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L’articolo esplora il paradosso della conoscenza tra controllo e fluidità, confrontando tre approcci alla gestione del sapere: il capitale intellettuale di Leif Edvinsson, l’ecosistema sociale di Chris Collison e il cattle approach di Sébastien Dubois. Attraverso riferimenti filosofici, dalla Biblioteca di Alessandria a Walter Benjamin, e metafore evocative, come il bestiame errante della conoscenza, il testo riflette sulla natura mutevole del sapere e sull’impossibilità di possederlo davvero. 𝐋𝐚 𝐠𝐞𝐬𝐭𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐧𝐨𝐧 è 𝐚𝐜𝐜𝐮𝐦𝐮𝐥𝐨, 𝐦𝐚 𝐜𝐫𝐞𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐝𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐚 𝐬𝐮𝐚 𝐞𝐯𝐨𝐥𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, 𝐮𝐧’𝐚𝐫𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐨𝐭𝐭𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐢ù 𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐝𝐨𝐦𝐢𝐧𝐢𝐨, 𝐮𝐧 𝐞𝐪𝐮𝐢𝐥𝐢𝐛𝐫𝐢𝐨 𝐭𝐫𝐚 𝐦𝐞𝐦𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐞 𝐨𝐛𝐥𝐢𝐨.


Siamo nani sulle spalle di giganti”, diceva Bernardo di Chartres, ammonendoci che ogni nostra idea non è che un’eco di qualcosa che ci ha preceduti, un riflesso di una luce più antica che continua a illuminare il nostro cammino. Eppure, nella modernità tecnologica e nel dominio delle architetture informative, ci siamo convinti che la conoscenza sia un bene possedibile, una risorsa da immagazzinare e amministrare con la stessa meticolosità con cui un ragioniere archivia i bilanci. Nulla di più ingannevole.

La tentazione di possedere il sapere, di imprigionarlo in una struttura rigida e immutabile, si ripresenta in ogni epoca con rinnovato vigore. Platone immaginava la conoscenza come un regno di idee eterne e perfette, un mondo superiore rispetto alla realtà sensibile. Aristotele, più pragmatico, la vedeva come un processo di catalogazione, di identificazione di categorie e princìpi primi. Oggi, nel regno delle organizzazioni aziendali, il dibattito continua sotto altre spoglie. Leif Edvinsson, Chris Collison e Sébastien Dubois offrono tre prospettive differenti sulla gestione della conoscenza, tre approcci che oscillano tra il desiderio di cristallizzare il sapere e l’accettazione della sua inevitabile fluidità. Se Edvinsson invita a pensare la conoscenza come capitale, Collison come abitudine sociale, Dubois porta il colpo finale: non siamo padroni della conoscenza, ma pastori di un gregge errante.

Oggi, le moderne imprese del sapere costruiscono i loro corrispettivi digitali di Alessandria, repository infiniti, paradigma di una perdita possibile definitiva

Il contrasto tra controllo e fluidità, tra accumulazione e disseminazione, è il vero nodo irrisolto della gestione della conoscenza. Non è un caso che la Biblioteca di Alessandria, simbolo supremo dell’ambizione umana di conservare tutto lo scibile, sia diventata anche il paradigma della perdita definitiva, il memento mori di ogni archivista ossessionato dalla completezza. Oggi, le moderne imprese del sapere costruiscono i loro corrispettivi digitali di Alessandria, repository infiniti, server colmi di dati, algoritmi di classificazione sempre più sofisticati. Eppure, come accadde allora, il sapere non si conserva: si disperde, si trasforma, si dimentica. Ed è qui che entrano in gioco i modelli contemporanei di gestione della conoscenza, i tentativi di incanalare il fiume senza arginarlo del tutto.

Edvinsson ha formulato l’idea del capitale intellettuale, un tentativo di dare valore economico alla conoscenza immateriale. La sua visione, erede della contabilità dell’Ottocento e della logica industriale, mira a trasformare il sapere in un asset strategico, misurabile, accumulabile e trasmissibile. La sua idea si basa sulla distinzione tra capitale umano, inteso come il sapere degli individui, e capitale strutturale, ovvero la conoscenza codificata nei processi aziendali, nei sistemi informativi e nelle pratiche organizzative. Il suo modello si avvicina a quello del mercante rinascimentale che annotava meticolosamente le voci del suo libro mastri: tutto ciò che esiste, se ben classificato e registrato, può essere monetizzato e impiegato per il profitto.

