C’è un istante in cui qualcuno smette di essere presente a se stesso. Non è un crollo, non lascia tracce visibili: è qualcosa di più silenzioso, un ritiro che avviene per gradi, come la marea che si ritira senza rumore e lascia la riva asciutta. Il corpo continua ad agire, le parole continuano a uscire, ma il soggetto non abita più il proprio gesto: è altrove, oppure non è da nessuna parte. Chi accompagna un essere umano nella fragilità conosce questo istante. Lo riconosce nell’anziano che perde i confini del tempo, nell’adolescente che non riesce a sostenere il proprio peso, nell’adulto che ha smesso di riconoscersi allo specchio. Davanti a quell’istante si apre una domanda che non è tecnica: come si torna? Come si riaccompagna qualcuno dentro se stesso?
Prima di rispondere dobbiamo fare un ulteriore passo, e andare a cercare la domanda alla sua radice. Michel Foucault ha dedicato alcuni tra gli anni più intensi del suo pensiero a un quesito che con questo intrattiene un rapporto di fondazione: che cosa significa prendersi cura di sé?1 Il legame tra i due interrogativi non è una semplice somiglianza di forma. Riaccompagnare un altro dentro se stesso significa ricondurlo al rapporto con sé; e questo lo può fare soltanto chi porta vivo, in sé, quel rapporto. La cura dell’altro non sta accanto alla cura di sé come un’attività parallela: vi si appoggia, le chiede fondamento. Per questo conviene partire dalla domanda di Foucault e seguirla dove conduce: dentro la relazione formativa concreta, là dove la cura di sé smette di essere precetto e diventa gesto.
I. La domanda di Socrate
Il filo comincia con un dialogo, e con un incontro che ha la forma di un’imboscata. Nell’Alcibiade, Foucault legge Platone come si legge una mappa del territorio interiore. Socrate intercetta il giovane Alcibiade nel momento esatto in cui questi si prepara a prendere parola nella vita pubblica di Atene: pieno di sé, certo del proprio valore, pronto a governare. E Socrate lo ferma. Non con argomenti, non ancora: con una domanda. Sai davvero governare la città? Alcibiade risponde con la sicurezza di chi non ha ancora compreso la domanda. E Socrate rovescia tutto: prima di occuparti degli altri, devi occuparti di te stesso.
Conviene sostare qui, perché il rischio di fraintendere è alto. Nella lettura di Foucault, questa cura di sé non è ancora il principio etico universale che diventerà più tardi: nell’Alcibiade è ancora strumentale, serve a formare chi dovrà governare, ed è il privilegio storico di chi può dedicarsi a sé perché altri lavorano al suo posto. Dirlo non indebolisce il discorso: lo rende onesto. Ciò che conta, intanto, è la struttura che Socrate rivela. L’ἐπιμέλεια ἑαυτοῦ (epimeleia heautou, «cura di sé»)3 non precede il rapporto con l’altro come un requisito burocratico: ne è la condizione ontologica, la radice senza la quale il ramo non tiene. Chi non abita se stesso non può fare spazio a nessun altro. Chi non ha attraversato il proprio interno non può accompagnare nessuno nell’attraversamento del suo.
Questa struttura è ciò che libera la cura di sé dal sospetto di egoismo, e non lo fa per dichiarazione, ma per meccanismo. Chi non ha elaborato i propri nodi tende, spesso senza saperlo, a servirsi della relazione con l’altro per gestirli. La psicoanalisi chiama questo fenomeno controtransfert; la psicologia analitica post-junghiana, in particolare con Adolf Guggenbühl-Craig, lo ha indagato nella relazione di cura, mostrando come chi cura porti con sé ferite proprie, e come queste ferite, quando restano opache, rischino di proiettarsi su chi ha di fronte.
Dove questa elaborazione manca, la relazione d’aiuto può rovesciarsi nel suo contrario.4 L’altro fragile diventa lo schermo su cui chi cura proietta il bisogno di sentirsi necessario, utile, adeguato. Non è una colpa: è un meccanismo che lavora nell’ombra, e è proprio la sua ombra a renderlo pericoloso. Ciò che non viene riconosciuto non può essere governato. Ed è qui che la cura di sé smette di essere un’esigenza personale e diventa una questione deontologica: prendersi cura di sé è una responsabilità verso chi a noi si affida.
