NOVITA'[2372]
Quando il Progresso presenta il conto: Welfare State e Intelligenza Artificiale
Tutti noi stiamo percependo che non siamo in una fase di trasformazione graduale che lascia tempo per adattarsi. Siamo dentro una singolarità in emergenza, in una fase di accelerazione esponenziale in cui le istituzioni, i sistemi di welfare, le categorie giuridiche, i contratti sociali sono stati pensati per un mondo che sta scomparendo sotto i nostri occhi.
Milano, le nuove generazioni e il prezzo della prossimità
Milano è la città che funziona, e proprio per questo mostra meglio di ogni altra dove il funzionamento diventa esclusione. Produce lavoro qualificato in abbondanza, ma rende sempre più difficile, a chi quel lavoro lo comincia adesso, viverci: la gentrificazione non cambia solo i quartieri, cambia chi può entrare, e funziona come un filtro generazionale in cui l'accesso al centro dipende ormai più dal patrimonio dei genitori che dal merito. La lettura qui è dichiaratamente schierata, e si appoggia a una tradizione critica precisa: gli studi urbani radicali del diritto alla città (Lefebvre, Harvey) e dell'abitare diseguale (Hochstenbach), l'economia politica del precariato e della giustizia sociale (Standing, Fraser, Fumagalli), e quella psicologia critica del lavoro che, dal Manifesto di Bal alla psychology of working di Blustein, rifiuta di ridurre problemi strutturali a questioni di resilienza individuale. È uno sguardo che colloca il disagio non nelle persone, ma nei rapporti materiali tra lavoro, reddito e territorio. Il risultato è una città che lavora altrove: i suoi giovani la servono, la attraversano e poi se ne vanno, perché restare costa troppo. Resta la domanda più scomoda, quella da cui parte ogni lettura critica: chi può permettersi di lavorare nella città che ha bisogno del suo lavoro?
La Middle Class esisterà ancora?
L’intento di questo articolo è collegare le linee invisibili delle trasformazioni in atto; se, da un lato, i modelli di intelligenza artificiale stanno diventando troppo potenti per essere sviluppati esclusivamente secondo la logica della competizione economica, della velocità e del vantaggio strategico, dall’altro, cosa succederà al mondo del lavoro?
Ho visto un re!
ABSTRACT C'era una volta un Re che governava un regno immenso, in cui le catene erano fatte di luce e la sottomissione era stata definita "intrattenimento". In questo luogo nessuno obbligava i sudditi a restare, eppure le persone non riuscivano a uscirne. Il Re non governava con i decreti, ma grazie alle abitudini dei sudditi. Non minacciava nessuno, ma costruiva intorno a ognuno un mondo talmente veloce e pieno di piccole ricompense che immaginare un altro luogo sembrava una perdita di tempo. A un certo punto della narrazione, ho deciso di smettere di raccontare una favola contemporanea e ho guardato ai numeri. Il Digital 2025 Global Overview Report è inequivocabile: trascorriamo in media un'ora e 35 minuti al giorno sui social media. Moltiplicatelo per un anno: sono 582 ore, 24 giorni interi. Tre settimane e mezzo della nostra vita ogni anno, come forma di tributo a un Re. Ma la vera questione non è nel "quanto", bensì nel "come". Le 582 ore dedicate ai social media non sono ore qualsiasi. Includono i momenti di pausa, le attese, i silenzi tra una frase e l'altra, gli spazi in cui un tempo, neanche troppo remoto, nascevano le idee. I sudditi hanno scambiato la noia, una dimensione da cui può nascere la creatività, con una moltitudine di piccole ricompense psicologiche ed emozionali che li rendono sempre meno capaci di stare soli con sé stessi e con i propri pensieri. Il costo dell'assenza di noia non si misura in denaro, ma in termini di attenzione, memoria e capacità di "abitare" la complessità. Senza queste tre dimensioni, è impossibile sviluppare un pensiero critico, autonomo e autosufficiente. Il finale di questa favola distopica contemporanea non è ancora stato scritto e dipenderà dal momento in cui i sudditi decideranno di alzare lo sguardo e chiedersi: Siamo ancora capaci di vivere il silenzio senza riempirlo di stimoli momentanei?
Quando l’AI diventa un terapeuta: limiti, rischi e illusioni
Sempre più persone usano l’intelligenza artificiale per sfogarsi, chiedere consigli, sentirsi ascoltate. Ma cosa succede quando questo supporto diventa una presenza stabile nelle nostre dinamiche emotive? Tra opportunità reali e rischi emergenti, l’articolo esplora i limiti dell’AI nel campo della salute mentale e il ruolo che scegliamo di darle nelle nostre vite.
