Con Chronos non entriamo semplicemente nel tempo — entriamo in ciò che rende il tempo possibile e terribile insieme. Prima che i mortali contassero i giorni, prima che i filosofi distinguessero passato e futuro, c'era già qualcosa che faceva sì che le cose passassero, maturassero, perissero. I Greci diedero un nome a questa potenza: Χρόνος.
Chronos non è ciò che noi chiamiamo "tempo". Non è il parametro neutro della fisica, non è la risorsa scarsa dell'economia. È potenza cosmica, e come ogni potenza, può generare o distruggere, maturare o divorare.
CON CHRONOS NON ENTRIAMO SEMPLICEMENTE NEL TEMPO, ENTRIAMO IN CIO' CHE FA TREMARE OGNI CERTEZZA SULLA DURATA, SULLA FINITEZZA, SUL SENSO STESSO DELL'ESISTERE.
Filologia del nome
Il nome Χρόνος (Chrónos) ha fatto disperare generazioni di filologi. Beekes, nel suo Etymological Dictionary of Greek, registra questa resistenza con una formula quasi rassegnata:
"no etymology"
La parola appare isolata, senza parenti certi nelle altre lingue indoeuropee. È come se Chronos fosse sempre già stato lì, prima di ogni etimologia possibile.
Eppure i tentativi non sono mancati. L'ipotesi più antica, già in Aristotele (Fisica IV, 218b), collega χρόνος a χωρεῖν, "fare spazio", "contenere". Il tempo sarebbe ciò che fa spazio agli eventi. Un'altra via, attestata nel lessico bizantino Suda, propone Χοροῦ νοῦς, "intelligenza del coro", "mente della danza cosmica": il tempo come ritmo ordinato degli astri e delle stagioni. Più recentemente, Kulikov ha suggerito una connessione con χραίνω, "toccare", "contaminare". Chronos porterebbe in sé l'idea di un contatto che trasforma: il tocco del tempo matura i frutti e li fa marcire, porta i bambini all'età adulta e gli adulti alla tomba.
Le etimologie non si escludono. Chronos fa spazio, danza il ritmo cosmico, tocca ogni cosa trasformandola. L'opacità etimologica riflette l'opacità della potenza stessa.
Ma qui si impone una distinzione cruciale.
Χρόνος (Chrónos), il Tempo, non è Κρόνος (Krónos), il Titano.
Krónos, figlio di Urano e Gaia, è colui che evirò il padre con la falce ricurva e regnò durante l'Età dell'Oro. Il suo nome, secondo Beekes, deriva forse da κραίνω, "compiere", "regnare". Ma l'etimologia popolare confuse i due nomi. Gli Stoici canonizzarono la fusione: Cicerone, nel De natura deorum, fa di Saturno una figura del Tempo. La falce che evirò Urano divenne la falce del Tempo che tutto miete.
Fu una fusione gravida di conseguenze. Chronos-Kronos divenne il padre terribile che divora i propri figli, il signore dell'Età dell'Oro e insieme il distruttore. Ma per gli orfici la distinzione era ancora chiara: il loro Χρόνος era potenza primordiale, anteriore agli dèi stessi.
Il greco non aveva una sola parola per il tempo.
Χρόνος designa la durata misurabile, la successione quantitativa.
Αἰών indica il fluido vitale, la durata di una vita, e, in Platone, l'eternità.
Καιρός è il momento opportuno, l'occasione irripetibile che va colta.
Ἐνιαυτός è l'anno ciclico, la ruota delle stagioni.
In Eraclito, l'Aion appare in una sentenza enigmatica:
αἰὼν παῖς ἐστι παίζων, πεσσεύων· παιδὸς ἡ βασιληίη
"Aion è un fanciullo che gioca, che muove le pedine: del fanciullo è la regalità."
(Fr. 52 DK)
Non il vecchio che tutto divora, ma il fanciullo che gioca. È un'immagine che rovescia ogni aspettativa.
