se una persona ha detto o fatto qualcosa di problematico, va cancellata, ostracizzata, privata di piattaforma. Non c'è processo, non c'è possibilità di spiegazione, non c'è redenzione. È giustizia sommaria.

Il pensiero critico invece richiede comprensione prima del giudizio. Comprendere non significa giustificare. Posso comprendere perché qualcuno ha agito in un certo modo senza approvare l'azione. Ma senza comprensione non c'è apprendimento, non c'è possibilità di cambiamento. Max Weber distingueva tra etica dei principi ed etica della responsabilità. La prima sostiene che se il principio è giusto vada applicato sempre, a prescindere dalle conseguenze. L'etica della responsabilità si interroga invece sulle conseguenze concrete di questa scelta.

Il moralismo è l’etica dei principi senza responsabilità. Fa sentire dalla parte del giusto senza dover fare i conti con la complessità delle conseguenze, ma è anche sterile perché non cambia nulla, espelle il colpevole senza trasformare le condizioni che hanno prodotto il problema. Per questo il moralismo è un surrogato del pensiero critico

Il relativismo per cui ogni opinione vale

L'ultimo falso surrogato è il relativismo radicale. Nel relativismo c'è un nucleo di verità. Il prospettivismo, l'idea che ogni conoscenza è situata, che non esiste uno sguardo neutrale dall'alto, è un'acquisizione importante. Ma da qui a dire che tutte le opinioni si equivalgono c'è un abisso. Non tutte le opinioni hanno lo stesso valore epistemico.  Il relativismo confonde l'impossibilità di una verità assoluta (corretto) con l'equivalenza di tutte le posizioni (sbagliato). Possiamo non avere accesso alla Verità con la V maiuscola ma possiamo comunque distinguere tra argomenti migliori e peggiori, tra evidenze più o meno robuste, tra ragionamenti più o meno coerenti. Inoltre, il relativismo radicale è da un punto di vista performativo contraddittorio perché quando sostiene che ogni opinione vale, sta già facendo un'affermazione universale, se sostiene di non poter giudicare, in realtà lo sta già facendo.

Il pensiero critico invece riconosce la parzialità di ogni prospettiva non rinunciando mai al confronto razionale tra prospettive diverse. Riconosce che la conoscenza è situata ma non rinuncia alla ricerca del migliore argomento disponibile date le evidenze attuali.

L'urgenza di tornare a pensare criticamente oggi: perché proprio ora!

L’urgenza di tornare a esercitare il pensiero (auto)critico nasce oggi dalle molteplici crisi che tutti stiamo vivendo. Crisi che coesistono, crescono e si diffondono, che sembrano a molti fuori controllo, per le quali non sembrano esistere risposte risolutive, generando una forma di rassegnazione e passività che porta alla complicità, all’omologazione e alla servitù volontaria.

La crisi climatica obbliga a pensare criticamente a livelli diversi. Richiede di sviluppare un pensiero sistemico, di connettere fenomeni apparentemente separati, di distinguere tra soluzioni tecniche puntuali e ripensamento strutturale, di interrogare l'ovvio sulla incompatibilità tra una crescita economica infinita con un pianeta finito. Applicare il pensiero critico a questa crisi significa rifiutare le soluzioni consolatorie, senza cedere alla disperazione, riconoscere la gravità della situazione e insieme la possibilità di azione collettiva, capire che le scelte da fare non sono tecniche ma politiche.

La seconda crisi nasce dalla diffusione dell’intelligenza artificiale, dalle molteplici domande che solleva e dagli scenari futuristici su cui obbliga a interrogarsi. Gli algoritmi decidono già molti aspetti delle nostre vite, ma questi algoritmi non sono neutri, riflettono i pregiudizi impliciti nei dati su cui sono addestrati, incorporano le priorità di chi li ha progettati, servono gli interessi di chi li possiede.

Pensare criticamente qui significa chiedersi chi ha deciso che questi aspetti della vita dovessero essere automatizzati, quali siano i criteri applicati, a chi vadano i benefici e i vantaggi, quali siano le forme di conoscenza e di decisione umana che stiamo delegando e quali siano i poteri che si stanno concentrando nelle mani di poche aziende tecnologiche. Significa anche resistere alla retorica dell'inevitabilità resistendo alla pressione all’adattamento, ad accettare il futuro dell’IA invece di continuare a pensare a futuri possibili e alternativi. La resistenza serve anche a interrogarsi su come potremmo governare democraticamente queste tecnologie anziché subirle, sul rischio di delegare a esse il nostro stesso pensiero, affidando a sistemi opachi, controllati da poche corporation, la produzione di senso, perdendo l'autonomia cognitiva che è condizione della cittadinanza.

L’altra crisi è quella della verità fattuale. Non nel senso che i fatti non esistono più, ma nel senso che distinguere fatti da finzioni, mondi reali ma realtà simulate, diventa sempre più difficile e sempre meno rilevante politicamente. I deepfake rendono oggi possibile creare video falsi indistinguibili da quelli veri. Le camere dell’eco algoritmiche ci espongono solo a informazioni che confermano le nostre convinzioni. Le campagne di disinformazione orchestrate sono sempre più sofisticate. Il risultato è un'erosione della base fattuale condivisa necessaria al dibattito democratico. Tutto sembra confermare il pensiero (Le origini del totalitarismo) di Hannah Arendt che vedeva il totalitarismo non nella sua volontà di imporre una verità alternativa, ma di distruggere il concetto stesso di verità fattuale. Quando non si distingue più vero da falso, tutto diventa possibile. E quando tutto è possibile, nulla ha più senso, e questa mancanza di senso prepara il terreno per il dominio totale.

Il pensiero critico è antidoto a questa deriva ma solo se esercitato collettivamente. Non basta l'individuo informato che fa fact-checking. Serve una cultura condivisa del dubbio metodico, del confronto con le fonti, dell'esame delle evidenze. Serve ricostruire istituzioni di mediazione credibili: giornalismo investigativo serio, università indipendenti, spazi pubblici di discussione.

L’ultima crisi presa in considerazione è la precarietà esistenziale diffusa e la sofferenza psichica di massa. Ansia, depressione, burnout hanno raggiunto livelli epidemici. L'interpretazione dominante del fenomeno è di vederlo come un problema individuale, legato a situazioni personali che richiedono soluzioni personali. Il pensiero critico invita invece a una rilettura politica, a osservare questi sintomi come segnali che qualcosa non funziona nell'organizzazione collettiva della vita. Se milioni di persone sono depresse non è perché sono tutte individualmente disfunzionali. È perché vivono in condizioni che producono depressione: lavoro precario e alienante, solitudine sistemica, assenza di futuro immaginabile, sovraccarico cognitivo, competizione permanente. Bisogna rompere l’incantesimo del Realismo Capitalista, ritornare a immaginare alternative al sistema attuale, a desiderare, a progettare e a sperare. Il pensiero critico qui significa allora passare dal "cosa c'è che non va in me" al "cosa c'è che non va nelle condizioni in cui viviamo". Non per deresponsabilizzarsi ma per (ri)politicizzare la sofferenza.

Pratiche concrete ed esercizi di pensiero critico

Dopo aver provato a fornire una diagnosi (superficiale) della crisi del pensiero critico, ed averne ricostruito in parte la genealogia, dopo avere provato a spiegare l’urgenza di tornare a pensare criticamente, con un approccio fenomenologico, vorrei provare ora a suggerire cosa ognuno di noi potrebbe fare concretamente, come individuo e collettivamente.  

La prima pratica è la più materiale e intuitiva di tutte. Bisogna rallentare, riconquistare il tempo che serve per pensare, prenderselo, sottraendolo ad altre attività. Uno spazio temporale nel quale agire è quello digitale, il più resistente nel cedere il controllo del tempo di cui si è ormai, con la nostra complicità, da tempo impossessato. Togliere tempo allo smartphone, disattivare le notifiche, recuperare la concentrazione, è diventato un gesto rivoluzionario, da perseguire per rivendicare la sovranità sul proprio tempo e sull’attenzione. Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di riappropriarsi della capacità di attenzione non frammentata. Lontani da uno schermo è possibile riscoprire la lettura in profondità, si può scegliere un libro, che comporta fatica e concentrazione, oppure si può riscoprire il piacere della fertile noia, dei momenti vuoti e liberati dagli stimoli

La seconda pratica è la scrittura. Non scrivere per pubblicare o comunicare, ma scrivere per capire. Liberatisi del dispositivo e del suo schermo si può (ri)cominciare ad annotare pensieri, domande, riflessioni e osservazioni, senza curarsi dello stile, della correttezza, dell'utilità. Nello scrivere si può prestare attenzione alle connessioni inaspettate che emergono, alle contraddizioni nascoste, alle molte intuizioni che il pensiero controllato soffoca. Dopo avere scritto si può provare a riassumere ciò che si è scritto, riformulare che poi è un modo per capire. Un altro metodo è quello di porsi continue domande per capire meglio, per investigare i presupposti impliciti, gli effetti e le conseguenze, le alternative possibili.

La terza pratica è l'interrogazione sistematica. Di fronte a qualsiasi affermazione che ci viene presentata come ovvia, meglio fermarsi a interrogarsi, chiedendosi se sia davvero così. Praticare il dubbio metodico è un modo per sospendere temporaneamente le proprie certezze. Non come scetticismo radicale ma come esercizio. Utile anche per distinguere tra fatto, interpretazione e valutazione.

