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Viaggi, miraggi e leggende. In viaggio sulla Via della Seta Uzbeka: Khiva, Bukhara, Samarcanda, Tashken. Tra una città e l’altra quasi sessanta chilometri a piedi tra le montagne del piccolo e del grande Chingam, intorno al lago Aydarkul e sui monti Nuratau (Nurata).

Un viaggio di gruppo. Un gruppo piccolo, ma subito affiatato, anche per le molte affinità valoriali e le filosofie del viaggiare condivise.

I “miraggi” sono stati elargiti da Viaggi & Miraggi, una agenzia di viaggi che fa del viaggiare responsabilmente un modello di turismo, oggi sempre più necessario per rispondere agli effetti negativi su ambiente, cultura, economia e società generati da un turismo di massa diventato “turistificio”, consumistico, omologato e sempre più distruttivo.  

Le leggende sono state elargite dalla mente raffinata della guida Tatara Said Jumanov, che ci ha immerso dentro le storie e la Storia di una civiltà, che ricorda all’Occidente quanto sia effimera la sua pretesa di essere ancora punto di riferimento in un mondo globalizzato in rapida e irreversibile trasformazione.

Le vie della Seta moderne non passano più solo da Samarcanda, entrano ed escono dallo stretto di Hormuz incuranti del blocco americano, attraversano l’Africa e discendono le Ande, mentre l’Occidente non ha più il coraggio di un Marco Polo o l’intelligenza, la grandezza, la visione e la curiosità, anche intellettuale, di un Alessandro Magno. L’intero viaggio poi è stato l’occasione di altre storie, tutte originate dal vissuto e dalle esperienze personali di compagni di viaggio poco interessati alle narrazioni (storytelling) edulcorate della realtà, molto di moda oggi, e più sensibili allo scambio, alla conoscenza e all’esperienza condivisa che sempre si fa raccontando esistenzialmente sé stessi.


Perché si parte e con chi

C'è un momento, prima di ogni viaggio vero (i più ormai si accontentano di viaggiare online  o intruppati come stturmtruppen), in cui si capisce che non si sta andando verso qualcosa ma via da qualcosa, ad esempio via da una nazione nella quale non ci si riconosce più, da un Europa che non esiste più, da un Occidente in ritirata e impegnato a costruire la sua emergente disfatta, ecc. ecc.

Non è però mai solo una fuga, è sempre una ricerca e una correzione di prospettiva, un lasciarsi andare a una dose di immaginario, non necessariamente elevata, ma sufficiente a calarsi in un Altrove qualsiasi, in nuove dimensioni ignote e sempre in divenire.

Il mondo occidentale in cui viviamo ha oggi una velocità, un rumore (ronzio), una certezza di sé che tarpano ogni immaginazione (tanto ci pensa la IA), rendendo difficile vedere il mondo per quello che è. Un mondo tra i tanti possibili, non il solo, non il migliore, forse non più nemmeno il più vitale.

E allora si parte, per alimentare la curiosità e la voglia di fare nuove esperienze, per conoscere e apprendere qualcosa di nuovo (che spesso è un ritrovare l’antico), per sperimentare la varietà di un mondo che ci obbliga a lasciare cadere molti pregiudizi, oggi sempre più alimentati da una informazione mediale malata e ormai tecno-guidata (manipolata). Un mondo che ci spinge a riflettere criticamente sulle nostre errate e illusorie certezze, sulle nostre limitate conoscenze. Ci porta ad aprirci a nuove esperienze e contatti, lontano e fuori dai tanti metaversi (metafore di tutti i mondi online) nei quali ci siamo in molti servilmente rinchiusi. Ci invita a ridare un senso al NOSTROVERSO (riferimento al mio ultimo libro) nel quale contano ancora i contatti, il corpo incarnato, il volto (diverso dalle facce) e gli sguardi (diversi dal vedere), tutti strumenti umani che veicolano e generano emozioni.

"Il viaggio non comincia quando si parte, ma molto prima, quando si comincia a sognarlo, a preparare le mappe." (Rumiz)

Il gruppo di viaggiatori

Al viaggio qui raccontato hanno partecipato dieci persone, a formare un gruppo poliedrico per esperienze di vita, storie e vissuto, per discipline abitate ed esercitate, mestieri o professioni praticate, visioni del mondo e filosofie di vita.

Un gruppo che a me, co-creatore del progetto della Stultifera Navis ha ricordato la comunità di “folli” imbarcati sulla mia nave, folli che navigano controcorrente rispetto al conformismo diffuso, anche nel viaggiare, non perché sono matti o stolti, ma perché, forse sono gli unici saggi, espressione di una maniera di esistere, portatori di uno sguardo mai superficiale e ancor meno banale sulle cose e di agire su di esse, portatori di un modo di pensare non ancora preconfezionato, resistente, mai omologato, sempre critico, responsabile, consapevole e libero (anarchico). Ogni persona nel viaggio ha portato con sé qualcosa di specifico e di irriducibile. Il viaggio non sarebbe stato lo stesso senza qualcuno di loro.