Quattro parole. Quattro modi di abitare il tempo. Noi moderni ne abbiamo conservata una sola, e l'abbiamo svuotata della sua potenza.
Il mito
C'è un'oscurità prima dell'oscurità. Gli orfici, custodi di saperi che la tradizione ufficiale non osava pronunciare, conoscevano questa anteriorità radicale. E al suo centro, prima di ogni inizio, vedevano Chronos.
Non il Kronos titanico. Un altro Chronos, più antico, più terribile. Damascio, l'ultimo scolarca dell'Accademia prima che Giustiniano la chiudesse, salvò dall'oblio questi frammenti:
"Un serpente con teste aggiuntive cresciute su di esso, quella di un toro e quella di un leone, e in mezzo il volto di un dio. Ha anche ali sulle spalle, e si chiama Tempo che non invecchia."
Chronos Ageraos, il Tempo che non invecchia. Un ossimoro: come può il Tempo non invecchiare, lui che porta ogni cosa alla vecchiaia? Il serpente che si morde la coda, che muta pelle rinascendo uguale a sé stesso. Tre teste: di leone la ferocia regale del presente, di toro la pazienza terribile che macina, e in mezzo un volto divino senza nome.
Ma Chronos non è solo. Attorno a lui c'è Ananke, la Necessità:
"Con lui c'era Ananke, della stessa natura, che si estende per tutto il cosmo toccando i suoi confini."
Due serpenti intrecciati nell'oscurità prima dell'oscurità. Non c'è Tempo senza Necessità. Ciò che deve essere, deve essere nel tempo; ciò che accade nel tempo, accade necessariamente.
E dalla loro unione nasce l'Uovo cosmico, gravido di tutto ciò che sarà: dèi e titani, cielo e terra, tutto ancora indistinto, già necessario. Chronos e Ananke lo stringono, lo portano a maturazione. Poi l'uovo si schiude: ne emerge Phanes, "Colui che porta la luce", primo degli dèi.
Ferecide di Siro, nel VI secolo prima della nostra era, scrisse:
"Ζὰς μὲν καὶ Χρόνος ἦσαν ἀεὶ καὶ Χθονίη"
"Zas e Chronos erano sempre, e anche Ctonia."
Tre principi eterni. Non nati, non generati, ἦσαν ἀεί, "erano sempre". Il tempo non ha inizio. Non c'è stato un momento in cui ha cominciato a scorrere.
Ma la tradizione conosce anche l'altro volto, quello fuso con Kronos.
Un oracolo aveva rivelato al Titano che sarebbe stato detronizzato da uno dei suoi figli. Così, appena Rhea partorisce, Kronos inghiotte. Estia, Demetra, Era, Ade, Poseidone, tutti divorati dal padre che teme il futuro.
È un'immagine che non si dimentica. Il padre che divora i propri figli. Il Tempo che ingoia ciò che lui stesso ha generato. I Romani lo dipinsero così: Saturno con la falce, signore della malinconia e della morte.
I sapienti precedenti alla nascita della filosofia dovettero confrontarsi con il tempo. Anassimandro di Mileto scrisse:
"Da dove gli enti hanno origine, là hanno anche la distruzione secondo necessità, secondo l'ordine del tempo."
κατὰ τὴν τοῦ χρόνου τάξιν
il tempo non è neutro contenitore: è giudice.
Parmenide negò al tempo ogni realtà. L'Essere è immobile, eterno. Ma persino l'Essere è tenuto da Ananke, che lo vincola nei limiti.
Empedocle conosceva il ciclo eterno di Amore e Contesa. Cosa lo garantisce? Un decreto degli dèi, θεῶν ψήφισμα παλαιόν, sigillato con ampi giuramenti.
E Platone, nel Timeo, definì il tempo:
εἰκὼ κινητόν τινα αἰῶνος
"Un'immagine mobile dell'eternità."
