Secondo l’etimo greco, martirio significa testimonianza. Questo rende il martire un testimone, e questa testimonianza richiede e afferma una causa da promuovere e difendere. Per assurdo, l’epoca ideologica da cui siamo usciti, non senza rimpianti, azzerando brutalmente molte delle cause di cui rendersi testimoni, ha cambiato in modo irreversibile anche le forme e il significato della violenza che ogni martirio reca con sé. Di quale causa il martirio di Bakary Sako, avvenuto a Taranto, è testimonianza?
Cosa ci suggeriscono le esplosioni di violenza simili, il cui numero sembra aumentare in modo esponenziale? La prima, doverosa operazione, è astrarsi il più possibile dalla cronaca. Forse, in prima battuta, potremmo dire che la violenza fine a se stessa si è sempre manifestata; che il male può essere scelto, e spesso viene scelto, tanto quanto il bene. Tuttavia, qualcosa di nuovo, vicino ad una vera e propria mutazione antropologica, sta verificandosi.
Stiamo assistendo a un’evoluzione significativa del concetto di violenza, riproposto oggi in una versione che potremmo definire transumanista e forse già pienamente postumana.
Stiamo assistendo, infatti, ad un’evoluzione significativa anche del concetto di violenza, riproposto oggi in una versione che potremmo definire transumanista e forse già pienamente postumana. Il disagio, in particolare giovanile, e le forme che questo assume si propongono oggi, infatti, in versioni inedite e che possiamo definire, per certi aspetti, come l’esito di un processo di civilizzazione particolarmente accentuato e perverso.
Fuori da ogni dietrologia e benaltrismo, infatti, davanti a noi si presenta non tanto e non solo l’esibizione e l’epifania della violenza come prevaricazione fine a se stessa, ma anche l’esasperazione di una rabbia nichilista che, spesso, non appare giustificabile neppure alla luce di uno svantaggio sociale. E’ una violenza che possiamo definire nuova, quella transumanista e contemporanea, che si offre come nichilista, gratuita, senza cause e spesso senza spettatori partecipanti. Una violenza che chiede di essere interpretata, sia sul versante dei perpetratori che su quello delle vittime, con una ermeneutica specifica e con categorie culturali e filosofiche, perché sono quelle forse più adatte a fornire, o tentare di fornire, delle risposte credibili nel tempo. Una violenza che trascende in parte anche le categorie novecentesche cui ci eravamo abituati per definire il peggio: i grandi genocidi contemporanei potrebbero rapidamente essere superati, nel tentativo della definizione del male, da nuovi genocidi come quello in corso a Gaza e dalle nuove espressioni della violenza nel mondo contemporaneo.
Queste espressioni, sicuramente nuove, potrebbero essere definite come una via di mezzo disperata tra la violenza organizzata su grande scala (il terreno ideologico dei genocidi della Storia) e quella normalizzata nella scala medio piccola, nei territori, nei gruppi e nel numero. Una violenza, quest’ultima, non necessariamente organizzata ma spietata e altrettanto scientifica, perché meglio diretta e dunque più complicata da prevenire. Una violenza capace di annientare l’uomo senza copertura ideologica. Una violenza post ideologica, appunto, senza scopo e, proprio per questo, con uno scopo ben preciso.
Ecco perché anche questa riflessione non approfondisce la cosiddetta cronaca, ma interroga l’uomo. L’assenza di cause è anche, probabilmente, l’unica causa contro la quale è difficilissimo lottare, poiché è frutto anch’essa della spersonalizzazione dell’individuo tipica del progetto contemporaneo. Opponendo ai valori la loro assenza si disinnesca la carica rivoluzionaria di qualsiasi sistema etico, foss’anche teso al male.
La testimonianza odierna non ha più la carica eversiva di un tempo: sono cambiati i testimoni e sono cambiati i carnefici, tutti accomunati da un limbo valoriale che conduce dritti all’oblio. Oblio al quale è purtroppo, forse, destinato anche il nome di Bakary Sako. Oblio al quale sono purtroppo forse destinati gli strumenti del suo martirio: troppo ordinari per essere immortalati in un affresco, troppo comuni perché dalla cronaca nera siano promossi a testimonianza.
