Carlo Mazzucchelli intervista Cateno Tempio specializzato in Storia della Filosofia presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Catania e autore di: Il filosofo è un cadavere. Ediz. integrale, Sulle sponde del nulla, Quel che viene a mancare. Il saggio critico e Carmelo Bene. L'intervista nasce dal regalo che il filosofo mi ha fatto inviandomi copia del suo libro "Sulle sponde del nulla". Un testo che mi ha colpito per il pessimismo, non solo filosofico ma quasi esistenziale ("la vita è male"). Dentro questo pessimismo però Cateno Tempio non smette di essere il filosofo che è facendosi carico di mostrare a tutti il mondo per quello che è e esperimendo le sue riflessioni e i concetti che le sostengono a mezzo della scrittura. Senza per questo aspettarsene alcun rendiconto utilitaristico o soluzionistico dei problemi del mondo, perché tanto non c'è modo di sbrogliare e risolvere la situazione corrente. Da non pessimista che h sposato il principio speranza ho provato a interrogare il filosofo alla ricerca di uno spiraglio di luce che forse qua e là è emerso. Bisogna però leggere l'intervista per capire se la cosa abbia funzionato. In alternativa leggete le opere di Cateno Tempio.
Buongiorno professore. Nel suo libro Sulle sponde del nulla, lei afferma che “L’unica verità a cui il filosofo vuole appigliarsi è quella di sputare in faccia a ogni verità, anche quando ritenuta vera e legittima. Non per il mero gusto della provocazione, ma perché ogni verità che non riceve sputi diventa sacra e inviolabile.” Quanto può valere questa sua affermazione in un’epoca dominata dalle post-verità (sacralizzata come tale) e divorata (dilaniata) dall’assenza di verità? Non crede sia necessario, anche come filosofo, partecipare attivamente all’accertamento della(e) verità e contribuire alla riflessione necessaria sulla nuova questione del male, che si esprime ad esempio con l’avvento del populismo e delle sue post-verità? Oppure pensa che non si possa che andare al di là del bene e del male, perché il reale è quello che è?
Sono tante domande, tutte molto difficili. Faccio come non si dovrebbe fare, per due motivi: il primo è che risponderò con un’altra domanda, il secondo è che sarà una citazione distorta per tirare acqua al mio mulino. Il filosofo dovrebbe avere un rapporto privilegiato con la verità. La domanda che si deve porre, e che io pongo come risposta è una distorsione del pilatiano “quid est veritas?”, in un più brutale e diretto: quis est veritas? Chi è la verità?
Noi abbiamo una verità di fronte, anzi abbiamo diverse incarnazioni della verità, sebbene in negativo: sono i nostri nemici, coloro che devono essere neutralizzati. In questa nuova fase del capitalismo finalmente possiamo assegnare un volto alla brutalità di questo sistema, che non si perpetua più solamente in maniera meccanica e impersonale, ma ci consente di guardare in faccia coloro che costituiscono gli ingranaggi in carne e ossa di un tale sistema che genera sopraffazione, sfruttamento, discriminazione, violenza, guerra, morte. Ce li abbiamo davanti, li vediamo ogni giorno sui giornali, in televisione, sui social. A chi dice che il fascismo è un fenomeno del passato bisogna rispondere che invece il fascismo è una tendenza costante dei fenomeni politici, soprattutto in epoca contemporanea e che si ripropone in varie forme, che ovviamente cambiano a seconda del contesto storico e sociale. Il fascismo di oggi è indubbiamente diverso in molti tratti dal fascismo di cento anni fa. Ma le caratteristiche essenziali permangono, una su tutte quella di essere l’espressione immediata, in tutti i sensi, degli interessi della borghesia capitalista, specialmente di quella più ricca, di quella che ha accumulato patrimoni inimmaginabili.
Tanto più in questo contesto, la verità è una faccenda affatto personale, nel senso che ha a che fare con le persone, non soggettivamente ma oggettivamente. Il filosofo ha il compito dell’elaborazione critica, dell’indicazione dialettica delle incarnazioni di queste verità negative, ossia degli individui che costituiscono il male, politicamente e quindi metafisicamente. Un individuo, in quanto filosofo, ha innanzi tutto il preciso scopo di offrire una prospettiva critica, teoretica e metafisica dell’incarnazione del male politico, ossia del capitalismo personalistico. È vero che è necessaria anche la marxiana critica delle armi, ma il filosofo non deve mia venire meno neanche alle armi della critica, lo stesso Marx non ha mai smesso di esercitare un tale fondamentale presupposto teorico.
