Viviamo tempi di surplus informativo che impediscono a molti di fare i conti con la realtà. L'impedimento nasce anche da un intorpidimento della coscienza e da un sonnambulismo crescente che ci fa diventare stupidi.
Tutto suggerisce che stiamo vivendo tempi di delegittimazione della sfera pubblica, della politica e della rappresentanza. Assistiamo senza reagire a un imbarbarimento della sfera della discussione pubblica, siamo diventati preda dei luoghi comuni, il tutto alimentato anche dalle nuove forme della comunicazione e dagli strumenti tecnologici utilizzati per praticarla.
La realtà nella quale siamo immersi è quella di un spettacolo continuo sul cui palcoscenico la realtà del virtuale e quella del falso dominano la narrazione diffusa. La macchina scenica teatrale che fa funzionare tutto non è più composta da apparati meccanici e tecnici utili alla messa in scena, ma da software potenti e in forma di algoritmi, che hanno inesorabilmente omologato comportamenti e scelte trasformandoli in semplici automatismi, agiti e subiti da chi usa l'informazione (chi scrive e chi legge) in semplici funzioni eseguibili, come una sequenza di codice software. Gli attori che si agitano sul palcoscenico sono innumerevoli. Mai come oggi chiunque può accedere a quantità smisurate di informazione e mai come oggi tutti hanno la possibilità di produrne . Nel farlo poi, tutti possono diffondere notizie false, semplici chiacchiere, notizie infondate, fare propaganda contribuendo alla misinformazione e alla disinformazione.
Si scrive per essere letti da un algoritmo, si legge quello che seleziona l'algoritmo (Michele Mezza)
Bandito dal palcoscenico è ogni pensiero radicale che manifesta la reazione di chi ancora non si è rassegnato a essere mummificato dentro il conformismo artificiale, "vampirizzante" e narcotizzante dominante, sempre teso a spegnere ogni forma di pensiero libero, critico, riflessivo rimasto.
Lo spaesamento e l'impotenza che ne derivano sono grandi, percepiti come insuperabili. La voce dell'intelligenza umana (quella artificiale dilaga) non è ancora spenta, ma è in grave difficoltà, vive tempi paradossali, imprigionata com'è dentro giochi, eventi, fenomeni, narrazioni a somma negativa.
La tecnocrazia al potere ha fatto del virtuale la realtà dominante
L’informazione è scambiata come conoscenza, come tale usata per fare scelte, prendere decisioni, esprimere opinioni su tutto, senza mai riflettere o pensare criticamente sulla sua qualità, veridicità e validità, al suo valore, alla sua autorevolezza e attendibilità.
Si è smesso anche di interrogarsi sulle fonti e sul loro utilizzo e rielaborazioni da parte di chi l'informazione la produce, la aggrega, la racconta, ne fa un contenuto di storytelling e narrazioni, di notizia giornalistica, più o meno leggera e soft che possa essere.
A nessuno o a pochi sembra interessare il processo di produzione dell'informazione, la sua scomponibilità quantificabile e calcolabile che ne cambia la nozione, il lessico e la punteggiatura della comunicazione che la veicola, diventato ormai sempre più di intrattenimento, commerciale, propagandistico, pubblicitario, utilitaristico , asservito all'industria tecnologica del marketing e "markettaro" nel suo essere e funzionare. Una informazione di questo tipo ha perso la sua "universalità, imparzialità, inclusività, verità e responsività, ha perso senso" e utilità (capacità) di riflessione critica.
Il surplus informativo è forse responsabile delle tendenziale caduta dell'intelligenza intellettuale e della regressione mentale?
Il ruolo assunto dall'informazione nell'era tecnologica attuale è tale da rendere complicato capire che cosa vi sia oltre l'informazione. La difficoltà è oggettiva, nasce dal fatto che, con il il diffondersi delle pratiche social e dei dispositivi tecnologici "l'identità si è ridotta alla vita "solitaria" davanti allo schermo" di un dispositivo connesso alla rete, chiusi dentro una stanza, sempre più ignari di quanto succede al di fuori di noi e sempre meno interessati a capire e interpretare, riflettendo crticamente e in lentezza, le informazioni nelle quali siamo costantemente immersi. Davanti allo schermo le nostre identità individuali si sono trasformate in identità di gregge, che esaltano il mondo dell'uguale raccontato da Byung-Chul Han.
"il telefono in mano, il computer come stampella e l'intelligenza artificiale come cervello" ( Sergio Ghirardi Sauvageon)
Comprendere quanto l'evoluzione tecnologica, la sua pervasività e ibridazione con l'umano che ne è derivata, abbiano rivoluzionato in modo radicale come le informazioni vengano prodotte, gestite, archiviate e condivise, e come ad esse vi accediamo e come le consumiamo, suggerisce una riflessione seria, che vada oltre l'informazione stessa, per interessare la libertà con cui ognuno di noi manifesta il proprio pensiero, dentro i contesti, fattuali e virtuali abitati.