La quarta pratica, cruciale, è collettiva. Il pensiero critico non fiorisce in isolamento ma nel confronto, nel dialogo, nella ricerca comune. Ci si può ad esempio unire a gruppi di lettura che si incontrano regolarmente per leggere e discutere testi. Non servono competenze accademiche, serve solo curiosità e impegno e la pratica del dialogo socratico, per fare domande invece di affermare con l'obiettivo non è vincere ma di capire. Si possono creare eventi, situazioni di incontro, seminari autogestiti di interesse generale sull’economia, la politica, l’ecologia, il femminismo, l’antirazzismo o la filosofia, invitando persone con competenze diverse. Ci si può attivare per raccogliere informazioni, intervistare, analizzare insieme. E molto altro ancora.

La quinta pratica è quella del pensiero complesso che insegna a capire la complessità, a cercare le contraddizioni sistemiche, a imparare, a vedere le connessioni globali nascoste in ogni oggetto, i pattern, le strutture che collegano fenomeni apparentemente separati.

La sesta pratica è quella dell'autocritica, non come fustigazione ma come onestà intellettuale. Fare autocritica permette di cercare attivamente posizioni diverse dalle proprie. Non per convertirsi ma per testare la robustezza delle proprie convinzioni, riconoscendo quando si cambia idea come segno di forza, non di debolezza, imparando a distinguere tra identità e opinione, e a praticare l'esame delle proprie contraddizioni.

L'ultima pratica è quella dell'azione, perché il pensiero critico senza prassi rimane sterile. Non serve cambiare il mondo. Serve intervenire dove si è, territorialmente, nel proprio lavoro, nel quartiere, nella scuola dei figli, nel condominio. La prassi del pensiero critico non è eroismo, ma piccola azione quotidiana, sommata a quella di altri. È mettere sabbia negli ingranaggi. È costruire alternative in piccolo. È dimostrare che un altro modo è possibile vivendolo, anche parzialmente, già adesso.

Alcune considerazioni finali: il coraggio di pensare come atto quotidiano

Giunti a questo punto del percorso, possiamo provare a raccogliere alcuni fili del discorso, pur nella consapevolezza che ogni conclusione può essere solo provvisoria, parziale, aperta a ulteriori sviluppi. Torniamo al punto di partenza, il sentimento di impotenza.

Questo saggio non aveva alcuna pretesa di risolverlo completamente. Le forze che producono l'assoggettamento cognitivo sono potenti, sistemiche, ben finanziate. L’intenzione era di sottolineare l’importanza del pensiero critico come un campo di tensioni, un intreccio complesso di gesti e di pratiche, a partire  dall'epoché fenomenologica, a cui ho accennato all’inizio di questo testo, che sospende le certezze immediate. Poi fondamentali sono le pratiche dell'autocritica che interroga la propria posizione enunciativa, della ricerca genealogica che scava nelle stratificazioni storiche del presente, del pensiero debole che rinuncia ai fondamenti assoluti, del dialogo intersoggettivo che si apre all'alterità, dell'imperativo individuale che assume la responsabilità del giudizio.

Il pensiero critico non è un privilegio per intellettuali ma una capacità che chiunque può coltivare. Tutti possono ricorrere a pratiche concrete, accessibili, che permettono di riconquistare margini di autonomia, osando di sapere, osando di sapere insieme ad altri, perché il pensiero critico isolato è fragile, può essere assorbito, neutralizzato, marginalizzato. Il pensiero critico collettivo, organizzato, praticato come forma di vita, diventa al contrario una forza materiale.

Il pensiero critico non risolve tutti i problemi. Ma senza pensiero critico non si risolve nessun problema. È la precondizione di ogni trasformazione. Serve a capire prima di agire, a interrogare prima di aderire, a dubitare prima di credere. In un'epoca che ci vuole consumatori docili, utenti compiacenti, lavoratori flessibili (precari), elettori reattivi, riprendersi la capacità di pensare è già un gesto rivoluzionario. Non l'unico necessario, ma il primo. La domanda finale non è se riusciremo a cambiare tutto, ma se saremo capaci di iniziare a cambiare qualcosa. E questo iniziare è già alla portata di chiunque legga queste righe. Il resto è una questione di coraggio. Il coraggio di pensare, insieme, altrimenti.

L’aspetto più importante dell’esercitare il pensiero critico è il suo manifestarsi come una pratica di libertà, un esercizio permanente di distanziamento critico da sé stessi e dal mondo, un lavoro mai concluso di problematizzazione e di interrogazione.

Questa concezione del pensiero critico come pratica di libertà ha importanti conseguenze sul piano etico e politico. Sul piano etico, significa riconoscere che la libertà non è uno stato che si possiede una volta per tutte, ma un'attività che si esercita continuamente. Sono libero nella misura in cui esercito il pensiero critico, nella misura in cui non mi lascio catturare dalle evidenze immediate, dalle verità preconfezionate, dalle identità fisse. La libertà è il movimento stesso della critica e dell'autocritica.

Sul piano politico, questa concezione implica una critica radicale di tutte le forme di autorità che pretendono di sostituirsi al giudizio individuale. Che si tratti dell'autorità dello Stato, della Chiesa, del Partito, della Scienza, del Mercato o di qualsiasi altra istanza che rivendichi il monopolio della verità, il pensiero critico deve mantenere una distanza, deve preservare il diritto di interrogare, di contestare, di dubitare.

Questa critica dell'autorità non può tradursi in un individualismo anarchico che rifiuta ogni forma di vincolo sociale, ogni norma condivisa, ogni appartenenza comunitaria. Il pensiero critico non è incompatibile con il riconoscimento di autorità legittime, con l'adesione a tradizioni culturali, con la partecipazione a progetti collettivi. È però, incompatibile con l'accettazione acritica, con la sottomissione passiva, con la rinuncia a pensare con la propria testa. In questo senso un po’ anarchico lo è!

La sfida, oggi, è precisamente questa: come coniugare l'imperativo individuale del pensiero critico con la necessità di forme di vita comunitaria? Come esercitare la critica senza cadere in un relativismo paralizzante? Come mantenere la radicalità del dubbio senza perdere la capacità di impegnarsi, di prendere posizione, di agire?

Viviamo in società sempre più individualizzate, dove i legami comunitari tradizionali si sono dissolti, dove ciascuno è chiamato a costruire autonomamente la propria identità, il proprio percorso biografico, il proprio sistema di valori. Questa iper-individualizzazione può apparire come il trionfo del pensiero critico perché ci racconta di come ciascuno pensi con la propria testa, non accetti passivamente le tradizioni ricevute, costruisca criticamente la propria esistenza. Questo individualismo estremo, fuori dallo storytelling predominante, rivela però anche i suoi limiti e i suoi pericoli. L'individuo isolato, privato di riferimenti comunitari stabili, può diventare paradossalmente più vulnerabile alle manipolazioni, più esposto alle mode culturali, più dipendente dai dispositivi di potere. L'apparente libertà critica può mascherare nuove forme di conformismo, più sottili ma non meno efficaci di quelle tradizionali.

Mai come oggi è diventato urgente interrogarsi su quali forme di noi siano compatibili con l'imperativo del pensiero critico, su quali comunità di pensiero di possa sostenere l'esercizio della critica senza soffocarla, su come costruire spazi collettivi di riflessione che incoraggino il dissenso e la contestazione piuttosto che l'omologazione.

Per praticare la libertà del pensiero critico abbiamo bisogno di spazi editoriali, accademici, politici, culturali, spazi nei quali il pensiero critico sia valorizzato e protetto. Dove sia possibile mettere in discussione le verità dominanti senza essere immediatamente etichettati, censurati, marginalizzati. Dove l'autocritica sia vista non come debolezza ma come forza, dove il dubbio sia considerato non come paralisi ma come movimento vitale del pensiero.

In conclusione, un saggio sul pensiero critico non può avere una conclusione definitiva, sarebbe una contraddizione performativa. Il pensiero critico è costitutivamente aperto, incompiuto, sempre in movimento. Non produce verità definitive, ma interrogazioni continue. Non offre certezze rassicuranti ma problemi sempre nuovi.

Eppure, questa apertura costitutiva non significa indeterminatezza o inconsistenza. Il pensiero critico ha una sua rigorosa coerenza interna, una sua logica specifica. È il rigore di chi non si appoggia su fondamenti certi ma proprio per questo deve essere ancora più attento, ancora più scrupoloso, ancora più onesto intellettualmente. Il pensiero critico, intrinsecamente debole, non rinuncia mai al rigore, non delega, non va scambiato per relativismo o permissivismo intellettuale. È una pratica di pensare rigorosa, esigente, proprio perché non può delegare a nessuna autorità esterna la giustificazione delle proprie posizioni. Il pensiero critico, in questo senso, è sempre anche un esercizio ascetico, un esercizio di disciplina intellettuale e morale. Richiede costanza, pazienza, onestà. Richiede la capacità di resistere alle seduzioni delle facili certezze, alle tentazioni del conformismo, alle pressioni verso l’omologazione e la semplificazione. Richiede il coraggio di stare nella complessità, nell'ambiguità, nell'incertezza.

