“𝘓𝘢 𝘤𝘰𝘮𝘶𝘯𝘪𝘵𝘢̀ 𝘦̀ 𝘪𝘭 𝘭𝘶𝘰𝘨𝘰 𝘪𝘯 𝘤𝘶𝘪 𝘯𝘰𝘯 𝘴𝘪 𝘦̀ 𝘮𝘢𝘪 𝘴𝘰𝘭𝘪, 𝘮𝘢 𝘱𝘶𝘰̀ 𝘥𝘪𝘷𝘦𝘯𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘢𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘪𝘭 𝘭𝘶𝘰𝘨𝘰 𝘪𝘯 𝘤𝘶𝘪 𝘴𝘪 𝘦̀ 𝘴𝘰𝘭𝘪 𝘤𝘰𝘯𝘵𝘳𝘰 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘪.” (𝘡𝘺𝘨𝘮𝘶𝘯𝘵 𝘉𝘢𝘶𝘮𝘢𝘯)
C’è un gesto antichissimo che precede la politica, precede la città, precede persino la legge: la marcatura del territorio.
Nel mondo animale è un atto semplice.
Si delimita uno spazio.
Si segnala un confine.
Si comunica: “Qui è mio.”
Non è un ragionamento. È un segnale per gli altri.
Anche l’uomo ha sempre tracciato confini.
Romolo, nel mito fondativo di Roma, non costruisce subito la città: traccia un solco.
È il confine a generare la comunità.
Remo lo oltrepassa, e quel gesto diventa violazione sacrale.
Prima della convivenza viene la delimitazione.
Nel Medioevo le mura dei castelli, i fossati, i recinti non erano solo difesa: erano definizione identitaria.
Dentro e fuori.
Noi e loro.
Il confine è necessario.
Ma quando diventa ossessione, la comunità si trasforma in fortezza.
Oggi non costruiamo più mura di pietra.
Costruiamo muri linguistici.
La marcatura tribale nel dibattito pubblico non si esprime con argomenti, ma con etichette:
📍“sinistroidi”
📍“fascisti”
📍“comunisti”
📍“radical chic”
📍“ignoranti”
Non sono analisi.
Sono segnali di appartenenza.
Non servono a convincere.
Servono a delimitare.
Come nell’etologia animale, la marcatura non mira al dialogo.
Mira a rendere lo spazio riconoscibile ai propri simili e ostile agli altri.
Quando nel confronto pubblico compare il paragone estremo, l’insinuazione genealogica, la scomunica morale, non siamo più nel campo del ragionamento.
Siamo nella difesa del territorio simbolico.
La tribalizzazione del linguaggio è rassicurante:
riduce la complessità, elimina le sfumature, trasforma l’avversario in nemico ontologico.
Ma ha un costo altissimo: impoverisce la parola.
E quando la parola si impoverisce si restringe il pensiero
La cultura non elimina i confini.
Li rende attraversabili.
La civiltà non è assenza di identità, ma capacità di dialogo senza scomunica.
Quando il dibattito si riduce a marcatura, la parola smette di essere ponte e torna a essere recinto.
E ogni recinto, prima o poi, diventa una prigione.
Come ha mostrato René Girard, le comunità tendono a consolidarsi attraverso la designazione di un nemico comune.
La violenza mimetica si placa quando l’ostilità si concentra su un bersaglio simbolico.
Anche il linguaggio pubblico, oggi, sembra funzionare secondo questo schema.