Quando l’AI diventa un terapeuta: limiti, rischi e illusioni

Sempre più persone usano l’intelligenza artificiale per sfogarsi, chiedere consigli, sentirsi ascoltate. Ma cosa succede quando questo supporto diventa una presenza stabile nelle nostre dinamiche emotive? Tra opportunità reali e rischi emergenti, l’articolo esplora i limiti dell’AI nel campo della salute mentale e il ruolo che scegliamo di darle nelle nostre vite.

In mezzo al guado... del tempo presente

Eravamo quattro amici al bar, che volevano cambiare il mondo, destinati a qualche cosa in più…”. In tre piccoli versi di una famosa canzone ho dichiarato lo spirito di questo articolo che, come è giusto che sia, non andrà a scomodare nessun intellettuale né dei tempi passati né del tempo presente né, tantomeno, interpretare o reinterpretare il loro pensiero anche se dei richiami saranno inevitabili.

La costruzione dell’ovvio

Questo articolo nasce da un percorso di ricerca autonomo, non lineare, guidato dal desiderio di comprendere i meccanismi attraverso cui il pensiero collettivo si forma e diventa senso comune. L’incontro con il pensiero di Serge Moscovici non è avvenuto all’interno di un programma universitario strutturato, ma attraverso un’esplorazione indipendente, resa necessaria dal confronto con il dibattito pubblico contemporaneo. Il testo non intende offrire un’esposizione specialistica, ma una chiave di lettura: rendere visibili i processi attraverso cui ciò che è complesso viene reso familiare e ciò che viene discusso diventa ovvio.

L’intelligenza è una relazione

Da quando i modelli generativi sono entrati nella conversazione pubblica, abbiamo iniziato a parlare di intelligenza artificiale come di un nuovo soggetto: sempre più potente, sempre più autonomo, quasi una mente. Ma cosa accade se cambiamo prospettiva? Se l’intelligenza non fosse una proprietà del singolo sistema, ma qualcosa che emerge dalle relazioni tra sistemi?

Una sola scheda

Non sempre ci accorgiamo di quando il nostro modo di cercare cambia. A volte smettiamo di esplorare non per mancanza di curiosità, ma perché una risposta arriva troppo in fretta. Questo testo nasce da una sensazione condivisa: il momento in cui approfondire inizia a sembrare superfluo. E il pensiero, senza rumore, diventa più corto.

L’illusione della produttività infinita: quando l’AI accelera il vuoto

L’intelligenza artificiale rende il vuoto (di senso) scalabile, riproducibile, industriale. Accelerando la produzione di contenuti formalmente corretti ma spesso privi di direzione, l’AI rischia di saturare l’attenzione e indebolire la capacità di distinguere ciò che conta davvero. Una riflessione sull’illusione della produttività infinita e sul valore, sempre più raro, dell’attrito cognitivo.

Χρόνος — Chronos

La modernità ha separato ciò che il mito univa. Ha dissociato il tempo dalla necessità interiore della trasformazione. Ha dissociato Senex da Puer, producendo insieme ossessione della giovinezza e tirannia delle procedure. E ora, ultimo inganno, ci offre il "qui ed ora" come salvezza.

La politica del conflitto di Charles Tilly e Sidney Tarrow: una recensione

Una recensione la cui scrittura è servita a rielaborare e a comprendere meglio il quadro teorico e metodologico adottato dagli autori, per poi analizzare i concetti chiave e i contenuti principali dell'opera. Il testo contiene anche una valutazione critica dei punti di forza e dei limiti del libro, la cui rilevanza per gli studi contemporanei sulla politica rimangono comunque indiscussi

WWW: Il web è una cosa strana

La verità (la praxia conduce alla verità) è che navigare (necesse est navigare) è diventato un dramma (anticipazione pragmatica dell'ultimo verso), se non attaccate all'USB del PC il cavo dell'elettroencefalografo (ironia pragmatica, non antifrastica), cioè se non fate funzionare il cervello, chi non ha intuito che il www sia divenuto un «symbolic outlet» (Bauman, con inversione sociologica distopica dei concetti utopici di «emotional outlet» e «creative outlets» di Barbara Fredrickson o Lisa Feldman Barrett), cioè una no-where zone in cui l'homo consumericius lipovetskyiano, riesca, con continui «sfoghi simbolici», a soddisfare l'eterna insoddisfazione del desiderio, sia condannato a osservare - come un anatomopatologo- la rete (web/rete da tennis [net]), inter-net, come Boris Beckett (onomastic portmanteau pragmatico), cioè Boris Becker/Samuel Beckett, en attendant Godot (in ethernet).