II. L’arte dell’esistenza
Nel mondo ellenico questa consapevolezza non viveva soltanto nei dialoghi: abitava le pratiche, scendeva negli esercizi quotidiani, diventava disciplina del corpo e della mente insieme. Le scuole stoiche, e Epitteto con una radicalità che ancora sorprende, hanno costruito qualcosa che non ha un nome moderno adeguato: una τέχνη τοῦ βίου (technê tou biou, «arte dell’esistenza»),5 un sapere pratico del vivere che non si impara leggendo ma facendo, ogni giorno, come si allena un muscolo o si affina un orecchio musicale. La cura di sé non è contemplazione: è ἄσκησις (áskēsis), allenamento, disciplina della presenza.
Il nodo centrale, in Epitteto, è una distinzione che sembra semplice e non lo è.6 Ci sono cose che dipendono da noi: le nostre rappresentazioni, i giudizi che diamo sulle cose, il modo in cui accogliamo o respingiamo ciò che accade. E ci sono cose che non dipendono da noi: il corpo, la reputazione, l’esito delle azioni, il comportamento degli altri. Epitteto non invita a disinteressarsi del mondo; invita a smettere di confondere i due piani. La confusione è la fonte di quasi ogni sofferenza inutile: la si riconosce nell’operatore che vuole guarire ciò che non guarirà, che misura il proprio valore sul risultato che non controlla, che brucia in pochi anni la capacità stessa di esserci.
Questa mappa non è rassegnazione. È orientamento: permette di portare tutto il peso dell’azione là dove l’azione può ancora qualcosa, senza disperdere le forze nel tentativo di governare ciò che non si governa. E permette di restare presenti fino in fondo, senza spezzarsi.
III. La formazione dura tutta la vita
Il filo che Foucault porta alla luce, se lo si segue oltre il suo confine storico, incontra una psicologia che ha fatto del divenire del soggetto il proprio oggetto. Carl Gustav Jung ha dato a questo divenire un nome: individuazione.7 Non è un perfezionamento verso un modello, non è lo sviluppo lineare di un potenziale dato. È qualcosa di più irregolare e più vero: il processo, mai compiuto del tutto, attraverso cui una persona diventa ciò che è, integrando ciò che aveva rifiutato, riconoscendo come proprio ciò che aveva tenuto nell’ombra. Come un albero che cresce anche storto, ma cresce verso la luce.
Ci sono due cose, in questa nozione, che parlano direttamente al senso più antico della formazione. La prima: l’individuazione non ha età. Jung la colloca anzi soprattutto nella seconda metà della vita, quando le costruzioni della giovinezza mostrano le loro crepe e il soggetto è chiamato a un secondo, più difficile lavoro su di sé. La formazione, in questa luce, non è ciò che si fa al bambino: è ciò che accade alla persona intera lungo tutto il suo arco. Nell’adulto che si ricostruisce dopo una perdita, nell’anziano che attraversa le ultime soglie: lì la formazione non è finita, è soltanto cambiata di forma.
La seconda: l’individuazione si compie integrando l’ombra, non eliminandola. L’ombra, per Jung, non è il male che abita il soggetto: è tutto ciò che la formazione della maschera sociale ha lasciato fuori dalla coscienza, ciò che era scomodo, inaccettabile, o semplicemente non visto. Integrarla non significa agire ciò che ne emerge: significa riconoscerlo, dargli un posto, offrirgli trasformazione dove è possibile. Non si diventa se stessi togliendo ciò che disturba. Si diventa se stessi facendo posto a ciò che si era escluso. Formare, in senso junghiano, non è correggere: è accompagnare un’integrazione.
IV. Lo spazio che non si riempie
Resta da capire come, nella concretezza della relazione, questo divenire prenda forma. Qui la voce più precisa è quella di Donald Winnicott, che ha descritto con esattezza clinica ciò che la cura di sé ellenica lasciava soltanto intuire. Winnicott chiama spazio potenziale, o area intermedia di esperienza, quel territorio di confine dove il soggetto può giocare, rischiare, diventare.8 Non è dentro, non è fuori: è il margine, la soglia. Ed è lì, soltanto lì, che avviene la trasformazione.