Poi, certo, un filosofo non è solo un filosofo, è anche un individuo in carne e ossa che dovrebbe mettersi in gioco e sporcarsi le mani, sempre tenendo a mente che la sua direzione è la perfetta corrispondenza tra la teoria e la prassi, tra la metafisica e la politica. Solo così il filosofo può essere un punto di riferimento nella contrapposizione tra le incarnazioni della verità in negativo, il momento di morte della dialettica, e la propria persona in quanto baluardo della verità. Allora possiamo rispondere al nostro quesito: quis est veritas? La verità è il filosofo che sintetizza il reale nella piena corrispondenza tra armi della critica e critica delle armi. La verità è il filosofo militante.
un filosofo non è solo un filosofo, è anche un individuo in carne e ossa che dovrebbe mettersi in gioco e sporcarsi le mani
Nel suo libro mi ha colpito un suo riferimento alla scrittura aforistica di Nietzsche come dettata da una vulnerabilità e necessità fisica determinata da problemi fisiologici dell’uomo Nietzsche, dal fatto cioè che i suoi occhi, sempre sofferenti, non gli avrebbero permesso di scrivere lunghi paragrafi o capitoli più lunghi di poche pagine. Trovo il riferimento importante per due motivi, per la sottolineatura dell’umanità del filosofo e dei suoi limiti umani, prima ancora della sua statura di grande pensatore, di quanto il fatto di essere umani incarnati possa determinare anche forme di pensiero, idee e ideologie, visioni del mondo, ecc. Il secondo motivo è legato all’uso che oggi viene fatto della lingua, ormai ridotta a brandelli, semplici balbettii e cinguettii, non per problemi di vista o di arti, ma per l’incapacità crescente e diffusa a pensare prima ancora di scrivere, di elaborare concetti utili a dare un senso e un significato alle parole usate, polisemiche per definizione e oggi sempre più abusate. Lei parla di scimmiottamento dello stile aforistico e cinguettante e di farsa nella quale molti si stanno ormai cimentando. Difficile scambiare i brevi post su Tik Tok o X come aforismi, eppure molti così li definiscono. Come se ne esce? Cosa è possibile fare?
In un certo senso, non se ne esce e non dobbiamo fare niente. Ma poi, noi chi? Noi che ci stiamo ponendo tali questioni? E col fatto di porcele possiamo dire che siamo già un passo avanti a tutto questo? Non saprei, mi piacerebbe pensarlo, ma non ne sono sicuro. Se la scrittura non solo riflette la realtà, ma è essa stessa realtà, allora, come sempre, e come lei diceva in chiusura della prima domanda, il reale è quello che è, la scrittura è quello che è.
Con gli anni, col tempo, con l’esperienza, si impara non dico a giudicare un libro dalla copertina, ma quasi. Allora sai subito quando lasciare perdere e dedicare il poco tempo a disposizione ad altro. Il problema di come definire ciò che viene scritto mediamente sui social, mi tocca sinceramente molto poco, ho imparato molto presto a nietzscheanamente distogliere lo sguardo. Il fatto è che però è il segno di un’epoca che scrive forsennatamente eppure dice molto poco, e non mi riferisco solo a ragazzini, adulti e vecchi sui social, ognuno con la propria dose di ridicolo che si porta addosso. Mi riferisco alla scrittura filosofica, per esempio. Il buon vecchio stile filosofico, così vario e multiforme, così pirotecnico anche quando noioso, sembra avere subito il contraccolpo dei social, appiattendosi repentinamente e spaventosamente. Le case editrici, soprattutto quelle grandi, osano poco; quelle piccole non hanno potenza di fuoco. Gli scrittori, molto spesso, pur di essere pubblicati obbediscono a editor, agenti, correttori, suggeritori, uffici stampa e chi più ne ha più ne metta. I libri che abbiamo sottomano, specialmente quelli delle grandi case editrici, sono tutti truccati, tutti depotenziati, ammesso che valgano qualcosa già in partenza.
