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Nel mio piccolo difendo l’umano perché questo mi interessa. Sono un umanista, non faccio politica. Un umanista convinto, anche se questa parola sembra quasi essere diventata una parolaccia al giorno d’oggi. Nelle mie opere letterarie parlo dell’essere umano a tutto tondo.

Ci dicono che con la tecnologia le distanze fra le persone si siano ridotte. Adesso sono tutti molto vicini. Sarà forse per questo che ci sono così tanti tamponamenti emotivi per evidente mancanza di rispetto, di empatia, di cura? La globalizzazione è un ordine economico, e come ogni ordine può essere combattuto e corretto. È giunta l’ora di combattere, non per rifiutare completamente la civiltà digitale, ma per trasformarla nella sua natura e ritrovare l’ideale umanista che motivava i primi utopisti alla nascita del digitale.


Vorrei provare a unire i puntini dei temi più comuni proposti dai numerosi viandanti e naviganti di questa nave, la cui piacevolissima compagnia mantiene il viaggio stimolante e meritevole.

Mi sembra che molto di cui si discute a bordo possa essere ricondotto ad una matrice comune: la globalizzazione, questo fenomeno che ha sconvolto il mondo senza che, allora, ce ne rendessimo conto.

La globalizzazione ci fu venduta (ma quante altre cose ci sono state vendute da allora!) come una terra promessa in cui la diffusione accelerata di uno stile di produzione capitalistico basato sul libero mercato in una porzione sempre più ampia di nazioni su questo pianeta avrebbe portato benefici a tutti. Benefici globali, appunto. Mentre a me pare evidente come invece abbia creato una terra desolata. Da cittadino globale e da studioso sono convintissimo che la globalizzazione sia la causa dei moltissimi mali che adesso stiamo affrontando. Mali politici, economici, culturali, sociali. Non c’è un aspetto della vita quotidiana che non sia stato coinvolto da essa. Molto spesso in senso negativo perché, a guardare bene, ciò che la globalizzazione ha creato è una serie infinita di disuguaglianze e ingiustizie. Perché? Semplicissimo, e ora lo spiego. Seppure la globalizzazione abbia molte facce (si veda a tale proposito Roberts, Anthea, and Lamp, Nicolas. Six Faces of Globalization: Who Wins, Who Loses, and Why It Matters. Regno Unito, Harvard University Press, 2021.) in realtà non era (ed è ancora) altro che una forma mascherata di colonialismo, sì!, (che continua ancora oggi sotto forma di colonialismo tecnologico e quello di dati), da parte di certi paesi occidentali che esattamente come fecero nel 1884, durante la famosa conferenza di Berlino, si sentirono in diritto di imporre la loro presunta superiorità, nata dalla sconfitta del comunismo, con la caduta del muro di Berlino. Da Berlino a Berlino: non c’è niente di più facile da ricordare. Quella globalizzazione lì è peraltro clamorosamente fallita perché l’unico “successo” ottenuto è stato quello di aver riattivato una forte identità locale che negli ultimi anni ha ripreso la forma di un nazionalismo preoccupante che, guarda caso, ha portato ai tanti conflitti verificatisi negli ultimi anni. Ma questo succede quando la parola globale è una mistificazione. Quando globale non significava il bene di tutti, ma solo il meglio per pochi. La parola globalizzazione è stata un falso d’autore.

A stringere poi l’obiettivo, seguendo l’evoluzione della globalizzazione, non è poi difficile vedere che i paesi occidentali si riducono ad uno solo: gli Stati Uniti d’America. Al punto che chiedo a chi legge di rispondere a questa domanda: non è che la globalizzazione sia semplicemente un altro nome per processi come imperialismo, colonialismo, sviluppo e americanizzazione? Esaminate le somiglianze e le differenze tra questi processi e giungete alle vostre conclusioni.

