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Qualche giorno fa, su LinkedIn, un recruiter dichiarava di scartare tutti i candidati che non indicano competenze sull’intelligenza artificiale. Secondo lui, chi oggi non sa usare (o non dichiara di usare) l’AI non è più “occupabile”. Mi sono chiesto: cosa scriverei io, dopo trent’anni passati a lavorare con le informazioni, a progettare conoscenza, senso, orientamento? Sono forse meno competente solo perché non ho scritto “AI” nel curriculum? E allora ho provato a rispondere. Non con uno slogan. Ma con un saggio. Un saggio che parla di incertezza, di etica, di design cognitivo, di consapevolezza come forma di libertà. Un saggio che collega filosofia, teoria dell’informazione, architettura digitale e intelligenza artificiale. Perché non è l’AI che definisce la competenza, ma la capacità di dare forma al sapere. Anche — e soprattutto — quando è incerto.

Introduzione — Il valore euristico dell’incertezza

L’incertezza, lungi dall’essere un accidente della conoscenza, ne costituisce la matrice originaria. Fin dalle prime speculazioni epistemologiche, dalla aporia socratica alla sospensione del giudizio pirroniano, l’incertezza ha accompagnato la riflessione umana come segno di vitalità del pensiero e non della sua debolezza. In tempi più recenti, la filosofia della scienza ha sancito definitivamente il primato del dubbio sull’assoluto, riconoscendo nella fallibilità e nella revisione continua dei modelli conoscitivi l’unica via percorribile per l’accesso alla verità, sempre provvisoria. In questo scenario, l’informazione e le sue architetture assumono un ruolo cruciale, non tanto come dispositivi di certezza, quanto come sistemi di orientamento nell’incertezza.

James Kalbach, nel saggio On Uncertainty in Information Architecture, propone una lettura innovativa della progettazione informativa, ponendo l’incertezza al centro del processo di design. Seguendo un filo che lega Shannon e Weaver, Belkin e Kuhlthau, Kalbach suggerisce che l’incertezza non sia semplicemente un problema da risolvere, bensì una chiave di lettura e un criterio progettuale. In tal senso, architettare l’informazione non significa solo organizzare contenuti, ma modellare esperienze cognitive e affettive in cui l’incertezza venga riconosciuta, accolta, indirizzata.

Questo articolo intende sviluppare e ampliare tale prospettiva, intrecciandola con contributi provenienti dalle scienze cognitive (in particolare embodied cognition e cognitive load theory), dalla pedagogia (ICAP framework), dalla riflessione etica sull’intelligenza artificiale (Baur) e da una prospettiva culturale sulla consapevolezza e la libertà come resistenza (Stultifera Navis). L’obiettivo è delineare una grammatica cognitiva dell’incertezza, utile per progettisti, formatori, studiosi e cittadini digitali chiamati ogni giorno a navigare territori informativi sempre più complessi e polisemici.


1. L’incertezza come condizione originaria della conoscenza

La conoscenza non nasce dalla sicurezza, ma dalla mancanza: da uno scarto, un’assenza, una frattura tra ciò che si percepisce e ciò che si comprende. La tradizione filosofica occidentale ha spesso cercato di colmare tale frattura con impalcature logiche e sistemi deduttivi; ma è proprio nel fallimento di ogni fondazione assoluta che si apre lo spazio del pensiero. Come scrive Zygmunt Bauman, “nel mondo moderno liquido, l’incertezza è l’unica certezza, e la ricerca di conoscenza è la nostra risposta più umana alla fragilità dell’esistenza”.

L’informazione, in questo quadro, si configura come uno dei principali strumenti attraverso cui l’uomo tenta di ridurre l’incertezza. Ma ogni informazione è al contempo un’apertura e una chiusura, un chiarimento e una nuova domanda. Il paradosso evidenziato da Carol Kuhlthau nel suo Information Search Process è emblematico: più informazioni si raccolgono, maggiore può essere l’incertezza. Perché l’informazione, lungi dall’essere neutra, implica scelte lessicali, gerarchie semantiche, traiettorie interpretative.


2. L’architettura dell’informazione come strategia del dubbio

Nel progettare ambienti informativi digitali, l’architetto dell’informazione si trova di fronte a un compito delicato: ridurre l’incertezza negativa (disorientamento, frustrazione, ansia), ma senza cancellare quella positiva (curiosità, scoperta, senso di possibilità).

Kalbach propone due assi progettuali fondamentali:

Breadth vs. Depth: studi come quelli di Bernard (2002) dimostrano che le strutture concave (es. 6x2x2x12) facilitano la ricerca informativa, adattandosi meglio al percorso cognitivo ed emotivo dell’utente: iniziale esplorazione ampia, restringimento per orientarsi, apertura finale per approfondire.

Information Scent: secondo Spool et al., l’efficacia della navigazione dipende dalla “scia” cognitiva lasciata dai trigger words e dalle etichette. Se l’utente riconosce segnali coerenti con la propria intenzione, l’incertezza si riduce e la fiducia aumenta.

Un terzo asse progettuale implicito è la gestione dei vocaboli condivisi. Lo studio di Furnas (1987) mostra che due persone difficilmente useranno gli stessi termini per indicare lo stesso concetto: il che rende la progettazione lessicale una vera impresa epistemica. L’architetto dell’informazione è, dunque, un mediatore tra ontologie multiple.