Ma questo esercizio non è mai fine a sé stesso. Non è una mortificazione della vita in nome di un ideale astratto di purezza intellettuale. È profondamente legato all'esistenza concreta, alle lotte reali, ai problemi effettivi che attraversano il nostro presente. Il pensiero critico ha sempre una portata pratica, una valenza trasformativa. Pensare criticamente significa anche agire criticamente, vivere criticamente, esistere criticamente.

In questo senso, il pensiero critico è davvero un imperativo individuale, nel senso di un'esigenza che ciascuno scopre in sé stesso, nel momento in cui decide di non accontentarsi delle spiegazioni ricevute, di non rassegnarsi alle ingiustizie esistenti, di non rinunciare alla propria capacità di giudizio.

E forse è proprio qui, in questa scoperta dell'imperativo critico come esigenza soggettiva irrinunciabile, che la fenomenologia, la genealogia, il pensiero debole, l'ermeneutica e tutte le altre tradizioni attraversate in questo saggio trovano il loro punto di convergenza. Tutte, pur con linguaggi e strategie diverse, indicano la stessa cosa, la necessità di pensare, la responsabilità di giudicare, il dovere di non delegare ad altri il compito di decidere cosa è vero e cosa è falso, cosa è giusto e cosa è ingiusto, come dobbiamo vivere.

Il pensiero critico, in ultima analisi è l'assunzione piena e (tecno)consapevole della propria libertà e della propria responsabilità. Una libertà mai garantita, sempre da conquistare. Una responsabilità mai esaurita, sempre da esercitare. Un imperativo che non ammette deleghe, che non accetta scuse, che non conosce riposo.


Bibliografia

Per la bibliografia sul pensiero critico mi sono fatto aiutare da Claude, che mi ha permesso di raccogliere le fonti più diverse e trovare riferimenti anche oltre quelli che avrei mai potuto immaginare. Il primo a usare questa selezione di libri e riferimenti vari sarà io stesso. Molti scorrendola potrebbero scoprire cose molto interessanti.

  1. Fondamenti filosofici della critica

Antichità e metodo socratico:

  • Platone, Apologia di Socrate
  • Platone, Teeteto

Il criticismo kantiano:

  • Kant, I., Critica della ragion pura
  • Kant, I., Critica della ragion pratica
  • Kant, I., Critica del Giudizio
  • Kant, I., Risposta alla domanda: che cos'è l'Illuminismo?

La critica genealogica:

  • Nietzsche, F., Genealogia della morale
  • Nietzsche, F., Al di là del bene e del male
  • Nietzsche, F., Umano, troppo umano

Fenomenologia e critica:

  • Husserl, E., La crisi delle scienze europee
  • Heidegger, M., Essere e tempo

  1. La scuola di Francoforte e la teoria critica
  • Horkheimer, M., Teoria tradizionale e teoria critica
  • Adorno, T.W. & Horkheimer, M., Dialettica dell'Illuminismo
  • Adorno, T.W., Dialettica negativa
  • Adorno, T.W., Minima moralia
  • Marcuse, H., L'uomo a una dimensione
  • Marcuse, H., Eros e civiltà
  • Benjamin, W., Tesi di filosofia della storia
  • Benjamin, W., L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica
  • Habermas, J., Conoscenza e interesse
  • Habermas, J., Teoria dell'agire comunicativo
  • Habermas, J., Il discorso filosofico della modernità
  • Honneth, A., Critica del potere
  • Honneth, A., Lotta per il riconoscimento
  • Fraser, N., Fortunes of Feminism

  1. Pensiero critico francese e post-strutturalismo

Foucault:

  • Foucault, M., Le parole e le cose
  • Foucault, M., L'archeologia del sapere
  • Foucault, M., Sorvegliare e punire
  • Foucault, M., Storia della sessualità (3 volumi)
  • Foucault, M., Che cos'è la critica?

Altri autori:

  • Derrida, J., La scrittura e la differenza
  • Deleuze, G. & Guattari, F., L'Anti-Edipo
  • Lyotard, J.-F., La condizione postmoderna
  • Bourdieu, P., Il dominio maschile
  • Bourdieu, P., La distinzione

Numeri monografici Aut Aut

  • N. 201/1984 – "Il pensiero debole"
  • N. 323/2004, 331/2006, 351/2011, 362/2014 – Su Michel Foucault
  • N. 189-190/1982, 327/2005, 368/2015 – Su Jacques Derrida
  • N. 353/2012 – "Il coraggio della filosofia" (60° anniversario)
  • N. 404/2024 – "Quel poco di verità"
  • N. 406/2025 – "Il nostro lavoro culturale"
  • N. 407/2025 – "Digito ergo sum. Indagini sul capitalismo digitale"
  • N. 408/2025 – "Senza noi. L'individualismo in questione"

Saggi storici (1951-2000):

  • Enzo Paci, "Angoscia e fenomenologia dell'eros", n. 24/1954
  • Enzo Paci, "Per una fenomenologia dell'eros", n. 214-215/1986
  • Karel Kosík, "Dialettica del concreto", n. 61/1963
  • Jacques Derrida, "Des tours de Babel", n. 189-190/1982
  • Louis Althusser, "Freud e Lacan", n. 141/1974

Per approfondire

  • Pier Aldo Rovatti (a cura di), "Il coraggio della filosofia", il Saggiatore, Milano 2012
  • Gianni Vattimo, Pier Aldo Rovatti (a cura di), "Il pensiero debole", Feltrinelli, Milano 1983
  • Michel Foucault, "Qu'est-ce que la critique?", Bulletin de la Société française de Philosophie, 1990
  • Edmund Husserl, "La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale", il Saggiatore, Milano 1961
  1. Marxismo e critica dell'economia politica
  • Marx, K., Manoscritti economico-filosofici del 1844
  • Marx, K., Il Capitale
  • Marx, K. & Engels, F., L'ideologia tedesca
  • Gramsci, A., Quaderni dal carcere
  • Lukács, G., Storia e coscienza di classe
  • Althusser, L., Per Marx
  1. Psicoanalisi e autocritica
  • Freud, S., L'interpretazione dei sogni
  • Freud, S., Psicopatologia della vita quotidiana
  • Freud, S., Il disagio della civiltà
  • Lacan, J., Scritti
  • Jung, C.G., Tipi psicologici
  1. Teoria critica contemporanea

Studi postcoloniali:

  • Said, E., Orientalismo
  • Spivak, G.C., Critica della ragione postcoloniale
  • Fanon, F., I dannati della terra

Pensiero femminista:

  • Butler, J., Questione di genere
  • De Beauvoir, S., Il secondo sesso
  • Irigaray, L., Speculum. L'altra donna
  • Braidotti, R., Il postumano

Biopolitica e critica contemporanea:

  • Agamben, G., Homo sacer
  • Esposito, R., Communitas
  • Han, B.-C., La società della stanchezza
  • Žižek, S., In difesa delle cause perse

 Epistemologia e pensiero critico scientifico

  • Popper, K., Logica della scoperta scientifica
  • Kuhn, T., La struttura delle rivoluzioni scientifiche
  • Feyerabend, P., Contro il metodo
  • Bachelard, G., La formazione dello spirito scientifico
  1. Pedagogia del pensiero critico
  • Freire, P., La pedagogia degli oppressi
  • Dewey, J., Come pensiamo
  • Lipman, M., Educare al pensiero
  • Morin, E., La testa ben fatta
  1. Autocritica e riflessività
  • Ricoeur, P., Sé come un altro
  • Taylor, C., Radici dell'io
  • Arendt, H., Vita activa
  • Levinas, E., Totalità e infinito
  1. Studi metodologici e introduttivi
  • Wiggershaus, R., La Scuola di Francoforte. Storia, sviluppo teorico, significato politico
  • Jay, M., L'immaginazione dialettica. Storia della Scuola di Francoforte
  • Bronner, S.E., Critical Theory: A Very Short Introduction
  • Geuss, R., The Idea of a Critical Theory
  • Horkheimer, M. (a cura di), Studi sull'autorità e la famiglia
  1. Autori contemporanei (2000-2025)

Teoria critica e filosofia politica:

  • Mbembe, A., Necropolitica
  • Mbembe, A., Critica della ragione nera
  • Brown, W., Undoing the Demos: Neoliberalism's Stealth Revolution
  • Brown, W., In the Ruins of Neoliberalism
  • Fisher, M., Realismo capitalista
  • Berardi, F. (Bifo), After the Future
  • Stiegler, B., Prendersi cura. Della gioventù e delle generazioni
  • Latour, B., Facing Gaia
  • Haraway, D., Staying with the Trouble
  • Tsing, A., The Mushroom at the End of the World

Nuove prospettive critiche:

  • Hartman, S., Scenes of Subjection
  • Coates, Ta-Nehisi, Between the World and Me
  • Ahmed, S., The Cultural Politics of Emotion
  • Ahmed, S., Living a Feminist Life
  • Puar, J., Terrorist Assemblages
  • Moten, F. & Harney, S., The Undercommons
  • Federici, S., Calibano e la strega
  • Davis, A., Freedom Is a Constant Struggle

Filosofia della tecnologia e critica digitale:

