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Per comprendere un fenomeno molto più complesso è il caso di mettere insieme una serie di fatti verificati da dati e documenti. I fatti ancora esistono, al di là delle narrazioni che ormai sovrastano la realtà fattuale perchè molto più efficaci per cercare consenso.


Pina Debbi, (Vicedirettrice TGla7 | PhD Student in Learning Sciences and Digital Technologies, Università di Modena e Reggio Emilia. Visiting Researcher Universitat Pompeu Fabra - POLCOM, Barcelona; BU Bournemouth University, UK)  ha condiviso con Stultiferanavis un interessante articolo che richiama tutti ai fatti e a rifuggire dalla tanta e diffusa ipocrisia che ha carattrizzato buona parte della narrazione mediale italiana sui fatti recenti di Ceuta. Ho trovato il suo articolo particolarmente interessante perchè da una settimana sono in compagnia di un'amica marocchina che mi ha aiutato a comprendere molto bene cosa è successo e perchè stia succedendo. Mi ha anche fatto capire che in Italia e in Europa si parla di Ceuta come se fosse sul continente europeo, dimenticandosi che è invece in territorio africano.

A leggere i quotidiani italiani è difficile comprendere le responsabilità e le conseguenze di quanto accaduto a Ceuta, strette tra quella che la destra definisce la paura dei migranti pronti all’invasione dell’Europa, il lassismo del governo spagnolo e ciò che la sinistra tende a minimizzare, sottolineando l’impossibilità (oggettiva) di raggiungere le sponde del continente e il complotto MAGA contro la Spagna. E se guardiamo le reazioni politiche come la sospensione di Schengen voluta da Meloni, la lettera firmata da 22 Paesi europei, fino all’inconsistente riunione dei ministri dell’Interno UE, vediamo all’orizzonte il serio rischio di disgregazione dell’Unione. E non in favore degli interessi nazionali. Il livello è molto più basso e frammentato: quella che chiamo l’ipocrisia del partitismo. Non è un caso che oggi sia Pedro Sanchez a finire sul banco degli imputati, per aver aperto le porte della Spagna con la sanatoria sui migranti grazie al recente Decreto Regio 316/2026. (se cliccate potete leggerlo). L' accusa al premier spagnolo delle destre si fonda sulla semplificazione: se ha sanato i migranti ha inviato il messaggio che può accogliere tutti.

Per comprendere un fenomeno molto più complesso è il caso di mettere insieme una serie di fatti verificati da dati e documenti. I fatti ancora esistono, al di là delle narrazioni che ormai sovrastano la realtà fattuale perchè molto più efficaci per cercare consenso.

Per comprendere un fenomeno molto più complesso è il caso di mettere insieme una serie di fatti verificati da dati e documenti.

Le sanatorie di Aznar

Anche i governi conservatori di José María Aznar (Partito Popolare) regolarizzarono oltre mezzo milione di persone: 524.621 migranti non comunitari tra il 1996 e il 2001. Le sanatorie di Aznar erano legate all’inserimento lavorativo o all’offerta di un impiego, provenienti prevalentemente dall'America Latina, dal Marocco e dalla Romania quando ancora non era nell'Unione.

Quella di Sanchez è un’unica misura temporanea per chi era già in Spagna prima della data stabilita dal decreto e poteva dimostrare almeno cinque mesi di permanenza e l'assenza di precedenti penali. La previsione iniziale del governo era di circa 500.000 beneficiari, le domande sono state molte di più. Mi soffermo sulla genesi del provvedimento: Nel 2024 la regolarizzazione nacque da un’iniziativa popolare sostenuta da oltre 600.000 firme e 900 ONG, ammessa alla discussione con il voto di tutti i partiti tranne Vox.

Ad Inizio 2026 il Partito Popolare ritirò il proprio sostegno, ufficialmente per il timore di un “effetto richiamo”, ma anche per non lasciare a Vox il monopolio dell’opposizione alla regolarizzazione. Venuto meno l’accordo parlamentare, il governo Sánchez approvò la misura mediante decreto, modificando il Regolamento sull’immigrazione.

