Go down

Non è l’IA a cambiare il mondo, ma siamo noi che stiamo riadattando il mondo all’intelligenza artificiale e il rischio non è che l’IA diventi simile all’umano, ma che l’umano venga progressivamente adattato ai parametri della macchina.


Cambio di paradigma?

In una delle ultime vignette di Sergio Staino Bobo dice al figlio: “Non farmi domande troppo difficili. Viviamo in tempi in cui scarseggiano le risposte.

Sicuramente una vignetta anticipatrice dei tempi attuali; domande tante, anche difficili, risposte poche e, casomai, anche sbagliate, a partire da una questione di fondo: e se stessimo sbagliando l’approccio al momento attuale? Crisi geopolitiche, istituzioni e democrazie alla deriva, Intelligenza Artificiale, crisi economiche sull’uscio della porta di casa e, per non farci mancare nulla, qualche guerra sparsa qua e là.

Questo articolo nasce dall’osservazione dei fatti che, in qualche modo, impongono riflessioni: per molti anni abbiamo creduto nel classico futuro migliore, nella costruzione di processi democratici e partecipati, nella condivisione di spazi e esperienze con altre culture, altri popoli.

Poi, d’improvviso, ci si accorge che la stragrande maggioranza delle idee, delle azioni (quelle di cui si era convinti e ci si è spesi animatamente), sono state semplicemente inutili perché i “burattinai” (gli stessi in cui si è creduto) hanno deciso di muovere i fili in modo diverso e si sono manifestati per quello che veramente erano…

Che fare?

E’ sotto gli occhi di tutti quanto sta avvenendo nel mondo da qualche anno a questa parte e, dopo un iniziale appannamento, si dovrà fare quello che si è sempre fatto, ovvero rimboccarsi le maniche e continuare a impegnarsi contro questo orientamento amorfo e mal definito del mondo occidentale, sempre capace di rinascere sotto forme diverse, partendo da un semplice dato di fatto: non tutto è stato inutile ma siamo stati fuorviati.

Ed è proprio quest’ultimo passaggio che suggerisce la domanda di questo articolo: con quali logiche affrontiamo il tempo presente? Le stesse che per secoli ci hanno accompagnato, oppure percorriamo strade diverse?

Per secoli abbiamo costruito la nostra conoscenza del mondo su una visione riduzionista e deterministica, ereditata dalla rivoluzione scientifica moderna e dal pensiero cartesiano (ci sarebbe molto da discutere su Cartesio ma non è l’intento di questa riflessione). La realtà è stata scomposta in parti elementari, analizzabili separatamente, governate da leggi lineari e prevedibili; se, da un lato, questo paradigma ha prodotto risultati straordinari, dall’altro ha anche consolidato una forma di pensiero binario, fondata su opposizioni nette: vero o falso, giusto o sbagliato, causa o effetto, soggetto o oggetto, mente o macchina etc.

È lo stesso schema che oggi tendiamo ad applicare a tutti gli avvenimenti politici e geopolitici, economici, sociali e tecnologici (ci torno dopo sull’IA); e forse, in questo particolare momento di accelerazione del tempo, dovremmo porci la domanda se questo approccio all’analisi sia ancora valido perché, forse, stiamo affrontando una trasformazione del sistema mondo con categorie interpretative obsolete.

La fisica quantistica ha già messo in crisi questa impostazione più di un secolo fa, mostrando che la realtà non si comporta secondo logiche lineari e deterministiche, ma secondo relazioni probabilistiche, interdipendenze, sovrapposizioni di stati. Concetti come l’Entanglement hanno introdotto l’idea che gli elementi di un sistema non possano essere compresi isolatamente, ma solo all’interno delle relazioni che li costituiscono ma, tuttavia, questo cambio di paradigma è rimasto in larga parte confinato al dominio scientifico, senza tradursi pienamente in un mutamento del nostro immaginario sociale e istituzionale. Continuiamo a pensare e governare sistemi complessi con categorie semplificanti, mentre la complessità cresce e con essa la realtà che viviamo.