Oltre a me, umanista e filosofo, ex dirigente e oggi editore della rivista online senza finalità di guadagno, STULTIFERANAVIS, il gruppo era formato da:

  • una ex ricercatrice, regina dell’understatment;
  • due matematiche, una più anziana insegnante scolastica e ora in pensione, dalla risata risonante e sempre ottimista, vegetariana, l’altra più giovane, bibliotecaria all’Università di Zurigo, dal sorriso solare, pure lei sempre entusiasta, forse perché ancora giovane e attiva professionalmente; 
  • un musicista, forse anche musicologo, maestro di chitarra e mandolino, studioso di contrabbasso e domani chissà, unico del gruppo ad avere una macchina fotografica analogica il cui clic si distingueva da quello atonale degli smartphone;
  • un ex professore di lettere, poeta e romanziere, tornato dalla Mongolia con l’incubo di Ulan Bator, innamorato di una zia sulla quale ha scritto un libro, narratore entusiasta dei cammini da lui percorsi, delle sue marmellate, di funghi e cachi (tre chili) essiccati, da lui distribuiti a tutti per tutto il tempo del viaggio;
  • un imprenditore nel mercato dei servizi, dalla faccia sofferente ma sempre sorridente, incapace di stare fermo un attimo, sempre in movimento;
  • un informatico esperto di sicurezza svizzero, dalla personalità poliedrica per interessi e conoscenze, con una gesticolazione tutta tipicamente italiana;
  • una ex insegnante universitaria entomologa, dalla forza di accelerazione imbattibile, resa forse possibile dal bagaglio minimalista portato con sé;
  • una ex lavoratrice della pubblica amministrazione dal carattere e dal sorriso gentile, lettrice forte e appassionata di letteratura, con la difficoltà a riconoscere la sua valigia alla consegna bagagli all’aeroporto e soprannominata con gentilezza e senza significato dispregiativo, insieme alla sorella matematica, “sorella bancarella” per la sfrenata disponibilità allo shopping. 

Un gruppo così eterogeneo ma dalle molteplici affinità ha scelto l’Uzbekistan e la sua Via della Seta come destinazione e meta. Un viaggio al centro del mondo che fu mille anni fa, ma forse anche del mondo che sarà, considerando la crescita del paese, che è poi quella di altri paesi confinanti, attraversati in passato dalle carovane nomadi della Via della Seta e oggi da quelle nuove, più veloci e più importanti per la logistica e la geopolitica mondiale.

"Si viaggia per cercare storie, non per collezionare monumenti. E le storie si trovano solo se si ha la pazienza di fermarsi ad ascoltare le persone." (Rumiz)

Le nostre Guide. Giulio la guida di Viaggie & Miraggi, e Said, la guida Tatara locale che fa amare i luoghi

Anche Dante (autore evocato durante il viaggio insieme a Leopardi) aveva la sua guida, non potevamo non averne una anche noi. In realtà ne abbiamo avute diverse. La principale, Giulio, ci ha accompagnato dall’inizio alla fine. Sempre gentile, efficiente, quasi defilato ma presente, al primo viaggio in Uzbekistan ma come se lo conoscesse da sempre. Poi c’è stata l’esperienza per me estraniante della guida che ci ha accolto a Tashkent che ci ha voluto convincere di quanto siano sbagliati molti pregiudizi italiani sul mondo mussulmano, senza riuscire a nascondere un mondo culturale Uzbeko ormai scarnificato dai valori religiosi, ancora presenti, ma sempre più laicizzati. La sua recita ha assunto per me le sembianze della messa in scena, riportandomi alla memoria i simulacri descritti da Baudrillard. Poi sulle montagne del Chingam siamo stati guidati da Odilbeck, un ragazzo di 22 anni, timido, ma generoso, fornitore di tè caldo in quota. Poi è arrivato Said Jumanov.

Said è tataro e conosce più lingue. Parla un italiano semanticamente perfetto, un italiano ricco di vocaboli, che gli italiani odierni non sanno più parlare con la stessa ricchezza di senso e significati. L’italiano di Said è preciso e musicale insieme, con qualche caduta sui congiuntivi e i condizionali, ma questo problema non è più una novità neppure in terra nostra. Said poi conosce la storia, l'architettura e le leggende dell'Uzbekistan con la familiarità di chi le ha vissute dall'interno e con la distanza di chi le ha studiate dall'esterno. È quella combinazione rara che trasforma una guida in un compagno di viaggio intellettuale.

Con Said le moschee non sono edifici, sono testi, racconti, storie, leggende. Le madrasse non sono scuole medievali, sono luoghi in cui il sapere ha circolato per secoli lungo le stesse rotte delle carovane.

Le leggende uzbeke sono un arazzo straordinario nel quale si intrecciano la mitologia persiana, il misticismo Sufi, le antiche credenze nomadi dei popoli turchi e l’epopea della Via della Seta. Una via battuta da conquistatori mongoli, percorsa da poeti, architetti e letterati, che hanno scritto in arabo, in persiano, in turco, e da matematici che hanno inventato l'algebra mentre l'Europa dormiva nel lungo Medioevo. Le leggende diventano con Said strati sovrapposti di un palinsesto popolato da creature magiche, sovrani giusti, dervisci sapienti, mogli amate (الزوجات الحبيبات) e amanti sfortunate. Un palinsesto che si può leggere e comprendere solo se si sa dove guardare e se ci si predispone ad ascoltare.

Said è la prima risposta alla domanda che questo viaggio porta con sé: cosa significa sapere un luogo? Non visitarlo, ma conoscerlo, farlo proprio, masticarlo, saperlo. La risposta è che ci vuole qualcuno che lo abiti dall'interno e lo racconti dall'esterno. Non si può essere semplici flaneur, ci vuole un passeur, un traghettatore tra mondi e culture diverse ma con la capacità di intricare storie, che sempre intricate lo sono, tra di loro.