  • Zuboff, S., Il capitalismo della sorveglianza
  • Srnicek, N., Capitalismo digitale
  • O'Neil, C., Weapons of Math Destruction
  • Noble, S.U., Algorithms of Oppression
  • Eubanks, V., Automating Inequality
  • Pasquale, F., The Black Box Society
  • Morozov, E., Internet non salverà il mondo

Ecologia politica e critica ambientale:

  • Morton, T., Hyperobjects
  • Chakrabarty, D., The Climate of History in a Planetary Age
  • Moore, J.W., Capitalism in the Web of Life
  • Malm, A., Fossil Capital
  • Klein, N., Una rivoluzione ci salverà
  • Whyte, K., Indigenous Climate Change Studies

Teoria critica della razza:

  • Wilderson III, F.B., Afropessimism
  • Sharpe, C., In the Wake: On Blackness and Being
  • Taylor, K.-Y., From #BlackLivesMatter to Black Liberation
  • Gilroy, P., Postcolonial Melancholia
  • Wynter, S., On Being Human as Praxis (saggi raccolti)

Studi queer e trans:

  • Preciado, P., Testo junkie
  • Preciado, P., Un appartamento su Urano
  • Halberstam, J., The Queer Art of Failure
  • Muñoz, J.E., Cruising Utopia
  • Bornstein, K., Gender Outlaw

Critica del neoliberalismo:

  • Dardot, P. & Laval, C., La nuova ragione del mondo
  • Streeck, W., Tempo guadagnato
  • Crouch, C., Postdemocrazia
  • Standing, G., Il precariato
  • Graeber, D., Bullshit Jobs
  • Graeber, D. & Wengrow, D., L'alba di tutto

Filosofia continentale contemporanea:

  • Meillassoux, Q., Dopo la finitudine
  • Badiou, A., L'essere e l'evento
  • Rancière, J., Il disaccordo
  • Nancy, J.-L., Essere singolare plurale
  • Stengers, I., Nel tempo delle catastrofi
  • Malabou, C., Che fare del nostro cervello?

Pensiero decoloniale:

  • Mignolo, W., The Darker Side of Western Modernity
  • Quijano, A., Colonialità del potere e classificazione sociale
  • Grosfoguel, R., La descolonización del conocimiento
  • Lugones, M., Toward a Decolonial Feminism
  • Santos, B. de Sousa, Epistemologies of the South

Critica italiana contemporanea:

  • Cacciari, M., Il potere che frena
  • Negri, A. & Hardt, M., Impero, Moltitudine, Comune
  • Virno, P., Grammatica della moltitudine
  • Revelli, M., Populismo 2.0
  • Recalcati, M., L'ora di lezione
  • Benasayag, M., Oltre le passioni tristi

Accelerazionismo e critica post-capitalista:

  • Srnicek, N. & Williams, A., Inventare il futuro
  • Land, N., Fanged Noumena (scritti raccolti)
  • Noys, B., Malign Velocities
  1. Riviste specializzate

Riviste internazionali di teoria critica:

  • Critical Inquiry (University of Chicago Press)
  • New Left Review
  • Telos
  • Constellations: An International Journal of Critical and Democratic Theory
  • Theory, Culture & Society
  • Cultural Studies
  • Social Text
  • Radical Philosophy
  • The New Inquiry
  • Public Culture
  • SubStance
  • boundary 2
  • Differences: A Journal of Feminist Cultural Studies
  • GLQ: A Journal of Lesbian and Gay Studies
  • Transgender Studies Quarterly

Riviste di filosofia critica:

  • Philosophy & Social Criticism
  • Thesis Eleven
  • European Journal of Social Theory
  • Critical Horizons
  • Filosofia Politica (Il Mulino)
  • Metodo. International Studies in Phenomenology and Philosophy
  • Diacritics
  • October

Riviste di teoria politica critica:

  • Theory & Event
  • Contemporary Political Theory
  • Political Theory
  • Perspectives on Politics
  • Jacobin (più divulgativa)
  • n+1
  • The Baffler

Riviste italiane:

  • MicroMega
  • Alfabeta2
  • il Mulino
  • Aut Aut
  • Filosofia Politica
  • Iride
  • Discipline Filosofiche
  • La Società degli Individui
  • Etica & Politica / Ethics & Politics
  • Consecutio Rerum

Riviste su razza, colonialismo, postcoloniale:

  • Interventions: International Journal of Postcolonial Studies
  • Postcolonial Studies
  • Critical Ethnic Studies
  • Comparative Studies of South Asia, Africa and the Middle East
  • Small Axe

Riviste su tecnologia e società:

  • First Monday
  • Television & New Media
  • New Media & Society
  • The Information Society
  • Surveillance & Society

Riviste di studi culturali:

  • Cultural Critique
  • Journal of Cultural Economy
  • International Journal of Cultural Studies
  • Cultural Politics

Open access e piattaforme digitali:

  • ROAR Magazine (roarmag.org)
  • Verso Books Blog
  • e-flux journal
  • Los Angeles Review of Books
  • Aeon
  • The Point Magazine
  • Eurozine
  1. Collane editoriali rilevanti
  • Verso Books (editore di riferimento per teoria critica contemporanea)
  • Semiotext(e) (teoria francese e post-strutturalismo)
  • Duke University Press - collane su teoria critica, studi culturali
  • University of Minnesota Press - Theory Out of Bounds
  • Meltemi (Italia)
  • DeriveApprodi (Italia)
  • Ombre Corte (Italia)
  • Nottetempo (Italia)

Suggerimenti per l'uso:

  1. Per restare aggiornati: segui New Left Review, Critical Inquiry, Radical Philosophy
  2. Per teoria critica applicata: Jacobin, ROAR, The New Inquiry
  3. Per intersezionalità: Social Text, Differences, GLQ
  4. Per critica italiana: MicroMega, Alfabeta2, Aut Aut
  1. Autori radicali

Anarchismo classico e contemporaneo:

  • Bakunin, M., Stato e anarchia
  • Kropotkin, P., Il mutuo appoggio
  • Malatesta, E., L'anarchia
  • Goldman, E., L'anarchismo e altri saggi
  • Bookchin, M., L'ecologia della libertà
  • Bookchin, M., Per una società ecologica
  • Invisible Committee, L'insurrezione che viene
  • Invisible Committee, Ai nostri amici
  • Invisible Committee, Adesso
  • Tiqqun, Contributi per la guerra in corso
  • Tiqqun, Introduzione alla guerra civile

Situazionismo:

  • Debord, G., La società dello spettacolo
  • Vaneigem, R., Trattato del saper vivere ad uso delle giovani generazioni
  • Internazionale Situazionista, Contributi per fare correttamente la rivoluzione

Autonomia operaia e post-operaismo:

  • Tronti, M., Operai e capitale
  • Bologna, S., Ceti medi senza futuro?
  • Berardi, F. (Bifo), Dell'innocenza. Interpretazione del '77
  • Berardi, F. (Bifo), La nefasta utopia di Potere Operaio
  • Lotringer, S. & Marazzi, C. (eds.), Autonomia: Post-Political Politics

Critica radicale dell'economia:

  • Jappe, A., Le avventure della merce
  • Jappe, A., La società autofaga
  • Kurz, R., La fine della politica
  • Gruppo Krisis, Manifesto contro il lavoro
  • Postone, M., Tempo, lavoro e dominio sociale

Primitivismo e critica della civiltà:

  • Zerzan, J., Primitivo futuro
  • Zerzan, J., Running on Emptiness
  • Jensen, D., Endgame (2 volumi)
  • Perlman, F., Against His-Story, Against Leviathan
  • Sahlins, M., L'economia dell'età della pietra

Ecologia radicale e deep ecology:

  • Abbey, E., The Monkey Wrench Gang
  • Naess, A., Ecology, Community and Lifestyle
  • Manes, C., Green Rage
  • Foreman, D., Confessions of an Eco-Warrior
  • Earth First! (vari autori e pubblicazioni)

Insurrezionalismo e azione diretta:

  • Bonanno, A., La gioia armata
  • Bonanno, A., Insuscettibile di ravvedimento
  • Galleani, L., La fine dell'anarchismo?
  • Gelderloos, P., How Nonviolence Protects the State
  • Bey, H., TAZ - Zone Temporaneamente Autonome

Critica antiindustriale:

  • Illich, I., La convivialità
  • Illich, I., Nemesi medica
  • Illich, I., Descolarizzare la società
  • Ellul, J., Il sistema tecnico
  • Ellul, J., La tecnica o la sfida del secolo
  • Gorz, A., Metamorfosi del lavoro
  • Gorz, A., Ecologica
  1. Critici radicali dell'intelligenza artificiale e della tecnologia

Critica della sorveglianza e del capitalismo digitale:

  • Morozov, E., To Save Everything, Click Here
  • Morozov, E., The Net Delusion
  • Galloway, A., Protocol: How Control Exists After Decentralization
  • Galloway, A. & Thacker, E., The Exploit: A Theory of Networks
  • Thacker, E., In the Dust of This Planet (trilogia Horror of Philosophy)
  • Bratton, B., The Stack: On Software and Sovereignty
  • Pasquinelli, M., Animal Spirits: A Bestiary of the Commons
  • Pasquinelli, M., The Eye of the Master: A Social History of Artificial Intelligence

Critica dell'automazione e dell'IA:

