Da quando approfondire non importa più
In realtà, in questo caso, non so quando sia successo, né se sia successo a tutti nello stesso momento. Non c’è stato un prima e un dopo netto, nessuna svolta evidente, è più una sensazione che, col tempo, ha iniziato a farsi riconoscibile, fino al momento in cui. ci siamo accorti che non aprivamo più nuove schede.
Non perché non avessimo più domande. Non perché fossimo diventati improvvisamente più competenti o più sicuri. Semplicemente perché la prima risposta che arrivava era quasi sempre sufficiente per andare avanti. Non perfetta, non definitiva, ma abbastanza buona da non giustificare altra fatica.
Per anni il nostro modo di pensare è passato da lì. Una ricerca ne apriva un’altra. Un concetto rimandava a un autore, poi a un articolo, poi a una prospettiva che non stavamo cercando ma che finiva per cambiare il modo in cui guardavamo la domanda iniziale. Le schede aperte erano disordinate, spesso troppe, a volte inutili. ma raccontavano qualcosa di vivo, il fatto che il pensiero stesse lavorando, inciampando, tornando indietro, prendendo strade laterali.
Oggi il percorso è diverso. È più corto, più pulito, più efficiente. La risposta arriva già impaginata, coerente, rassicurante. Non ci costringe a fermarci, non ci mette in difficoltà, non ci chiede di verificare. Possiamo accettarla e proseguire, come si fa con un’indicazione stradale ben segnalata.
All’inizio è comodo. è una sensazione di sollievo, quasi di maturità. Come se finalmente non fosse più necessario perdersi per capire. Ma col tempo emerge una quiete strana, un silenzio che non è concentrazione, bensì assenza di attrito.
Aprire nuove schede non era solo un gesto tecnico. Era una dichiarazione implicita: non abbiamo ancora capito, dobbiamo restare qui un po’ di più. Era il modo con cui il dubbio trovava spazio. Ogni deviazione era un piccolo rischio cognitivo, ma anche una possibilità di scoprire qualcosa che non avevamo previsto.
Quando smettiamo di farlo, non è perché il dubbio scompare, è perché diventa meno tollerabile. La risposta immediata riduce l’inquietudine, ma insieme riduce anche la spinta a esplorare. Non sentiamo più l’urgenza di confrontare, di approfondire, di mettere in discussione ciò che ci viene restituito.
La curiosità, in questo scenario, non viene repressa. Viene placata troppo presto. Non muore per mancanza di accesso, ma per eccesso di soddisfazione. Il pensiero non viene bloccato: viene accompagnato dolcemente verso una conclusione rapida.
Così il browser con una sola scheda aperta diventa la norma. E con lui un pensiero più lineare, più ordinato, ma anche meno esplorativo. Ricordiamo meno il percorso che ci ha portato a un’idea. Ricordiamo solo che a un certo punto, quella risposta ci è sembrata giusta.
Non è un giudizio morale, né una nostalgia romantica del caos, è un’osservazione. Quando tutto è immediato, la curiosità inizia a sembrare un rallentamento ingiustificato. Cercare altrove diventa una perdita di tempo, non un investimento.
E allora facciamo meno domande aperte. Non perché manchi la capacità di farle, ma perché non vengono più richieste. Il sistema funziona anche senza.
Forse la nuova alfabetizzazione non riguarda soltanto l’uso consapevole degli strumenti, ma la capacità di riconoscere quando il nostro modo di cercare si sta restringendo. Quando il pensiero smette di divagare non perché ha trovato senso, ma perché ha trovato una scorciatoia.
Il giorno in cui smettiamo di aprire nuove schede non succede nulla di eclatante. Nessun allarme, nessuna perdita visibile. Ma qualcosa si sposta. Il pensiero diventa più efficiente, più fluido, più gestibile e lentamente un po’ meno nostro.