"La guida ideale non è quella che ti mostra i monumenti, ma quella che ti insegna a guardare la vita quotidiana di un popolo con i suoi stessi occhi." — Ryszard Kapuściński

Khiva, la città che il tempo ha dimenticato di consumare

Khiva è una piacevole anomalia. In un mondo in cui ogni città storica è stata progressivamente colonizzata dal presente, gentrificata da negozi di souvenir, dagli hotel boutique, dagli stick selfie, Khiva è rimasta ostinatamente sé stessa. Le mura di argilla e paglia essiccata (d)al sole, le torri minareto che si vedono da chilometri nel deserto piatto del Khorezm, le strade strette e silenziose dell'Itchan Kala, la città interna, sembrano appartenere a un tempo che si è fermato, non per decreto, ma per ostinata indifferenza al cambiamento.

Tiziano Terzani (Buonanotte signor Lenin) avrebbe riconosciuto come suo questo posto. Nel suo modo di viaggiare, lento, curioso, disposto alla deviazione, c'era già la consapevolezza che i luoghi più veri sono quelli che resistono alla standardizzazione del mondo e al “turistificio” che ha condannato ormai i luoghi e le città più belle del globo.

Khiva resiste. Non perché sia stata conservata artificialmente, come un museo a cielo aperto, ma perché il deserto intorno, il Kyzylkum a est, il Karakum a Sud, ha sempre protetto la sua irrilevanza (secondarietà) geografica per il commercio moderno e quindi la sua rilevanza storica per chi cerca qualcosa di diverso dalla modernità.

Buchara, Samarcanda e, a maggior ragione, Tashkent evidenziano quanto Terzani ("non sono un intellettuale, sono solo un aspirapolvere: giro per il mondo raccogliendo storie") avesse ragione nel rilevare, dopo il collasso dell’ultima ideologia, un movimento acritico del paese verso un vuoto identitario, dal quale si sono originati da un lato il fondamentalismo islamico e dall’altra la logica del consumo occidentale. Entrambi i fenomeni, minoritario il primo, predominante il secondo, oggi convivono dentro un mondo di sorveglianza che non emerge mai da ciò che si legge sui media e che caratterizza forme di governo che agiscono in modo apparentemente morbido, ma con le stesse forme e i criteri delle dittature del secolo scorso. Un eco di ciò si è riverberato nei riferimenti costanti delle guide al Primo e al Secondo presidente.

I modi con cui i presidenti dell’Uzbekistan hanno agito sulla realtà hanno portato a investimenti consistenti in “copie come se fossero originali”. Ne sono derivati restauri (ricostruzioni) diffusi di monumenti, piazze, moschee, madrasse (scuole coraniche). L’esempio più evidente è la piazza Registan di Samarcanda (tre cupole in origine blu lapislazzulo e oggi semplicemente azzurre).

Questo a Khiva non è successo o forse si nota di meno. A valere è ancora la storia e ciò che gli edifici, le mura e le strade raccontano. La madrassa di Muhammad Amin Khan ad esempio, oggi trasformata in hotel, ma ancora capace di restituire nel cortile centrale, nelle celle che un tempo ospitavano gli studenti, il silenzio di chi ha studiato per studiare, non per trovare lavoro, non per ottimizzare il proprio curriculum, ma perché il sapere era considerato un fine in sé, è la rappresentazione di come Khiva, con le sue pietre, sembri ancora capace di resistere al capitalismo cognitivo contemporaneo, così come ai restauri e alle ricostruzioni.

Khiva è un miraggio di fango e maiolica. Quando entri nelle sue mura, hai l'impressione che il deserto si sia fatto città solo per mostrarti quanto può essere splendido l'ingegno umano." - Tiziano Terzani

Il Chingam, sessanta chilometri per capire dove si è

Tra la Khiva dal passato cristallizzato e la Bukhara dalla storia che pulsa in ogni suo anfratto, c'è il deserto pietrificato e monocromo di Kyzylkum, un palcoscenico del silenzio. Un silenzio necessario muovendosi tra due note musicali come le due città prima menzionate. Non è il classico deserto sahariano, ma una distesa piatta di argilla, sabbia ocra e saggina secca che si estende a perdita d’occhio con variazioni infinitesimali. È un deserto dall’eco storica perché fantasma e testimone della Via della Seta che i mercati dovevano attraversare per passare dalla fiabesca e geometrica Khiva alla dotta e labirintica Buchara.

Usciti dal deserto inizia il viaggio vero, quello che fa del cammino anche una forma di pensiero e una filosofia praticata, che si porta nel corpo e non solo nella mente. È un viaggio che avviene sulle montagne. Il corpo avanza mentre la mente elabora, il paesaggio cambia mentre le idee si sedimentano, la fatica fisica abbassa le difese e lascia passare le intuizioni che la vita sedentaria tiene fuori. Per i filosofi del gruppo è facile pensare ai pitagorici che camminavano insegnando, ai peripatetici aristotelici che devono il loro nome al camminare, ai pellegrini medievali che trovavano nelle settimane a piedi qualcosa che le preghiere in chiesa non riuscivano a dare.

Con questa predisposizione mentale il gruppo ha percorso più di sessanta chilometri a piedi sulle catene che segnano il confine tra l'Uzbekistan e il Kazakistan a nord, il Tagikistan a est. Il Chingam, un nome che in italiano non dice nulla e che lì, camminando, dice tutto. Sessanta chilometri in montagna non sono una passeggiata (lo ha dimostrato l’ultima di quasi 17 chilometri e 800 metri di dislivelli vari), ancora meno con le temperature Uzbeche di quest’anno. Sono una prova, nel senso medievale del termine. Una messa alla prova del corpo e dello spirito, un attraversamento che lascia qualcosa di diverso da come si era prima. Non tutti i dieci del gruppo completano i percorsi allo stesso modo. Ma tutti li portano a termine, nessuno rimane indietro, e questo dice qualcosa sull'equipaggio, sui viaggi e sui miraggi, sulle leggende, sulle simbologie, sulle storie e i loro protagonisti, sulle cui orme il gruppo si è mosso.