Il confronto coi social è imprescindibile, il cambiamento introdotto da essi è innegabile, ma basta poco, un’occhiata per comprendere il quadro, un’annusata per coglierne la puzza di merda. È pericolo, molto pericoloso; ci sono molte opportunità che ancora permangono, che riescono a farci vedere qualcosa direttamente e brutalmente (diretta e brutale: ecco i due contrassegni fondamentali della realtà), ma sono più i pericoli e le falsità a farla da padrone.
Non se ne esce, non si può tornare indietro. Cosa è possibile fare? Niente più e niente meno di quello che continuiamo a fare: ostinarci a pensare, ostinarci a credere nella scrittura, a esercitarla, a farcene guidare come un faro nella notte, come un vessillo di resistenza in tempi così tanto infami.
Cosa possiamo fare? Quello che continuiamo a fare: ostinarci a pensare, ostinarci a credere nella scrittura, a esercitarla, a farcene guidare come un faro nella notte, come un vessillo di resistenza in tempi così tanto infami.
La volontà di potenza della tecnologia e la sua forza di accelerazione sono tali da mettere a rischio il destino della specie umana sulla terra. Almeno questo racconta un certo filone di pensiero, definibile come catastrofista e apocalittico. Lei sostiene che quando ci si interroga su questo destino dell’uomo come specie e sulla sua eventuale decadenza, si debba stare attenti a non farsi prendere la mano da paure o entusiasmi e a guardare la faccenda con sguardo lucido e critico. Lei nega che ci possa essere consapevolezza nell’agire umano per la sopravvivenza della specie, che la specie sia un organismo e che la natura non ha tratti personalistici e men che meno protettivi nei confronti della specie umana. Questo è ancora più vero se si tiene conto del prezzo fatto pagare alla terra dal successo della specie umana e dello scempio determinato dalle sue scelte e dai suoi comportamenti. Anche io credo che di ciò che sta succedendo e succederà non ci sia nessuna consapevolezza, in fondo lo diceva anche il protagonista della Fondazione di Isaac Asimov. Credo però che compito del filosofo sia quello di agire per diffondere conoscenze e conoscenza, in modo che aumenti la consapevolezza utile all’assunzione di responsabilità. In tutto questo gioca un ruolo chiave il fattore (principio) speranza. Lei cosa ne pensa?
Tutte le cose elencate riguardo alla specie e alla natura non sono mica io a essermele inventate. Sono nel solco della grande filosofia darwiniana, o per meglio dire della magnifica cornice scientifica e teorica che essa ci offre.
Quando parliamo del “compito” del filosofo (e anche io l’ho fatto più sopra) dovremmo sempre specificare che non si tratta di una missione assegna dalla Provvidenza, dal Destino, dal Fato o da altre sciocchezze del genere. È un compito autoassegnato, frutto della riflessione e dell’elaborazione critica. Non c’è finalismo nella realtà, credo che tale questione sia stata definitivamente liquidata dal nostro nume tutelare Baruch Spinoza. E dunque sì, anche e soprattutto in senso spinoziano, il compito del filosofo, autoassegnato, è quello di diffondere conoscenza e consapevolezza, innanzi tutto a sé stesso, e poi agli altri corpi.
Riguardo alla speranza, eh, cosa devo dire, più invecchio e meno mi piace. Cosa c’è da sperare? Di morire al più presto, forse. La solita vecchia saggezza da Sileno. Non credo che la speranza debba essere una categoria filosofico, né tanto meno politica. All’ideologia della speranza mi piacerebbe sostituire l’euristica della rivoluzione, che non proietta qualcosa in un futuro indefinito, aspettandosi una salvezza dall’alto e dall’esterno, quanto piuttosto elabora una costante riflessione critica sui cambiamenti storici, politici, sociali, culturali ed economici per aggiustare ogni volta il tiro ed essere in agguato, per agire all’occasione. È il tracciato di Lenin, che in base a una tale euristica della rivoluzione ha colto il momento giusto, al di là di ogni speranza e contro alcuni dettami marxisti, e la rivoluzione l’ha innescata.
