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Abstract

Negli ultimi decenni abbiamo imparato a diffidare di tutto: media, istituzioni, élite. Ma raramente ci fermiamo a osservare come si costruisce questa diffidenza. Già nel 1922, Walter Lippmann spiegava che non reagiamo alla realtà, ma alle immagini che ne costruiamo.

Più tardi, Michel Foucault mostrava che il potere più efficace non impone: normalizza. Oggi, con Shoshana Zuboff, vediamo come informazione, dati e previsione stiano convergendo. Il punto non è immaginare regie occulte. È capire una dinamica più sottile: In un sistema saturo di informazioni, non "vince" ciò che è più importante. Vince ciò che è più visibile, più emotivo, più ripetuto.

E quando tutto diventa urgente, diventa sempre più difficile distinguere ciò che è davvero rilevante. Non è uno scontro tra libertà e controllo. È uno scontro tra “complessità” e “governabilità”. La domanda non è se il sistema stia cambiando. È già cambiato. La questione urgente è:

Chi definisce i parametri entro cui funzionerà?

Nel 1922, il filosofo politico e giornalista Walter Lippmann pubblicò Public Opinion, un’opera destinata a ridefinire il rapporto tra realtà e percezione. La sua tesi era tanto semplice quanto destabilizzante:

“Gli individui non reagiscono direttamente al mondo reale, ma a immagini semplificate di esso costruite attraverso mediazioni simboliche”.

Un secolo dopo, questa intuizione non solo resiste, ma ha acquisito una potenza sistemica che Lippmann difficilmente avrebbe potuto immaginare. Negli anni ‘70, il filosofo Michel Foucault, in opere come Sorvegliare e punire (1975), spostò il focus dell’analisi:

Il potere non opera soltanto attraverso la repressione visibile, ma anche attraverso dispositivi diffusi di sorveglianza, normalizzazione e produzione del consenso.

Non è necessario imporre con la forza ciò che può essere interiorizzato come norma. Il controllo, parafrasando Foucault:

È tanto più efficace quanto meno appare come tale.

A distanza di pochi anni, il filosofo politico Noam Chomsky e l’economista Edward S. Herman hanno elaborato, in Manufacturing Consent: The Political Economy of the Mass Media (1988), un modello sistematico del funzionamento dei media nelle democrazie, non più considerati come strumenti neutrali di informazione, ma come strutture inserite in un ecosistema economico e politico che filtra, seleziona e gerarchizza le notizie. Secondo la loro analisi, non si trattava necessariamente di una “cospirazione centralizzata”, ma di un sistema di incentivi e vincoli che produce risultati coerenti senza bisogno di un coordinamento esplicito.

Queste linee teoriche trovano una risonanza contemporanea nelle riflessioni della filosofa e sociologa Shoshana Zuboff, che nel suo The Age of Surveillance Capitalism (2019) descrive l’emergere di un modello economico basato sull’estrazione e sulla previsione dei comportamenti umani tramite i dati digitali. In questo contesto, informazione, previsione e influenza tendono a convergere, ridefinendo i confini tra libertà individuale e architetture invisibili di controllo. È all’interno di questa tradizione di pensiero che si inseriscono oggi considerazioni come quella presentata in questo articolo, secondo cui l'intensificazione mediatica di scandali, crisi e tensioni geopolitiche non sarebbe un fenomeno contingente, ma parte di una più ampia dinamica di trasformazione sistemica (un “RESET”, inteso come riorganizzazione degli equilibri globali).

Tra le interpretazioni disponibili, la mia sostiene che la proliferazione di scandali legati alle élite, l’instabilità economica, la crisi di fiducia nelle istituzioni e l'emergere di nuove tecnologie di controllo (dall'identità digitale alle valute programmabili) non siano elementi isolati, ma fasi di un processo sequenziale finalizzato a ridefinire l'ordine sociale globale. In base a questa prospettiva, l’esposizione mediatica degli "scandali" delle élite non avrebbe una funzione puramente informativa, ma preparatoria: generare una domanda collettiva di ordine, sicurezza e ristrutturazione. Tuttavia, una simile interpretazione, pur intercettando ansie reali e dinamiche documentate, solleva interrogativi cruciali.