In quota, in vista dei tremila metri, con il Kazakistan da una parte, il Tagikistan dall'altra e l'Uzbekistan sotto i piedi, perso è ogni ricordo “Alessandrino”, l'Europa sembra non solo lontana geograficamente. Sembra lontana in un senso più profondo, culturalmente, energicamente, temporalmente. Come se si stesse guardando dall'esterno qualcosa che dall'interno sembra possa sembrare ancora grande e potente, ma che da qui, da questa distanza, mostra già i contorni della decadenza.

Bukhara, fare i conti con il sapere come Via della Seta

Bukhara è la città dei dotti. Non per metafora, per storia. In questa città sono nati o hanno vissuto Ibn Sina (Avicenna), il più grande medico del Medioevo, il cui Canone della medicina è rimasto testo di riferimento nelle università europee fino al Seicento. Vi ha vissuto Al-Biruni, matematico, fisico, astronomo, geografo, uno degli intelletti più universali della storia umana. E poi Rudaki ("Bukhara è la dimora e l'Emiro è l'ospite. Bukhara splende felice, l'Emiro torna a casa"), il primo grande poeta della letteratura persiana, oltre al mistico Sufi Gialal al-Din Rumi (1207–1273) che scrisse il monumentale Masnavi, a Omar Khayyam, che a Bukhara ha studiato prima di andare a Samarcanda, e a Sadriddin Ayni.

In una città ricca di saperi come Buchara, Said portandoci a visitare la madrassa Mir-i-Arab, illustra quanto fosse importante la trasmissione del sapere, di come il sapere non si accumuli, ma si trasmetta. Ci parla di come ogni generazione sia responsabile non solo di produrre nuove conoscenze e nuova conoscenza, ma di consegnare quella precedente a chi verrà dopo. Una pratica che sembra dimenticata in un Occidente piagato dalla lotta generazionale e nel quale i giovani della generazione Zeta sembrano non trovare alcun sostegno alle loro rivendicazioni e ai loro diritti per un futuro migliore.

Le Madrasse dell'Islam Medievale, hanno giocato nel passato un ruolo fondamentale nel salvare e trasmettere culture diverse, cristiana, islamica, greca (Aristotele, Euclide, Tolomeo), mentre l'Europa, nello stesso periodo storico, bruciava e incarcerava i filosofi definiti eretici (Giordano Bruno e non solo), bruciava i (loro) libri o li lasciava marcire nei monasteri.

Said racconta la leggenda di Ismail Samani, il sovrano samanide che fece di Bukhara la Bagdad dell'Est, capace di attirare studiosi da tutto il mondo conosciuto con stipendi, biblioteche, libertà di ricerca. Una leggenda, tra le tante con cui Said ha condito la sua narrazione, che assomiglia a un sogno, il sogno di un potere che invece di reprimere il pensiero lo sostiene e lo finanzia, invece di orientarlo lo lascia libero, invece di strumentalizzarlo lo rispetta.

È un sogno che l'Occidente ha avuto, nelle università medievali, nei salotti illuministi, nelle accademie scientifiche del Seicento. Un sogno che ha progressivamente abbandonato, sostituendolo con l'università come fabbrica di competenze, la ricerca come ottimizzazione del finanziamento, il sapere come risorsa da capitalizzare.

Oggi Bukhara conserva il suo sogno nelle pietre. E fa male guardarlo, pensando al mondo attuale, governato da piattaforme tecnologiche, demagoghi e leader senza cultura né carisma, popolazioni asservite al pensiero unico e alle teorie complottiste, incapaci ormai di comprendere, pensare e comunicare.

"Bukhara è una città magica, un'oasi di argilla e di cupole celesti che ha mantenuto intatto il suo spirito medievale. Camminare tra le sue madrase è come camminare dentro una favola che si rifiuta di morire." -  Tiziano Terzani

Il deserto tra Bukhara e Samarcanda, il silenzio messo in pratica

C'è un tratto della Via della Seta, tra Bukhara e Samarcanda, in cui il paesaggio diventa brullo, piatto, quasi lunare. Non è il grande Kyzylkum che comincia più a ovest, è un territorio di transizione, né città né deserto vero, che le carovane medievali attraversavano in fretta cercando di raggiungere la prossima oasi prima che l'acqua finisse e il corpo si disidratasse.

A caratterizzare questo tratto di deserto Uzbeko è il silenzio, un silenzio come presenza, non come assenza di qualcosa. Non il silenzio del nulla ma il silenzio di qualcosa che è lì e che il rumore ordinario impedisce di percepire. È quello che il filosofo Giorgio Agamben chiamerebbe il silenzio come forma naturale di resistenza, un silenzio che anche le persone che attraversano il deserto si portano appresso, un silenzio che non nasce dal tacere per paura, ma dal tacere per ascoltare qualcosa che la parola non riesce a contenere. Un silenzio nel quale non si va alla ricerca di risposte ma si trova finalmente spazio per le domande.