Il problema di come definire ciò che viene scritto mediamente sui social, mi tocca sinceramente molto poco,
Criticando il pensiero debole, lei sostiene che il pensiero sia sempre forte e la filosofia è fatta salva. Eppure, i tempi che viviamo sembrano dominati dal pensiero debole (non Vattimo, Pier Aldo Rovatti, e i loro epitomi ecc.) e forse dalla sparizione del pensiero in senso lato, sparito perché diventato “debole”, incapace di pensare il presente, percepito sempre più come opprimente. Anche la filosofia non sta poi tanto bene, anzi per alcuni è già defunta. È così perché i filosofi (siano essi analitici o continentali) si sono sempre più specializzati, stanno ormai invecchiando dentro le loro associazioni turrite e asfittiche, trasformate in roccaforti, spesso assumendo le vesti di influencer e agendo in modalità pop, mediatica e divulgativa? È così perché non è debole la loro filosofia ma sono deboli loro, come pensatori, in difficoltà a trovare un posto nel mondo e incapaci a cambiare prospettiva, e di porsi (porre) le domande che servono per riuscirci? Per me c’è anche da sottolineare come oggi molti, compresi i filosofi, vivano dentro le loro bolle, isolati dagli altri e dalla realtà, elaborano un pensiero sospeso sul nulla e sulla crisi della realtà. Un pensiero anch’esso frutto di egoismo, individualismo ed egocentrismo. Tutto ciò che a nulla serve per provare ad “aggiustare” le cose e tornare a preoccuparci del mondo. Lei cosa ne pensa?
Non so come vivano o vivevano i filosofi, almeno quelli a cui fa riferimento, perché non li ho mai frequentati molti. E forse già in questo c’è implicita una risposta. Ma poi, in fondo, a quei cosiddetti filosofi, chi ci vuol stare vicino? Io no, a ben vedere. Non credo avremmo molto da dirci. Bisogna comunque stare molto attenti a non proiettare sé stessi nella realtà, o nella filosofia che dir si voglia: se io sono in crisi, non è che la realtà o la filosofia debba per forza essere in crisi; se io mi sento debole, non è che la realtà o la filosofia debba per forza essere debole. Ma chissà, forse capita anche a me: se dico sempre che la realtà fa schifo ed è il nulla, probabilmente è perché io faccio schifo e sono una nullità. Amen.
La filosofia ha avuto la capacità di entusiasmare, di procurare delle scintille o addirittura accendere dei fuochi. Ma che ce ne facciamo di quegli studiosi che un tempo Nietzsche definì senza sangue? Una filosofia anemica, a tratti addirittura vampiresca (come quella accademica) cosa mai potrebbe portarci?
Le domande della filosofia sono grosso modo le domande di tutti. Ciò che invece non è di tutti, ma specifico della filosofia è vedere quali altri domande nascono dalle riposte che vengono date immediatamente. E poi rivedere le altre domande che ancora nascono dalle altre risposte. E così via. È solo così che si genera un discorso filosofico, è solo così che si può indagare la realtà e carpirne le trame. Non si può uscire dal mondo o dalla realtà. Se qualcuno pensa di essere, con la sua vita o col suo pensiero, fuori dal mondo o dalla realtà, è semplicemente perché di questi non ci ha capito niente.
Di questi giorni si parla molto di scuola perché un ministro in carica ha deciso di rivoluzionare l’insegnamento introducendo il latino, la storia solo italiana e il cinque in condotta come segno di una grande riforma che ci mancava. Nel suo libro mi ha colpito il suo riferimento alla “licealizzazione dell’università che in fondo rientra nel più ampio fenomeno dell’infantilizzazione dell’essere umano”. Condivido l’idea che il perseguimento, che sembra essere riuscito, di questa infantilizzazione finisca per deresponsabilizzare e rendere meno autonomo l’individuo, impedendogli di elaborare pensiero critico, ma soprattutto di (ri)trovare energie, coraggio e forze per ribellarsi, per rifiutare i modelli imposti e subiti, per (ri)prendere il controllo della propria esistenza. Tutto questo sta avvenendo (passando) anche nella scuola, complici in molti casi professori e insegnanti che, si sentono depositari della conoscenza, ma sono sempre più incapaci di ergersi a Maestri, di scatenare l’innamoramento per l’apprendimento e per il sapere. Secondo lei è ancora possibile, nei tempi delle ChatGPT, puntare alle “teste ben fatte” di Edgar Morin. E come si può fare, se le teste da modificare fossero in primo luogo quelle dei professori, in primis di quanti di loro ricorrono senza freni alle IA generative?