Il riferimento alla libertà non è casuale, si è infatti passati in pochi decenni da un cyberspazio ritenuto libero, democratico e indipendente, alla Internet delle piattaforme possedute e dominate da tecnocrati e poteri privati che hanno messo a dura prova la libertà dell'utente (persona, individuo), e forse l'hanno persino cancellata.
L'informazione rinvia a qualcosa di oggettivo, la conoscenza a un soggetto, individuale o collettivo
Il surplus informativo ha generato un info-entusiasmo che ha contagiato la nostra cultura. Ha cambiato la cultura e gli stili di vita di tutti, moltitudini di persone così come futurologi, visionari ed esperti di nuove tecnologie, guru, storyteller e giornalisti, consulenti aziendali ed esperti di marketing e di comunicazione. L'epidemia di sovra-informazione non ha ancora trovato il suo vaccino, è una delle cause delle numerose rivoluzioni tecnologiche in atto che stanno trasformando la società, la cultura, il mercato, con effetti sia individuali sia sociali e collettivi.
L’informazione online è sempre più finalizzata a scopi marketing, promozionali, utilitaristici, ha cambiato il modo con cui viene percepita. Con la sua diffusione attraverso le piattaforme digitali online, ha creato nuove dimensioni di realtà completamente nuove, nelle quali ci riteniamo tutti informati proprio quando in realtà siamo diventati sempre più ignoranti, disinformati, privati di conoscenze e conoscenza.
Si dice che l’informazione sia un bene pubblico, ma oggi l’informazione è diventata strumento di manipolazione (l’uso di informazioni anche vere ma usate per distorcere la realtà), misinformazione (la diffusione che moltitudini fanno di informazioni false senza ritenerle tali) e disinformazione (pratica di disseminazione di notizie false, nella quale ormai molti oggi eccellono), non aiuta a coltivare conoscenze e conoscenza. La disinformazione programmata in particolare regna ormai sovrana, anche perchè la nostra società è sempre più dominata dalla virtualità e dalla artificialità.
le tecnologie dell'informazione da sé non liberano nessuno, sono gli uomini a liberare gli uomini (Timothy Garton Ash)
È un bene comune ma oggi si manifesta come tale con esiti negativi, con effetti e conseguenze sulla nostra libertà e sulla democrazia che, seppure moribonda e considerata inadeguata ai tempi che viviamo, è pur sempre il migliore dei mondi possibili, in un mondo sempre più dominato da autocrati, tecnocrati, populisti, leader e regimi autoritari e nazionalisti.
Territorio libero e democratico, Internet si è oggi trasformato nelle loro mani in strumento da controllare e limitare, per impedire i virus sani della libertà, della democrazia, della verità e dei diritti umani, ma anche per attaccare quelle sacche di libertà e di democrazia che ancora resistono in giro per il mondo, in particolare nella parte occidentale di esso.
Il linguaggio usato online per veicolare informazione e informazioni determina l’humus di pensiero diffuso, ha effetti reali sullo spirito dei nostri tempi tecnologici. Si è brutalizzato, si è fatto violento, subdolo, cattivo, di sicuro si mostra poco finalizzato al bene pubblico comune e alla coesione sociale. È diventato più consono alla diffusione di contenuti tossici, che ad aiutare lo sviluppo e la pratica di pensiero critico, necessario per formare una coscienza critica e alimentare un dibattito pubblico pluralistico. Molti contenuti tossici, veicolati da un linguaggio ormai privato di gentilezza e incapace di veicolare forme dialogiche do incontro, raggiungono moltitudini grazie alle funzionalità disponibili sulle piattaforme social e alla viralità online, gestita e favorita dagli algoritmi che le piattaforme comandano, agendo sempre con l’obiettivo economico dei proprietari della piattaforma.
“La consapevolezza cresce con l’autocritica, con il rendersi coscienti delle parole vuote, che ci fa disprezzare noi stessi quando le impieghiamo, e ci fa stare all’erta per scoprirle” – (Walter Lippmann)
Il linguaggio emerso come dominante ha contribuito a distruggere la fiducia e la credibilità di istituzioni, pensieri, valori, fatti (ormai ridotti a semplici opinioni che rendono impossibile distinguere ciò che è vero da ciò che è falso), persone, provocando come effetto conseguente la diserzione di molte persone (cittadini, individui, elettori, ecc.) da molti processi democratici, pratiche di cittadinanza e momenti di espressione di libertà come le elezioni politiche, e la partecipazione nella vita associativa, politica, sociale. Ne sono derivati un impoverimento culturale e sociale, l’indebolimento della coesione sociale, l’esacerbazione della conflittualità e delle divisioni, che hanno portato a una polarizzazione crescente della vita politica, all’impossibilità di ritrovare il dialogo e di confrontarsi, dialogando e ponendosi domande utili all’accertamento e alla ricerca della verità che sempre ha caratterizzato le società democratiche, di compiere scelte e decisioni razionali.
