“Chi cerca il dominio attraverso la tecnica finirà per diventare servo della propria potenza.” - — Fulcenzio Odussomai, Frammenti in apnea
I. Sul salire a bordo
Il gesto di “salire a bordo”, che Giovanni Nacci ha recentemente esplorato con rara profondità su Stultifera Navis¹, non è un semplice movimento spaziale. È un atto che implica abbandono, fiducia, esposizione. Si sale a bordo per staccarsi da una terraferma nota, ma anche per accettare la precarietà di un habitat che galleggia – e resiste – nel mezzo di un elemento ostile. Una nave non è un’arma: è un sistema di sopravvivenza, un’alleanza tra tecnica e fragilità.
Nacci ci ricorda che la nave, prima ancora di essere mezzo, è soglia. Il bordo che si attraversa è margine, ma anche fondazione. E ciò che si costruisce salendo a bordo non è solo un viaggio, ma una disposizione alla relazione, all’alterità, all’ascolto.
È proprio questa disposizione che sembra oggi mancare alla nostra idea di tecnologia. Viviamo un tempo in cui si tende a confondere il costruire con l’imbracciare, il navigare con il colpire, il pensare con il prevedere.
II. La repubblica armata
Nel libro The Technological Republic: Hard Power, Soft Belief, and the Future of the West², Alex Karp (CEO di Palantir) e Nicholas Zamiska lanciano un appello preciso: rimettere l’industria tecnologica al servizio della difesa nazionale. Invocano un ritorno al modello della Guerra Fredda, in cui il software era parte dell’infrastruttura militare, e sollecitano la Silicon Valley ad abbandonare la frivolezza dei social e dell’e-commerce per rispondere a un dovere patriottico.
Questa visione ha il merito della chiarezza, ma anche il limite dell’univocità. La tecnologia, nella proposta di Karp, non è uno spazio del possibile, ma un apparato strategico. Non un ambiente da abitare, ma un arsenale da organizzare. L’intelligenza artificiale diventa un’arma. E il pensiero, di conseguenza, un rischio da neutralizzare.
È qui che si manifesta una pericolosa regressione epistemica: quella che trasforma la complessità in minaccia e la potenza in valore.
III. Una civiltà giovane e impaziente
Gli Stati Uniti sono una nazione recente, nata da un atto di rottura e alimentata da una guerra civile che ha causato circa 750.000 morti — più delle perdite americane nella Prima e nella Seconda Guerra Mondiale messe insieme³. Una frattura interna, originaria, che ha generato un’identità fondata sull’eccezionalismo e sull’autoaffermazione.
Di fronte a civiltà come quella cinese, che conta oltre 4.000 anni di continuità storica, questa giovinezza si traduce spesso in una certa impazienza strategica: la necessità di dimostrare potenza, innovazione, supremazia. Ma i millenni non si colmano con i megabyte. Le civiltà non si imitano, e la cultura non si scarica.
È curioso, allora, che si cerchi di compensare la fragilità storica con slogan latini. Semper Vigilo. Fiat Lux. Fortis Fortuna Adiuvat. Motti che l’Impero romano adottava con la consapevolezza di un ordine cosmico. Qui invece sembrano tatuaggi digitali applicati su circuiti militari.
IV. Il missile come fallimento del pensiero
Hannah Arendt ci ha insegnato che la violenza nasce dove il potere si è esaurito. Quando la relazione fallisce, arriva il bastone. O il drone. La repubblica tecnologica immaginata da Karp è una risposta alla paura: paura di perdere il dominio, paura di una storia che corre più veloce del proprio modello, paura dell’incertezza.
Ma l’incertezza non è un nemico. È la condizione originaria del pensare.
La tecnologia che cerca di eliminare l’incertezza smette di essere tecnica: diventa mitologia. Diventa religione della previsione, culto del rischio calcolato, teologia della sorveglianza.
Eppure c’è un’altra via. Non quella del missile, ma quella della nave.
V. Ipotesi sull’autore
Qui si inserisce un altro frammento di questa riflessione, contenuto nell’articolo di Gino Tocchetti⁴ su Hypnocracy, un libro attribuito a un misterioso “Jianwei Xun”, figura sfuggente che potrebbe essere un collettivo, una AI, una performance, o tutte queste cose insieme.
L’articolo di Tocchetti è brillante proprio perché rifiuta di ridurre la questione a un semplice fact checking. Non gli interessa smascherare l’inganno, ma riconoscere che l’inganno è ormai parte del paesaggio. L’autore non è più un fondamento, ma un evento. Un effetto collaterale del testo.
In questo contesto, ho deciso di introdurre Fulcenzio Odussomai. Un filosofo inesistente – o forse non del tutto. Una voce apocrifa. Un pensatore che non pubblica, ma sussurra. Di lui si dice solo questo: “Brilla anche se odiato”.
Come “Jianwei Xun”, Fulcenzio è un’ipotesi. Non cerca potere, ma ascolto. Non reclama autorità, ma invita al dubbio. In un mondo che pretende autenticità certificata, Fulcenzio è uno specchio che si lascia attraversare.
VI. Navigare l’intelligenza
Tocchetti ci ricorda che forse Hypnocracy è un esperimento, una metafora incarnata. E che il modo stesso in cui reagiamo al libro è parte dell’esperimento. Questo vale anche per l’intelligenza artificiale.
La domanda non è se l’IA sia “buona” o “cattiva”. La domanda è se stiamo progettando un’intelligenza che ci aiuta a convivere con il dubbio, oppure a sradicarlo.
Stiamo creando mappe, o recinti?
Il rischio non è che l’IA diventi più intelligente di noi. Il rischio è che noi si smetta di esserlo, nella fretta di delegare il pensiero.
VII. Per concludere
La nave, non il missile.
Il bordo, non la muraglia.
L’autore come domanda, non come firma.
In un mondo dove la tecnologia rischia di essere piegata al dominio, resta aperta una possibilità diversa. Quella di navigare. Di costruire imbarcazioni culturali, teoriche, disciplinari. Di affrontare il mare dell’incertezza non con la paura della tempesta, ma con la gioia della rotta.
E allora sì, forse Fulcenzio Odussomai esiste.
Come tutte le idee che hanno bisogno di noi per diventare vere.
Bibliografia
1. Giovanni Nacci, Sul salire a bordo, Stultifera Navis, 2025.
https://www.stultiferanavis.it/la-rivista/sul-salire-a-bordo
2. Alex Karp, Nicholas Zamiska, The Technological Republic: Hard Power, Soft Belief, and the Future of the West, 2025.
3. Drew Gilpin Faust, This Republic of Suffering: Death and the American Civil War, Vintage, 2009.
4. Gino Tocchetti, Hypnocracy: arcano svelato e fact checking debunked, Medium, 2025.
https://medium.com/@ginotocchetti/hypnocracy-arcano-svelato-e-fact-checking-debunked-3f321ca7b0bd