Di recente ho pubblicato su Stultifera Navis un saggio sulla genealogia della token economy, seguendo un percorso forse insolito: da uno spiedo di ferro della Grecia arcaica alle arti della memoria rinascimentali, dalla semiotica di Tartu alla filosofia giapponese del basho, fino ai datacenter contemporanei, nei quali la memoria artificiale viene misurata, frammentata e fatturata.
La domanda di fondo era semplice solo in apparenza: chi determina il valore di ciò che può essere conservato nella memoria, e a quale costo?
Ho poi condiviso il saggio su LinkedIn. Da lì sono nate alcune osservazioni che hanno spostato il problema più avanti.
La prima: qualsiasi segno, con il tempo, si svaluta, perché scompare il mondo di significati al quale era legato. Possiamo conservare indefinitamente una traccia, ma non necessariamente il contesto che la rende intelligibile. Forse, allora, la vera scarsità non è la memoria, ma il contesto.
La seconda riguardava il basho di Nishida e la possibilità di pensare la memoria non come un magazzino di oggetti, segni e dati, ma come un campo di relazioni nel quale il significato può emergere. Ma proprio qui nasce un altro interrogativo: una memoria così concepita è davvero non mercificabile? Abbiamo costruito sistemi capaci di attribuire un prezzo persino alle relazioni.
E forse il problema è ancora più profondo.
Abbiamo trascorso così tanto tempo dentro le piattaforme da essere diventati incapaci di concepire un invito che non sia una strategia, una transazione, un tentativo di appropriarsi di qualcosa? Siamo ancora capaci di riconoscere una porta lasciata socchiusa come semplice gesto di ospitalità intellettuale?
Forse no. O forse, più semplicemente, abitiamo ormai mondi semantici differenti, nei quali lo stesso segno può significare cose incompatibili. Un invito, per qualcuno, è un'apertura; per un altro, una strategia. Una relazione può essere un incontro oppure una metrica. Una conversazione può essere uno spazio comune oppure engagement.
Sono domande che meritano di continuare a circolare. Ma dove?
I social network sono stati straordinari strumenti di propagazione e continuano, almeno in parte, a esserlo. Ma sono, e probabilmente saranno sempre di più, meno adatti alla sedimentazione del pensiero. Un commento appare, genera qualche risposta e presto scompare sotto il rumore successivo. Per dirla con il linguaggio dei radioamatori: troppo QRM.
Preferisco allora riportare queste conversazioni qui, su Stultifera Navis, trasformando commenti, obiezioni ed equivoci in nuovi articoli capaci di rispondersi nel tempo. Non per eliminare il rumore, impresa probabilmente impossibile, ma per costruire un luogo nel quale il pensiero possa sostare abbastanza a lungo da diventare relazione.
Forse il punto è proprio questo: non tutti i luoghi sono semplici contenitori. Alcuni determinano le condizioni nelle quali qualcosa può apparire, essere ascoltato, entrare in relazione con altro e produrre nuovi significati. Una piattaforma e una rivista possono entrambe ospitare parole, ma non per questo costituiscono lo stesso spazio cognitivo. La prima tende a misurare la circolazione; la seconda, quando riesce nel suo compito, può consentire la sedimentazione.
Non si tratta, dunque, di abbandonare i social, ma di comprendere che non ogni conversazione deve necessariamente finire dove è cominciata. Un commento può essere l'inizio di un pensiero più lungo. Un'obiezione può diventare un articolo. Una risposta può generare una nuova domanda. Forse dovremmo tornare a concepire la scrittura anche così: non come una successione di contenuti, ma come una conversazione distribuita nel tempo.
Forse è anche per questo che, scrivendo Cartografie delle zone d'ombra. Segnale, rumore e sapere tacito nelle organizzazioni, mi sono interrogato spesso su ciò che accade quando perdiamo la capacità di distinguere il segnale dal rumore, quando ciò che sappiamo non riesce più a trovare una forma per essere ascoltato, quando le mappe ufficiali non coincidono più con i territori reali.
E allora rilancio ai lettori di Stultifera Navis le domande nate da queste conversazioni: possiamo conservare un segno senza essere costretti a portarci appresso anche il mondo che gli dava significato? Una memoria relazionale può davvero sottrarsi alla mercificazione? Siamo ancora capaci di riconoscere un invito che non nasconda una transazione? Che cosa, nella conoscenza, resiste ancora alla traduzione in quantità misurabile?
E, soprattutto: quali luoghi vogliamo costruire perché queste domande non siano immediatamente sommerse dal rumore di fondo dei social?
Per continuare la conversazione
Calogero (Kàlos) Bonasia, L'obolo della macchina. Genealogia della token economy fra Simonide, Tartu e Kyōto, Stultifera Navis.
Il saggio da cui ha avuto origine la conversazione: una genealogia della token economy che attraversa l'arte della memoria, l'antica nozione di valore, la semiotica di Tartu e il basho di Nishida, per interrogare le architetture contemporanee della memoria artificiale.
Calogero Bonasia, Cartografie delle zone d'ombra. Segnale, rumore e sapere tacito nelle organizzazioni, Delos Digital, 2026.
Un'indagine su ciò che le organizzazioni smettono di vedere e di ascoltare: il sapere tacito, il rapporto tra segnale e rumore, le zone che sfuggono alle mappe ufficiali e alle metodologie prefabbricate. (link al sito dell'editore)
Platone, Timeo.
È qui che compare la chōra, il difficile e affascinante «terzo genere» che non è né il modello intelligibile né ciò che diviene, ma ciò che offre luogo al divenire. Un antecedente importante per interrogare il dialogo, ma anche le differenze, tra la tradizione occidentale e il basho di Nishida.