Il tempo che ci precede: Vivere in un mondo che ci anticipa (Le patologie del campo [XII])

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Dodicesimo capitolo del mio libro 𝗜𝗹 𝘁𝗲𝗺𝗽𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗰𝗶 𝗽𝗿𝗲𝗰𝗲𝗱𝗲: 𝗩𝗶𝘃𝗲𝗿𝗲 𝗶𝗻 𝘂𝗻 𝗺𝗼𝗻𝗱𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗰𝗶 𝗮𝗻𝘁𝗶𝗰𝗶𝗽𝗮.

In quasi tutte le organizzazioni che hanno cominciato a integrare sistemi agentici nei propri processi decisionali, c’è una scena che si ripete, e merita di essere raccontata perché contiene già tutto ciò che il capitolo cercherà di rendere visibile.


XII. Quando nessuno ha deciso

In quasi tutte le organizzazioni che hanno cominciato a integrare sistemi agentici nei propri processi decisionali, c’è una scena che si ripete, e merita di essere raccontata perché contiene già tutto ciò che il capitolo cercherà di rendere visibile.

Una decisione viene presa. Produce effetti. Quegli effetti diventano materia di discussione perché qualcosa, da qualche parte, ha seguito una traiettoria diversa da quella prevista: un cliente perso, una raccomandazione tecnica rivelatasi fragile, un investimento che si è dimostrato meno solido di quanto le analisi avessero suggerito.

Si convoca una riunione per ricostruire come si sia arrivati a quella decisione, e qui — in questo passaggio quasi imbarazzante — il capitolo comincia davvero: nessuno, intorno al tavolo, riesce a dire con certezza chi l’abbia presa.

La cosa sorprendente è che non c’è malafede. Non c’è il consueto teatro organizzativo in cui ciascuno prova a spostare altrove il peso di ciò che è accaduto. La catena viene ricostruita pezzo per pezzo, ognuno porta la propria parte, e ciò che emerge è una concatenazione perfettamente legittima: un’analisi prodotta da un sistema automatico, un’interpretazione formulata da un analista che si fidava ragionevolmente di quell’analisi, una raccomandazione passata in una riunione precedente in cui qualcuno aveva annuito, una ratifica formale arrivata dopo, quasi naturalmente, perché tutti i passaggi precedenti l’avevano già preparata.

Ogni passaggio è stato corretto.

La somma dei passaggi corretti ha prodotto una decisione che nessuno, individualmente, ha scelto di prendere.

Questa scena è il regime ordinario di un certo tipo di organizzazione. Ed è da qui che bisogna cominciare: distinguendo una patologia familiare — quella delle burocrazie pesanti in cui nessuno si prende la responsabilità — da una patologia nuova, più sottile, più difficile da nominare, perché non nasce dalla fuga dalla responsabilità ma dalla trasformazione del modo in cui le decisioni si formano.

Per due secoli le grandi organizzazioni hanno avuto un problema con la responsabilità delle decisioni, ma quel problema restava leggibile. Nelle organizzazioni della responsabilità diffusa, il coordinamento avveniva attraverso le persone, lentamente, lasciando margini perché qualcuno, da qualche parte, potesse fermare la catena. Nei campi digitali che abbiamo attraversato fin qui, il coordinamento si era già accelerato al punto da rendere il giudizio umano costantemente in ritardo; ma le tracce restavano ancora, almeno in parte, leggibili a posteriori.

Quel margine non c’è più.

Nelle organizzazioni agentiche succede qualcos’altro: il coordinamento arriva prima delle persone. Quando le persone entrano nella catena, la catena si è già formata; il loro intervento, quando avviene, somiglia meno a una decisione che a una ratifica.

La decisione, in questo regime, non è un atto: è un effetto.

Da qui in avanti, il capitolo segue questa concatenazione fin dove può essere ricostruita.

Vale la pena prendere un caso concreto e seguirlo passo per passo, perché la dinamica si manifesti nella sua essenza.

Una banca commerciale di medie dimensioni — chiamiamola così, anche se la scena che segue è ricomposta da casi diversi che si assomigliano in modo inquietante — ha implementato un sistema agentico per la valutazione preliminare delle pratiche di credito alle imprese. Il sistema, formalmente, ha un ruolo consultivo: produce un’analisi di rischio, classifica la pratica in una fascia di prioritarizzazione, suggerisce la documentazione integrativa che potrebbe essere richiesta, segnala anomalie nei flussi di cassa storici.

La decisione finale — l’erogazione, il rifiuto, la richiesta di garanzie aggiuntive — resta in capo al gestore relazionale e, sopra una certa soglia, al comitato crediti. La governance, sulla carta, è impeccabile. La banca ha persino formalizzato in un documento interno il principio che l’output del sistema agentico ha valore consultivo e non vincolante. Il documento è firmato dal direttore generale e distribuito a tutti i livelli del network commerciale.

