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"Quella volta grandinava. Era soltanto grandine. Ma la città, sotto, rispondeva come se fosse fatta apposta per amplificarla. Le lamiere, i vetri, le grondaie, i tetti. Noi eravamo dentro. E ascoltavamo. Dopo, cercando una parola per raccontare quel rumore, ne abbiamo trovata una vecchia. Clangore. Da lì, in qualche modo, è cominciato tutto."


Grandinava, ma non era il rumore della pioggia. Era un clangore. La parola è venuta fuori parlando, qualche tempo dopo. Non ricordo nemmeno bene come. Qualcuno deve aver detto clangore e la cosa curiosa è che nessuno ha chiesto cosa volesse dire. Andava bene. Era quella. In effetti non è una parola che si usa molto.

Clangore. Sa di ferro, di trombe, forse di battaglie. Una parola un po’ fuori tempo. Eppure per quella grandine funzionava meglio di rumore, che non dice quasi niente, e forse anche di fragore, che è una parola enorme e tende a prendersi tutta la scena. Il clangore invece aveva qualcosa di preciso.

C’erano delle cose che venivano colpite. Il tetto, certo. Le grondaie. Le automobili. I vetri. Le persiane. E ognuna suonava a modo suo.

Ripensandoci, è strano dire che quello fosse il rumore della grandine. La grandine in sé che rumore ha? Su un prato quasi nessuno. Sull’acqua un altro. Su un bosco immagino un rumore fitto, abbastanza morbido, almeno finché i chicchi non diventano grandi. Su una città è diverso.

Una città offre alla grandine una quantità impressionante di cose da percuotere. Forse il clangore era quello. Non il suono della grandine ma il suono di ciò che la grandine incontrava. Il che sposta un po’ la faccenda. Vuol dire che il rumore non stava scendendo dal cielo. O almeno non tutto. Una parte era già qui, nelle cose, e aspettava soltanto qualcosa che la facesse suonare. La lamiera conteneva un suono che normalmente non sentiamo. Anche il vetro. Anche una grondaia. La grandine, cadendo, li tirava fuori.

Per alcuni minuti la città era diventata una specie di strumento musicale, se si può chiamare musicale una cosa del genere. Direi di no. Però suonava. E suonava tutta insieme.

A un certo punto, mentre ne parlavamo, è arrivata un’altra parola. Bombardamento. Quella invece ha creato un piccolo disagio. Perché è vero che durante una grandinata violenta viene spontaneo dirlo. Sembra un bombardamento. Lo diciamo senza pensarci troppo. Come diciamo che la grandine martella i tetti, che colpisce le auto, che arriva a raffiche.

Quando il temporale diventa violento il nostro vocabolario diventa stranamente militare. Colpire, raffica, bombardare, riparo, danni. Non so se sia sempre stato così. In parte certamente sì. Liutprando di Cremona, più di mille anni fa, per raccontare il rumore di una battaglia accostava il fragore della grandine al clangore delle spade sulle corazze. La cosa interessante è che faceva il contrario di noi. Aveva bisogno di spiegare una battaglia e usava la grandine. Probabilmente tutti sapevano come suonava la grandine. Non tutti sapevano come suonava una battaglia.

Adesso questa cosa si è quasi rovesciata. Noi sappiamo come suona una guerra anche se non l’abbiamo mai sentita. O, meglio, pensiamo di saperlo. Abbiamo ascoltato sirene nei video, esplosioni, colpi di artiglieria. Negli ultimi anni abbiamo imparato anche il rumore dei droni. Ci sono persone che da quel rumore devono capire cosa fare, se scendere in un rifugio, se allontanarsi da una finestra. Noi magari lo sentiamo attraverso l’altoparlante di un telefono mentre siamo seduti a tavola. Naturalmente non è la stessa cosa. Anzi, forse il punto è proprio questo. Non è la stessa cosa e tuttavia il suono viaggia. Arriva fino a noi. Entra da qualche parte nella memoria e ci rimane, mescolato a suoni di film, telegiornali, documentari, videogiochi, immagini viste distrattamente. Poi grandina con una violenza che non ricordavamo e quella memoria tira fuori una frase. Sembra un bombardamento. Chissà se cento anni fa avremmo detto la stessa cosa nello stesso modo. Forse sì. Forse no.