Le carovane della Via della Seta portavano seta, spezie, porcellana, lapislazzuli, ma portavano anche idee, religioni, matematica, musica, malattie, parole. La Via della Seta è stata la prima Internet della storia, la prima rete globale di scambio che ha connesso la Cina all'Europa attraverso l'Asia centrale. E come la Internet odierna non era neutrale, nel senso che trasformava ciò che attraversava e da cui veniva attraversata, mescolava ciò che incontrava, produceva qualcosa di nuovo da ogni incontro.

Il silenzio del deserto tra Bukhara e Samarcanda è il silenzio di quella rete quando era ferma, quando le carovane erano partite o non erano ancora arrivate. È il silenzio dell'intervallo. Ed è in quell'intervallo che si capisce cosa significasse a quel tempo essere connessi, la connessione prima della relazione.

I Monti Nurata e Hayat. Il futuro che cresce in silenzio, non a caso in montagna

C’è un Uzbekistan che non è vittima delle tendenze moderniste emergenti in atto, tipiche delle società dominate dalla tecnica, a trasformare il proprio ambiente naturale in ambiente tecnologico. C'è un Uzbekistan che non sta sulle cartoline. 

Non è quello delle madrasse turchesi di Samarcanda, non è quella dei minareti di Bukhara, non è quella dei bazar di Khiva. È un Uzbekistan di montagna, una parte piccola di territorio, silenziosa, ostinata, montanara, che si nasconde tra le pieghe del Nuratau, la catena montuosa che separa il deserto del Kyzylkum a sud dalla steppa kazaka a nord, e che custodisce qualcosa di raro nel mondo contemporaneo, un modello alternativo, lento, non consumerizzato, ancora solidale, un modello di vita che sembra funzionare. Almeno questa è stata l’impressione avuta.

Il villaggio di Hayat si raggiunge dopo ore di strada che attraversa paesaggi sempre più spogli, sempre più silenziosi, sempre più lontani da qualsiasi idea di modernità convenzionale. Poi, improvvisamente, le montagne, verdi, ripide, percorse da canali d'acqua che scendono con una precisione che non è casuale ma millenaria. Le sorgenti della regione, incluse quelle di Hayat, continuano a produrre acqua anche quando altre si prosciugano. Questa resistenza è il risultato diretto di pratiche antiche di conservazione, attente all’ambiente e tramandate con cura e cultura nel tempo.

Il primo dettaglio che colpisce arrivando a Hayat è proprio l'acqua, la sua disponibilità, naturalità e freschezza. L’acqua in queste valli di montagna non ha nulla di scontato, non ci sono ghiacciai in vista, la neve invernale non è una garanzia da sprecare. L’acqua sembra essere il frutto di una conquista quotidiana. I sistemi di irrigazione del Nuratau sono antichi di secoli. I canali che hanno sostenuto l'agricoltura della regione per secoli sono stati costruiti e mantenuti con soluzioni ingegnose tramandate di generazione in generazione. Il mio non è romanticismo ecologico, è la constatazione di una ingegneria idraulica di precisione, sviluppata in un ambiente in cui l'acqua è la risorsa più preziosa e la sua gestione la forma più alta di intelligenza collettiva. Si potrebbe dire, tutto l’opposto di quanto è successo negli ultimi sessanta anni nelle nostre valli di montagna, compresa la mia, la Valle Camonica.

La guest house Hayat che ci ha ospitato per due notti è la prima nata in questi luoghi, pioniera di un turismo che allora non esisteva ancora. Non è solo una Guest House, è più di un posto dove dormire, è un manifesto (modello alternativo) economico ecosostenibile e sociale involontario. Una famiglia che ha scelto di aprire la propria casa, di condividere la propria vita, di offrire ospitalità non come servizio ma come gesto culturale. Le donne del villaggio che filano, tessono tappeti, preparano il plov con verdure coltivate nell'orto e spezie di montagna, non per i turisti, ma perché è così che si vive qui, da sempre.

Le comunità locali dei Monti Nurata hanno preso misure concrete per proteggere il proprio ambiente. Le famiglie di Hayat, per esempio, lavorano da generazioni per salvaguardare la catena montuosa del Nuratau da qualsiasi forma di degrado. Il turismo comunitario svolge un ruolo fondamentale aiutando a minimizzare l'impatto ambientale e promuovendo pratiche di viaggio sostenibili.

Il trekking da Hayat porta al passo dei Monti Murata a quota 2000, con vista panoramica iniziale sul villaggio di partenza e poi sulle valli circostanti, attraverso i canali d'irrigazione antichi, i siti di petroglifi, le valli di noci selvatici, fino alla cima dell'Hayat Bashi Peak a 2169 metri, il punto più alto del Nuratau. Il percorso offre la possibilità di avvistare le pecore selvatiche di Severtzov, specie in via di estinzione di cui i Monti Nurata ospitano circa il 90% della popolazione mondiale. Il percorso di quindici chilometri ha regalato, vista la stagione primaverile, distese di prati in fiore, dai colori sgargianti blu, rosso porpora e giallo, arcobaleno. La discesa è avvenuta attraverso il villaggio tagico del Karisay.

Nelle vicinanze di Hayat poi c'è la Biota Orientale (Platycladus orientalis, nota anche come Thuja o Savra in lingua locale) di Moryum.

Non è facile descrivere un albero antico senza cadere nella retorica del sublime. Ma la Thuja di Moryum, secolare, solitario, sopravvissuto a tutto ciò che il tempo ha portato su queste montagne, è una di quelle presenze che impongono meditazione e silenzio. Non nel senso del turista che si ferma a fotografare, ma nel senso del camminatore che si ferma e capisce che ci sono forme di vita che non hanno bisogno di essere spiegate, ma solo rispettate.