Una pratica di credito di una piccola impresa familiare — un caso reale che il direttore di filiale conosce da quindici anni, una di quelle relazioni che le banche territoriali consideravano il proprio capitale — entra nel sistema. L’analisi agentica classifica la pratica come non prioritaria, rilevando un’anomalia nel pattern dei pagamenti ai fornitori degli ultimi diciotto mesi.

Il direttore di filiale conosce la spiegazione: l’impresa ha cambiato due fornitori principali a seguito di un contenzioso, e i tempi di pagamento si sono allungati durante la transizione. Lo scrive nelle note. Trasmette la pratica al comitato.

Nel comitato, l’analista che presenta il caso si appoggia all’output del sistema per la valutazione di rischio, perché è il dato strutturato che il comitato si aspetta di vedere. Le note del direttore di filiale, scritte in linguaggio narrativo, restano nel fascicolo, ma non rientrano nei campi obbligatori del cruscotto. Il presidente del comitato, che ha quindici pratiche da esaminare nella stessa seduta, guarda principalmente il cruscotto. La pratica viene rimandata per approfondimenti documentali.

Quattro settimane dopo, l’impresa ha trovato un’altra banca. La relazione di quindici anni si chiude.

Sei mesi più tardi, qualcuno in direzione si accorge che il portafoglio crediti della filiale ha perso una posizione storica, e chiede di capire cosa sia successo.

A questo punto comincia la ricostruzione, e con essa comincia anche la patologia che il capitolo deve nominare.

Si convoca il direttore di filiale: avevo segnalato il contesto nelle note.

Si convoca l’analista del comitato: ho presentato il caso secondo il formato standard, con l’output del sistema in evidenza, come previsto dalla procedura.

Si convoca il presidente del comitato: il cruscotto mostrava un’anomalia, la pratica è stata rinviata per approfondimenti, è una decisione che il comitato prende abitualmente in casi simili.

Si chiede al responsabile tecnico del sistema agentico: il sistema ha classificato la pratica secondo i criteri impostati al momento dell’implementazione; quei criteri sono stati validati dal risk management.

Si chiede al risk management: abbiamo validato un protocollo, non casi specifici; il protocollo è coerente con le linee guida prudenziali.

Alla fine, l’organizzazione arriva alla conclusione più inquietante: nessuno, in questa catena, ha sbagliato. Ognuno ha fatto correttamente il proprio lavoro. La pratica è stata persa attraverso un percorso in cui ogni passaggio era allineato con il proprio mandato.

La decisione di non proseguire la relazione — perché di questo si è trattato, anche se nessuno l’ha presa con queste parole — è emersa come effetto della concatenazione. L’inchiesta interna si chiude con una raccomandazione di migliore integrazione tra valutazione qualitativa e valutazione automatica, formulazione che tutti firmano e che nessuno saprebbe davvero come implementare.

Questo caso non è particolare. È il modo ordinario in cui le decisioni si formano nelle organizzazioni che hanno integrato sistemi agentici nei propri processi. Conviene fermarsi a osservare cosa, esattamente, è accaduto.

La prima cosa che è accaduta è che un giudizio umano — il direttore di filiale che conosceva l’impresa, il suo contesto, la spiegazione dell’anomalia — è entrato nel sistema in una forma che il sistema non sapeva leggere come giudizio.

Le note narrative del direttore non sono state cancellate. Sono rimaste nel fascicolo, accessibili a chiunque le avesse cercate. Il nodo è che il comitato non le ha cercate, perché la sua attenzione era organizzata attorno al cruscotto, e il cruscotto non le mostrava.

L’asimmetria tra ciò che il sistema rende immediatamente visibile e ciò che richiede un atto deliberato di ricerca ha funzionato come una selezione silenziosa: il giudizio che era leggibile dal sistema ha contato; il giudizio che richiedeva di essere cercato si è dissolto. Non per censura. Per forma. Eppure ogni passaggio della concatenazione era registrato — le note del direttore, la classificazione del sistema, la presentazione dell’analista, il verbale del comitato. Tutto era lì. Nessuno riusciva a leggerlo come storia di una decisione, perché il campo non era stato progettato per rendere leggibile la genealogia, solo per rendere visibile l’output.

La seconda cosa che è accaduta è che ognuno dei passaggi successivi ha trattato l’output del sistema come dato, più che come opinione. Quando l’analista presenta il caso al comitato, l’output del sistema entra nella sua presentazione con l’autorità di una rilevazione oggettiva; la nota del direttore di filiale entra come parere contestuale.