  • Bridle, J., New Dark Age: Technology and the End of the Future
  • Crawford, K., Atlas of AI: Power, Politics, and the Planetary Costs of Artificial Intelligence
  • Noble, S.U., Algorithms of Oppression (già citata ma fondamentale)
  • Benjamin, R., Race After Technology
  • Broussard, M., Artificial Unintelligence
  • Amoore, L., Cloud Ethics: Algorithms and the Attributes of Ourselves and Others
  • Parisi, L., Abstract Sex: Philosophy, Bio-Technology and the Mutations of Desire

Critica del lavoro algoritmico:

  • Scholz, T., Uberworked and Underpaid
  • Graham, M. & Woodcock, J., The Gig Economy: A Critical Introduction
  • Gray, M.L. & Suri, S., Ghost Work: How to Stop Silicon Valley from Building a New Global Underclass
  • Cant, C., Riding for Deliveroo
  • Delfanti, A., The Warehouse: Workers and Robots at Amazon
  • Woodcock, J., The Fight Against Platform Capitalism

Filosofia critica della tecnologia:

  • Hui, Y., The Question Concerning Technology in China
  • Hui, Y., Recursivity and Contingency
  • Stiegler, B., La technique et le temps (3 volumi)
  • Simondon, G., Du mode d'existence des objets techniques
  • Feenberg, A., Technosystem: The Social Life of Reason
  • Feenberg, A., Transforming Technology
  • Winner, L., The Whale and the Reactor
  • Mumford, L., Il mito della macchina

Critica dei social media:

  • Lovink, G., Networks Without a Cause
  • Lovink, G., Sad by Design: On Platform Nihilism
  • Dean, J., Blog Theory
  • Terranova, T., Network Culture: Politics for the Information Age
  • Chun, W.H.K., Updating to Remain the Same
  • Seaver, N., Computing Taste (etnografia degli algoritmi)

Accelerazionismo critico e xenofemminismo:

  • Laboria Cuboniks, Xenofeminist Manifesto
  • Hester, H., Xenofeminism
  • Avanessian, A. & Reis, M. (eds.), Accelerate: The Accelerationist Reader
  • Shaviro, S., No Speed Limit: Three Essays on Accelerationism
  • Mackay, R. & Avanessian, A. (eds.), #Accelerate

Luddismo digitale e resistenza tecnologica:

  • Sale, K., Rebels Against the Future: The Luddites
  • Jones, S., Against Technology
  • Piper, K., The Price of Thirst (critica delle soluzioni tech all'acqua)
  • Slade, G., Made to Break: Technology and Obsolescence
  • Dyer-Witheford, N., Kjøsen, A.M. & Steinhoff, J., Inhuman Power: Artificial Intelligence and the Future of Capitalism

Critica delle Big Tech:

  • Zuboff, S., The Age of Surveillance Capitalism (già citata)
  • Vaidhyanathan, S., Antisocial Media: How Facebook Disconnects Us
  • Galloway, S., The Four: The Hidden DNA of Amazon, Apple, Facebook, and Google
  • Taplin, J., Move Fast and Break Things
  • Foer, F., World Without Mind
  • McNamee, R., Zucked: Waking Up to the Facebook Catastrophe

Critica ecologica della tecnologia:

  • Parikka, J., A Geology of Media
  • Parikka, J., The Anthrobscene
  • Gabrys, J., Digital Rubbish: A Natural History of Electronics
  • Hogan, M., Data Flows and Water Woes
  • Maxwell, R. & Miller, T., Greening the Media
  • Carruth, A., Global Appetites: American Power and the Literature of Food

Critica post-umanista e cyborg:

  • Braidotti, R., Il postumano (già citata)
  • Hayles, N.K., How We Became Posthuman
  • Hayles, N.K., Unthought: The Power of the Cognitive Nonconscious
  • Wolfe, C., What is Posthumanism?
  • MacKenzie, A., Machine Learners: Archaeology of a Data Practice

Critica militare e securitaria della tecnologia:

  • Chamayou, G., Teoria del drone
  • Singer, P.W., Wired for War
  • Suchman, L., Human-Machine Reconfigurations
  • Shaw, I.G.R., Predator Empire: Drone Warfare and Full Spectrum Dominance

Critica biopolitica della tecnologia:

  • Preciado, P., Testo junkie (già citato ma centrale)
  • Delfanti, A. & Bronzini, V., Biotecnologie
  • Cooper, M., Life as Surplus
  • Sunder Rajan, K., Biocapital

Autori italiani sulla critica tech:

  • Ippolita (collettivo), Nell'acquario di Facebook
  • Ippolita, La Rete è libera e democratica. FALSO!
  • Formenti, C., Cybersoviet
  • Formenti, C., Utopie letali
  • Quintarelli, S., Capitalismo immateriale
  • Rodotà, S., Il mondo nella rete

Marxismo cibernetico e critica:

  • Dyer-Witheford, N., Cyber-Proletariat
  • Fuchs, C., Digital Labour and Karl Marx
  • Fuchs, C., Social Media: A Critical Introduction
  • Mosco, V., To the Cloud: Big Data in a Turbulent World
  • Andrejevic, M., Automated Media
  1. Riviste e pubblicazioni radicali

Anarchiche e insurrezionaliste:

  • Anarchist Studies
  • Fifth Estate
  • Green Anarchy
  • CrimethInc (pubblicazioni varie)
  • Elephant Editions
  • Willful Disobedience
  • Black Seed

Critica tecnologica radicale:

  • Logic Magazine
  • Real Life Magazine
  • The New Inquiry (già citata, sezione tech)
  • Cyborgology (blog)
  • Platypus Review
  • Mute Magazine
  • Post-Media

Autonome e post-operaiste:

  • UniNomade
  • Commonware
  • Effimera
  • Machina
  1. Critica femminista radicale della tecnologia

Cyberfemminismo e tecnofemminismo:

  • Plant, S., Zeros and Ones: Digital Women and the New Technoculture
  • Wajcman, J., TechnoFeminism
  • Wajcman, J., Pressed for Time: The Acceleration of Life in Digital Capitalism
  • Haraway, D., Manifesto cyborg (saggio, in Simians, Cyborgs, and Women)
  • VNS Matrix (collettivo), Cyberfeminist Manifesto e altri testi
  • Nakamura, L., Digitizing Race: Visual Cultures of the Internet
  • Daniels, J., Race and Racism in Internet Studies

Critica femminista del lavoro digitale:

  • Jarrett, K., Feminism, Labour and Digital Media
  • Duffy, B.E., (Not) Getting Paid to Do What You Love
  • Banet-Weiser, S., Empowered: Popular Feminism and Popular Misogyny
  • Gill, R., Theorizing Cultural Work: Labour, Continuity and Change
  • Fortunati, L., The Arcane of Reproduction: Housework, Prostitution, Labor and Capital

Critica delle piattaforme e dei social media:

  • Fotopoulou, A., Feminist Activism and Digital Networks
  • Leurs, K. & Ponzanesi, S., Connected Migrants
  • Chun, W.H.K., Discriminating Data: Correlation, Neighborhoods, and the New Politics of Recognition
  • D'Ignazio, C. & Klein, L.F., Data Feminism
  • Bivens, R. & Haimson, O.L. (vari saggi su gender e piattaforme)

Corpo, sessualità e tecnologia:

  • Preciado, P., Pornotopia
  • Preciado, P., Manifesto controsessuale
  • Sundén, J., Queer Disconnections
  • Wilding, F., Where is Feminism in Cyberfeminism?
  • Paasonen, S., Carnal Resonance: Affect and Online Pornography

Riproduzione, biotecnologie, maternità:

  • Federici, S., Revolution at Point Zero: Housework, Reproduction, and Feminist Struggle
  • Firestone, S., La dialettica dei sessi
  • O'Brien, M., The Politics of Reproduction
  • Franklin, S., Biological Relatives: IVF, Stem Cells, and the Future of Kinship
  • Cooper, M. & Waldby, C., Clinical Labor: Tissue Donors and Research Subjects
  • Lewis, S., Full Surrogacy Now: Feminism Against Family

Critica ecofemminista della tecnologia:

  • Merchant, C., The Death of Nature: Women, Ecology and the Scientific Revolution
  • Mies, M. & Shiva, V., Ecofeminism
  • Shiva, V., Monocultures of the Mind
  • Shiva, V., Biopiracy: The Plunder of Nature and Knowledge
  • Salleh, A., Ecofeminism as Politics
  • Gaard, G., Critical Ecofeminism

Intersezionalità, razza e tecnologia:

  • Benjamin, R., Race After Technology (già citata, fondamentale)
  • Browne, S., Dark Matters: On the Surveillance of Blackness
  • Chun, W.H.K., Control and Freedom: Power and Paranoia in the Age of Fiber Optics
  • Nakamura, L. & Chow-White, P. (eds.), Race After the Internet
  • McIlwain, C., Black Software: The Internet & Racial Justice

Critica femminista dell'IA e degli algoritmi:

  • Eubanks, V., Automating Inequality (già citata)
  • Hicks, M., Programmed Inequality: How Britain Discarded Women Technologists
  • Adam, A., Artificial Knowing: Gender and the Thinking Machine
  • Schiebinger, L., Has Feminism Changed Science?
  • Costanza-Chock, S., Design Justice: Community-Led Practices

Teoria queer e tecnologia:

