NOVITA'[2372]
Milano, le nuove generazioni e il prezzo della prossimità
Milano è la città che funziona, e proprio per questo mostra meglio di ogni altra dove il funzionamento diventa esclusione. Produce lavoro qualificato in abbondanza, ma rende sempre più difficile, a chi quel lavoro lo comincia adesso, viverci: la gentrificazione non cambia solo i quartieri, cambia chi può entrare, e funziona come un filtro generazionale in cui l'accesso al centro dipende ormai più dal patrimonio dei genitori che dal merito. La lettura qui è dichiaratamente schierata, e si appoggia a una tradizione critica precisa: gli studi urbani radicali del diritto alla città (Lefebvre, Harvey) e dell'abitare diseguale (Hochstenbach), l'economia politica del precariato e della giustizia sociale (Standing, Fraser, Fumagalli), e quella psicologia critica del lavoro che, dal Manifesto di Bal alla psychology of working di Blustein, rifiuta di ridurre problemi strutturali a questioni di resilienza individuale. È uno sguardo che colloca il disagio non nelle persone, ma nei rapporti materiali tra lavoro, reddito e territorio. Il risultato è una città che lavora altrove: i suoi giovani la servono, la attraversano e poi se ne vanno, perché restare costa troppo. Resta la domanda più scomoda, quella da cui parte ogni lettura critica: chi può permettersi di lavorare nella città che ha bisogno del suo lavoro?
Milano, non bella ma un tipo.
Milano sembra bella. Ma è un inganno gentile, come certi volti che affascinano non per armonia ma per carattere. È una città piena di difetti: rumorosa, impaziente, spesso arrogante. E non è nemmeno particolarmente simpatica. Eppure ha una qualità rara: non ti permette di addormentarti. Le altre città italiane, con la loro calma e i loro monumenti immobili, finiscono per sembrare musei di sé stesse. Milano no: anche quando ti sfianca, anche quando ti fa rimpiangere un posto dove si respira davvero, ti costringe a restare vivo.