(Timeo 37d)
Nel mito di Er, il fuso di Ananke regge le sfere celesti. Le Moire filano il destino: Lachesi il passato, Cloto il presente, Atropo il futuro. Le anime scelgono la loro vita, e quella scelta diventa necessaria.
Αἰτία ἑλομένου· θεὸς ἀναίτιος
la responsabilità è di chi sceglie; il dio non è responsabile.
Θεραπεία — La cura
Fermati.
Hai letto fin qui, etimologie, miti, filosofi. Ma tutto questo non ti riguarda finché non ti fermi a guardare ciò che il Tempo ha fatto di te.
Tu sei nel tempo. Non accanto al tempo, nel tempo, come un pesce è nell'acqua. E se continui a correre, a produrre, a consumare, non saprai mai cosa significa essere temporale. Lo saprai solo sul letto di morte, quando sarà troppo tardi.
I Greci non avevano bisogno di fermarsi. Loro stavano già fermi, fermi come chi sa che il cosmo ha un ordine, che la vita ha limiti, che gli dèi osservano. Noi abbiamo costruito un mondo che non tollera la fermezza, che chiama "perdita di tempo" ogni istante non produttivo.
E così abbiamo perso Chronos. Non il nome, i nomi restano. Ma la potenza.
James Hillman ha dedicato studi fondamentali alla figura del Senex, il Vecchio, il Saturnino. Nel suo On Senex Consciousness mostra come Kronos-Saturno non sia scomparso dalla psiche moderna: si è interiorizzato.
La Picatrix, trattato di magia del X secolo, conserva una preghiera:
"O Maestro Saturno: Tu, il Freddo, lo Sterile, il Lugubre; Tu, il Saggio e Solitario, l'Impenetrabile..."
Duplicità abissale. Saturno è freddo, sterile, e insieme saggio, profondo. È il padre che divora, e il custode dell'Età dell'Oro. È la vecchiaia, e la maturazione che porta i frutti a compimento.
Hillman individua due poli: il Senex positivo, il saggio vegliardo, il costruttore, la pazienza che aspetta, e il Senex negativo, il tiranno che non cede, la rigidità che gela ogni vita.
Ma il Senex ha un polo complementare: il Puer, il Fanciullo eterno. Il Puer è spontaneità, inizio, volo, kairos. Il Senex è struttura, fine, radicamento, chronos. I due poli si appartengono:
"Puer ispira lo sbocciare delle cose; Senex presiede al raccolto. Ma fioritura e raccolto si alternano per tutta la vita."
Ora guarda la modernità. Una civiltà ossessionata dalla giovinezza, creme, chirurgia, terrore dell'invecchiamento. È Puer dissociato dal Senex. E insieme, una civiltà dominata da burocrazie soffocanti, procedure che si replicano all'infinito. È Senex irrigidito, devitalizzato.
Max Weber vide questa patologia: stahlhartes Gehäuse, la gabbia d'acciaio. La razionalizzazione ha imprigionato l'uomo in strutture impersonali. Il tempo ha perso la sua potenza numinosa: è diventato parametro che misura la produttività.
Michel Foucault identificò il punto di svolta: il "momento cartesiano".
Prima di Descartes, la verità richiedeva trasformazione del soggetto. I Greci lo sapevano: non si accede alla verità restando ciò che si è. Occorre ἐπιμέλεια ἑαυτοῦ, cura di sé, un lavoro paziente, temporale, che forma l'anima.
Con Descartes, la connessione si spezza. Il soggetto cartesiano è già, in quanto pensante, capace di verità. Non deve trasformarsi. Il cogito è istantaneo. E il tempo diventa irrilevante per l'accesso alla verità.
La filosofia antica richiedeva anni di esercizio. Gli Stoici praticavano esami di coscienza, meditazioni sulla morte. Era filosofia nel tempo, che usava il tempo per trasformare.
Dopo il momento cartesiano, il tempo è neutro contenitore. Un'ora vale l'altra. Il tempo dell'orologio ha sostituito il tempo della cura.
Hartmut Rosa descrive la condizione contemporanea: accelerazione sociale.