Ma c’è un’altra stranezza, più interessante. Diciamo che la grandine colpisce una casa. Va bene. È una metafora, perché la grandine non ha nessuna intenzione di colpire proprio quella casa. Cade lì. Sarebbe potuta cadere venti metri più in là e per la grandine non sarebbe cambiato nulla. Poi diciamo che una bomba cade su una casa. E lì succede qualcosa. Perché cadere è una parola innocente. Cadono le foglie. Cade la neve. Cade la pioggia. Cade un bicchiere dal tavolo. Cadono anche le bombe. Grammaticalmente è tutto a posto. Però qualcosa non torna. 

Una bomba non arriva sopra una casa come arriva la grandine. Prima di arrivarci qualcuno l’ha pensata, disegnata, costruita. Altri l’hanno comprata o trasportata. Qualcuno ha scelto un obiettivo, o una zona, o una traiettoria. Ci sono decisioni, responsabilità, errori, ordini. C’è una storia lunghissima prima del momento in cui noi vediamo sullo schermo una luce nel cielo e diciamo che qualcosa è caduto. Forse abbiamo un problema con i verbi. Quando raccontiamo la natura le prestiamo intenzioni umane. Il temporale minaccia. La grandine colpisce. Il vento infuria. Il mare si vendica, qualche volta, almeno nei titoli dei giornali. Quando raccontiamo la guerra facciamo curiosamente il contrario. Le togliamo intenzione. Le bombe cadono. I missili arrivano. La guerra scoppia.

Quest’ultima espressione è notevole. Una guerra scoppia. Come un temporale. Nessuno sembra averla fatta. A un certo punto era lì. 

Naturalmente sappiamo che non è vero. È soltanto il linguaggio che prende una scorciatoia. Il linguaggio lo fa continuamente, altrimenti non riusciremmo a parlare. Però le scorciatoie a volte sono interessanti proprio perché mostrano da che parte preferiamo non passare.

E allora tornerei al clangore. Forse quella parola mi piace perché non prende posizione sulla causa. È quasi stupida, da questo punto di vista. Registra un effetto. Qualcosa ha urtato qualcos’altro. Questo è tutto. Ghiaccio contro lamiera. Spada contro corazza. Grandine contro vetro. Poi naturalmente le somiglianze finiscono. Devono finire. Quando smette di grandinare si esce di casa. È una delle cose che si fanno. Si guarda l’auto. Si guarda il tetto, se si riesce. Si raccolgono magari un paio di chicchi, soprattutto se sono enormi, perché sembra impossibile che siano caduti dal cielo. Li tieni in mano e si sciolgono.

Questa immagine mi è rimasta. Non perché sia particolarmente poetica. È semplicemente ciò che fa il ghiaccio quando lo tieni in mano. Si scioglie. Pochi minuti prima quel pezzo di ghiaccio faceva un rumore tremendo sul tetto e adesso ti bagna le dita. Forse è lì che bisogna smettere di parlare di bombardamento. Perché dopo un bombardamento non si raccolgono le cose che sono cadute aspettando che diventino acqua. Rimangono. E soprattutto rimane ciò che hanno fatto. La differenza è tutta lì e non c’è bisogno di caricarla troppo. Però la somiglianza iniziale resta interessante. Due cose radicalmente diverse possono, per alcuni secondi, produrre qualcosa che il nostro orecchio mette nella stessa famiglia. Un impatto. Molti impatti. Un clangore. 

Poi interviene il pensiero e comincia a distinguere. Forse ascoltare è anche questo. Prima sentire qualcosa, poi cercare di capire da dove viene. E soprattutto perché. Quella volta grandinava. Era soltanto grandine. Ma la città, sotto, rispondeva come se fosse fatta apposta per amplificarla. Le lamiere, i vetri, le grondaie, i tetti. Noi eravamo dentro. E ascoltavamo. Dopo, cercando una parola per raccontare quel rumore, ne abbiamo trovata una vecchia. Clangore. Da lì, in qualche modo, è cominciato tutto.


Pubblicato il 23 settembre 2026

Frida Riolo

Frida Riolo / Strategic Innovator | Design Thinking |

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