Non solo: si può sostenere facilmente che la globalizzazione neoliberale sia l'ultima erede intellettuale della modernizzazione che si contrappone al suo opposto, ovvero il postcolonialismo, figlio del sottosviluppo e della resistenza alla narrazione della modernizzazione. Se la globalizzazione è infatti un movimento che ha permeato il mondo intero con una forma di produzione basata sul capitalismo di libero mercato e sulla conseguente ideologia del consumismo individualista, il postcolonialismo articola piuttosto una politica di resistenza alle disuguaglianze, allo sfruttamento degli esseri umani e dell'ambiente e alla riduzione delle scelte politiche ed etiche che derivano dalla globalizzazione. Se la globalizzazione neoliberale è il tentativo di naturalizzare e depoliticizzare la logica del mercato, o la logica dell'economia, il postcolonialismo è lo sforzo di politicizzare e denaturalizzare tale logica e di dimostrare le scelte e l'azione intrinseche alle nostre vite.

Ci vorrebbe un libro intero per parlare di tutto questo ma non è folle sostenere che la globalizzazione è la causa di tutti i fenomeni che stiamo affrontando oggi: dall’immigrazione ai cambiamenti climatici, a tutto ciò che la deregulation ha causato (overtourism, crisi bancarie ecc.), alla deriva tecnologica (IA compresa) passando per la precarietà esistenziale e i conflitti generazionali. Siamo figli dell’avidità. Punto.

Cronologicamente questa è la sequenza a cui abbiamo assistito: Global (dai primi anni novanta ai primi anni duemila)→ Glocal (dai primi anni duemila a quasi tutti i primi due decenni)→ Grobal (gli ultimi dieci anni più o meno). Quest’ultima è definita da Ritzer come il riflesso delle ambizioni imperialistiche di nazioni, corporazioni, organizzazioni e simili e il loro desiderio, anzi la necessità, di imporsi su varie aree geografiche al solo scopo di ottenere profitti, potere e influenza.

Che è esattamente quello che sta avvenendo oggi, a causa di quei 5 o 6 avidi affaristi a cui è stato dato il potere di fare quello che vogliono. In un articolo precedente denuncio la cosa e ancora oggi grido: CHI ha dato loro questo potere?

In tutto questo il mondo tace. La gente tace, perché deliberatamente sono stati dati loro in dotazione strumenti che li tengono impegnati ventiquattr’ore al giorno, così da non pensare e non rompere le palle. Strumenti la cui natura masturbatoria è lampante.

La grobalizzazione è fondamentalmente la globalizzazione portata al suo eccesso e fondata su quattro principi:

  1. ipercapitalismo, la forza trainante della globalizzazione finanziaria
  2.  ipertecnicizzazione, il massimo grado di universalità tecnica moderna con il digitale che incarna la globalizzazione, chiaro esempio di transustanziazione tecnologica
  3.  iperindividualismo, che materializza la spirale dell'atomo individuale
  4. iperconsumismo, una forma ipertrofica ed esponenziale di edonismo commerciale.

Personalmente credo che dopo questa fase non ce ne possa essere un’altra, se non quella di tornare indietro.

A cosa stiamo assistendo? A una devastazione che elenco non necessariamente in ordine di importanza e di cui parlo perché sono gli argomenti di cui mi occupo di più. In realtà la lista sarebbe molto più lunga e potete completarla voi. Il punto fondamentale è dire che, tristemente, tutto si tiene ovvero tutto è collegato e, a cascata, deriva da un’unica fonte.