Partiamo dai dati per evitare l’effetto “teorico della cospirazione”. L'Edelman Trust Barometer (il più ampio studio annuale sulla fiducia istituzionale, condotto su oltre 32.000 persone in 28 Paesi) registra da anni una tendenza inequivocabile. I media “mainstream” (dominanti, diffusi e con un certo livello di accettazione da parte del grande pubblico) rimangono l'istituzione meno fidata a livello globale, con una sfiducia attiva in 15 dei 28 paesi analizzati, inclusi Stati Uniti (39%), Giappone (33%) e Regno Unito (31%). Questa erosione non è un dato neutro. È il terreno su cui si costruisce qualcosa. La mia tesi, e la dichiaro apertamente, senza le cautele che spesso servono solo a non essere contraddetti, è che stiamo assistendo a un processo sequenziale in tre fasi: erosione, domanda, risposta. Non necessariamente pianificato da un unico centro, ma coerente nei suoi effetti, al punto da suggerire una direzionalità.

PRIMA FASE: L'EROSIONE SISTEMATICA DELLA FIDUCIA

La proliferazione di scandali che coinvolgono le élite (politiche, finanziarie, mediatiche) non è un'anomalia del ciclo informativo. È il contenuto perfetto per un sistema che premia ciò che genera indignazione. Il punto non è se gli scandali siano reali, al di là di ogni ragionevole dubbio: lo sono. Il punto è cosa produce la loro amplificazione continua e sistematica: non informazione, ma saturazione psicologica ed emotiva. Non comprensione, ma la sensazione che tutto sia “corrotto” e che nessuno possa più essere creduto. Quando la fiducia collassa fino a raggiungere il punto critico, emerge una domanda prevedibile.

Non: Chi ha sbagliato?

Ma: Chi può riportare l’ordine nel caos?

SECONDA FASE: LA COSTRUZIONE DELL’INFRASTRUTTURA

È qui che entra in gioco la parte più concreta e più trascurata dal dibattito pubblico. Mentre la fiducia nelle istituzioni crolla, si è costruita in parallelo un'infrastruttura alternativa di gestione della realtà. Non per imposizione, per opportunità. Ad esempio, le valute digitali delle banche centrali. Centotrentasette paesi, che rappresentano il 98% del PIL mondiale, stanno esplorando l’adozione di una valuta digitale di Stato. Nel maggio 2020 erano solo 35. La velocità di questo processo è inversamente proporzionale al dibattito pubblico che ha generato. Il denaro “programmabile e tracciabile” permetterebbe di imporre restrizioni sui consumi, stabilire scadenze per l'uso dei fondi, modulare tassi di interesse su base individuale o, eventualmente, all'allineamento del soggetto con politiche pubbliche. Non è fantascienza, è architettura. E come ogni architettura, non è neutrale: definisce cosa è possibile fare e cosa no, senza bisogno di proibire esplicitamente nulla. L’identità digitale segue la stessa logica. Introdotta come strumento di semplificazione e “sicurezza” (meno burocrazia, meno frodi, più efficienza) diventa progressivamente il prerequisito per accedere a servizi, prestazioni e spazi pubblici. Non ti viene imposta, viene resa inevitabile.

TERZA FASE: LA RISPOSTA DIVENTA STANDARD

Questo è il punto in cui la sequenza si chiude. Quando la fiducia nelle istituzioni è sufficientemente bassa, e quando le nuove infrastrutture sono sufficientemente mature, la transizione non avviene per rivoluzione. Avviene per "debolezza" dei singoli individui. Le persone non scelgono il nuovo sistema perché lo vogliono. Lo accettano perché il vecchio è irrecuperabile e quello nuovo promette “ordine e sicurezza”. Foucault aveva identificato questo meccanismo con precisione, parafrasando il suo pensiero:

Il potere più efficace non è quello che si impone, ma quello che si interiorizza come norma.

La sequenza che ho descritto aggiunge un ulteriore livello di analisi:

Il consenso al nuovo ordine non viene semplicemente fabbricato. Viene proposto come l'unica alternativa possibile al caos.

La sequenza descritta (erosione, domanda, risposta) non va intesa come un processo lineare, inevitabile o universalmente valido. È un modello interpretativo, non una sequenza necessaria. Per evitare semplificazioni, è necessario fare una precisazione e distinguere tre livelli di analisi spesso fraintesi.

Correlazione: la coesistenza di fenomeni (crisi di fiducia, sviluppo tecnologico, intensificazione mediatica) non implica di per sé un rapporto causale diretto.

Direzionalità: l’osservazione di una tendenza (ad esempio verso maggiore strutturazione o controllo) non implica che tale direzione sia irreversibile o univoca.