3. Embodied Cognition: il corpo come strumento epistemico

Nel superare la dicotomia cartesiana mente-corpo, la embodied cognition propone una visione radicale: il corpo è parte integrante del processo cognitivo. Questo implica che ogni atto di ricerca informativa è anche un atto situato, corporeo, spaziale.

Manipolare un oggetto, orientarsi in uno spazio, compiere un gesto: sono tutte azioni che influenzano la comprensione. Anche in ambito digitale, strumenti come mappe concettuali interattive, dashboard visuali e interfacce tattili possono trasformare l’incertezza da ostacolo in risorsa sensoriale.

Il design informativo, allora, deve chiedersi non solo cosa mostrare, ma come il corpo possa esplorarlo: posture cognitive, affordance, ritmo della scoperta.


4. Cognitive Load Theory e architettura informativa

La Cognitive Load Theory (Sweller, Paas) suggerisce che la mente ha risorse limitate per elaborare nuove informazioni. Etichette ambigue, strutture ridondanti e interfacce caotiche aumentano il carico cognitivo e alimentano un’incertezza dannosa.

Tecniche come labeling coerente, gerarchie chiare, feedback visuali e suddivisione progressiva dei contenuti consentono di contenere l’incertezza entro soglie sostenibili, evitando che essa degeneri in ansia o frustrazione.


5. ICAP: una tassonomia delle interazioni cognitive

Il framework ICAP (Chi & Wylie) distingue quattro modalità di apprendimento osservabile:

Passivo: ascolto o lettura lineare.

Attivo: click, evidenziazione, esplorazione.

Costruttivo: sintesi, produzione di nuove connessioni.

Interattivo: dialogo, collaborazione, co-costruzione.

Applicato all’architettura dell’informazione, ICAP ci spinge a domandarci quale tipo di interazione cognitiva viene favorita da un sistema informativo. Un design che abilita solo modalità passive può congelare l’incertezza in paralisi cognitiva; uno che incoraggia attività costruttive e interattive trasforma l’incertezza in scoperta.


5.1. Intelligenza artificiale e l’incertezza etica del virtuale

Con la diffusione dell’IA generativa (ChatGPT, DALL·E), l’incertezza è diventata anche una questione etica. Come denuncia Dorothea Baur, le aziende AI offrono una narrazione immateriale e disincarnata dei loro prodotti, oscurando il lavoro umano, spesso precario, che ne costituisce la base operativa. È la realtà del ghost work.

L’architettura dell’informazione, in questo contesto, ha il dovere di rivelare le opacità, rendere visibili i costi nascosti, le relazioni di potere, le assenze strategiche. Progettare sistemi informativi oggi significa anche scardinare l’illusione della neutralità tecnologica.

Baur afferma che le aziende AI sono “in ritardo nel recepire i principi fondamentali dell’etica d’impresa”. Progettare con coscienza significa allora abitare l’incertezza, restituendo dignità alle domande e potere a chi cerca — non solo risposte, ma responsabilità condivise.


6. Consapevolezza, lettura e resistenza culturale

Nel saggio pubblicato da Stultifera Navis, La libertà si conquista con la consapevolezza, si afferma che la capacità di porre domande autentiche — in un mondo di risposte immediate — è un atto di resistenza.

Se l’informazione è ovunque, la libertà non è nell’accesso, ma nella capacità di interrogare. L’architettura dell’informazione deve allora progettare spazi dove non si ha solo il diritto di sapere, ma il diritto di non sapere subito: di indugiare, di deviare, di cercare meglio.

Come nella meditazione buddhista, la retta consapevolezza non elimina l’incertezza: la abita, la ascolta, la attraversa. L’architettura dell’informazione può fare lo stesso: insegnare a navigare il dubbio, non a fuggirlo.


Conclusioni — Per una grammatica dell’incertezza progettata

L’incertezza non è un nemico da abbattere, ma una forma di sapere latente, un invito all’apertura, all’ascolto, alla sperimentazione. L’architettura dell’informazione, nella misura in cui se ne fa carico, diventa pedagogia silenziosa, filosofia in atto, arte combinatoria.

Proporre una grammatica dell’incertezza significa:

Riconoscere le soglie cognitive: quando il dubbio è troppa dissonanza, quando è stimolo alla ricerca.

Progettare transizioni affettive: dall’ansia all’interesse, dalla confusione alla scoperta.

Offrire segnali orientativi che fungano da "ponti" attraverso il caos informativo.

Come scrive Umberto Eco: “Il lettore modello non è colui che capisce tutto subito, ma colui che accetta di abitare il testo, di attraversarlo, di sbagliare strada per poi ritrovarsi più consapevole.”

Lo stesso vale per l’utente: non chi cerca certezze, ma chi viene accompagnato nell’incertezza con cura, rispetto e intelligenza progettuale.

Pubblicato il 02 aprile 2025

Calogero (Kàlos) Bonasia

Calogero (Kàlos) Bonasia / “omnia mea mecum porto”: il vero valore risiede nell’esperienza e nella conoscenza che portiamo con noi