Non è solo che le tecnologie vanno più veloci. È che tutto accelera, istituzioni, conoscenze, relazioni, e nonostante le tecnologie "risparmino tempo", ci sentiamo sempre più pressati. Rosa chiama questo paradosso "stasi frenetica": corriamo e non andiamo da nessuna parte.
L'accelerazione produce un tempo astratto che sostituisce il tempo concreto. Il tempo concreto è vissuto, qualitativamente differenziato: c'è un tempo della gravidanza, un tempo del lutto, un tempo dell'apprendimento. Il tempo astratto è divisibile in unità omogenee, intercambiabili. Un'ora è uguale a un'altra ora. "Il tempo è denaro", proclamava Franklin, la riduzione del tempo a merce.
Il risultato è alienazione temporale: la sensazione di non avere mai tempo, l'incapacità di essere presenti, la frammentazione dell'esperienza.
Ma Rosa propone un antidoto: risonanza. È l'opposto dell'alienazione, una modalità in cui qualcosa ci tocca, ci trasforma, e noi rispondiamo. La risonanza accade nel tempo, richiede apertura. Non si può produrla, si può solo permetterla.
"L'alienazione è divenuta il modo fondamentale di rapportarsi al mondo, contro cui fuggire in brevi momenti di risonanza si rivela sempre più arduo."
Questo è il Tempo divorato. Non Kronos che divora i figli, noi che divoriamo Chronos. Che lo riduciamo a risorsa, lo svuotiamo di potenza, lo uccidiamo per poterlo misurare.
Ma il mito dice anche che Zeus fu salvato. Che la catena può essere spezzata.
Non tornando ai Greci, impossibile. Ma riconoscendo ciò che la modernità ha rimosso. L'archetipo non può essere eliminato, può solo essere integrato o dissociato. Kronos-Saturno si è interiorizzato come ansia, fretta, terrore dell'invecchiamento. Riconoscerlo è il primo passo per integrarlo.
Riconoscere Chronos significa accettare di essere esseri temporali, non che "il tempo passa", ma che siamo il nostro tempo: il tempo vissuto, il tempo che resta, il presente in cui si gioca la possibilità della trasformazione.
Αἰτία ἑλομένου· θεὸς ἀναίτιος.
La responsabilità è di chi sceglie. Nel tempo. Attraverso il tempo.
Παιδεία — Educare al Tempo
Senti questo battito. È il tuo cuore. Settanta, ottanta volte al minuto. Regolare. Instancabile. Da quando eri nel grembo fino a questo istante, mentre leggi. E continuerà, fino a che si fermerà.
Questo è il primo tempo. Il tempo biologico. Il battito, il respiro, il ciclo sonno-veglia. Non lo scegli. Non lo controlli. È il tempo che sei, prima ancora di essere cosciente.
Ma c'è un secondo tempo. Più lento, meno visibile. È il tempo della maturazione: il bambino che diventa adolescente, l'adolescente che diventa adulto, l'adulto che invecchia. Non puoi accelerarlo. Non puoi fermarlo. Puoi solo, se sei saggio, abitarlo.
E c'è un terzo tempo ancora. Impercettibile, profondissimo. È il tempo dell'anima, dove le esperienze si depositano, le emozioni diventano comprensione, il dolore diventa saggezza.
Tre ritmi che dovrebbero danzare insieme. Quando danzano in armonia, c'è Vita. Quando si dissociano, c'è sofferenza.
Le tappe necessarie
La formazione umana attraversa stadi. Ciascuno con il suo tempo. Ciascuno irriducibile.
Piaget lo ha mostrato: lo sviluppo cognitivo passa attraverso fasi necessarie. Il bambino deve prima fare con le mani, manipolare oggetti concreti, prima di poter pensare in modo astratto. Non si salta lo stadio senso-motorio per arrivare direttamente al pensiero formale.
Ogni stadio ha il suo tempo.