Intenzionalità: la coerenza degli esiti non costituisce prova inconfutabile dell’esistenza di un disegno coordinato o di una regia centrale.

In tal senso, i sistemi complessi possono produrre configurazioni stabili e coerenti anche in assenza di un coordinamento esplicito, attraverso l’interazione di attori che rispondono a incentivi locali. In questo senso, il modello a tre fasi non descrive un destino inevitabile, ma piuttosto una possibilità ricorrente: una chiave di lettura utile a orientare l’analisi, non a chiuderla.

Fin qui, l'analisi. Quello che segue è la domanda che questa analisi non può eludere. Riconoscere una sequenza coerente non significa dimostrare un'intenzione. È esattamente ciò che Chomsky e Herman avevano dimostrato per i media. Esite una differenza tra il riconoscere una tendenza strutturale e il concludere che quella tendenza sia inarrestabile. La risposta non è il “sospetto permanente”. È qualcosa di più difficile: osservare la realtà in una visione multiprospettica. Ad esempio, potremmo domandarci: chi progetta le valute digitali, con quali parametri, con quale supervisione democratica; oppure, chi definisce i criteri dell’identità digitale, chi vi ha accesso e in quali condizioni. È opportuno concentrarsi non solo sulle narrative suggestive, ma anche sui dettagli tecnici. Perché è lì, nei codici e nella regolamentazione degli strumenti, che si decide quanto spazio sarà riservato alla libertà individuale. Veniamo alla domanda cruciale:

Fino a che punto è legittimo interpretare le logiche del sistema mediatico globale come un processo coerente?

Dove termina l’analisi critica delle strutture di potere e dove inizia una narrazione che rischia di semplificare eccessivamente fenomeni eterogenei?

Questo articolo non intende liquidare tali interrogativi né aderirvi acriticamente. Si propone di fare ciò che il dibattito pubblico raramente consente: ricostruire le condizioni teoriche che rendono plausibili certe interpretazioni e poi sottoporle a una verifica. Comprendere il nostro tempo, infatti, non significa scegliere tra “fiducia cieca” e “sospetto assoluto”, ma abitare consapevolmente quello spazio intermedio, complesso e necessario, in cui l’analisi sostituisce la reazione e la conoscenza prende il posto dell’ansia e della paura. Il punto da cui partire, non è la sfiducia. È una constatazione più scomoda:

Non vediamo mai la realtà così com'è nella sua essenza

Quando Walter Lippmann scriveva che gli individui reagiscono alle “immagini nella loro testa” più che alla realtà, non stava accusando nessuno. Stava descrivendo un limite umano. Il mondo è troppo vasto, complesso e veloce per poterlo afferrare. Quindi, cosa possiamo fare? Selezioniamo, semplifichiamo e ci affidiamo. Ai media affidiamo il compito di costruire una realtà che possiamo “sopportare”. Ma ogni selezione è anche una rinuncia, ogni titolo è una scelta e un posizionamento. Ogni configurazione di senso, affidata a terzi è, inevitabilmente, anche una distrazione da qualcos'altro. Non è necessario immaginare una regia occulta dei “Padroni del denaro” per capire questo semplice meccanismo.

È sufficiente osservare come funziona l'attenzione. In un sistema informativo saturo, non “vince” ciò che è più autorevole, vince ciò che è più visibile, più emotivo e si ripete all’infinito. È qui che la riflessione si fa più delicata. Non siamo più nel territorio della censura, ma in quello delle priorità. Non ti viene detto “cosa pensare”, ogni giorno ti viene detto semplicemente “a cosa pensare”. Il potere più efficace non è quello che impone, è quello che orienta senza dichiararsi. Michel Foucault l’aveva descritto chiaramente: il controllo moderno non passa principalmente dalla forza, ma dalla normalizzazione. Non ti costringe, ma ti abitua, ti educa e ti rende prevedibile.

Oggi questa dinamica è diventata ancora più sottile. Non è necessario sorvegliare esplicitamente ogni individuo, è sufficiente creare ambienti, anche digitali, in cui determinati comportamenti diventino spontanei, naturali e inevitabili. Ed è qui che entra in gioco un cambiamento decisivo. Non siamo più solo spettatori dell’informazione, siamo parte del sistema che la amplifica. Ogni condivisione, commento o reazione contribuisce a determinare cosa emergerà e cosa sarà considerato marginale. Il confine tra chi produce informazione e chi la consuma si è dissolto. E quando ciò accade, il controllo non ha più bisogno di essere centralizzato, perché è distribuito.

