Siamo davvero oltre. Oltre il conflitto fisiologico delle società democratiche, oltre il dissenso, oltre perfino la crisi. Siamo entrati in una fase in cui ciò che un tempo costituiva il fondamento della convivenza civile non viene più nemmeno percepito come problema.
La libertà e la democrazia non stanno crollando sotto colpi improvvisi. Si stanno consumando lentamente, per un’erosione silenziosa.
John Dewey lo aveva chiarito con lucidità in Democrazia e educazione: la democrazia non è una semplice forma di governo, ma un modo di vivere insieme, una pratica quotidiana che si apprende attraverso l’educazione, la partecipazione, il confronto, l’esperienza condivisa. Quando questa pratica si interrompe, la democrazia non muore: si svuota.
L’erosione più pericolosa non è quella giuridica, ma quella etica. È la perdita del senso del limite, del discernimento, della misura. A questa si accompagna l’indifferenza, che non è neutralità ma complicità passiva: l’abitudine a non interrogarsi più sulle conseguenze delle azioni collettive.
In questo vuoto si insinua la logica della forza.
La cosiddetta “legge della giungla” non governa da sola: governa perché trova consenso. Un consenso che nasce da una sostituzione silenziosa ma devastante: il diritto viene rimpiazzato dal dovere di obbedire.
L’obbedienza cieca viene scambiata per pensiero libero.
La deresponsabilizzazione collettiva per sicurezza.
La delega ai prepotenti per capacità di comando.
Dal punto di vista pedagogico, questo processo ha un nome preciso e inquietante: eteronomia morale.
Non si agisce più perché si comprende il valore di una norma, ma perché qualcun altro decide al posto nostro. È l’opposto dell’educazione democratica, che dovrebbe formare soggetti capaci di giudizio, non esecutori.
Maria Montessori aveva colto questo nodo in profondità.
Con il concetto di Educazione cosmica, indicava un’educazione che non addestra all’obbedienza, ma forma alla responsabilità verso il tutto: gli altri, l’ambiente, la comunità umana. La libertà, per Montessori, non è arbitrio, ma consapevolezza del proprio posto nel mondo, rispetto del limite come condizione dell’armonia.
Un’educazione che mette al centro la forza prima della relazione non costruisce ordine: costruisce paura.
E la paura non è mai terreno di democrazia.
È a questo punto che va fatta una precisazione importante, che non attenua la gravità del problema, ma la rende più chiara.
L’iniziativa che ha sollevato polemiche non è stata organizzata da una scuola, ma da un parco divertimenti, nell’ambito di giornate denominate “School Day”.
Questo dato non assolve nulla.
Al contrario, aggrava il nodo simbolico.
Quando un luogo dedicato al gioco, al tempo libero, all’immaginazione infantile introduce linguaggi e scenari propri dell’addestramento militare, il messaggio che passa è ancora più ambiguo: la forza entra nello spazio del gioco, la coercizione viene resa spettacolo, l’educazione si confonde con l’intrattenimento.
Quando un’attività viene presentata come “formativa” e prevede che bambini o ragazzi assistano a una
“simulazione realistica di ingresso in un centro abitato con individuazione, immobilizzazione e trasporto di un elemento ostile”, non siamo davanti a una semplice scelta infelice di comunicazione.
Siamo davanti a un atto educativo altamente simbolico, indipendentemente dal contesto formale in cui avviene.
L’educazione agisce soprattutto attraverso ciò che rende normale.
E qui il messaggio di questa iniziativa è inequivocabile:
il conflitto si gestisce con la coercizione,
l’altro è ridotto a “elemento”,
la parola viene dopo la forza,
l’ordine prevale sulla relazione.
La pedagogia e la psicologia dell’età evolutiva sono concordi: i bambini apprendono per modellamento. Interiorizzano ciò che vedono come legittimo prima ancora di ciò che viene spiegato. Quando la forza viene spettacolarizzata e resa “didattica”, diventa criterio implicito di giustizia.
Non è una questione di sensibilità individuale.
È una questione di formazione del giudizio morale.
Karl Popper, parlando di società aperta, ricordava che una democrazia vive solo se i cittadini sono educati al pensiero critico, al dubbio, alla responsabilità personale. La società aperta non teme il dissenso; teme l’obbedienza cieca, perché è da lì che nascono i sistemi chiusi.
La celebre frase “la mia libertà finisce dove inizia la tua” non è un residuo moralistico, ma il principio fondante della convivenza democratica. Se viene svuotata, non resta una libertà più forte: resta il dominio del più forte.
In questo senso, la citazione di Matteo 18,6 va letta anche in chiave socio-pedagogica.
Nel termine skándalon non c’è solo lo scandalo emotivo, ma l’ostacolo che fa inciampare, che devia il cammino. Scandalizzare un bambino significa alterare precocemente la sua bussola morale, confondere la giustizia con l’efficacia, il bene con la forza.
Non è un peccato teologico.
È un danno educativo.
Quando l’umano diventa lo scandalo — quando la compassione è derisa, la cura è sospetta, il limite è visto come debolezza — non siamo di fronte a una crisi dell’etica individuale. Siamo di fronte a un cambiamento del parametro educativo della civiltà.
E una società che cambia parametro senza interrogarsi non prepara cittadini.
Forma sudditi obbedienti o predatori competitivi.
La domanda iniziale, allora, non è retorica ma decisiva:
che lezione di civile convivenza democratica stiamo impartendo ai bambini?
Se questa domanda non ci inquieta, il problema non è solo ciò che facciamo.
È ciò che siamo diventati capaci di accettare.