Una eccessiva concentrazione sull'informazione porta a trascurare il contesto sociale
Una informazione diffusa e usufruita prevalentemente attraverso piattaforme digitali ha consegnato ad esse, veri e propri oligopoli tecnologici sfuggiti ormai al controllo di ogni regolamentazione democratica e politica, un potere immenso, spaventoso, di cui forse bisognerebbe cominciare ad avere paura, considerati i risvolti politici recenti che hanno visto proprietari di grandi aziende Tech entrare in politica e assumere il compito di prendere decisioni che interessano l’intera popolazione di una nazione democratica.
Immersi nella disinformazione come siamo rischiamo di perdere ciò che, in occidente, abbiamo conquistato negli ultimi ottanta anni di vita democratica. Servirebbe maggiore consapevolezza, la volontà di sviluppare una capacità responsabile nell’accesso all’informazione online, l’impegno per costruire alternative reali, che vadano contro il conformismo generale diffuso e oggi dominante.
Bisogna salvaguardare l’integrità dell’informazione e dei suoi ecosistemi, serve sviluppare la consapevolezza che l’informazione non può solo essere finalizzata a scopi utilitaristici ma è un bene comune, fondamentale per il vivere democratico come lo è l’aria per respirare.
Non abbiamo bisogno di più informazioni ma di persone che le assimilino, le capiscano e ne ricavino un senso
Conclusioni, in cui nulla è concluso
L’informazione come bene pubblico e come diritto è oggi sotto attacco dall’affermazione di populismi e sovranismi vari, di politiche di destra (e non solo) che tagliano fondi e risorse all’editoria no profit, a giornali editi in forme cooperative, fondati su idee e valori non omologati a quelli del potere forte del momento o anche semplicemente non legati a valori e a logiche di mercato. Proprio quelle logiche che oggi operano per limitare il pluralismo vitale che serve sempre come presidio di legalità democratica.
I problemi posti dalle molteplici crisi in atto, tra le quali è compresa quella dell'informazione, non facilitano soluzioni né facili né rapide. Le soluzioni sono difficili da trovare, ma lo sono ancor più se non si cambia modo di guardare all problematiche, insorte negli ultimi decenni, riguardanti l'informazione. Invece di riflettere sull'informazione dentro il tunnel della sola informazione, forse sarebbe meglio guardare altrove, al di fuori del mondo dell'informazione, "alle periferie e agli spazi marginali", alle pratiche individuali e sociali e alle comunità umane, alle organizzazioni e alle istituzioni e ai rapporti di produzione e di forza che le caratterizzano.
Ciò che oggi sta succedendo, con la nostra complicità e passività, dovrebbe suscitare un sano scetticismo e l'adesione a un pensiero critico utile ad alimentare lo spirito dell'energia che serve per la capacità di resistere senza paura e con coraggio al conformismo dominante e a una informazione dominata dal pregiudizio e dalla propaganda. Nel resistere può essere d'aiuto la capacità di fronteggiare la nostra percezione negativa del mondo che ci circonda per provare a rompere il pessimismo che agita la mente di molti, ormai rassegnati alla catastrofe.
A determinare il modo con cui ci si informa è da sempre la forma ideologica, culturale e economica della società in cui si vive
Il cambio di prospettiva obbliga a riflettere su come oggi ci si informa e a (re)imparare a informarsi. Noi umani ci informiamo fin dall'infanzia nel nostro lungo processo di apprendimento che inizia in casa con i genitori, gli amici e gli adulti, prosegue a scuola con compagni di classe e insegnanti, e prosegue per tutta la vita. Nessuno smette mai realmente di informarsi e sempre deve misurarsi con la difficoltà a scoprire se una informazione è vera o è falsa. La difficoltà è di tutti ma forse pochi, soprattutto oggi, praticano quella che Karl Popper definiva la conistenza critica che servirebbe per stabilire la verità. Non è una pratica diffusa perché si alimenta di umiltà (merce rara di questi giorni prepotenti e ottusi), di esercizio del dubbio (e chi vuole più dubitare quando la "verità" è regalata cime merce premiante?), e della capacità di mettersi in discussione (e quando mai?) e mettere in discussione ciò che si è già imparato.
Chi riesce a esercitare il suo pensiero critico, chi si pone delle domande o dubita sistematicamente, chi adotta un modo di pensare lento e umile, può più facilmente di altri, imparare dove e come trovare l'informazione migliore, a distinguere tra vero e falso, tra fatti e opinioni, a imparare a comprendere cosa si nasconda di vero o di falso nelle argomentazioni e nelle affermazioni non verificate.
Fatto questo diventa più facile moltiplicare le fonti di informazione per cercare ciò che si ritiene essenziale e importante, valutandone la veridicità, la qualità e l'autorevolezza per poi privilegiare quelle meno dipendenti (soggiogate) a interessi politici o ideologici, economici o semplicemente di potere. Chi questa operazione non riuscirà a fare avrà contribuito a quello che a molti appare un futuro sempre men democratico, abitato da cittadini disinformati, alimentati a risentimento, indignazione e menzogna perchè sono oggi le migliori risorse disponibili a chi opera per monetizzare l'informazione, per privatizzarla, per evitare che possa diventare un bene comune e pubblico.