  • Muñoz, J.E., Cruising Utopia (già citato)
  • Halberstam, J., Trans: A Quick and Quirky Account of Gender Variability*
  • Keeling, K., Queer Times, Black Futures
  • Cheang, S.L. (artista e teorica), vari progetti e testi
  • Lothian, A., Old Futures: Speculative Fiction and Queer Possibility

Collettivi e autori italiani:

  • Ippolita (collettivo), Tecnologie del dominio
  • Precarias a la Deriva, A la deriva: Por los circuitos de la precariedad femenina
  • Mezzadra, S. & Neilson, B., Border as Method
  • Tari, M. & Vanni, I., On the Life and Deeds of San Precario
  1. Ecocritica, collasso e fine del mondo

Teoria del collasso:

  • Diamond, J., Collasso: Come le società scelgono di morire o vivere
  • Tainter, J., The Collapse of Complex Societies
  • Servigne, P. & Stevens, R., Come tutto può crollare
  • Bendell, J., Deep Adaptation: A Map for Navigating Climate Tragedy
  • Scranton, R., Learning to Die in the Anthropocene
  • Wallace-Wells, D., The Uninhabitable Earth

Antropocene e critica:

  • Chakrabarty, D., The Climate of History in a Planetary Age (già citato)
  • Moore, J.W., Anthropocene or Capitalocene?
  • Bonneuil, C. & Fressoz, J.-B., L'evento Antropocene
  • Haraway, D., Chthulucene: Sopravvivere su un pianeta infetto
  • Tsing, A., The Mushroom at the End of the World (già citata)
  • Yusoff, K., A Billion Black Anthropocenes or None

Estinzione e fine:

  • Colebrook, C., Death of the PostHuman
  • Thacker, E., In the Dust of This Planet (trilogia, già citata)
  • Weisman, A., Il mondo senza di noi
  • Bostrom, N., Existential Risk Prevention as Global Priority
  • Rees, M., Our Final Hour
  • McPherson, G., Going Dark (e vari saggi sull'estinzione)

Ecologia profonda e radicale:

  • Morton, T., Ecology Without Nature
  • Morton, T., Dark Ecology
  • Morton, T., Being Ecological
  • Nixon, R., Slow Violence and the Environmentalism of the Poor
  • Ghosh, A., The Great Derangement: Climate Change and the Unthinkable
  • Purdy, J., After Nature: A Politics for the Anthropocene

Capitalocene e critica ecosocialista:

  • Malm, A., Fossil Capital (già citato)
  • Malm, A., The Progress of This Storm
  • Malm, A., How to Blow Up a Pipeline
  • Foster, J.B., Marx's Ecology
  • Foster, J.B., The Return of Nature
  • Angus, I., Facing the Anthropocene
  • Burkett, P., Marx and Nature

Decrescita:

  • Latouche, S., Breve trattato sulla decrescita serena
  • Latouche, S., Come sopravvivere allo sviluppo
  • D'Alisa, G., Demaria, F. & Kallis, G. (eds.), Decrescita: Vocabolario per una nuova era
  • Kallis, G., Limits: Why Malthus Was Wrong and Why Environmentalists Should Care
  • Hickel, J., Less is More: How Degrowth Will Save the World

Ecologia politica:

  • Escobar, A., Designs for the Pluriverse
  • De la Cadena, M., Earth Beings: Ecologies of Practice Across Andean Worlds
  • Kohn, E., How Forests Think
  • Viveiros de Castro, E., Prospettivismo cosmologico in Amazzonia
  • Descola, P., Oltre natura e cultura
  • Hornborg, A., Nature, Society, and Justice in the Anthropocene

Giustizia climatica:

  • Klein, N., This Changes Everything: Capitalism vs. The Climate
  • Klein, N., On Fire: The (Burning) Case for a Green New Deal
  • Whyte, K., Indigenous Science (Fiction) for the Anthropocene
  • Sultana, F. (vari saggi su giustizia climatica)
  • Schlosberg, D., Climate Justice and Capabilities
  • Nixon, R., Slow Violence (già citato)

Extinction Rebellion e movimenti:

  • Extinction Rebellion, This Is Not a Drill
  • Read, R. & Alexander, S., This Civilisation is Finished
  • Extinction Rebellion, Common Sense for the 21st Century

Deep Green Resistance:

  • Jensen, D., McBay, A. & Keith, L., Deep Green Resistance
  • Jensen, D., A Language Older Than Words
  • Jensen, D., The Culture of Make Believe

Solastalgia e psicologia ambientale:

  • Albrecht, G., Earth Emotions: New Words for a New World
  • Randall, R., Loss and Climate Change
  • Weintrobe, S. (ed.), Engaging with Climate Change: Psychoanalytic and Interdisciplinary Perspectives

Petrolio, energia, limite:

  • Mitchell, T., Carbon Democracy
  • Huber, M., Lifeblood: Oil, Freedom, and the Forces of Capital
  • LeMenager, S., Living Oil: Petroleum Culture in the American Century
  • Podobnik, B., Global Energy Shifts
  • Heinberg, R., The Party's Over: Oil, War and the Fate of Industrial Societies

Biosfera e limiti planetari:

  • Rockström, J. & Klum, M., Big World, Small Planet
  • Steffen, W. et al., Planetary Boundaries (articoli scientifici)
  • Lovelock, J., The Revenge of Gaia
  • Lovelock, J., The Vanishing Face of Gaia

Critica italiana dell'ecologia:

  • Leonardi, E., Lavoro Natura Valore
  • Barca, S., Forze lavoro
  • Armiero, M., Wasteocene
  • Amaturo, E. & Punziano, G., Sostenibilità: Economia, società, ambiente

Multispecies studies:

  • Van Dooren, T., Flight Ways: Life and Loss at the Edge of Extinction
  • Kirksey, E. (ed.), The Multispecies Salon
  • Rose, D.B., Wild Dog Dreaming
  • Despret, V., What Would Animals Say If We Asked the Right Questions?

Estetica della fine:

  • Ghosh, A., Gun Island
  • VanderMeer, J., Annihilation (trilogia Southern Reach)
  • Ligotti, T., The Conspiracy Against the Human Race (filosofia horror)
  • Cixin, L., Il problema dei tre corpi (trilogia)

Critica del solutionismo tecnologico:

  • Hamilton, C., Earthmasters: The Dawn of the Age of Climate Engineering
  • Purdy, J., After Nature (già citato)
  • Buck, H.J., After Geoengineering
  • Bonneuil, C. & Fressoz, J.-B., The Shock of the Anthropocene
  1. Riviste e pubblicazioni ecocritiche e femministe tech

Riviste ecologiche:

  • Environmental Humanities
  • Capitalism Nature Socialism
  • Ecological Economics
  • Journal of Political Ecology
  • Resilience (rivista online)
  • Dark Mountain Project
  • Collapsologie (francese)

Riviste femministe e tecnologia:

  • Ada: A Journal of Gender, New Media, and Technology
  • Feminist Media Studies
  • Women's Studies Quarterly
  • Signs: Journal of Women in Culture and Society
  • Catalyst: Feminism, Theory, Technoscience
  • TSQ: Transgender Studies Quarterly (già citata)

Piattaforme e blog:

  • Feminist Frequency
  • Model View Culture
  • The Reboot (tech e società)
  • Feminist Internet
  1. Critica indigena alla tecnologia e epistemologie native

Fondamenti teorici decoloniali e indigeni:

  • Smith, L.T., Decolonizing Methodologies: Research and Indigenous Peoples
  • Tuhiwai Smith, L., Decolonizing Methodologies (edizione aggiornata 2021)
  • Simpson, L.B., As We Have Always Done: Indigenous Freedom through Radical Resistance
  • Simpson, L.B., Dancing on Our Turtle's Back
  • Coulthard, G.S., Red Skin, White Masks: Rejecting the Colonial Politics of Recognition
  • Alfred, T., Wasáse: Indigenous Pathways of Action and Freedom
  • Alfred, T. & Corntassel, J., Being Indigenous: Resurgences against Contemporary Colonialism

Critica indigena della tecnologia e della scienza:

  • Whyte, K., Indigenous Science (Fiction) for the Anthropocene: Ancestral Dystopias and Fantasies of Climate Change Crises
  • Whyte, K., Our Ancestors' Dystopia Now: Indigenous Conservation and the Anthropocene
  • Whyte, K., Too Late for Indigenous Climate Justice: Ecological and Relational Tipping Points
  • TallBear, K., Native American DNA: Tribal Belonging and the False Promise of Genetic Science
  • TallBear, K., Beyond the Life/Not Life Binary: A Feminist-Indigenous Reading of Cryopreservation
  • Todd, Z., Fish Pluralities: Human-Animal Relations and Sites of Engagement in Paulatuuq
  • Todd, Z., An Indigenous Feminist's Take On The Ontological Turn

Sovranità dei dati e autodeterminazione:

  • Kukutai, T. & Taylor, J. (eds.), Indigenous Data Sovereignty: Toward an Agenda
  • Walter, M. & Andersen, C., Indigenous Statistics: A Quantitative Research Methodology
  • Rainie, S.C. et al., Indigenous Data Sovereignty (vari saggi)
  • Carroll, S.R. et al., The CARE Principles for Indigenous Data Governance
  • Snipp, C.M., What Does Data Sovereignty Imply: What Does It Look Like?