Quel margine si apre a una condizione sola: che chi cura sappia sostenere senza invadere. Winnicott chiama questo holding, il tenere. La madre sufficientemente buona non è quella che riempie ogni vuoto, che anticipa ogni bisogno, che non lascia mai che nulla manchi: è quella che tiene, che c’è, e che proprio per questo lascia all’altro lo spazio di diventare. La perfezione, qui, sarebbe un difetto. Una presenza che satura non lascia nascere nessun desiderio.
Ed è qui che la domanda con cui queste pagine sono partite trova una risposta, non definitiva ma precisa. Lo strumento pedagogico, la tecnica, il metodo: funzionano quando aprono uno spazio di presenza, non quando lo misurano. La stessa tecnica, nelle mani di chi la usa per coprire un’ansia propria, satura e chiude. Nelle mani di chi sa tenere senza invadere, apre l’area in cui l’altro può muoversi. Non è lo strumento a cambiare: è la qualità di presenza di chi lo tiene. E Winnicott aggiunge la condizione esatta: la capacità di stare soli in compagnia di un altro, di tollerare il vuoto senza affrettarsi a riempirlo. Solo chi abita se stesso sa tenere senza invadere lo spazio altrui.
V. Contenere, trasformare, restituire
Winnicott descrive lo spazio. Wilfred Bion descrive ciò che vi accade. La sua nozione di contenimento è forse la più utile a chi lavora nella cura, perché è la più onesta: nomina qualcosa che accade sempre, in ogni relazione di cura, ma che quasi nessun protocollo riconosce.9 Bion parte dall’osservazione della relazione tra madre e neonato: il bambino, sopraffatto da sensazioni che non sa elaborare, le proietta nella madre; la madre, in uno stato di apertura ricettiva che Bion chiama rêverie, le accoglie, le trasforma, le restituisce in forma tollerabile. E il bambino interiorizza non solo il contenuto trasformato: interiorizza la capacità stessa di trasformare.
L’operatore che non contiene rimanda l’angoscia intatta, o vi aggiunge la propria: l’altro riceve indietro ciò che aveva portato, più pesante di prima. L’operatore che contiene la riceve, la tiene, la trasforma in qualcosa di sostenibile, e la restituisce in una forma che l’altro può reggere. È un lavoro che non si vede e che non figura in nessun verbale, ma è lì che si decide se la relazione di cura apre qualcosa o lo chiude.
Per farlo, Bion indica una condizione precisa, formulata in modo che non si dimentica: stare senza memoria e senza desiderio. Senza la memoria che vorrebbe ricondurre l’altro a ciò che già si sa di lui. Senza il desiderio che vorrebbe portarlo dove noi vogliamo che vada. È la versione più pura dello spazio del non-sapere: restare aperti a ciò che ancora non si comprende, senza chiuderlo prima del tempo. Per questo Bion riprende da John Keats un’espressione che i poeti conoscono e che la psicologia aveva quasi dimenticato: capacità negativa, la facoltà di stare nell’incertezza, nel mistero, nel dubbio, senza l’impazienza di afferrare una spiegazione. Non è passività. È la forma più alta di presenza attiva: quella che abita il vuoto insieme all’altro, sapendo che è proprio lì, in quell’attraversamento condiviso del buio, che il cambiamento diventa possibile.
VI. L’ombra non si cura, si attraversa
Questo stare nel non-sapere ha un nemico, e va nominato. Una certa psicologia, quando dimentica la propria misura, tende a trattare l’anima come un meccanismo guasto: individua il difetto, prescrive la riparazione, aspetta la normalizzazione. James Hillman ha dedicato la sua opera a resistere a questa tentazione, e è per questo che la sua voce è necessaria qui: non come dottrina che corregge le altre, ma come fondatore di una psicologia archetipica che rivendica l’autonomia dell’immagine psichica, la sua irriducibilità a qualsiasi schema funzionale.10 Hillman ricorda, con una pazienza che a volte sembra ostinazione, che l’anima non chiede sempre di essere guarita: a volte chiede di essere riconosciuta, accompagnata, attraversata.