Al dimenticatoio paiono destinati anche gli sventurati coprotagonisti di questa vicenda: spesso oggi, sulla via del martirio, non capita di incontrare neppure una Veronica o un Cireneo, in grado di restituire attimi di dignità ad un dolore che appare senza fine. Destinato agli archivi televisivi e quindi a sfumare nella cronaca, massima espressione di quel delirio che abbiamo preso a definire come informazione, capace già secondo Derrida di plasmare la realtà dell’uomo medio, appare anche il luogo di questo martirio: Piazza Fontana, per noi tarantini luogo tra i principali della Città Vecchia. Non il Colosseo, dunque, non un Pretorio Romano, ma una piazza, semmai, tra i luoghi simbolo della Città Vecchia di Taranto, un luogo “normale” eppure al contempo rappresentativo di quella Taranto Vecchia che ha subito importanti trasformazioni negli anni. Rispetto a quegli anni, tuttavia, anche l’espressione della violenza, qui come altrove, appare trasformata.
Sarebbe molto utile, oggi, ascoltare l’analisi dell’amico Alessandro Leogrande, profondo conoscitore della realtà tarantina, su questi fenomeni: avrebbe indubbiamente aggiunto una caratterizzazione ampia a quanto accaduto negli ultimi giorni, fornendoci una originale chiave interpretativa in grado di aiutarci a capire meglio la nostra città nel passaggio dalle Male vite del contrabbando alle nuove manifestazioni del disagio. Anche in queste situazioni, d’altronde, sembra essere cambiata significativamente la percezione e l’esercizio, l’espressione stessa della violenza giovanile in contesti difficili. Fornire al capitalismo della sorveglianza, il capitalismo 2.0, cadaveriche finzioni di vita umana è, senza esitazioni, la missione del nuovo sistema. Paradossalmente, fino a quando la vita umana era merce nel sistema capitalistico, questa aveva qualche dignità e perfino qualche potere nei rapporti di forza sociale.
Oggi, nell’epoca del Transumanesimo e della spersonalizzazione, assistiamo invece alla più brutale reificazione della condizione umana, merce oltre la merce, e questo disastro non ha precedenti storici. Tale mutazione antropologica sembra essere un tratto comune alle varie latitudini e non si può fare a meno di constatare come si manifesti in un disagio che ormai è globalizzato, nelle manifestazioni, nei ceti sociali, nei contesti sociogeografici. Un minimo comune denominatore appaiono essere quelli che il Codice Penale categorizza come “futili motivi”, espressione agghiacciante che funge da cornice ad uno sfogo ferino e insensato della violenza e della delittuosità in genere.
E’ interessante osservare brevemente, peraltro, e senza addentrarsi troppo nei tecnicismi del Diritto, che, in effetti, è proprio il Codice Penale a fornirci, con il dispositivo dell’articolo 61, un elemento di riflessione importante: i “motivi futili” sono infatti accompagnati nella definizione dai “motivi abietti”, espressione forse meno conosciuta per il senso comune e attraverso la quale si intende evidenziare l’importanza e il ruolo della malvagità per così dire pura. Si potrebbe riflettere sul fatto che i motivi futili sono per ciò stesso abietti: sia come sia, anche attraverso il Diritto si possono aprire interessanti spiragli da cui guardare i temi sociali. L’aumento numerico dei “futili motivi” sembra, per certi aspetti, la spia di un disagio di ordine nichilista che è stato ampiamente sperimentato ed indotto.
Per assurdo, il solo, folle movente razziale sembra essere preferibile alla complessità di una violenza cieca, brutale e fine a se stessa come quelle che appaiono manifestarsi sempre di più nella vita dell’individuo fluido, decontestualizzato, sradicato e globalizzato contemporaneo. Ecco perché la spiegazione di questi crimini attraverso il canale dello scontro politico e parlamentare contemporaneo, oltrechè inefficace, rischia di essere fuorviante. Se è vero, infatti, che molte forze soffiano sul fuoco della più becera xenofobia e si appoggiano ad un malcelato razzismo, questo elemento, di per sé, non giustifica più in maniera efficace l’esplosione della violenza contemporanea.
E’ evidente che né Taranto né la maggior parte dei teatri di queste violenze somiglino, se non nell’ottica di una grottesca caricatura, all’Alabama degli Anni Cinquanta. C’è, invece e semmai, un’intersezione concettuale pericolosa nell’incontro fra le vite dei tanti Bakary Sako, persi nelle nebbie del bracciantato agricolo, certamente non il giardino dell’Eden, e i turbamenti giovanili che si riversano sulle strade. Molte delle manifestazioni contemporanee della violenza appaiono caratterizzate dall’assenza di qualsiasi presupposto “culturale”: sembrano essere manifestazioni, ormai, infastidite da ogni tentativo di spiegazione che le incaselli nel dominio delle categorie che possono essere governate.