Se andiamo a guardare chi sono le persone in via di regolarizzazione scopriamo un’altra peculiarità del contesto spagnolo che non può essere omessa, come invece accade:

Quasi sette richiedenti su dieci provengono dall’America centrale e meridionale. La Colombia rappresenta il 26% il Marocco il 13,3%, il Venezuela l’11,8% e il Perù l’8,8%. Il decreto non concede la cittadinanza, come viene spesso lasciato intendere. Per gli immigrati provenienti dai Paesi iberoamericani la legge spagnola prevede, da sempre, la possibilità di chiedere la cittadinanza e mantenere la propria dopo due anni di residenza legale e continuativa, invece dei dieci richiesti in via generale. La regolarizzazione può quindi far partire quel periodo e consente a chi già vive e lavora in Spagna di entrare nella legalità. È una distinzione giuridica essenziale, che la propaganda ha cancellato o mai preso in considerazione.

Spagna, non solo accoglienza.

C'è altro fatto che smentisce il ritratto di una Spagna dalle frontiere spalancate. Il sistema spagnolo prevede i cosiddetti "respingimenti a caldo a Ceuta e Melilla, contestati da organizzazioni internazionali per il rischio di impedire l’accesso individuale alla procedura d’asilo. La politica di Sanchez, dunque, è meno lineare di quanto raccontino tanto chi lo descrive come il responsabile dell’invasione quanto chi lo presenta come il campione europeo dell’accoglienza. Le politiche del premier spagnolo sono finalizzate alla crescita economica, (intorno al 3% , quasi il doppio della media europea) di un Paese che ha oltre il 14% di lavoratori stranieri e una popolazione che invecchia velocemente e può contare sul vantaggio di poter far emergere migranti invisibili che parlano la stessa lingua e hanno le stesse origini culturali, (il 48% degli stranieri in Spagna sono sudamericani) e potenzialmente integrati. Sullo sfondo è la soluzione individuata per ftonteggiare l'invecchiamento della popolazione e un calo delle nascite importante.

La contraddizione sugli HUB

La Spagna si oppone ufficialmente agli hub per i rimpatri sul modello dell’accordo tra Italia e Albania ma collabora con la Mauritania per i centri di Nouakchott e Nouadhibou gestiti dalle autorità locali. I due casi non sono giuridicamente identici: i centri albanesi sono sottoposti al controllo e alla giurisdizione italiana; quelli di Nouakchott e Nouadhibou appartengono formalmente alla Mauritania. Ma quelle strutture, con una capacità complessiva di circa 200 persone, sono state riabilitate ed equipaggiate attraverso un’agenzia pubblica dipendente dal ministero degli Esteri spagnolo, con finanziamenti europei. Sono destinate alle persone intercettate lungo la rotta verso le Canarie e si inseriscono in una cooperazione che comprende pattugliamenti congiunti, mezzi forniti da Madrid e la presenza permanente di agenti spagnoli.

Anche se diverso dal modello Albania si tratta pur sempre di esternalizzazione del controllo migratorio: il confine viene spostato fuori dal territorio europeo e la parte più controversa delle operazioni viene affidata a un Paese terzo.

Infine ci sono i numeri europei.

Nel 2025 Frontex ha rilevato circa 178.000 attraversamenti irregolari alle frontiere esterne dell’Unione (che ha 450 milioni di abitanti): il 26% in meno rispetto al 2024, meno della metà rispetto al 2023 e il valore più basso dal 2021. Altro che la narrazione di un'invasione incontrollata. La destra utilizza Ceuta per trasformare la paura in consenso. La sinistra difende la regolarizzazione, ma evita di confrontarsi con i respingimenti e con l’esternalizzazione delle frontiere praticata dallo stesso governo Sánchez. Dopo il nazionalismo, il populismo usa le istituzioni europee come prolungamento della competizione elettorale interna.

L’ipocrisia del partitismo, appunto.

Mentre i governi discutono di segnali, paura di invasioni, Schengen, solidarietà, deterrenza e consenso, a Ceuta cercano celle frigorifere per conservare i corpi. Oltre 70 vittime, per la maggior parte giovani di cui non si preoccupa nessuno.


Pubblicato il 05 agosto 2026

Carlo Mazzucchelli

Carlo Mazzucchelli / ⛵⛵ Leggo, scrivo, viaggio, dialogo e mi ritengo fortunato nel poterlo fare – Co-fondatore di STULTIFERANAVIS

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