Nel mondo contemporaneo, l'informazione non è solo potere, è anche mercato. Shoshana Zuboff descrive questo passaggio in modo netto: i dati comportamentali non servono più solo a comprendere la realtà, ma anche a prevedere e influenzare le azioni future. Ma prima ancora dei dati, c'è una risorsa ancora più importante: la tua attenzione. L'attenzione, per sua natura, è una risorsa limitata. Ed è proprio per questo motivo che è diventata il “campo di battaglia” principale dei media. In questo contesto, gli scandali non sono un’anomalia, ma i contenuti “perfetti”. Generano indignazione, creano coinvolgimento emotivo e mantengono alta la soglia dell’attenzione. E, soprattutto, non richiedono nessuna forma di complessità per essere interpretati. Il risultato è qualcosa di strutturale e, per certi versi, inquietante:

Un sistema che tende a premiare ciò che "attiva", non ciò che spiega.

Quando questo meccanismo si protrae nel tempo, produce un effetto cumulativo. Non si tratta solo di informazione, è “erosione”: della fiducia, della stabilità psicologica ed emotiva degli individui. Disgregazione della capacità di distinguere ciò che è rilevante da ciò che è urgente. A un certo punto, il problema non è più lo scandalo in sé. È piuttosto la sensazione che tutto sia “corrotto”. E quando tutto è immorale, nulla è più realmente comprensibile. È in questo spazio che emerge una dinamica fondamentale della storia politica, economica e sociale:

Quando l'incertezza aumenta, cresce il desiderio di ordine.

Non perché le persone siano necessariamente ingenue. Ma perché l'instabilità prolungata è insostenibile. E allora la domanda cambia.

Non è più: Cosa sta succedendo?

Ma diventa: Chi è in grado di riportare l’ordine?

Questo è il punto più critico dell'intero discorso. Non è necessario immaginare un piano coordinato, globale e perfettamente orchestrato per riconoscere una tendenza di fondo. Ed è proprio questa la “zona grigia” che genera le interpretazioni più radicali. Quando i media amplificano costantemente crisi e scandali, la fiducia nelle istituzioni diminuisce, mentre le tecnologie aumentano, simultaneamente, la loro capacità di monitoraggio e gestione. In questo momento, è lecito porsi una questione:

Si tratta di una semplice convergenza di fattori o di una trasformazione più profonda del rapporto tra individuo e sistema?

Questa domanda non ha un’unica risposta, ma ignorarla sarebbe un errore fatale per il nostro futuro. In ogni trasformazione storica, c'è un momento in cui gli strumenti smettono di essere neutrali. Non perché cambino natura, ma perché cambia il loro ruolo. Per molto tempo la tecnologia è stata descritta come un’estensione delle capacità umane: maggiore velocità, maggiore efficienza, accesso immediato alla conoscenza. Ma a un certo punto, quasi senza accorgercene, la direzione si inverte. Non siamo più solo noi a usare gli strumenti, sono gli strumenti a iniziare a strutturare il campo delle nostre possibilità. Sono loro a definire ciò che è facile, ciò che è difficile, ciò che è visibile e ciò che viene marginalizzato. E quando qualcosa diventa sistematicamente più facile, nel tempo diventa anche più probabile. È esattamente così che si “governa senza imporre”.

Non serve proibire un comportamento, basta renderne un altro più conveniente.

L'idea che certe decisioni possano essere ottimizzate da sistemi tecnologici non è nuova. Quello che è cambiato è il contesto. Oggi abbiamo identità digitali sempre più integrate, sistemi di pagamento tracciabili in tempo reale e algoritmi in grado di prevedere i nostri comportamenti in qualità di consumatori. Presi singolarmente, sono strumenti. Insieme, iniziano a somigliare a qualcosa di diverso: una infrastruttura. Ogni infrastruttura, per definizione, non è neutrale, ma è il terreno su cui si muove tutto il contesto. Non c'è bisogno di evocare scenari estremi, basta osservare una dinamica semplice:

Quando una tecnologia promette sicurezza, efficienza e semplificazione, la sua adozione non avviene per imposizione, ma per utilità.

Così, poco alla volta, ciò che era una possibilità diventa uno vero e proprio “standard”. Ciò che non rientra nello standard inizia a diventare un problema. Non perché sia vietato, ma perché è al di fuori dell’architettura del sistema. È in questo passaggio che emerge la vera tensione. Non si tratta di uno scontro tra “libertà” e “controllo”. Si tratta di uno scontro tra “complessità” e “governabilità”. La narrativa è sempre identica:

Un mondo complesso è difficile da gestire, è imprevedibile e inefficiente.