Tecnocolonialismo e estrattivismo digitale:

  • Couldry, N. & Mejias, U., The Costs of Connection: How Data Is Colonizing Human Life
  • Mejias, U. & Couldry, N., Data Colonialism: Rethinking Big Data's Relation to the Contemporary Subject
  • Ricaurte, P., Data Epistemologies, The Coloniality of Power, and Resistance
  • Dunbar-Ortiz, R., An Indigenous Peoples' History of the United States
  • Tuck, E. & Yang, K.W., Decolonization is not a metaphor

Relazioni con la terra e cosmologie native:

  • Kimmerer, R.W., Braiding Sweetgrass: Indigenous Wisdom, Scientific Knowledge, and the Teachings of Plants
  • Simpson, L.R., Land as Pedagogy: Nishnaabeg Intelligence and Rebellious Transformation
  • Watts, V., Indigenous place-thought and agency amongst humans and non humans
  • McGregor, D., Traditional Ecological Knowledge and Sustainable Development
  • Cajete, G., Native Science: Natural Laws of Interdependence

Resistenza tecnologica e movimenti:

  • Estes, N., Our History Is the Future: Standing Rock Versus the Dakota Access Pipeline
  • LaDuke, W., All Our Relations: Native Struggles for Land and Life
  • LaDuke, W., The Militarization of Indian Country
  • Barker, J. (ed.), Critically Sovereign: Indigenous Gender, Sexuality, and Feminist Studies
  • Million, D., Therapeutic Nations: Healing in an Age of Indigenous Human Rights

Critica delle biotecnologie e biopirateria:

  • Shiva, V., Biopiracy: The Plunder of Nature and Knowledge (già citata, ma centrale)
  • Harry, D. & Kanehe, L.M., Asserting Tribal Sovereignty Over Cultural Property
  • Whitt, L., Science, Colonialism, and Indigenous Peoples
  • Mead, A.T.P., Genealogy, Sacredness, and the Commodities Market
  • Indigenous Peoples Council on Biocolonialism (vari documenti)

AI, algoritmi e giustizia:

  • Lewis, J.E. et al., Indigenous Protocol and Artificial Intelligence Position Paper
  • Aboriginal Territories in Cyberspace (AbTeC), vari progetti e ricerche
  • Duarte, M.E., Network Sovereignty: Building the Internet across Indian Country
  • Christen, K., Does Information Really Want to be Free?
  • Anderson, J., Indigenous Knowledge and Intellectual Property Rights

Futurità e speculazione indigena:

  • Dillon, G.L. (ed.), Walking the Clouds: An Anthology of Indigenous Science Fiction
  • Justice, D.H., Why Indigenous Literatures Matter
  • Vizenor, G., Survivance: Narratives of Native Presence
  • King, T., The Inconvenient Indian
  • Treuer, D., The Heartbeat of Wounded Knee: Native America from 1890 to the Present

Critica dell'Antropocene da prospettiva indigena:

  • Whyte, K., Indigenous Climate Change Studies: Indigenizing Futures, Decolonizing the Anthropocene
  • Davis, H. & Todd, Z., On the Importance of a Date, or Decolonizing the Anthropocene
  • Liboiron, M., Pollution Is Colonialism
  • Nixon, R., Slow Violence and the Environmentalism of the Poor (già citato, include prospettive indigene)
  • Yusoff, K., A Billion Black Anthropocenes or None (già citata)

Media indigeni e rappresentazione:

  • Loft, S. & Swanson, K. (eds.), Coded Territories: Tracing Indigenous Pathways in New Media Art
  • Raheja, M.H., Reservation Reelism: Redfacing, Visual Sovereignty, and Representations of Native Americans
  • Gaertner, D., Indigenous in the City: Contemporary Identities and Cultural Innovation
  • Iseke-Barnes, J., Pedagogies for Decolonizing

Epistemologie e metodologie:

  • Wilson, S., Research Is Ceremony: Indigenous Research Methods
  • Kovach, M., Indigenous Methodologies: Characteristics, Conversations, and Contexts
  • Chilisa, B., Indigenous Research Methodologies
  • Louis, R.P., Can You Hear us Now? Voices from the Margin
  • Battiste, M., Decolonizing Education: Nourishing the Learning Spirit

Critica dell'università e dell'accademia:

  • Grande, S., Red Pedagogy: Native American Social and Political Thought
  • Mihesuah, D.A. & Wilson, A.C. (eds.), Indigenizing the Academy
  • Tuhiwai Smith, L. et al. (eds.), Indigenous and Decolonizing Studies in Education
  • Patel, L., Decolonizing Educational Research

Governance tecnologica e autodeterminazione:

  • Settee, P. & Shukla, S. (eds.), Indigenous Food Systems: Concepts, Cases, and Conversations
  • Grey, S. & Patel, R. (eds.), Food Sovereignty as Decolonization
  • First Nations Information Governance Centre (FNIGC), OCAP Principles
  • Te Mana Raraunga (Māori Data Sovereignty Network), vari documenti

Critica delle smart cities e urbanistica:

  • Kornei, K., Traditional Ecological Knowledge Meets Urban Planning
  • Peters, E.J. & Andersen, C. (eds.), Indigenous in the City
  • Bang, M. & Marin, A., Nature-Culture Constructs in Science Learning

Arte, attivismo e hacking indigeno:

  • Cote, M., Day, R.J.F. & de Peuter, G. (eds.), Utopian Pedagogy: Radical Experiments Against Neoliberal Globalization
  • Jojola, T. et al., Indigenous Planning (vari saggi)
  • Lewis, J.E., A Better Dance and Better Prayers: Systems, Structures, and the Future Imaginary in Aboriginal New Media
  • Skawennati, TimeTraveller™ (progetto artistico e teorico)

Sovereignty tech e infrastrutture alternative:

  • Sandvig, C., The Internet as Infrastructure
  • Duarte, M.E., Network Sovereignty (già citato, fondamentale)
  • Landzelius, K. (ed.), Native on the Net: Indigenous and Diasporic Peoples in the Virtual Age

Critica australiana e maori:

  • Moreton-Robinson, A., The White Possessive: Property, Power, and Indigenous Sovereignty
  • Moreton-Robinson, A., Sovereign Subjects: Indigenous Sovereignty Matters
  • Nakata, M., Disciplining the Savages, Savaging the Disciplines
  • Hudson, M. et al., Rights, interests and expectations: Indigenous perspectives on unrestricted access to genomic data

Critica latino-americana:

  • De la Cadena, M., Earth Beings (già citata)
  • Blaser, M., Ontological Conflicts and the Stories of Peoples in Spite of Europe
  • Escobar, A., Designs for the Pluriverse (già citato)
  • Rivera Cusicanqui, S., Ch'ixinakax utxiwa: A Reflection on the Practices and Discourses of Decolonization
  • Santos, B. de Sousa, Epistemologies of the South (già citato)

Climate tech e false soluzioni:

  • Whyte, K., Against Crisis Epistemology
  • Dhillon, J. & Parrish, W., #NoDAPL in Historical Context
  • Marino, E., Adaptation Privilege and Voluntary Buy-outs
  • Cameron, E.S., Securing Indigenous Politics: A Critique of the Vulnerability and Adaptation Approach
  1. Collettivi, organizzazioni e progetti indigeni

Ricerca e advocacy:

  • Indigenous Data Sovereignty Network
  • Te Mana Raraunga (Māori Data Sovereignty)
  • First Nations Information Governance Centre (Canada)
  • National Congress of American Indians - Technology
  • Indigenous Protocol and AI Working Group
  • Aboriginal Territories in Cyberspace (AbTeC)
  • Native Land Digital

Arte e media:

  • imagineNATIVE Film + Media Arts Festival
  • ImagineNative + Institute
  • Fourth World Eye (collettivo di filmmaker)
  • Indigenous Media Arts Group

Attivismo tech:

  • Rising Voices (network globale)
  • Decolonizing the Internet
  • Design Justice Network (con forte componente indigena)
  1. Riviste e pubblicazioni

Riviste accademiche:

  • Decolonization: Indigeneity, Education & Society
  • Settler Colonial Studies
  • AlterNative: An International Journal of Indigenous Peoples
  • American Indian Culture and Research Journal
  • Transmotion (letteratura e cultura indigena)
  • Journal of Indigenous Research
  • International Journal of Critical Indigenous Studies

Pubblicazioni online:

  • Indian Country Today
  • High Country News (sezione Native Affairs)
  • Indigenous Action Media
  • Intercontinental Cry
  1. Testi complementari - afrofuturismo e alleanze

(Spesso in dialogo con prospettive indigene)

  • Womack, Y., Afrofuturism: The World of Black Sci-Fi and Fantasy Culture
  • Dery, M., Black to the Future (saggio seminale)
  • Eshun, K., More Brilliant Than The Sun: Adventures In Sonic Fiction
  • Weheliye, A., Habeas Viscus: Racializing Assemblages, Biopolitics, and Black Feminist Theories
  • Jackson, Z.I., Becoming Human: Matter and Meaning in an Antiblack World

Coalizioni e solidarietà:

  • Simpson, A., Mohawk Interruptus: Political Life Across the Borders of Settler States
  • King, T.L., The Black Shoals: Offshore Formations of Black and Native Studies
  • Byrd, J.A., The Transit of Empire: Indigenous Critiques of Colonialism
  1. Autocritica esistenzialista

Fondamenti dell'esistenzialismo e autocritica

Kierkegaard (il precursore):

  • Kierkegaard, S., Aut-Aut (1843)
  • Kierkegaard, S., Il concetto dell'angoscia (1844)
  • Kierkegaard, S., La malattia mortale (1849)
  • Kierkegaard, S., Timore e tremore (1843)

L'autocritica kierkegaardiana è radicale: l'individuo deve costantemente interrogarsi sulla propria autenticità, smascherare le proprie illusioni, riconoscere la "disperazione" come condizione esistenziale che nascondiamo a noi stessi.