Per la formazione questo ha una conseguenza che tocca in profondo il modo in cui si guarda ciò che nell’altro resiste. L’ombra, ciò che nel soggetto è oscuro, difficile, sintomatico, non è soltanto un problema da risolvere: è spesso il luogo da cui proviene ciò che quella persona ha di più proprio. Hillman lo dice attraverso la nozione di daimon: ciascuno porta con sé una vocazione, un’immagine che chiede di realizzarsi e che si nasconde spesso dietro ciò che chiamiamo sintomo, difficoltà, deviazione dalla norma. Eliminare l’ombra significa rischiare di eliminare, insieme, quella vocazione. Lo strumento che si limita a normalizzare, a ricondurre alla media, rischia di amputare proprio ciò che andava ascoltato con più cura.
VII. La cura che non colma
C’è infine una torsione necessaria, quella che impedisce a tutto questo di scivolare in una pedagogia del nutrimento continuo, in una cura intesa come dare sempre di più. Jacques Lacan ha mostrato che il desiderio nasce da una mancanza, e che la mancanza non si colma: si riconosce, si abita, si fa diventare motore.11 Il maestro vero, in questa luce, non è colui che riempie il vuoto dell’allievo con il proprio sapere: è colui che preserva quel vuoto, perché è da lì che nasce il desiderio di sapere, di cercare, di diventare. Lacan trova questo gesto già in Platone: nel Simposio, Agatone chiede a Socrate di riempirlo del proprio sapere, come si riempie una coppa vuota, e Socrate si sottrae. Non si dà come chi possiede; si dà come chi desidera. E questa è la forma più alta di trasmissione.
Massimo Recalcati ha raccolto questa eredità e l’ha portata dentro la relazione formativa del nostro tempo. L’insegnamento, nella sua lettura, non trasferisce contenuti: apre un desiderio. Il maestro non riempie l’allievo: lo accende. La trasmissione avviene per contagio, per testimonianza: si trasmette non ciò che si sa, ma il modo in cui si sta nel rapporto con ciò che si sa, l’ardore o la cura o la meraviglia che quella relazione porta con sé. Curare non è sempre dare. A volte curare è togliere, fare spazio, non saturare; sostenere la mancanza invece di affrettarsi a riempirla. È la forma più esigente della presenza, e la più rispettosa: trattare l’altro non come un vuoto da colmare, ma come un soggetto di desiderio.
VIII. Dire il vero
Torna, a questo punto, una nozione greca che lega tutto il percorso come un filo che non si era mai allontanato. Foucault, nel corso dell’anno successivo, si sofferma sulla παρρησία (parrhêsia, «dire-il-vero», «franchezza»):12 il coraggio di dire ciò che è vero a chi ha più potere di noi, esponendosi alle conseguenze. Non è la verità dell’esperto che dispensa un sapere dall’alto della propria competenza: è la verità del soggetto che rischia qualcosa nel momento in cui parla. È un atto, non un’informazione. E come ogni atto, lascia un segno.
Nella relazione formativa, la parrhêsia è il momento in cui qualcosa di vero viene detto, non ciò che l’altro vorrebbe sentire, non ciò che la procedura prescrive. Non perché la verità faccia bene in astratto: perché il dire-vero rischioso restituisce all’altro l’esperienza di essere trattato come un soggetto capace di sostenere il reale. Chi lo riceve riceve, insieme alla verità, un riconoscimento: gli si parla come a uno che può reggere. Nella fragilità, dove troppo spesso l’altro viene protetto dalla verità come si protegge un bambino, questo riconoscimento può riaprire una stanza che era chiusa da tempo.
IX. Chi sostiene chi sostiene
Sarebbe disonesto chiudere fingendo risolto ciò che resta aperto, come un nodo che si nasconde invece di sciogliersi. Tutto il percorso ha mostrato la stessa cosa, da angolazioni diverse e con voci diverse: la formazione accade in uno spazio che non si riempie ma si abita, e quello spazio può aprirlo soltanto chi è abbastanza presente a se stesso da tollerare di non riempirlo. Foucault gli ha dato la genealogia storica, Jung l’ampiezza di una vita intera, Winnicott e Bion il meccanismo preciso, Hillman la profondità archetipica, Lacan e Recalcati il limite necessario. Ma tutto questo presuppone che chi cura abbia accesso al lavoro su di sé: che disponga di tempo, di spazio, di risorse relazionali per compierlo.