Collison, al contrario, si muove su un terreno più sfumato, meno aritmetico e più sociale. Il suo approccio si basa sulla creazione di un ecosistema in cui la conoscenza si trasmette non attraverso la cristallizzazione in documenti e procedure, ma per mezzo dell’interazione, della conversazione, della memoria collettiva. La sua idea è che la conoscenza non possa essere realmente posseduta, ma solo facilitata, incoraggiata, resa disponibile attraverso ambienti organizzativi adatti. L’impresa ideale, secondo Collison, non è un grande archivio, ma un organismo in continuo mutamento, dove la conoscenza circola liberamente come il linguaggio in una comunità.

Dubois introduce una prospettiva ancora più radicale, suggerendo che la conoscenza non vada trattata come un’entità statica, ma come un sistema vivente. Propone la metafora del bestiame, un’alternativa alle concezioni tradizionali di gestione del sapere, ispirata ai principi del cloud computing. Nell’informatica, esiste una distinzione tra “cattle” e “pets”: i sistemi considerati come animali domestici sono trattati con cura e attenzione individuale, mentre quelli visti come bestiame sono sostituibili, modulari, privi di unicità. Il sapere, sostiene Dubois, dovrebbe essere trattato alla stessa stregua. L’errore più grande è quello di attaccarsi ossessivamente a un’idea, a un concetto, a una nota archiviata anni prima. L’attaccamento è il nemico dell’innovazione, della sintesi, della capacità di riformulare e adattare il sapere alle nuove condizioni.

L’idea delle “atomic notes” di Dubois è un raffinamento di questa prospettiva. Invece di scrivere lunghe e dettagliate descrizioni, l’approccio prevede la scomposizione della conoscenza in unità minime, collegate tra loro come nodi di una rete, permettendo un’organizzazione più flessibile e modulare. Questo sistema ricorda la pratica medievale dei “loci communes”, gli schemi mnemonici che permettevano agli oratori di organizzare il sapere in modo fluido e adattabile. La conoscenza, se vista come una struttura modulare, è sempre disponibile per nuove connessioni, sempre pronta a essere riscritta.

Benjamin ci ha insegnato che la conoscenza non è solo un insieme di fatti, ma una narrazione, un processo di tramandamento. Nel mondo aziendale, le informazioni si accumulano in report, database e repository, ma il vero sapere non è nei documenti, bensì nelle storie condivise, nei fallimenti raccontati davanti a una lavagna bianca, nei consigli trasmessi in una pausa caffè. Se la conoscenza non è mai del tutto possedibile, se è un fenomeno emergente e non un oggetto fisico, allora la sua gestione non può che essere una forma d’arte, un equilibrio precario tra controllo e libertà.

Forse la vera lezione della gestione della conoscenza è che non dobbiamo gestire nulla, ma solo creare le condizioni affinché il sapere trovi la sua strada. Lao Tzu ci ricorda che il saggio agisce senza possedere, compie senza dominare. La vera gestione della conoscenza è accettare che il sapere, come il buon bestiame, ha bisogno di pascoli aperti per crescere.

Bibliografia Commentata

  • Aristotele, Metafisica. Uno dei testi fondativi del pensiero occidentale sulla conoscenza e la categorizzazione, essenziale per comprendere la distinzione tra conoscenza teorica, pratica e saggezza situazionale.
  • Plutarco, Vite parallele. Testo imprescindibile per riflettere sulla trasmissione del sapere attraverso la biografia e la memoria storica.
  • Walter Benjamin, Il narratore. Analisi profonda sul ruolo della narrazione nella trasmissione della conoscenza, con implicazioni dirette sul Knowledge Management.
  • Leif Edvinsson, Corporate Longitude. Uno dei testi chiave sul capitale intellettuale, affronta il tema della misurazione del sapere in ambito aziendale.
  • Chris Collison, Learning to Fly. Approccio pragmatico e sociale alla gestione della conoscenza, con un focus sulle pratiche organizzative.
  • Sébastien Dubois, The Cattle Approach to Knowledge Management. Introduce la prospettiva fluida sulla gestione della conoscenza, con un forte impianto teorico.
  • David Weinberger, Too Big to Know. Riflessione sulla trasformazione della conoscenza nell’era digitale.
  • Clay Shirky, Here Comes Everybody. Studio sulla natura delle reti sociali e della condivisione della conoscenza nel mondo connesso.
  • Umberto Eco, Come si fa una tesi di laurea. Un capolavoro sulla gestione del sapere, sorprendentemente attuale per il Knowledge Management.

Pubblicato il 19 marzo 2025

Calogero (Kàlos) Bonasia

Calogero (Kàlos) Bonasia / “omnia mea mecum porto”: il vero valore risiede nell’esperienza e nella conoscenza che portiamo con noi