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Questo articolo nasce da un percorso di ricerca autonomo, non lineare, guidato dal desiderio di comprendere i meccanismi attraverso cui il pensiero collettivo si forma e diventa senso comune. L’incontro con il pensiero di Serge Moscovici non è avvenuto all’interno di un programma universitario strutturato, ma attraverso un’esplorazione indipendente, resa necessaria dal confronto con il dibattito pubblico contemporaneo.

Il testo non intende offrire un’esposizione specialistica, ma una chiave di lettura: rendere visibili i processi attraverso cui ciò che è complesso viene reso familiare e ciò che viene discusso diventa ovvio.


Ci sono autori che non diventano mai “di programma”, eppure spiegano il mondo meglio di molti classici canonizzati. Serge Moscovici è uno di questi. Psicologo e sociologo di formazione europea, ha lavorato su una domanda tanto semplice quanto destabilizzante: come fanno le società a pensare insieme? Non come votano, non come decidono, ma come arrivano a considerare alcune idee ovvie, naturali, inevitabili.

l’individuo non pensa mai in isolamento

Il punto di partenza di Moscovici è netto: l’individuo non pensa mai in isolamento. Anche quando si percepisce come autonomo e critico, il suo pensiero si muove dentro cornici condivise, fatte di immagini, parole, metafore, narrazioni. Queste cornici sono ciò che Moscovici chiama rappresentazioni sociali. Non sono opinioni personali né semplici credenze collettive: sono strutture cognitive e simboliche che permettono a una comunità di rendere il mondo comprensibile e abitabile.

Le rappresentazioni sociali nascono soprattutto quando un gruppo si trova di fronte a qualcosa di nuovo, minaccioso o difficile da interpretare. Un evento inatteso, un cambiamento radicale, un fenomeno complesso. Davanti a ciò che disorienta, la società non resta sospesa nell’incertezza: reagisce. E reagisce attraverso due processi fondamentali.

Il primo è l’ancoraggio. Ciò che è nuovo viene interpretato usando categorie già note. L’ignoto viene ricondotto al familiare. In questo modo il fenomeno perde parte della sua estraneità, ma anche della sua complessità. Viene “tradotto” in un linguaggio accessibile, spesso emotivo, quasi sempre semplificato. Non è una manipolazione deliberata: è un meccanismo cognitivo normale, necessario per orientarsi.

Il secondo processo è l’oggettivazione. L’astratto prende forma concreta. Un’idea diventa immagine, uno slogan, una metafora. Qualcosa che si può vedere, ripetere, condividere. È in questo passaggio che il discorso si moltiplica: conversazioni informali, media, commenti, narrazioni pubbliche. Il fenomeno, ormai oggettivato, entra nel senso comune. Non ha più bisogno di essere spiegato: viene “sentito” come evidente.

Quando una rappresentazione sociale si stabilizza, produce un effetto ulteriore: rafforza l’identità del gruppo. Non dice solo “cos’è il mondo”, ma implicitamente “chi siamo noi”. Ogni rappresentazione condivisa traccia un confine: tra normale e anomalo, tra accettabile e pericoloso, tra ciò che appartiene al “noi” e ciò che ne resta fuori. Per questo le rappresentazioni sociali non sono mai neutre. Non perché siano necessariamente ideologiche, ma perché strutturano il campo del pensabile.

Uno degli aspetti più interessanti del pensiero di Moscovici riguarda il ruolo delle minoranze. Contro l’idea rassicurante che il cambiamento segua sempre il consenso, Moscovici mostra che spesso sono le minoranze coerenti e persistenti a produrre trasformazioni profonde. Non convincono subito, non rassicurano, non semplificano. Introducono una frattura. Rendono instabile ciò che sembrava ovvio. È così che il senso comune, lentamente, può spostarsi.

la posta in gioco non è solo ciò che pensiamo, ma come diventa possibile pensarlo

Il valore del pensiero di Moscovici sta tutto qui: nel mostrarci che la posta in gioco non è solo ciò che pensiamo, ma come diventa possibile pensarlo. Prima della decisione, prima del giudizio, prima del voto, esiste un lavoro silenzioso di costruzione simbolica che rende alcune idee familiari e altre impensabili.

Studiare Moscovici non significa diventare diffidenti verso ogni discorso pubblico. Significa diventare più responsabili. Sapere che ciò che appare naturale è spesso il risultato di un processo. E che riconoscere questi processi non elimina il conflitto, ma lo rende finalmente consapevole.

In tempi in cui il dibattito pubblico è ridotto a contrapposizione di slogan, la sua lezione è tutt’altro che accademica. È un invito a guardare sotto la superficie dell’ovvio. Perché ciò che non sappiamo di condividere è, molto spesso, ciò che più profondamente ci governa.


Pubblicato il 17 febbraio 2026

Angela Santoro

Angela Santoro / Scrivo, insegno, esploro. Porto nel digitale la passione di una vita nella scuola, creando ponti tra menti e generazioni. Cultura, parole, ironia e incoscienza.

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