Il Nome proprio dispone delle tre peculiari facoltà che il narratore riconosce alla reminiscenza: il potere di essenzializzazione (dal momento che esso designa un solo referente), il potere di citazione (dal momento che, proferendolo, si può evocare a piacimento tutta l’essenza racchiusa nel nome), il potere di esplorazione (dal momento che si «dà la stura» a un nome esattamente come si fa con i ricordi): il Nome proprio è in un certo senso la forma linguistica della reminiscenza. […] Come segno, il Nome proprio si offre a una descrizione, a un deciframento: esso è un «ambiente» (nel senso biologico del termine), in cui ci si deve immergere […]. In altre parole, se il Nome (così chiameremo d’ora innanzi il nome proprio) è un segno, esso è un segno voluminoso, un segno sempre gravido e fitto di significati che nessun uso può ridurre (R. Barthes, Il grado zero della scrittura, p.121).
Keren Ponzo - Allora Miguel, io partirei con un tuo testo, per me, importantissimo: “Funzionare o Esistere” che in questo momento si rivela drammaticamente fondamentale. E partirei esattamente con una tua definizione che è proprio la questione forse più importante dell'oggi: esistere come apertura al presente. Ma che è presente abbiamo oggi? È possibile questa apertura, abitare il presente? Come possiamo?
Miguel Benasayag - In realtà la questione è così: noi stiamo uscendo da tutta un'epoca, quella della civilizzazione occidentale, che era centrata intorno al futuro. Tutto era futuro. Il pensiero del presente era limitato, anche schiacciato, dimenticato, eclissato possiamo dire, perché il presente era sempre transitivo per la modernità, perché il presente era sempre incompiuto, e trovava il suo senso nel futuro a cui avrebbe condotto. La “compietudine” era sempre per dopo, basti pensare allo storicismo e al “Senso della storia” (ciò che avviene oggi è necessario in vista del progresso storico ineluttabile) e tutto questo ha sistematizzato per qualche secolo l'Occidente e non solo, dato che il colonialismo ha esportato globalmente questo modo di pensare e di esistere.
Questo presente transitivo, che viveva sempre sotto la promessa di un futuro, è finito perché la civilizzazione occidentale è finita: ha conosciuto un momento di acme, un momento di nascita e dopo una fine. Questo è una particolarità di questa cultura, perché gli altri modi di esistenza dal punto di vista antropologico (Descola parla di “altre ontologie”), come il totemismo, l'animismo eccetera, non hanno un momento di nascita, di sviluppo e di fine. Sono sempre stati lì ed esistono. Questa è la particolarità dell'Occidente, che è un modo di stare al mondo molto potente e molto importante che ha colonizzato il mondo intero, ma che ha conosciuto questo ciclo di vita. E tutto ruotava intorno a questa concezione del tempo, un tempo lineare, dominato da un futuro fatto di promesse e progresso, eccetera. Con la fine di tutto questo noi occidentali o occidentalizzati rimaniamo con una domanda, perché il senso del presente era sempre dato dal futuro. Dunque, noi possiamo dire che, fenomenologicamente, l'Occidente si trova socialmente, e anche individualmente, con una perdita senso (dato che è finito quel modo di stare al mondo, e il futuro da promessa è diventato minaccia o, ancora peggio, impensabile). In questo momento epocale, dunque, ci sono due concezioni, due modi di vivere il presente oggi: una, la più potente, è quella che produce un presente istantaneo, il presente del funzionamento e della macchina. In questo caso, alla perdita del senso, il mondo del funzionamento mostra una sostanziale indifferenza, perché è molto nichilista, e dunque la questione diventa “io funziono bene, io funziono male”. Il funzionamento è autoreferenziale in questo senso.