In molte condizioni reali di lavoro educativo e di cura, questo accesso è strutturalmente impedito. Il sovraccarico istituzionale, l’isolamento professionale, l’assenza di supervisione, i ritmi che non lasciano respiro: non sono circostanze marginali, sono la norma di molte istituzioni. La domanda che rimane non è soltanto filosofica.13 È anche politica, nel senso più concreto del termine: quali condizioni materiali rendono possibile la cura di sé per chi è chiamato a prendersi cura degli altri? La ricerca sul burnout, che Christina Maslach ha studiato per decenni, lo descrive non come una debolezza individuale ma come un fenomeno organizzativo: prodotto da carichi eccessivi, scarsa autonomia, assenza di sostegno. La sociologia del lavoro emotivo di Arlie Hochschild ha mostrato il costo psichico nascosto di professioni in cui gestire le proprie emozioni è parte del compito.
Il mondo ellenico questa domanda non la poneva, o la poneva soltanto per i liberi. La cura di sé antica ha un presupposto sociale che è ingenuo ignorare, ed è lo stesso presupposto che incontravamo già nell’Alcibiade. Winnicott lo aveva intuito su un altro terreno: la madre sufficientemente buona, diceva, ha bisogno a sua volta di un ambiente che la sostenga. Nessuno tiene, se non è tenuto. Nessuno è presente, se non ha uno spazio in cui tornare a se stesso. La cura di sé e la cura dell’altro non sono due movimenti separati: sono lo stesso gesto, colto da due lati. E la condizione perché quel gesto sia possibile non è soltanto interiore. È anche, inseparabilmente, la forma del mondo in cui quel gesto deve compiersi. Chi sostiene chi sostiene è la domanda che il mondo ellenico ci lascia, e che tocca a noi non lasciare cadere.
Note
1. Il corso al Collège de France 1981-1982 è pubblicato come Michel Foucault, L’herméneutique du sujet, éd. F. Gros, Paris, Gallimard-Seuil, 2001; trad. it. L’ermeneutica del soggetto, a cura di M. Bertani, Milano, Feltrinelli, 2003. I riferimenti puntuali vanno verificati sull’edizione consultata: qui si rinvia alle lezioni del gennaio 1982 dedicate alla nozione di ἐπιμέλεια ἑαυτοῦ e alla sua genealogia.
2. Platone, Alcibiade primo, 127e-129a (paginazione Stephanus). Foucault assume l’Alcibiade come testo-soglia in cui la cura di sé emerge in connessione con la questione del governo. Sulla questione dell’autenticità platonica del dialogo si rinvia al dibattito filologico: la lettura qui proposta non dipende dalla sua soluzione.
3. La formula ἐπιμέλεια ἑαυτοῦ traduce «cura, sollecitudine, attenzione rivolta a se stessi». Il sostantivo indica un’attività continuativa, non un atto puntuale. Cfr. H. G. Liddell, R. Scott, A Greek-English Lexicon, Oxford, Clarendon Press, 1996, s.v.
4. La connessione tra opacità irrisolta dell’operatore e degradazione della relazione d’aiuto trova riscontro nella letteratura clinica sul controtransfert e sul burnout. Si veda Adolf Guggenbühl-Craig, Al di sopra del malato e della malattia (1971), Milano, Raffaello Cortina, 1987, sulla dinamica del potere nella relazione terapeutica. La formulazione in termini di ἐπιμέλεια ἑαυτοῦ è una proposta interpretativa di chi scrive.
5. La nozione di τέχνη τοῦ βίου attraversa anche il secondo e terzo volume della Histoire de la sexualité: L’usage des plaisirs e Le souci de soi, Paris, Gallimard, 1984.
6. Epitteto, Dissertationes, I, 1; medesima distinzione in apertura dell’Encheiridion, 1. Edizione: H. Schenkl, Leipzig, Teubner, 1916.
7. Jung elabora il concetto di individuazione soprattutto in Aion (1951) e Il rapporto tra l’Io e l’inconscio (1928), in Opere, Torino, Boringhieri. La collocazione dell’individuazione nella seconda metà della vita è tesi junghiana esplicita.