In mezzo al guado... del tempo presente
Eravamo quattro amici al bar, che volevano cambiare il mondo, destinati a qualche cosa in più…”. In tre piccoli versi di una famosa canzone ho dichiarato lo spirito di questo articolo che, come è giusto che sia, non andrà a scomodare nessun intellettuale né dei tempi passati né del tempo presente né, tantomeno, interpretare o reinterpretare il loro pensiero anche se dei richiami saranno inevitabili.
Contro l’isola e contro la fortezza
Contro la modernità dei legami intermittenti e contro la sacralizzazione della coppia, una riflessione su amore, fedeltà e relazione come forme non di chiusura, ma di continuità aperta nel mondo.
La costruzione dell’ovvio
Questo articolo nasce da un percorso di ricerca autonomo, non lineare, guidato dal desiderio di comprendere i meccanismi attraverso cui il pensiero collettivo si forma e diventa senso comune. L’incontro con il pensiero di Serge Moscovici non è avvenuto all’interno di un programma universitario strutturato, ma attraverso un’esplorazione indipendente, resa necessaria dal confronto con il dibattito pubblico contemporaneo. Il testo non intende offrire un’esposizione specialistica, ma una chiave di lettura: rendere visibili i processi attraverso cui ciò che è complesso viene reso familiare e ciò che viene discusso diventa ovvio.
L’intelligenza è una relazione
Da quando i modelli generativi sono entrati nella conversazione pubblica, abbiamo iniziato a parlare di intelligenza artificiale come di un nuovo soggetto: sempre più potente, sempre più autonomo, quasi una mente. Ma cosa accade se cambiamo prospettiva? Se l’intelligenza non fosse una proprietà del singolo sistema, ma qualcosa che emerge dalle relazioni tra sistemi?
La marcatura tribale: dal solco di Romolo alla bacheca social
Dai solchi fondativi delle città ai muri linguistici dei social: una riflessione sulla tribalizzazione del dibattito pubblico e sull’impoverimento della parola.
Una sola scheda
Non sempre ci accorgiamo di quando il nostro modo di cercare cambia. A volte smettiamo di esplorare non per mancanza di curiosità, ma perché una risposta arriva troppo in fretta. Questo testo nasce da una sensazione condivisa: il momento in cui approfondire inizia a sembrare superfluo. E il pensiero, senza rumore, diventa più corto.
L’illusione della produttività infinita: quando l’AI accelera il vuoto
L’intelligenza artificiale rende il vuoto (di senso) scalabile, riproducibile, industriale. Accelerando la produzione di contenuti formalmente corretti ma spesso privi di direzione, l’AI rischia di saturare l’attenzione e indebolire la capacità di distinguere ciò che conta davvero. Una riflessione sull’illusione della produttività infinita e sul valore, sempre più raro, dell’attrito cognitivo.
Educare all’obbedienza — Democrazia, infanzia e perdita del limite
Una riflessione pedagogica e civile su educazione, democrazia e infanzia, a partire dalla normalizzazione della forza nei contesti educativi e simbolici. Quando il limite si perde, è l’umano a diventare lo scandalo.
Χρόνος — Chronos
La modernità ha separato ciò che il mito univa. Ha dissociato il tempo dalla necessità interiore della trasformazione. Ha dissociato Senex da Puer, producendo insieme ossessione della giovinezza e tirannia delle procedure. E ora, ultimo inganno, ci offre il "qui ed ora" come salvezza.
La politica del conflitto di Charles Tilly e Sidney Tarrow: una recensione
Una recensione la cui scrittura è servita a rielaborare e a comprendere meglio il quadro teorico e metodologico adottato dagli autori, per poi analizzare i concetti chiave e i contenuti principali dell'opera. Il testo contiene anche una valutazione critica dei punti di forza e dei limiti del libro, la cui rilevanza per gli studi contemporanei sulla politica rimangono comunque indiscussi
WWW: Il web è una cosa strana
La verità (la praxia conduce alla verità) è che navigare (necesse est navigare) è diventato un dramma (anticipazione pragmatica dell'ultimo verso), se non attaccate all'USB del PC il cavo dell'elettroencefalografo (ironia pragmatica, non antifrastica), cioè se non fate funzionare il cervello, chi non ha intuito che il www sia divenuto un «symbolic outlet» (Bauman, con inversione sociologica distopica dei concetti utopici di «emotional outlet» e «creative outlets» di Barbara Fredrickson o Lisa Feldman Barrett), cioè una no-where zone in cui l'homo consumericius lipovetskyiano, riesca, con continui «sfoghi simbolici», a soddisfare l'eterna insoddisfazione del desiderio, sia condannato a osservare - come un anatomopatologo- la rete (web/rete da tennis [net]), inter-net, come Boris Beckett (onomastic portmanteau pragmatico), cioè Boris Becker/Samuel Beckett, en attendant Godot (in ethernet).