Sono due cose diverse, ma quella differenza non è scritta da nessuna parte. È un effetto della grammatica con cui il sistema produce le proprie analisi. Una valutazione di rischio generata dal sistema viene ricevuta come fatto; una valutazione qualitativa scritta da un essere umano viene ricevuta come interpretazione. La gerarchia è incorporata nel formato.

La terza cosa che è accaduta è la più sottile, e la più grave. Il presidente del comitato ha fatto esattamente ciò che la sua posizione gli chiedeva di fare: guardare il cruscotto, vedere l’anomalia, rinviare per approfondimenti. La sua decisione di rinviare era, dato il contesto in cui si trovava, ragionevole.

Solo che quel contesto era già stato configurato in modo da rendere il rinvio l’esito statisticamente più probabile per qualunque pratica con quell’output. Nessuno aveva manipolato il contesto. Il sistema agentico, producendo la propria analisi, aveva già preparato la decisione che il comitato avrebbe ratificato. Lo aveva fatto senza intenzione, senza volontà, semplicemente attraverso la forma della propria classificazione.

La concatenazione non si è formata nella riunione del comitato. Si era già formata nei millisecondi in cui il sistema aveva prodotto la propria classificazione, e nei minuti in cui l’analista aveva costruito la presentazione attorno a quella classificazione. La riunione del comitato è stata il momento in cui la concatenazione ha trovato la sua firma formale, ma la decisione, intesa come gesto deliberativo che pesa alternative e ne sceglie una, era già avvenuta altrove, distribuita su attori che non l’avevano percepita come decisione perché ognuno stava facendo qualcosa di più piccolo.

Qui la patologia diventa irriducibile alla responsabilità diffusa del Novecento.

Nella responsabilità diffusa restava sempre, almeno in linea di principio, la possibilità di una ricostruzione: un revisore paziente poteva risalire la catena, identificare i nodi, mostrare dove la decisione era stata effettivamente compiuta. Nella decisione concatenata questa possibilità si perde per una ragione strutturale. La pigrizia investigativa non c’entra. Non c’è un nodo in cui la decisione sia stata compiuta. La decisione è l’effetto emergente della catena, e l’emergenza non ha un autore.

Si può ricostruire chi ha fatto cosa ma ricostruire chi ha deciso diventa impossibile, perché nessuno ha deciso nel senso pieno della parola. Ognuno ha contribuito a una decisione che si è formata nello spazio tra i contributi.

La sociologia delle organizzazioni ha sempre conosciuto un fenomeno simile sotto il nome di non-decisione: la scelta di non decidere, l’elusione tacita di un problema che tutti riconoscono ma che nessuno è disposto a portare al tavolo. La concatenazione agentica produce altro, e questa differenza va nominata.

La non-decisione era una scelta, anche se silenziosa. C’era qualcuno che riconosceva il problema, e c’erano ragioni — politiche, di carriera, di prudenza — per non sollevarlo. La concatenazione è una composizione inconsapevole. Nella catena che ha perso l’impresa familiare, nessuno ha riconosciuto la decisione come decisione. Il direttore di filiale aveva fatto la sua parte scrivendo le note; l’analista aveva fatto la sua presentando il caso; il presidente aveva fatto la sua rinviando per approfondimenti.

La decisione di chiudere una relazione di quindici anni è emersa nello spazio tra le tre azioni, in un’area che nessuna delle tre considerava di propria competenza.

La non-decisione era un’omissione consapevole. La concatenazione produce una decisione senza un momento riconoscibile di decisione.

A questo punto si potrebbe pensare che la soluzione sia procedurale: introdurre un punto di consolidamento, un ruolo che integri esplicitamente la valutazione qualitativa con quella automatica, una checklist che obblighi il comitato a leggere le note narrative prima di guardare il cruscotto. Sono raccomandazioni che la maggior parte delle inchieste interne, in casi del genere, formula. Sono anche raccomandazioni che, applicate nel contesto reale, faticano a reggere.

Si introduce una checklist; il sistema agentico, nella generazione successiva, integra la checklist nella propria analisi e produce una valutazione che già anticipa le risposte alla checklist, perché ottimizzare per i criteri della checklist è esattamente ciò che il sistema impara a fare.

Si introduce un ruolo di consolidamento; quel ruolo, dopo qualche mese, scopre che la mole di pratiche da esaminare è incompatibile con un consolidamento manuale, e comincia a usare un meta-cruscotto che riassume gli output del sistema in forma aggregata, riproducendo lo stesso meccanismo a un livello più alto.

Le procedure si adattano alla concatenazione più velocemente di quanto la concatenazione si adatti alle procedure, perché la concatenazione opera nel tempo del sistema, e le procedure operano nel tempo dell’organizzazione.