Accelerarlo significa produrre apprendimento superficiale: il bambino ripete formule senza comprenderle.
Ma lo sviluppo non è solo cognitivo. Bowlby ci dice che l'attaccamento, quel legame primario tra bambino e figura di cura, si costruisce nel tempo. Attraverso mille interazioni quotidiane. Il bambino piange, l'adulto risponde. Il bambino sorride, l'adulto rispecchia. Mille volte. Diecimila volte. Da questa ripetizione emerge un modello operativo interno, una rappresentazione di sé come degno di cura, degli altri come affidabili. Quando questo tempo viene negato, il modello si forma comunque. Ma si forma insicuro. E quell'insicurezza accompagnerà l'adulto nelle sue relazioni, nel suo modo di amare, di fidarsi.
Erikson ha mappato l'intero arco di vita in otto crisi. Ogni età ha il suo compito: fiducia contro sfiducia nei primi mesi; autonomia contro vergogna nei primi anni; iniziativa contro senso di colpa nell'infanzia; industriosità contro inferiorità nella fanciullezza. E poi la crisi per eccellenza, l'adolescenza: identità contro confusione. L'adolescente deve rispondere alla domanda "chi sono io?". E per rispondere ha bisogno di tempo, quella che Erikson chiamava moratoria psicosociale: sospensione necessaria per sperimentare, contraddirsi, cambiare idea. Tempo per diventare sé stessi.
Jung lo sapeva: l'individuazione dura tutta la vita. Nella prima metà l'energia si rivolge all'esterno, costruire, conquistare, affermarsi. Nella seconda metà avviene la svolta: l'energia si rivolge all'interno. Non più conquistare il mondo, integrare l'Ombra, dare voce all'Anima, confrontarsi con il Sé. Questo processo non può essere accelerato.
Cosa accade quando si viola il tempo
Ma noi viviamo in un mondo che non rispetta i tempi. Che accelera invece di maturare. Che misura invece di comprendere.
Il bambino viene accelerato: stimolato precocemente, spinto a "non perdere tempo" nel gioco libero. E così perde il contatto con Aion, quel tempo del gioco senza scopo che è fondamento della creatività. Quel bambino che non ha mai giocato diventerà adulto che cerca Aion nei luoghi sbagliati: nel consumo compulsivo, nell'eccitazione perpetua, nella novità senza sosta.
L'adolescente viene compresso: deve scegliere presto, deve essere già produttivo, deve saltare la moratoria. L'angoscia viene medicalizzata, la confusione patologizzata. E così forma un'identità presa in prestito, oppure resta in eterna sperimentazione, incapace di impegnarsi, di radicarsi.
L'adulto maturo viene spinto a restare giovane: "40 anni sono i nuovi 30". Deve essere dinamico, flessibile, sempre aggiornato. La crisi di mezza età viene negata, è debolezza, va superata velocemente. E così si aggrappa ai ruoli invece di trasformarsi. Non integra l'Ombra, la proietta. Il professionista che si identifica totalmente con il suo ruolo crolla quando va in pensione.
Il vecchio viene marginalizzato: non è più produttivo, quindi non ha valore. Oppure viene celebrato solo se resta "attivo", "giovane nello spirito". E così non può prepararsi al passaggio, quel lavoro finale che Erikson descriveva: integrare la propria vita, trovarne il senso, fare pace con ciò che è stato.
Le conseguenze sociali
Le conseguenze non restano individuali. Si propagano.
Una società di adulti che non hanno mai giocato è ossessionata dal lavoro. Incapace di riposo. Chiama "perdita di tempo" ogni momento non produttivo.
Una società di adulti rimasti adolescenti è società di eterni ribelli senza causa. Incapaci di responsabilità duratura. Che confondono libertà con assenza di vincoli.
Una società di adulti superficiali è senza memoria e senza saggezza. Dominata dall'istante. Che produce informazione ma non conoscenza.