Un mondo “governabile” è più stabile. Ma anche più strutturato, più tracciabile e prevedibile. La domanda, quindi, non è se queste tecnologie verranno utilizzate, sono già una realtà del nostro quotidiano, la domanda è:

Chi stabilisce i parametri entro cui funzionano le tecnologie?

Ogni epoca costruisce la propria narrazione, la nostra ha una forma facilmente riconoscibile. Partendo dal disordine, dalla corruzione e dall'inefficienza, propone una soluzione semplice e inevitabile: più trasparenza, più tecnologia e meno errore umano. Si tratta di una promessa forte perché parte da presupposti ed esigenze reali. Ridurre l’arbitrio umano può ridurre, almeno potenzialmente, i possibili abusi di potere. L’automazione può eliminare inefficienze reali, mentre la tracciabilità può aumentare la sicurezza. Il problema non è la promessa in sé, ma piuttosto la sua dimensione totalizzante. Quando una soluzione viene presentata come risposta a tutto, smette di essere una semplice soluzione. Diventa un paradigma o, peggio, un dogma. I paradigmi non si limitano a risolvere i problemi, ridefiniscono ciò che è considerato un problema.

C'è, infine, un passaggio sottile, ma decisivo che deve essere considerato. All'inizio, la tecnologia serve a “proteggerti” dagli abusi del sistema. Poi, gradualmente, serve a proteggere il sistema stesso dalle deviazioni. A quel punto, la direzione è  cambiata. Non perché qualcuno lo abbia imposto apertamente, ma perché il sistema, per funzionare, ha bisogno di coerenza. E quando la coerenza viene spinta all’estremo, il risultato è sempre lo stesso: si riduce lo spazio dell'imprevisto e della discrezionalità. Arrivati a questo punto, il rischio è doppio. Da una parte, c'è chi vede ovunque un disegno intenzionale, perfetto e inevitabile. Dall’altra parte, c'è chi rifiuta qualsiasi lettura critica, rifugiandosi nell'idea che tutto sia semplicemente il risultato del caso. Entrambe le posizioni hanno qualcosa in comune: la semplificazione. La realtà è infinitamente più scomoda. Non serve un piano segreto e intenzionale per produrre sistemi che limitano. E non bisogna essere ingenui per riconoscere che quei sistemi possano anche funzionare. Il punto non è scegliere tra fiducia e sospetto, piuttosto bisogna smettere di delegare il proprio “sentire” in qualità di esseri umani.

Questo articolo non è una dichiarazione di coraggio, è una posizione intellettuale e filosofica. Vuole rappresentare un rifiuto aperto a due facili scorciatoie: credere che tutto sia sotto controllo o credere che nulla lo sia. Significa restare in quella zona complessa in cui le cose non sono mai completamente nette, ma proprio per questo vanno studiate e comprese. Perché:

Il controllo più efficace non è quello che ti opprime, ma quello che non percepisci. La libertà più fragile non è quella che ti viene tolta, ma quella che smetti di esercitare.

Non si tratta di opporsi alla tecnologia o di rifiutare il cambiamento, ma di fare qualcosa di molto più scomodo: continuare a porsi delle domande, anche quando le risposte sono già pronte. E se c'è una cosa che un sistema non può permettersi, è qualcuno che, senza urlare, senza cedere, senza semplificare, continua a osservarlo senza abbassare lo sguardo affermando chiaramente:

IO, NON HO PAURA!


BIBLIOGRAFIA

Chomsky, N., & Herman, E. S. (1988). Manufacturing consent: The political economy of the mass media. Pantheon Books.

Edelman Trust Institute. (2025). 2025 Edelman Trust Barometer: Trust and the crisis of grievance  [Report]. Edelman. 

Foucault, M. (1975). Surveiller et punir: Naissance de la prison. Gallimard. (trad. it. Sorvegliare e punire, Einaudi)

Lippmann, W. (1922). Public opinion. Harcourt, Brace and Company.

Zuboff, S. (2019). The age of surveillance capitalism: The fight for a human future at the new frontier of power. PublicAffairs.

StultiferaBiblio

Pubblicato il 20 maggio 2026

Federico Fino

Federico Fino / Associate Professor of Economics | Philosophy of Mind & AI | Creator of KYRÂ (AI Framework)

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