Oggi appare fondato interrogarsi su quella che, anche in ambito giuridico e criminale, sembra profilarsi come una mutazione culturale e filosofica di grande importanza: il capovolgimento, cioè, di un sistema di valori che non si configura affatto, come per tanto tempo la narrazione corrente ci ha proposto, come assenza di valori. Tutt’altro, si staglia all’orizzonte forse l’unico (dis)valore nella Storia che sta dimostrando plasticità e capacità di inglobare ogni forma possibile di valore negativo e disvalore senza, di fatto, consentire mai una risposta facile e univoca: il nichilismo, che, abbandonata la veste di valore negativo comprimario (scarsamente capace sinora, cioè, di incidere sulla realtà sociale in modo significativo) si presenta ormai come valore in grado di aggregare vuoti e consensi, masse, piccoli gruppi e singoli individui, con la capacità di produrre effetti devastanti in ogni veste e in ogni contesto. Nelle fattispecie delittuose, come quella ultimamente vista a Taranto, questo si traduce in gesti e delitti che nessuna giustificazione appaiono conoscere se non quella, appunto, dei “futili motivi”. E quale assenza di senso maggiore di questa è possibile?
L’esposizione al nichilismo e alla violenza che ci accompagna, in varie forme, è, con ogni probabilità, il vero dramma che abbiamo di fronte.
L’esposizione al nichilismo e alla violenza che lo accompagna, in varie forme, è, con ogni probabilità, il vero dramma che abbiamo di fronte. Una sfida compiutamente transumanista e postumana. Questo nichilismo ha perduto, paradossalmente, ogni connotazione di senso e nulla sembra sopravvivere della sua tradizione filosofica. Ciò che resta oggi è un nichilismo socializzato frutto di spinte scientifiche e condizionamenti pluriennali, riconducibili alle istanze del Transumanesimo.
Questa bussola del disorientamento sta imponendosi nella società, e soprattutto tra i giovani, con dinamiche inedite o quasi: in primis, una agghiacciante trasversalità rispetto alle classi sociali, che non lascia grandi nascondigli, se non provvede soprattutto la famiglia a spezzare questo circolo. Non potendo, e quel che è peggio spesso soprattutto non volendo, fare della propria vita un capolavoro, l’individuo ripiega nell’esaltazione dell’estetica del brutto, un cono d’ombra all’interno del quale ogni azione è ispirata, spesso inconsapevolmente, dal male e dalla miseria, una miseria quasi sempre morale e talvolta materiale. Una contromisura certamente indispensabile per affrontare questa profonda involuzione è rappresentata dall’estetica del bello: soprattutto facendo in modo che i giovani vengano esposti all’esperienza della bellezza.
Da questo punto di vista, una delle missioni principali della scuola deve essere appunto la promozione del bello, in ogni sua forma. A poco vale appellarsi genericamente alle agenzie educative se dietro a questo nome (marketing?) si celano realtà che non si ha neppure più il coraggio di chiamare con il loro nome: famiglia, appunto, o scuola, solo per citare due tra i baluardi più preziosi in questa lotta contro un nichilismo invasivo e terrificante.
Del resto, la scuola può lavorare e spesso lavora solo di rincorsa rispetto al lavoro fatto (o non fatto) dalla famiglia, e attraverso un meccanismo raffinatissimo, la società, che ha guadagnato centralità rispetto ad ogni altra istanza educativa, sta scientificamente imponendo ritmo e direzione, spazzando via ogni tentativo di rallentamento e di riflessione. E’ forse questa la cifra drammatica del disagio contemporaneo. Oggi sembra esservi l’urgenza, dunque, di spostare la battaglia dal piano della rassegnata accettazione dei “futili motivi” alla costruzione di contesti in cui perfino l’errore torni a guadagnare quella dimensione all’interno della quale può essere prevenuto e corretto, dimensione che appare oggi decisamente minacciata e parzialmente neutralizzata. D
ella folle condotta di Alex di Arancia Meccanica, oggi, sembra essere sopravvissuto nei suoi epigoni e nelle soldataglie di Drughi che sciamano nel brutto contemporaneo, solamente l’aspetto criminale e grottesco, senza alcuna implicazione, anche indiretta, in termini di lotta contro qualsivoglia potere o istituzione. Nell’epoca che Baudrillard definiva postideologica e che dovremmo avere il coraggio di chiamare Transumanista, appare restare spesso solo un cieco esercizio della follia, che non fa neppure più finta di avere bersagli, mentre cerchiamo di assegnargliene per cercare spiegazioni più o meno razionali a ciò che succede.
Resta ora la più importante, la più antica e la più nuova delle battaglie: quella fra il Bene e il Male, scelti liberamente e perciò difficili da spiegare. In questa parziale assenza di spiegazioni, resta in campo la sfida di essere e restare davvero esseri umani oggi.