Io lavoro come insegnante e dunque sono parte in causa. I professori, in genere, non sono né più né meno che l’essere umano medio che incontriamo in giro. Per cambiare la testa ai professori (anche se non comprendo questo accanimento contro di essi) bisognare cambiare la testa all’essere umano medio.
Lo si può fare con una riforma scolastica o con dei proclami? Non credo proprio. L’unico cambiamento possibile sarebbe quello sistematico, mediatico, culturale, economico. La testa ben fatta (per me è una “testa tutta terrena”, per dirla ancora con Nietzsche) non la si può “modellare” solo a scuola. La scuola non è che un tassello dell’insieme, e comunque meno male che il nostro (o almeno il mio) compito di insegnante non è quello di “modellare” teste. Io ho di fronte esseri umani, individui, persone con cui mi confronto, con un ruolo istituzionale diverso, ma con un ruolo umano all’insegna del rispetto reciproco e dell’eguaglianza.
Per cambiare la scuola bisogna cambiare la società; per avere delle teste ben fatte, bisogna cambiare tutto. Noi continuiamo a sfornare esseri umani medi, dove con “noi” intendo la cultura propinata mediaticamente, in maniera martellante ogni giorno. Hai voglia a insegnare Dante o Hegel, se poi usciti da scuola non hanno nessuna rilevanza da nessun punto di vista.
Se la filosofia è morta, anche il filosofo, soprattutto se è giovane, non se la passa molto bene. In genere, se va bene, il giovane filosofo è un disoccupato, se insegna si predispone già mentalmente alla pensione (cosa potrebbe fare diversamente?), in alternativa gioca a fare il consulente filosofico, a scrivere libri che nessuno leggerà mai e a sopravvivere facendo il “content writer”, il “social media manager”, il “blogger”, ecc. Così facendo smette di interrogarsi esistenzialmente (“che ci faccio qui?”, “perché sono al mondo?”, ecc.), non si impegna più a riflettere e a elaborare pensiero sulle grandi domande, lascia inaridire le fonti del pensiero abbandonandosi al pessimismo. Cosa potrebbe fare diversamente?
L’alcol è sempre una buona alternativa. E qui mi taccio.
Recentemente ho rilasciato, insieme a Francesco Varanini, una nuova iniziativa culturale transdisciplinare. Si chiama STULTIFERANAVIS (www.stultiferanavis.it) e si rifà alla Narrenshiff di Sebastian Brant e a seguire ai molti che hanno usato la metafora della nave dei folli (Ship of Fools, Nef des fous, Nave de los necios) per esprimere la loro visione del mondo. L’idea è di occupare spazi non presidiati dal pensiero conformistico dominante e dalle narrazioni mercificati diffuse per provare a tornare ad affidarsi al pensiero umano, alla parola e alla poesia. Il pensiero riflessivo e critico, aperto al confronto dialogico, con l’obiettivo di condividere saperi e conoscenza, esercitare la pratica della collaborazione, del dialogo e della cittadinanza. A muoverci nell’investire sul progetto è il principio responsabilità di Hans Jonas e il principio speranza di Ernst Bloch. In assenza di un approfondimento che mi auguro ci possa essere, quale può essere la sua prima reazione e valutazione per un progetto come questo, in tempi ormai dominati dal pensiero unico delle piattaforme e delle ChatGPT?
Da assolutamente irresponsabile e da essere umano senza speranza, sono in ogni caso contento delle occasioni di confronto e dialogo.
Mi resta solo un dubbio: ho risposto come ho potuto. Forse, se avessi usato ChatGPT avrei fornito risposte meno personali, ma probabilmente più efficaci. Così mi pare, non mi spaventa, non mi esalta. Non ci resta che rifletterci e cercare di comprendere, mentre in ogni caso affiliamo gli artigli.