Hayat è una risposta silenziosa a molte delle domande che, come occidentali, ci portiamo appresso. Come si custodisce un territorio senza consumarlo? Come si accoglie lo straniero senza perdere sé stessi? Come si costruisce qualcosa che duri nel tempo? Come si vive in modo che l'acqua basti, che i boschi crescano, che le pecore selvatiche sopravvivano? Sono domande che l'Occidente ha smesso di porsi, o ha delegato agli algoritmi di ottimizzazione e alle IA, che restituiscono risposte precise a problemi sbagliati e viceversa. Per la  gente di Hayat queste domande sono all’ordine del giorno, se le pone ancora, ogni giorno, attraverso la pratica, attraverso il canale che si pulisce ogni primavera, il bosco che non si taglia oltre il necessario, la guest house che si apre senza stravolgere il ritmo del villaggio. Una pratica questa che contribuisce alla conservazione delle sue meraviglie ecologiche uniche

Partendo da Hayat, con le gambe stanche, si capisce qualcosa che le città (qui parla il montanaro), anche quelle più belle, anche Samarcanda, non riescono a dire con la stessa chiarezza. Si capisce che la civiltà non si misura solo nella grandezza di ciò che si costruisce, ma nella cura con cui si custodisce ciò che si ha, che il progresso (chissà perché non si parla mai di sviluppo?) non è necessariamente velocità e accelerazione, può essere anche la capacità di mantenersi con lentezza in equilibrio con il proprio territorio per secoli, senza romperlo mai. È una lezione che il Nuratau offre gratuitamente a chi ha ancora la forza e la pazienza di percorrerlo a piedi.

"Le vette delle montagne uzbeke toccano il cielo, non per orgoglio, ma per baciare la veste del Creatore. Chi cerca la verità deve farsi roccia: immobile contro il vento dell'ego, silenzioso di fronte al mondo." - Alisher Navoiy

Samarcanda, la bellezza costruita sulla violenza

Samarcanda è per molti viaggiatori la città più bella del mondo. Per loro non è una semplice opinione, è quasi una definizione storico-geografica. Questa opinione trova riscontro nel fatto che, per secoli, il nome di Samarcanda ha significato in tutte le lingue del mondo conosciuto ciò che è magnifico, lontano, irraggiungibile. Edgar Allan Poe la cita come simbolo dell'inattingibile. Marlowe fa dire al suo Tamerlano che non basta conquistare il mondo se non si conquista Samarcanda.

Franco Cardini, medievalista, storico delle crociate, autore di Samarcanda e di un altro libro sulla Via della Seta, ha scritto su questa città e sulla civiltà che la circonda un libro ispirato. Chi lo ha portato in viaggio, leggendolo sul posto, avrà sicuramente fatto l’esperienza della sovrapposizione che si crea tra il testo e il luogo, fino a renderli indistinguibili.

Il Registan, la piazza centrale di Samarcanda, con le sue tre madrasse coperte di maioliche turchesi e azzurre che cambiano colore con la luce, è una delle costruzioni più belle che l'umanità abbia mai prodotto. Said lo racconta come Tamerlano lo voleva, come il centro del mondo, la dimostrazione visibile che la potenza del conquistatore non si misura solo nei territori occupati ma nella bellezza e nella cultura che è capace di generare e trasmettere.

Ma Said racconta anche il rovescio della medaglia. Tamerlano, Timur il Magnanimo, Timur il Grande, costruiva con le pietre degli edifici che aveva distrutto e con il lavoro degli artigiani che aveva deportato. Ogni minareto di Samarcanda è anche un atto di violenza, non nonostante la sua bellezza, ma attraverso di essa. La bellezza come esito della conquista, non come alternativa ad essa.

Da filosofo potrei dire che Tamerlano agiva mille anni fa con un senso di finitudine, ossia la consapevolezza che le risorse sono scarse, che il tempo stringe, che chi arriva dopo non troverà più niente, e quindi l’urgenza della corsa a prendere tutto, subito, prima degli altri. Tamerlano non era un capitalista moderno, era un condottiero, ma la struttura della sua logica è riconoscibile, riconducibile a gesta ritrovabili nei leader attuali.

Il Gur-e-Amir, la tomba di Tamerlano, è un edificio di una semplicità e di una grandezza che lasciano senza parole. Una cupola a coste azzurra su un tamburo ottagonale, un interno di marmo e malachite, al centro una lastra di giada verde scuro, la più grande del mondo, sotto cui giace il conquistatore che voleva essere il centro del mondo.

La leggenda dice che sulla tomba fosse incisa una profezia: chi avesse rimosso la lastra avrebbe liberato un conquistatore più terribile di Tamerlano. I sovietici la rimossero il 19 giugno 1941. Il 22 giugno 1941 Hitler invase l'Unione Sovietica. Said racconta questa leggenda senza ironia e senza credulità, con il tono di chi sa che le leggende sono vere in un senso più profondo di quello storico.

"Look ’round thee now on Samarcand! Is she not queen of Earth? her pride Above all cities? in her hand Their destinies? in all beside Of glory, which the world hath known, Stands she not nobly and alone?" - Edagr Allan Poe

Tashkent e il futuro che non aspetta

Tashkent, città millenaria, è una sorpresa che disturba, che costringe a rivedere le proprie categorie Occidentali.