Dunque, effettivamente a questa crisi terribile dell'Occidente, della perdita del senso (dato in particolare dal “Senso della storia”), perdita dell'elemento che dava un'asimmetria alla nostra vita, asimmetria necessaria a formulare scelte, la risposta fondamentale è una risposta sistemica rappresentata dal funzionalismo (che accompagna uno sviluppo materiale tecno-scientifico senza precedenti) in una sorta di presente immediato, dove non c'è promessa né mancata promessa. L'altra opzione, che è oggi una sfida, consiste nel vivere presente diverso, un presente conosciuto alle altre culture, una fra tutte quella Animista, che non sono state schiacciate dal presente transitivo coloniale occidentale. Questa è la grande alternativa. È una alternativa per un presente più ampio, più profondo, un presente abitabile, un presente dentro al divenire ma ben diverso dall’immagine dell’istante sempre fugace che sembra scapparci dalle mani. È un presente dinamico, che include il passato e il futuro come sue dimensioni, tramite la ritenzione e la protensione di cui già parlava Husserl, ed è anche il presente ciclico dei ritmi biologici. È un po' l'idea bergsoniana della durata. La durata permette di capire che noi non abitiamo il tempo dell'orologio, fatto di istanti senza spessore che si susseguono. Il tempo dell'orologio è un tempo assolutamente astratto, costruito dalla Modernità e che ha disciplinato la nostra vita (astratto soprattutto dai cicli e ritmi biologici). L’Occidente è il mondo della separazione, del binarismo (tra corpo e anima, ragione e affetto, umano e vivente, mezzi e fini e così via). Tra questi binarismi, ce n’è uno, fondamentale, che separa il tempo dallo spazio (tra l’altro, l’unificazione del tempo è un’impresa molto recente, prima a Parigi e a Marsiglia non era la stessa ora). In realtà la durata non permette questa separazione: lo spazio e il tempo non sono separabili, come ha mostrato Einstein. Non si tratta quindi di un problema, ma di una sfida: è la sfida di vivere nel presente, ma non nel presente transitivo di prima, passerella o sala d’attesa in vista di un futuro in cui tutto accadrà, ma neanche in questa istantaneità e immediatezza di un presente fulmineo proprio del funzionamento e delle macchine. È una sfida molto difficile da assumere perché effettivamente abbiamo davanti noi tutta una potenza terribile, economica, tecnologica, anche militare, come non ho mai visto. Ma la sfida per noi, per i nostri contemporanei, è la possibilità di costruire delle vite di senso dentro a un presente più ampio. Il senso, dunque, si trova nel presente: non abbiamo bisogno di richiamare a noi un futuro che giudichi teleologicamente il presente, né del funzionalismo istantaneo della macchina per attribuire senso all’atto.
Imparare a vivere un presente che io ho presentato in altri libri, questo presente decoloniale proprio dell’“Estar siendo”, indicato dagli Indios in questa corrispondenza tra la nostra vita e la durata, dove il divenire non è più un accidente. Questa tendenza è molto occidentale, molto coloniale: da Platone a oggi si ricerca il punto eterno, il punto che fugge, che si salva del divenire (le Idee, l’Essere, le Forme e così via). Il sapere occidentale si fonda su invarianti, su elementi che non cambiano, che sfuggono alla durata e al divenire, visti sempre come sinonimi di caducità, corruzione e così via. Bene, questa metafisica è una metafisica da cui oggi noi possiamo emanciparci, mantenendo un'amicizia con il divenire (ma non il divenire dell’istantaneità che fugge).
Keren Ponzo - Mi fa venire in mente anche che non possiamo farlo da soli.
Miguel Benasayag - No, no no. Ma senti, in realtà farlo da soli non è possibile strutturalmente. Perché il tempo della modernità è il tempo della separazione, della separazione tra individui, individui che, rimasti soli, si auto percepiscono come il centro della scena. Il resto è decorazione, attori secondari. No, in realtà effettivamente il proprio dello “Estar siendo” è un agire comune, un agire comune che va al di là dell’agire comune con altri umani, un agire comune situazionale che coinvolgere l'ecosistema, la situazione. È per questo che io sono molto impegnato dentro un pensiero situazionale: noi siamo, facciamo parte di una situazione. In realtà è questo l’al di là della separazione binaria occidentale: assumere questo fatto che siamo un nodo di legami, questa solitudine è una costruzione, una costruzione sociale.
Keren Ponzo - In effetti quello che a cui tu fai riferimento è più collettività che una società.
Miguel Benasayag - Una collettività non solamente umana, di viventi.
Keren Ponzo - Esatto, è proprio una collettività di viventi, che è un messaggio fortissimo perché troppo spesso si prende in considerazione l'uomo, l'essere umano, e si esclude tutto il resto, non pensando che siamo in relazione.
Miguel Benasayag - Questa è la sfida maggiore: agire e pensare al di là di un antropocentrismo. Troppe volte sentiamo inviti, anche da amici ecologisti, a rispettate l'ecosistema per il beneficio dell'essere umano, non per l’ecosistema in sé. Sono il secondo e il terzo genere di conoscenza di Spinoza che permettono di pensarti come “un facente parte” della natura. Si è parte della natura, dunque, è qui dove in realtà ogni antropocentrismo che pensa di rispettare la natura per approfittarne costituisce una aporia. E questa è una sfida, una sfida durissima, difficilissima, ma è felice perché esiste già e secondo me è l'unica possibilità davanti al mostro tecno-capitalista, che distrugge tutto, tutto, tutto.