  1. Il colonialismo dei dati ovvero l'estensione di un processo globale di estrazione iniziato con il colonialismo e proseguito con il capitalismo industriale, culminando nella nuova forma odierna: anziché risorse naturali e lavoro, ciò che viene ora appropriato è la vita umana, convertita in dati. Il risultato è un degrado della vita, in primo luogo esponendola continuamente al monitoraggio e alla sorveglianza (attraverso i quali vengono estratti i dati) e in secondo luogo rendendola un input diretto per la produzione capitalistica. Il colonialismo dei dati è, in altre parole, un ordine emergente di appropriazione ed estrazione di risorse sociali a scopo di lucro attraverso i dati, praticato tramite le relazioni basate sui dati.
  2. Il cattivo funzionamento dell’informazione, le fake news, l’isterizzazione della conversazione pubblica e il sospetto generalizzato. Il crollo dell’informazione è la prima conseguenza del regime economico scelto dai giganti di Internet. Il mercato dell’attenzione plasma una società fatta di stanchezze, stanchezza informazionale e democratica. Spegne le luci della filosofia a vantaggio dei segnali digitali.
  3. L’esistenza su smartphone e social ovvero una vita per procura la cui chiave di volta è la paura di scomparire senza lo sguardo e i giudizi elettronici degli altri, anche quando questi «altri» sono semplicemente dei profili incrociati per caso nel corso di peregrinazioni elettroniche.
  4. La "foodificazione", ovvero la trasformazione dei centri storici in spazi commerciali dominati dal cibo, in cui il panorama commerciale, le pratiche di vendita e di consumo della città convergono verso funzioni specializzate incentrate prevalentemente sul cibo. Questa trasformazione consolida ed enfatizza altre dinamiche socio-spaziali legate alla "turisticizzazione" e porta all'estremo i più ampi processi di spettacolarizzazione e gentrificazione turistica dei centri storici. In queste aree, infatti, i servizi per i residenti stabili diminuiscono, favorendo lo spopolamento e determinando una crescente segregazione tra quartieri residenziali e zone centrali. Firenze ahimè docet.
  5. Il sovraffollamento turistico che è l'opposto del turismo sostenibile, in cui il turismo crea luoghi più vivibili ed esperienze di visita più piacevoli. Lo sviluppo di servizi di trasporto a basso costo, come i voli economici, può essere considerato il fattore più influente nell'emergere del sovraffollamento turistico. I flussi di capitale in continua evoluzione verso il mercato immobiliare, combinati con il sovraffollamento turistico, rafforzano l'importanza delle attività orientate al consumo nelle aree residenziali e favoriscano la gentrificazione. Guerre urbane proseguono, alimentate da politiche cieche e dedite solo al profitto. Città ormai da consumare invece che da vivere. Dove le disuguaglianze di ogni tipo aumentano e contano solo i titoli economici. La civiltà fa a farsi benedire. Ne valeva la pena? Firenze docet ancora.
  6. Il Google ergo sum che ha sostituito il cogito ergo sum. Uccidendo l’apprendimento, colonizzando le menti dei ragazzi. I quali ora con l’IA sono più abituati a interrogare che a rispondere. E a convivere con immagini che non rappresentano più simbolicamente qualcosa ma che plasmano la mente.

Nel mio piccolo difendo l’umano perché questo mi interessa. Sono un umanista, non faccio politica. Un umanista convinto, anche se questa parola sembra quasi essere diventata una parolaccia al giorno d’oggi. Nelle mie opere letterarie parlo dell’essere umano a tutto tondo.

Ci dicono che con la tecnologia le distanze fra le persone si siano ridotte. Adesso sono tutti molto vicini. Sarà forse per questo che ci sono così tanti tamponamenti emotivi per evidente mancanza di rispetto, di empatia, di cura?

Lo stesso Tim Berners-Lee in una intervista su Vanity Fair aveva affermato che:

“We demonstrated that the Web had failed instead of served humanity, as it was supposed to have done, and failed in many places. The increasing centralization of the Web has ended up producing—with no deliberate action of the people who designed the platform—a large-scale emergent phenomenon which is anti-human.”

E noi cosa stiamo aspettando?

La globalizzazione è un ordine economico, e come ogni ordine può essere combattuto e corretto. È giunta l’ora di combattere, non per rifiutare completamente la civiltà digitale, ma per trasformarla nella sua natura e ritrovare l’ideale umanista che motivava i primi utopisti alla nascita del digitale.

Pubblicato il 16 marzo 2026

Leonardo Lastilla

Leonardo Lastilla / PhD, MA Intercultural Education, Professor of Italian language and literature, Food and Culture, Wine, Travel writing, History. Certified in Teaching Italian as a foreign language. Published author of literary works.

https://leonardolastilla.wordpress.com/