La capitale uzbeka è stata ricostruita dai sovietici dopo il terremoto del 1966 con ampie strade, grandi piazze, architettura monolitica, dopo l'indipendenza del 1991, ha cominciato a costruire qualcosa di nuovo e di diverso, grattacieli di vetro, centri commerciali, metropolitana efficiente, tecnologia ovunque. Non è Pechino, ma ci sta andando nella direzione giusta, con la velocità di chi ha molto tempo perso da recuperare e la determinazione di chi non ha intenzione di fermarsi.

Quello che colpisce, e che colpisce con la forza di una rivelazione che in realtà si è palesata fin dall’arrivo in città non è la modernità di Tashkent in sé. È il senso di direzione che emana. Una città che sa dove sta andando, come sembra saperlo l’Uzbekistan. Un paese, l'Uzbekistan, che dopo trent'anni di indipendenza post-sovietica ha trovato una traiettoria e la sta percorrendo con un'energia che l'Occidente fatica anche solo a ricordare di aver avuto.

La sensazione che si è andata costruendo camminando sulle montagne del Chingam, attraversando il deserto tra Bukhara e Samarcanda, sostando davanti alle madrasse di Khiva,  la sensazione di una distanza crescente tra questo mondo e quello da cui si viene, si cristallizza qui, a Tashkent, in qualcosa di più preciso.

Non è la distanza del passato dal presente. È la distanza di un presente che accelera rispetto a un altro presente che rallenta. L'Uzbekistan, la Cina, l'intera Asia centrale, sono mondi giovani che stanno costruendo il futuro con una velocità e una determinazione che l'Occidente ha perso da tempo. Non perché l'Occidente sia diventato saggio o abbia scelto la lentezza consapevole di cui abbiamo scritto, ma perché si è fermato nell'autocompiacimento, nella difesa di rendite di posizione che non giustifica più, nell'incapacità di immaginare qualcosa di diverso da sé stesso.

Nietzsche l'aveva già visto e descritto come la barbarie dell'addomesticamento. Il crollo non arriva mai all’improvviso. Non si vede. Si chiama stabilità, si chiama tradizione, si chiama qualità della vita. E nel frattempo il mondo che si credeva di guidare ha già cambiato guida.

La Via della Seta come specchio

Tornare dal viaggio è sempre un atto di confronto. Si torna con occhi diversi — non perché il posto da cui si viene sia cambiato, ma perché si è cambiati noi. E il cambiamento, quando è autentico, è sempre uno spostamento di prospettiva: non si vede di più, si vede da un punto diverso.

Quello che si vede, tornando dalla Via della Seta, è un Occidente che ha smesso di essere curioso. Che ha sostituito la curiosità con la certezza, la ricerca con l'ottimizzazione, il viaggio con il turismo, la conoscenza con l’informazione e il contenuto. Un Occidente che produce il Leviatano algoritmico, la macchina che pensa al posto nostro, che sceglie al posto nostro, che ci rende progressivamente irrilevanti, un Occdente che poi si stupisce di sentirsi irrilevante.

La Via della Seta è stata irrilevante per secoli, una via di commercio tra civiltà che l'Europa guardava con distanza o con paura. Poi Marco Polo ci è andato e ha scritto il libro che ha cambiato la geografia immaginaria dell'Occidente. Poi i portoghesi hanno trovato la rotta marittima e la Via della Seta ha perso la sua centralità economica. Poi i sovietici hanno chiuso le frontiere e il territorio è diventato invisibile. Poi l'indipendenza, poi la rinascita, poi la velocità.

Ora la Via della Seta è di nuovo al centro del mondo, non più per i cammelli e le carovane, ma per le infrastrutture della Belt and Road Initiative cinese, per i gasdotti, per le fibre ottiche, per i corridoi logistici che stanno ridisegnando la geopolitica globale. L'Uzbekistan non è più la periferia di qualcosa, è il centro di qualcosa che sta diventando.

E noi, dieci persone che hanno camminato sessanta chilometri sulle montagne del Chingam, che hanno ascoltato Said raccontare le leggende di Tamerlano e di Ibn Sina, che hanno portato con sé Terzani, Cardini e Fatland, che hanno navigato su una Stultifera Navis di carta e di pensiero in mezzo a un mare di storia, siamo tornati a casa con la sensazione precisa e difficile da scrollarsi di dosso che il mondo che pensavamo di abitare al centro non è più al centro.

E che forse non lo è mai stato, tranne nella nostra ignoranza e immaginazione.

"La Via della Seta è il trionfo dello spazio sulla frammentazione umana. Essa dimostra che l'economia-mondo non ha avuto inizio con le grandi scoperte marittime del XVI secolo, ma molto prima, quando i cammelli della Battriana unirono i mercati di Chang'an a quelli di Antiochia e di Roma, creando una catena invisibile ma indistruttibile di interdipendenza." - Fernand Braudel

Epilogo o la fine di una storia, di un racconto plurale

Come autore di questa riflessione non potevo non portare in viaggio con me l’esperienza esaltante del progetto della Stultifera Navis, seppure per quindici giorni abbia tenuto il telefonino in modalità aerea e usato il Wi-Fi sempre disponibile quasi esclusivamente per messaggiare. E la Stultifera Navis è stata con noi, non come oggetto, ma come disposizione condivisa, manifestatasi nella disponibilità a non sapere dove si sta andando e a cosa si va incontro, nella volontà di fare domande invece di confermare le proprie certezze, nella inquietudine di un filosofo inquieto applicata a un territorio che non si lascia ridurre a nessuna categoria preesistente.