Keren Ponzo - In questo quadro, hai sempre mantenuto un'attenzione, molto puntuale, verso i giovani. denunciando una forma di violenza che esercitiamo su di loro nella misura in cui impediamo la possibilità di abitare pienamente il loro presente, impedendo di esperire i propri errori, non permettendo di cadere e rialzarsi, nel momento in cui li obblighiamo ad andare sempre di fretta verso non si sa che cosa. È una forma di violenza che non permette loro di esistere. Proviamo a calare questa riflessione nella società che stiamo vivendo, che è drammatica perché c'è una violenza come questa, estremamente pervasiva, ma strisciante, e poi una violenza materiale, in tutto il mondo, che priva oggettivamente di una visione del futuro: siamo bloccati in una bolla, in cui non sappiamo più né quali sono i nostri contorni, né che fine faremo. Questa situazione implica per i giovani una perdita di senso, come dicevi tu prima, però all'ennesima potenza: come facciamo a recuperarli?
C'è una violenza molto forte contro i giovani. Il problema è che la giovinezza durante la modernità è stata sempre vissuta come un periodo assolutamente di transizione, come l’infanzia. Era molto difficile per gli adulti essere in rapporto con l'essere giovane o infante senza vederlo come un progetto, sempre un progetto. Dunque, i giovani e gli infanti erano un po' lo schermo della proiezione di questo storicismo transitivo. Tu non potevi stare con il giovane o con il bambino, per esempio giocare con tuo figlio e tua figlia, senza che quel giocare fosse immediatamente caricato di una finalità: l’apprendimento di qualcosa che sarebbe servito loro in seguito. Con i giovani era una caricatura del “non estar siendo”, della transitività del presente. Dunque, per loro è un problema, perché la ipermodernità attuale —— per prendere il concetto di Foucault, perché in realtà la tecnologia, il tecno capitalismo, vuole realizzare ogni sogno della modernità e di più ——, e dentro l’ipermodernità, in realtà, i giovani non solamente hanno una disciplina transitiva che impone il “tu devi pensare di gestire il tuo quotidiano in vista del futuro”, ma gli viene anche impedito di essere giovani, di esplorare, di sperimentare la loro potenza ad agire: gli mettiamo una sorta di esoscheletro utilitarista. La pedagogia delle competenze è un po' uno di questi esoscheletri, usato contro i giovani. Come dire: voi dovete formarvi a essere competenti. Ma competenti per chi? Competente per l'industria, per la macroeconomia. Dunque, io penso che noi adulti dobbiamo diventare veramente alleati dei giovani, nel senso di aiutarli. Come? Aiutando a prendersi il loro tempo, aiutarli a vivere la loro vita. Perché al di là dele minacce che esistono, sono molteplici e reali, c'è la realtà attuale. Siamo oggi dentro una psicopatologia sociale nuova: la gente vive con una tale angoscia del futuro che schiacciano il presente. Ma di colpo tu dici: aspetta, ma al di là di queste minacce future, tu sei qui, tu sei in piedi qui. Bisogna, in un certo senso, mettere il futuro tra parentesi. E dunque si tratta di aprirsi a queste esperienze alternative, a questo modo di abitare il presente in modo più potente, senza essere schiacciati dalle minacce. Dappiù, questo permette di strutturare questi giovani perché siano strutturati per affrontare la realtà, qualsiasi cosa accadrà. Sono molto arrabbiato, per questo modo di trattare i giovani, che non gli lascia il tempo di esistere, di sperimentare. Non possono conoscersi, perché tutto questo è perdita di tempo: ma questo non è sprecare il tempo! Ciascuno deve prendere il suo tempo. “Perdere tempo” è sempre in rapporto a una griglia di valori esterna, che è la griglia del funzionamento, dell’economia (“perdi tempo” se non fai quello che si dovrebbe fare: carriera, soldi, “cose serie”).
Keren Ponzo - È possibile essere un filosofo, prendendo in considerazione Foucault che hai citato, senza essere un diagnosta del proprio tempo? Quindi lavorando solo per teoremi astratti e senza considerare il rapporto che si ha con l'oggi, con la quotidianità in cui viviamo?
