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Il libro torna. Non perché parli di fanta-scienza, ma perché parla di desiderio. Del desiderio di essere all’altezza. Di non restare indietro. Di non essere esclusi dal discorso del mondo. L’intelligenza artificiale intercetta lo stesso desiderio. Lo rende efficiente. Scalabile. Ma non lo risolve.


Scrivo male, a tratti. Scrivo storto. Non per posa, ma perché il pensiero non procede mai in linea retta quando tocca qualcosa che conta davvero.

Fiori per Algernon mi torna addosso adesso, in questo tempo in cui l’intelligenza artificiale è ovunque, come un aiuto gentile e insieme come una tentazione. Ci serve, diciamo. Per essere più veloci. Più chiari. Più intelligenti. Come se l’intelligenza fosse una soglia da superare una volta per tutte, una porta automatica che finalmente si apre.

Charlie Gordon voleva la stessa cosa. Non dominare il mondo. Non vincere. Capire. Essere dentro. Non essere quello che ride quando gli altri ridono di lui senza sapere perché.

La sua domanda era semplice, quasi imbarazzante: se fossi più intelligente, mi vorrebbero bene?

È una domanda che non abbiamo smesso di fare. L’abbiamo solo resa più elegante, più tecnologica. Oggi non ci operano il cervello. Ci affianchiamo una macchina. Le chiediamo di ricordare meglio di noi, di scrivere al posto nostro quando le parole non arrivano, di suggerirci cosa pensare dopo.

Non è un’operazione chirurgica, ma è comunque una delega.

E ogni delega è una piccola resa, anche quando è utile, anche quando funziona. Il punto non è se l’intelligenza artificiale ci renda più intelligenti. Il punto è che ci mostra, con una precisione quasi crudele, quanto abbiamo sempre confuso l’intelligenza con il valore.

Charlie diventa brillante, lucidissimo, e proprio allora comincia a perdere tutti. Perché capire di più non significa automaticamente sapere stare con gli altri. Anzi. A volte significa accorgersi, finalmente, di quanto si è soli.

Questa cosa mi inquieta più oggi che quando ho letto il libro la prima volta. Perché oggi la promessa è gentile, pervasiva, quotidiana. Nessun laboratorio, nessun camice. Solo interfacce amichevoli che ti dicono: tranquilla, ti aiuto io. E io mi chiedo: aiuto a fare cosa, esattamente? A vivere meglio? O a non sentire il peso di ciò che non so, di ciò che non capisco, di ciò che mi richiederebbe tempo, lentezza, fallimento?

Charlie cresce troppo in fretta. La sua intelligenza corre davanti, le emozioni arrancano dietro, come un corpo che non ha avuto il tempo di adattarsi. È uno scarto che riconosco nel presente: sappiamo tantissimo, subito, ma capiamo poco. Abbiamo accesso a tutto, ma integriamo quasi nulla. L’intelligenza si espande, l’esperienza si assottiglia.

E poi c’è Algernon. Il topo. Il corpo sacrificabile. La prova che il percorso è reversibile, che il picco non dura. Anche qui il romanzo resta scandalosamente attuale: ogni potenziamento ha una curva, e ogni curva ha una discesa. Solo che oggi facciamo finta di non vederla. Parliamo di progresso come se fosse una linea infinita, non una parabola.

Non credo che Fiori per Algernon dica “fermarsi”. Non è un libro nostalgico, non idealizza l’ignoranza. Dice una cosa più scomoda: che l’intelligenza, quando non è accompagnata da cura, relazione, responsabilità, diventa un luogo inabitabile. Non cattivo. Vuoto.

Forse per questo il libro torna. Non perché parli di fanta-scienza, ma perché parla di desiderio. Del desiderio di essere all’altezza. Di non restare indietro. Di non essere esclusi dal discorso del mondo.

L’intelligenza artificiale intercetta lo stesso desiderio. Lo rende efficiente. Scalabile. Ma non lo risolve. Charlie alla fine chiede solo una cosa: che qualcuno si ricordi di lui com’era. Non del genio. Dell’uomo.

Ecco, forse è questo che il romanzo ci chiede ancora oggi, mentre diventiamo sempre più bravi a pensare: chi si ricorderà di noi, quando smetteremo di performare l’intelligenza?


Pubblicato il 09 gennaio 2026

Frida Riolo

Frida Riolo / Strategic Innovator | Design Thinking |