Nel viaggio ognuno ha visto qualcosa di diverso. Insieme hanno visto qualcosa che nessuno avrebbe visto da solo. È questo, forse, il senso più profondo di un viaggio fatto in compagnia. Non la condivisione di un'esperienza identica, ma la moltiplicazione delle prospettive su un territorio comune. Il fatto che lo stesso tramonto sul Registan significhi cose diverse per un matematico, una scienziata, un musicista, una entomologa, un filosofo, e che quelle differenze, messe insieme, producano una comprensione del luogo che supera qualsiasi singola visione.

Io ad esempio ho percepito, dalle facce delle persone, anche la nostalgia del tempo che fu. Una nostalgia esistenziale, culturale, legata alla perdita della memoria storica. Il malessere che sembra emergere sta tutto dentro il non potere fare a meno del lascito sovietico e al tempo stesso la difficoltà a svincolarsi da esso nella illusione di avere trovato un proprio modo di sviluppo, che però non è altro che l’accettazione del modello della modernizzazione capitalistica occidentale. La schizofrenia trova palese espressione in spazi storici come la cripta di Tamerlano trasformata in un bazar di gadget per turisti.

La Via della Seta non è una strada, ma un intreccio di strade, non è una cultura ma un incontro di culture, non è una lingua ma una polifonia di lingue. Un luogo in cui la differenza non sembra mai essere stato un problema da risolvere ma una ricchezza da attraversare.

Tornati a casa siamo stati tutti riaccolti dal rumore digitale con la sua solita insistenza e prevaricazione, non solo sonora, ma estetica, cognitiva, emotiva, totalizzante. Il Leviatano algoritmico era lì ad aspettarci, puntuale e indifferente. Ma per qualche settimana abbiamo camminato sulle montagne del Chingam, ascoltato Said raccontare Tamerlano, letto Terzani, Fatland e Cardini a Samarcanda, praticato il silenzio nel deserto, guardato dall'alto un mondo che sta andando in una direzione diversa dalla nostra. E questo, per usare una parola che l'epoca in cui viviamo ha quasi reso impronunciabile, è stato sufficiente.


 

Appendici

Libri che si è letti o si potrebbero leggere al ritorno del viaggio. Libri utili a viaggiare e a esplorare il mondo con la mente sulle orme di esperienze, riflessioni e viaggi di altri.

Samarcanda di Franco Cardini

Dedicato a Samarcanda, storia e mito di una città che ha fatto la Storia. Un libro pieno di informazioni storiche e di aneddoti, di storie vere e tante leggende diventate storia. 

Seta e veleni di Duilio Gianmaria

Il reportage di un autore che è stato corrispondente Rai in Asia Centrale, un libro interessantissimo per saperne di più della geopolitica dell’area. Racconta della ricerca al limite del della segretissima isola Vozrozhdenija dentro al Lago Aral in terra Uzbeka. Un libro un po’ datato soprattutto se uno guarda alla realtà dell’Uzbekistan di oggi.

La Via della Seta di Franco Cardini

Un testo dedicato ad un approfondimento su cosa è stata la Via della Seta, in realtà non una sola via, ma un groviglio di strade che si attivavano di vlta in volta in base alle condizioni geopolitiche e militari del momento, agli accordi o disaccordi a livello politico, commerciale e culturale tra i potenti del tempo.

Il grande gioco di Peter Hopkirk

Un classico sull’Asia Centrale ricco di geopolitica, storia, intrighi, avventura. Un bel librodenso di storia e di storie, utile per comprendere la politica e la storia dell’Asia Centrale e anche della Russia zarista e sovietica prima della fine della Guerra Fredda. 

Sovietistan di Erika Fatland

Un testo che non può mancare per chi viaggia in Uzbekistan e non solo. Tratta infatti degli altri “stan” dell’area, stati e territori tutti facenti parte dell’Unione Sovietica. Libro di oltre 500 pagine ma che si legge senza alcuna difficoltà, anche se forse è un po’ datato. La descrizione dell’Uzbekistan ad esempio si riferisce al primo presidenete Karimov o Korimov. Oggi con il secondo presidenete l’Uzbekistan sembra incamminato verso tutt’altre direzioni. 

Buonanotte Signor Lenin di Tiziano Terzani

Trovadosi in Unione Sovietica al tempo del suo collasso, Terzani decide di intraprendere un viaggio a Ovest attraverso le repubbliche della federazione per documentare il crollo di un regime che per più di settanta anni aveva segnato le vite di milioni di persona.

Imperium di Ryszard Kapuscinski

Un reportage sull’Unione Sovietica. L’Uzbekistan faceva parte dell’Unione Sovietica e in un capitolo il giornalista polacco racconta la tragedia ecologica, industriale e umana del Lago Aral nella regione, in realtà repubblica autonoma, uzbeka del Karakaplakstan. Il lago oggi è ormai quasi del tutto prosciugato. A nulla sembrano servire gli interventi degli stati ad esso prospicenti. 

Ombre sulla via della seta di Colin Thubron

Su cammelli, carri trainati da asini, autobus sgangherati, treni affollati e jeep arrugginite, Thubron percorre oltre undicimila chilometri in otto mesi, attraverso il Kirgizistan, il Kazakistan, il Tagikistan, l'Iran e la Turchia. 

StultiferaBiblio

Pubblicato il 19 maggio 2026

Carlo Mazzucchelli

Carlo Mazzucchelli / ⛵⛵ Leggo, scrivo, viaggio, dialogo e mi ritengo fortunato nel poterlo fare – Co-fondatore di STULTIFERANAVIS

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