Ed è insieme società di Senex irrigiditi: burocrazie che si replicano all'infinito, procedure che soffocano ogni vitalità. Puer dissociato da Senex: ossessione della giovinezza e paralisi istituzionale. I due poli non danzano, si oppongono sterilmente.
Il metronomo
Senti di nuovo questo battito.
Il cuore. È il metronomo, quella macchina che segna il tempo, che dà il ritmo. In musica, il metronomo non crea la melodia, ma senza di lui, la melodia si perde.
Così è il tempo nella formazione umana. Non è uno degli elementi. È il fondamento. È ciò che regola l'armonia di tutte le parti, corpo, psiche, emozioni, relazioni, pensiero.
Quando il metronomo è giusto, le parti si armonizzano. Quando viene alterato, accelerato, compresso, negato, tutto si perde. Le parti si dissociano. Il corpo cresce ma la psiche resta indietro. Le esperienze si accumulano ma non maturano. I ruoli vengono assunti ma restano maschere.
Educare al tempo significa allora riconoscere che Chronos non è nemico da sconfiggere ma alleato da abitare.
Significa dare al bambino tempo per giocare, all'adolescente tempo per la crisi, all'adulto tempo per la trasformazione, al vecchio tempo per il passaggio.
Significa riconoscere che il tempo non è solo ciò che passa. Il tempo è ciò che siamo. Negarlo è negare sé stessi. Accelerarlo è violentarsi. Abitarlo è diventare sé stessi.
Senti ancora questo battito. Il tempo che sei. Non che hai, che sei.
Abitalo.
Conclusione: Avvolgersi attorno all'uovo
Il mito orfico racconta che Chronos e Ananke, avvolti in forma serpentina attorno all'Uovo cosmico, lo stringono, lo comprimono, lo portano a maturazione, finché l'uovo si spacca e ne emerge Phanes, "Colui che porta la luce".
Immagine di straordinaria potenza: la luce, coscienza, mondo ordinato, senso, nasce dall'abbraccio di tempo e necessità. Non nonostante la stretta, ma attraverso la stretta. Non contro il limite, ma dal limite.
La modernità ha separato ciò che il mito univa. Ha dissociato il tempo dalla necessità interiore della trasformazione. Ha dissociato Senex da Puer, producendo insieme ossessione della giovinezza e tirannia delle procedure. E ora, ultimo inganno, ci offre il "qui ed ora" come salvezza.
Ma il "qui ed ora" della mindfulness commercializzata è l'ennesima fuga, non l'abitazione del tempo. È Puer dissociato che rifiuta ogni profondità: niente memoria, niente progetto, solo l’istante, e l'istante senza radici è vuoto. È l'alibi perfetto per la stasi frenetica: non costruire nulla che duri, non impegnarti in nulla che richieda maturazione, consuma il momento e passa al prossimo. Il presente greco era denso, denso di passato e di futuro che si annodano. Il "qui ed ora" pop è presente svuotato, intercambiabile, usa-e-getta. Non è kairos conquistato attraverso la phronesis: è chronos negato, rimosso, temuto.
Il ritorno ai miti non è fuga nel passato. Ma nemmeno fuga nel presente eterno. È Andenken, rimemorazione hölderliniana, pensiero che rammemora ciò che la modernità ha dimenticato senza cessare di esserne condizionata. Gli archetipi non scompaiono: si dissociano, si proiettano, ritornano in forme distorte. Kronos-Chronos si è interiorizzato come ansia, come fretta, come terrore dell'invecchiamento. Riconoscerlo è il primo passo per integrarlo.
Riconoscere Chronos significa accettare che siamo esseri temporali, non nel senso banale che "il tempo passa", ma nel senso profondo che siamo il nostro tempo: il tempo vissuto, il tempo che resta, il presente in cui si gioca la trasformazione.
Αἰτία ἑλομένου· θεὸς ἀναίτιος.
La responsabilità è di chi sceglie. Nel tempo. Attraverso il tempo. Verso ciò che dal tempo non dipende, ma che solo attraverso il tempo può essere raggiunto.