Miguel Benasayag - Mi sembra che essere un filosofo sia un’etica di vita, no? E io trovo, come Spinoza, che sia un’etica ontologica. Dunque, mi sembra che ci siano persone che conoscono enormemente la filosofia, che conoscono la storia della filosofia, che sono capaci di interpretare molto meglio di me, per esempio, autori molto complessi. Ma essere un filosofo, vivere come un filosofo, voglio dire, è assumere le sfide della realtà, della realtà contemporanea. Poco tempo fa qualcuno che io conosco, un americano, ha più di 60 anni, mi diceva che per la prima volta aveva parlato sotto uno chapiteau (un tendone) per la gente che passava. Mi fa ridere. Perché? Tutta la mia vita ho parlato nell’Assemblea degli Indios, dei senzatetto, dei senza lavoro. Mi sono sempre messo alla prova con la realtà della vita, con la vita di quelli che sono le damne de la terre, gli abbandonati, i reietti. È questa per me la griglia di valutazione del mio pensiero: se qualcuno che soffre davvero per l’ingiustizia, che conduce una vita durissima, riesce a trovare qualcosa della mia produzione concettuale che gli sia utile nella vita, per agire, non per consolarsi, ma per agire bene, allora ne vale la pena. Altrimenti una filosofia puramente accademica è molto utile per essere studita, sicuramente, ma non è un'etica di una vita filosofica.
Keren Ponzo - Una ultima domanda per i nostri lettori da Carlo Mazzucchelli, co-fondatore di STULTIFERANAVIS.
Carlo Mazzucchelli - Uno dei suoi testi che mi hanno motivato a progettare la Stultiferanavis con Francesco Varanini è Controffensiva (CONTRE-OFFENSIVE) che contiene l’invito a agire e a resistere nell’epoca della complessità. L’azione della nave è corale, collaborativa, resistente, radicale, una postura scelta per abitare il presente anche nella modalità da lei descritto come “estar siendo”. Di fronte all’omologazione e al conformismo predominanti che fanno il gioco dei profeti delle tecnoscienze, del neoliberismo in questa fase del capitalismo, e delle forze reazionarie ormai al potere in molti paesi dell’occidente e non solo, chi si oppone sembra essere perso, isolato, sofferente, incapace di immaginare nuovi futuri possibili. Molti di quelli che lottano sembrano avere chiaro contro chi si debba farlo ma sembrano perdere sempre più la motivazione, il perché lo si debba fare. Per lei il perché va trovato nell’estar siendo, nella resistenza che si manifesta nella creazione di nuovi possibili, qui e ora. Inutile sognare altre utopie di soluzioni finali, bisogna agire nella complessità, dandosi i mezzi per praticare la resistenza “nelle e attraverso le situazioni che abitiamo”: Può aiutare i lettori della nave a comprendere meglio il suo messaggio? Un messaggio che anima lo spirito del navigare sulla STULTIFERANAVIS?
la resistenza deve essere una resistenza che non porta la sua croce, deve essere una resistenza di potenza, di gioia, di allegria.
Miguel Benasayag - Ti ringrazio molto per avere capito bene, aver interpretato bene il mio testo. Molto abbiamo detto, ma ti risponderò a un punto della domanda, quando, in un passaggio, si evoca la impossibilità di opporsi individualmente, in modo isolato. Assolutamente, perché quella è l'idea del potere che vi vuole tristi, vuole che siamo tristi per essere impotenti e giustificare il suo potere, come diceva Spinoza. E la resistenza deve essere una resistenza che non porta la sua croce, deve essere una resistenza di potenza, di gioia, di allegria. L’allegria e la gioia del condividere, di agire, nel senso spinozista di questa gioia. E, dunque, questo non si fa da soli, questo si fa sempre insieme. Questo insieme può essere con altri, sicuramente con altri, ma anche con persone che non esistono più, di cui abbiamo delle tracce scritte e così via. Sempre assieme. Perché volere affrontare questa realtà isolati è impossibile. Allora, tornando un po’ a quello che dici, noi dobbiamo essere capaci di costruire un'estetica alternativa, un'estetica alternativa che sperimenti come desiderare altrimenti, come dare un senso diverso allo svegliarsi la mattina, non per produrre altre cose, funzionare o fallire. Questo è molto importante, effettivamente, perché un'estetica non si produce da solo in una biblioteca. Sono le esperienze concrete che permettono di abitare, sperimentare questa gioia più grande, di esistere, di essere lì, di essere solidali. No? E dunque penso che questo io dirò di più, perché tu hai detto, ha detto quasi tutto. Ma quello che dirò di più è questo: bisogna sperimentare pratiche che permettano l’emergenza di un'estetica diversa, della gioia di vivere e non del sopravvivere tristemente.
Keren Ponzo - È quello che stiamo cercando di fare con Stultifera Navis: dar vita a una coralità resistente e gioiosa.
Miguel Benasayag - Quindi se voi fate questo, io faccio parte di voi.