Ad esempio, le teorie quantistiche potrebbero spiegare dinamiche diplomatiche e relazioni internazionali attraverso un approccio definito quantum-like;  questo metodo utilizza i concetti e gli strumenti matematici della fisica quantistica per modellare fenomeni sociali complessi (Entanglement sociale); l’ambito di studio, noto come Quantum Social Science, non suggerisce che la società sia fatta di particelle subatomiche, ma che le logiche della meccanica quantistica siano più efficaci di quelle classiche (meccanicistiche) per descrivere l'incertezza e la dinamicità dei comportamenti umani. L'Entanglement sociale è un concetto mutuato dalla meccanica quantistica che, se applicato alle relazioni internazionali, potrebbe descrivere, e aiutare a comprendere, l’innato collegamento originario tra comunità e gruppi sociali (si pensi alle popolazioni russofone in molti paesi dell’Est oppure al popolo curdo solo per citare alcuni esempi), indipendentemente dalle distanze geografiche.

Non è mia intenzione addentrarmi in riflessioni sulla fisica o meccanica quantistica però, da quelle teorie, si potrebbero mutuare alcuni concetti; d'altronde in qualsiasi contesto si voglia agire, gli attori non sono entità isolate, razionali e indipendenti. In tal senso, le teorie quantistiche potrebbero fornire strutture per comprendere i processi diplomatici, politici e sociali non come processi lineari e prevedibili, ma come ecosistemi di potenzialità, interconnessioni invisibili e cambiamenti indotti dall'osservazione e, la velocità di calcolo quantistico, offrire vantaggi strategici nel prevedere l'evoluzione degli scenari.

Il dato di fatto è che le categorie binarie non bastano più per leggere la geopolitica frammentata, i sistemi economici interdipendenti, democrazie sotto stress e, infine, se l’IA è un’architettura socio-tecnica sistemica, non può essere governata con logiche lineari di causa-effetto ma andrebbe indagata come una redistribuzione del potere cognitivo.

Fatto sta che le attuali logiche che muovono economia, società, politica e istituzioni le possiamo riscontrare anche in tutti i ragionamenti sull’Intelligenza Artificiale; in moltissime riflessioni si argomenta se l’IA sia intelligente oppure no, neutrale oppure pericolosa, strumento oppure agente, come se queste categorie fossero mutuamente esclusive.

Di nuovo il processo deterministico – riduzionista, ovvero il processo binario che, in questo contesto, rappresenta probabilmente un limite; continuare a chiedersi se l’IA sia buona o cattiva, se vada accelerata o fermata, significa semplificare un fenomeno che è intrinsecamente relazionale. La vera domanda non è cosa l’IA può fare, ma che tipo di società stiamo costruendo attorno ad essa.

Sicuramente è possibile affermare che l’IA è il prodotto più avanzato del calcolo classico, basato su logiche binarie, su architetture che operano in termini di 0 o 1 (la fisica quantistica sovverte questo ragionamento in termini di 0 e 1) Ma i risultati che essa produce non sono affatto binari: sistemi opachi, comportamenti emergenti, decisioni probabilistiche, correlazioni non intuitive. E questa una chiave di lettura dell’intero ragionamento: non siamo di fronte a un limite tecnologico, ma a un disallineamento tra il nostro modo di pensare e il tipo di realtà che stiamo creando e pretendiamo di governare l’IA come se fosse un semplice utensile, mentre in realtà agisce come un ambiente, un contesto che ristruttura possibilità, incentivi e forme di azione.

In questo senso, non è l’IA a cambiare il mondo, ma siamo noi che stiamo riadattando il mondo all’intelligenza artificiale e il rischio non è che l’IA diventi simile all’umano, ma che l’umano venga progressivamente adattato ai parametri della macchina.

il cambio di paradigma necessario non riguarda l’IA in quanto tale, ma il nostro modo di pensare l’intelligenza, il potere e la responsabilità

In definitiva, il cambio di paradigma necessario non riguarda l’IA in quanto tale, ma il nostro modo di pensare l’intelligenza, il potere e la responsabilità; finché continueremo a ragionare in termini di 0 o 1, cercheremo risposte semplici a problemi complessi e ci sorprenderemo degli effetti collaterali. L’IA non ci chiede solo nuove regole, ma impone una nuova grammatica culturale, capace di accogliere l’ambiguità, la complessità e l’interdipendenza come elementi strutturali del mondo che stiamo costruendo.

Ma bisogna anche fare i conti con la realtà: se abbandoniamo il paradigma riduzionista, quale metodo proponiamo concretamente? Forse, in questo, la fisica quantistica potrebbe essere di aiuto.


Pubblicato il 11 febbraio 2026

Luigi Russo

Luigi Russo / Autore, Saggista - Etica dell’AI - Gruppo BNP Paribas