8. Donald W. Winnicott, Gioco e realtà (1971), Roma, Armando, sullo spazio potenziale e l’area intermedia; Sviluppo affettivo e ambiente, Roma, Armando, sull’holding. La capacità di stare soli in presenza di un altro è in The Capacity to Be Alone (1958).
9. Wilfred R. Bion, Apprendere dall’esperienza (1962), Roma, Armando, per il rapporto contenitore-contenuto; Attenzione e interpretazione (1970), per la prescrizione di operare senza memoria e senza desiderio. La capacità negativa è ripresa da una lettera di John Keats del dicembre 1817.
10. James Hillman, Il codice dell’anima, Milano, Adelphi, 1997; Re-visione della psicologia, Milano, Adelphi. Il daimon è ripreso dal mito di Er in Platone, Repubblica, X, 614b-621d.
11. Jacques Lacan, Il seminario. Libro XI. I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi (1964), Torino, Einaudi. Il passo del Simposio è in 175c-e. La lettura del maestro come testimone del desiderio è sviluppata in Massimo Recalcati, L’ora di lezione, Torino, Einaudi, 2014.
12. Michel Foucault, Le gouvernement de soi et des autres. Cours au Collège de France 1982-1983, éd. F. Gros, Paris, Gallimard-Seuil, 2008; Discours et vérité (conferenze Berkeley 1983), Paris, Vrin, 2016.
13. La formulazione come domanda politica è una proposta di chi scrive. Si vedano: Christina Maslach, La sindrome del burnout, Assisi, Cittadella, 1992; Arlie R. Hochschild, The Managed Heart, Berkeley, University of California Press, 1983. L’estensione del principio winnicottiano agli operatori della cura è un’ipotesi di lavoro.
Bibliografia di riferimento
Fonti antiche
Epitteto, Dissertationes ab Arriano digestae, edidit H. Schenkl, Leipzig, Teubner, 1916; Encheiridion (Manuale).
Platone, Alcibiade primo (127e-129a); Simposio (175c-e); Repubblica, X, mito di Er (614b-621d), in Platonis opera, recognovit J. Burnet, Oxford, Clarendon Press.
Opere di Michel Foucault
Foucault, M., Surveiller et punir, Paris, Gallimard, 1975.
Foucault, M., Histoire de la sexualité, II: L’usage des plaisirs; III: Le souci de soi, Paris, Gallimard, 1984.
Foucault, M., L’herméneutique du sujet. Cours au Collège de France 1981-1982, éd. F. Gros, Paris, Gallimard-Seuil, 2001; trad. it. L’ermeneutica del soggetto, a cura di M. Bertani, Milano, Feltrinelli, 2003.
Foucault, M., Le gouvernement de soi et des autres. Cours au Collège de France 1982-1983, éd. F. Gros, Paris, Gallimard-Seuil, 2008; Discours et vérité (Berkeley 1983), Paris, Vrin, 2016.
Psicologia del profondo e psicoanalisi
Bion, W. R., Apprendere dall’esperienza (1962), Roma, Armando; Attenzione e interpretazione (1970), Roma, Armando.
Guggenbühl-Craig, A., Al di sopra del malato e della malattia (1971), Milano, Raffaello Cortina, 1987.
Hillman, J., Re-visione della psicologia (1975), Milano, Adelphi; Il codice dell’anima, Milano, Adelphi, 1997.
Jung, C. G., Il rapporto tra l’Io e l’inconscio (1928); Aion (1951), in Opere, Torino, Boringhieri.
Lacan, J., Il seminario. Libro XI (1964), Torino, Einaudi.
Winnicott, D. W., Gioco e realtà (1971), Roma, Armando; Sviluppo affettivo e ambiente, Roma, Armando; The Capacity to Be Alone (1958), in The Maturational Processes, London, Hogarth, 1965.
Pedagogia, sociologia e studi
Bertolini, P., L’esistere pedagogico, Firenze, La Nuova Italia, 1988.
Hochschild, A. R., The Managed Heart, Berkeley, University of California Press, 1983.
Liddell, H. G., Scott, R., A Greek-English Lexicon, Oxford, Clarendon Press, 1996.
Maslach, C., La sindrome del burnout, Assisi, Cittadella, 1992.
Recalcati, M., L’ora di lezione, Torino, Einaudi, 2014.
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