Qui il capitolo deve dire una cosa che le inchieste interne, per ragioni comprensibili, non dicono quasi mai. La decisione che nessuno ha preso non è il fallimento di un’organizzazione che deve ancora imparare a integrare bene i sistemi agentici. È la forma compiuta di un’organizzazione che li ha integrati esattamente secondo la loro logica.

Il problema non sta in un errore locale della procedura, ma nel campo che l’organizzazione ha lasciato formarsi intorno alla procedura stessa. L’ironia — ed è un’ironia strutturale, non un gioco di parole — è che la concatenazione agentica registra ogni passaggio con una precisione che nessuna catena decisionale umana ha mai avuto. Ogni inferenza del sistema, ogni classificazione, ogni soglia attraversata, ogni peso assegnato a ogni variabile esiste come traccia computazionale. L’intera genealogia della decisione è lì, conservata in log che nessuno ha chiesto al sistema di cancellare. Il campo non manca di tracce. Manca di un’architettura che le renda leggibili come storia di una decisione, non solo come registro di operazioni.

Quel campo può essere affrontato solo prima che il sistema vi entri, non dopo. Ma questo è il tema dell’epilogo, non di questo capitolo.

Il capitolo deve fermarsi qui, sulla constatazione più difficile: nelle organizzazioni agentiche, la decisione concatenata non è un incidente. È il modo ordinario in cui le decisioni si producono.

E allora vale la pena tornare al titolo, perché qualcosa è cambiato lungo la strada.

La decisione che nessuno ha preso, all’apertura del capitolo, suonava come constatazione di un’irrintracciabilità: una decisione era stata presa, qualcuno doveva averla presa, e l’organizzazione non era riuscita a identificare chi. Era una formulazione che lasciava intravedere una possibile risposta — qualcuno l’ha presa, non lo sappiamo ancora, lo scopriremo — e tratteneva, sotto l’enigma di superficie, la promessa di una soluzione investigativa.

Il lettore poteva leggere quel titolo come un problema di trasparenza, di tracciabilità, di buona governance organizzativa. Tre cose che si possono aggiustare con strumenti appropriati.

Alla fine, quel titolo significa altro.

Non “nessuno” nel senso che non si sa chi sia stato. “Nessuno” nel senso più forte: la decisione si è formata in uno spazio in cui i soggetti operano senza essere, in quel momento e su quella decisione, i soggetti che decidono.

E al tempo stesso tutti hanno deciso, perché ognuno ha contribuito al risultato. Ma hanno deciso troppo tardi, perché quando ognuno ha fatto la sua parte la decisione si era già coordinata altrove.

Nessuno e tutti, troppo tardi, sono la stessa cosa vista da due lati diversi.

È questa coincidenza che rende la patologia irriducibile alle categorie precedenti. Nella vecchia burocrazia, la responsabilità si diluiva, ma si poteva ancora cercare. Nella non-decisione classica, qualcuno aveva scelto di non scegliere. Qui accade altro: la decisione si è formata attraverso contributi legittimi, tutti parziali, nessuno sufficiente da solo. Per questo nessuno può rivendicarla, e nessuno può davvero negare di avervi partecipato.

C’è una verità sull’organizzazione contemporanea che non si lascia ricondurre alla negligenza di nessuno dei suoi membri. L’organizzazione ha funzionato esattamente come era stata configurata per funzionare. Il problema, se di problema si tratta, è la configurazione. E la configurazione, nelle organizzazioni agentiche, è qualcosa che spesso si eredita più che si sceglie, perché si forma ai livelli del campo che sono stati allestiti prima che chiunque, oggi, fosse nella posizione di poterli rimettere in discussione.

La decisione che nessuno ha preso non è un’anomalia del sistema. È il sistema nel raro istante in cui lascia vedere la propria forma.


INDICE

Introduzione

Parte I

Il campo prima dell’accelerazione

 

I.              Il tempo che esce dal monastero

II.            Un punto di fuga per tutti

III.          Dare e avere

IV.    La geometria che si fa geografia

V.             Il posto che ti è stato assegnato

VI.          Compilare per esistere

 

Parte II

Quando il campo cambia natura

 

VII. L’attenzione che non è più tua

VIII.  Diventare il proprio punteggio

IX.  Cercare quello che ci viene incontro

X.   Il richiamo che arriva prima di noi

XI.  Acconsentire senza sapere

 

Parte III

Le patologie del campo

 

XII. Quando nessuno ha deciso

XIII.   Quello che il campo non riesce più a disfare

XIV. Il giudizio che impara dal sistema

 

Epilogo

Prima che le macchine comincino

Bibliografia esssenziale

 

Pubblicato il 10 settembre 2026

Luca Lanzoni

Luca Lanzoni / Insurance C-Level Executive | Down to earth by timeless principles | Up to new opportunities by emerging technologies