Nietzsche (genealogia e autoesame):

  • Nietzsche, F., Genealogia della morale (1887)
  • Nietzsche, F., Ecce Homo (1888)
  • Nietzsche, F., La gaia scienza (1882)
  • Nietzsche, F., Così parlò Zarathustra (1883-1885)

Nietzsche pratica l'autocritica come "filosofia del martello" – demolire le proprie certezze, smascherare i propri "idoli", riconoscere il ressentiment nascosto dietro i nostri valori morali.

Esistenzialismo francese

Sartre:

  • Sartre, J.-P., L'essere e il nulla (1943)
  • Sartre, J.-P., L'esistenzialismo è un umanismo (1946)
  • Sartre, J.-P., La nausea (1938)
  • Sartre, J.-P., Le parole (1964) [autobiografia autocritica]
  • Sartre, J.-P., Critica della ragion dialettica (1960)

Il concetto di "malafede" (mauvaise foi) è centrale: l'autocritica come smascheramento delle menzogne che raccontiamo a noi stessi per sfuggire alla libertà e alla responsabilità.

Camus:

  • Camus, A., Il mito di Sisifo (1942)
  • Camus, A., L'uomo in rivolta (1951)
  • Camus, A., La caduta (1956) [capolavoro di autocritica esistenziale]
  • Camus, A., Lo straniero (1942)

La caduta è particolarmente rilevante: un monologo di un uomo che si autodenuncia, smascherando la propria ipocrisia morale in un atto di autocritica devastante.

Simone de Beauvoir:

  • De Beauvoir, S., Per una morale dell'ambiguità (1947)
  • De Beauvoir, S., Il secondo sesso (1949)
  • De Beauvoir, S., La terza età (1970)
  • De Beauvoir, S., Memorie di una ragazza perbene (1958)

L'autocritica femminista esistenzialista: come le donne interiorizzano la propria oppressione, come l'autoinganno è strutturale nella condizione femminile.

Merleau-Ponty:

  • Merleau-Ponty, M., Fenomenologia della percezione (1945)
  • Merleau-Ponty, M., Il visibile e l'invisibile (1964)
  • Merleau-Ponty, M., Le avventure della dialettica (1955)

Esistenzialismo tedesco e fenomenologia

Heidegger:

  • Heidegger, M., Essere e tempo (1927)
  • Heidegger, M., Che cos'è la metafisica? (1929)
  • Heidegger, M., Sentieri interrotti (1950)
  • Heidegger, M., Lettera sull'umanismo (1947)

I concetti di "deiezione" (Verfallen), "chiacchiera" (Gerede), "curiosità" (Neugier) come forme di inautenticità da cui l'Esserci deve liberarsi attraverso l'autocritica esistenziale.

Jaspers:

  • Jaspers, K., Filosofia (1932), 3 voll.
  • Jaspers, K., La questione della colpa (1946)
  • Jaspers, K., Psicologia delle visioni del mondo (1919)

Gabriel Marcel:

  • Marcel, G., Essere e avere (1935)
  • Marcel, G., Il mistero dell'essere (1951)

Autocritica psicoanalitica esistenziale

Viktor Frankl:

  • Frankl, V., Uno psicologo nei lager (1946)
  • Frankl, V., La sofferenza di una vita senza senso (1977)

R.D. Laing:

  • Laing, R.D., L'io diviso (1960)
  • Laing, R.D., L'io e gli altri (1961)

Ludwig Binswanger:

  • Binswanger, L., Tre forme di esistenza mancata (1956)

Medard Boss:

  • Boss, M., Psicoanalisi e analitica esistenziale (1957)

Autocritica esistenziale contemporanea

Esistenzialismo italiano:

  • Abbagnano, N., Introduzione all'esistenzialismo (1942)
  • Pareyson, L., Ontologia della libertà (1995)
  • Givone, S., Storia del nulla (1995)
  • Severino, E., La struttura originaria (1958)

Nuovi sviluppi:

  • Solomon, R., Existentialism (2005)
  • Crowell, S. (ed.), The Cambridge Companion to Existentialism, Cambridge University Press, 2012
  • Flynn, T., Existentialism: A Very Short Introduction, Oxford University Press, 2006
  • Webber, J., Rethinking Existentialism, Oxford University Press, 2018

Autocritica e autenticità

Charles Taylor:

  • Taylor, C., Il disagio della modernità (1991)
  • Taylor, C., Radici dell'io (1989)
  • Taylor, C., L'età secolare (2007)

Ferrara:

  • Ferrara, A., Autenticità riflessiva (1998)

Fenomenologia dell'autoinganno

Sartre su malafede:

  • Sartre, J.-P., "La mauvaise foi" (capitolo in L'essere e il nulla)
  • Catalano, J., A Commentary on Jean-Paul Sartre's Being and Nothingness, University of Chicago Press, 1974

Studi contemporanei:

  • Fingarette, H., Self-Deception, University of California Press, 1969
  • De Sousa, R., "Self-Deceptive Emotions" in The Rationality of Emotion, MIT Press, 1987
  • Mele, A., Self-Deception Unmasked, Princeton University Press, 2001

Etica dell'autenticità

  • Guignon, C., On Being Authentic, Routledge, 2004
  • Varga, S. & Guignon, C. (eds.), Authenticity: Multidisciplinary Perspectives, Oxford University Press, 2020
  • Trilling, L., Sincerity and Authenticity, Harvard University Press, 1972

Autocritica nella tradizione fenomenologica

Husserl:

  • Husserl, E., Meditazioni cartesiane (1931)
  • Husserl, E., La crisi delle scienze europee (1936)

Levinas:

  • Levinas, E., Totalità e infinito (1961)
  • Levinas, E., Altrimenti che essere (1974)
  • Levinas, E., Dall'esistenza all'esistente (1947)

L'autocritica come responsabilità infinita verso l'Altro, come messa in questione perpetua del proprio ego.

Ricoeur:

  • Ricoeur, P., Sé come un altro (1990)
  • Ricoeur, P., La metafora viva (1975)
  • Ricoeur, P., Tempo e racconto (1983-1985)
  • Ricoeur, P., Dell'interpretazione (1965)

Nichilismo e autocritica

  • Vattimo, G., La fine della modernità (1985)
  • Vattimo, G., Credere di credere (1996)
  • Severino, E., Essenza del nichilismo (1972)
  • Galimberti, U., Psiche e techne (1999)
  • Cacciari, M., Dell'inizio (1990)

Autocritica esistenziale nella letteratura

Dostoevskij:

  • Dostoevskij, F., Memorie del sottosuolo (1864)
  • Dostoevskij, F., I fratelli Karamazov (1880)
  • Dostoevskij, F., Delitto e castigo (1866)

Kafka:

  • Kafka, F., Il processo (1925)
  • Kafka, F., Il castello (1926)
  • Kafka, F., Diari (1910-1923)

Beckett:

  • Beckett, S., L'innominabile (1953)
  • Beckett, S., Aspettando Godot (1952)

Cioran:

  • Cioran, E., Sommario di decomposizione (1949)
  • Cioran, E., La tentazione di esistere (1956)
  • Cioran, E., Sillogismi dell'amarezza (1952)
  • Cioran, E., L'inconveniente di essere nati (1973)

Studi critici sull'esistenzialismo

  • Wahl, J., Petite histoire de l'existentialisme (1947)
  • Barrett, W., Irrational Man: A Study in Existential Philosophy (1958)
  • Kaufmann, W., Existentialism from Dostoevsky to Sartre (1956)
  • Macquarrie, J., Existentialism, Penguin, 1972
  • Cooper, D., Existentialism: A Reconstruction, Blackwell, 1990

Autocritica esistenziale e politica

  • Arendt, H., La banalità del male (1963)
  • Arendt, H., Tra passato e futuro (1961)
  • Fanon, F., Pelle nera, maschere bianche (1952)
  • Memmi, A., Ritratto del colonizzato (1957)

 


Note 

[1] Cognitive offloading  è la pratica di utilizzare strumenti o risorse esterne per ridurre lo sforzo mentale e migliorare le prestazioni cognitive, come l'uso di calcolatrici o app per prendere appunti. Sebbene possa migliorare l'efficienza e la produttività, può anche portare a una dipendenza da questi strumenti e influire sulla conservazione della memoria.

Pubblicato il 28 gennaio 2026

Carlo Mazzucchelli

Carlo Mazzucchelli / ⛵⛵ Leggo, scrivo, viaggio, dialogo e mi ritengo fortunato nel poterlo fare – Co-fondatore di STULTIFERANAVIS

https://www.stultiferanavis.it/gli-autori/carlo