Ha analizzato come funzionano i miti moderni, come l’autorità si nasconda dietro la fluidità di un discorso, come il potere agisca non solo attraverso ciò che vieta, ma attraverso ciò che rende ovvio. Ha spostato l’attenzione dall’autore al lettore, dalla comunicazione all’effetto che essa produce.
Anche l’AI è un linguaggio, parla al posto nostro, produce testi credibili, immagini convincenti, risposte rassicuranti. È una macchina che funziona tanto meglio quanto più si presenta come naturale e efficiente. Esattamente il tipo di fenomeno che Barthes avrebbe voluto interrogare.
Che cosa accade quando il linguaggio diventa infrastruttura automatica? Quando il senso viene ottimizzato? Quando il lettore rischia di trasformarsi in utente?
Questa intervista impossibile serve a usare il punto di vista di Barthes come strumento critico per capire che tipo di cultura stiamo costruendo quando deleghiamo il linguaggio alle macchine.
1. AI come mito
CAB: L’AI viene spesso raccontata come inevitabile e neutrale. È già un mito, nel suo senso?
ROLAND BARTHES: Sì, nel senso più preciso del termine. Il mito nasce quando qualcosa che è storicamente prodotto viene presentato come naturale e fuori discussione. Dire che l’intelligenza artificiale è “inevitabile” significa spostarla dal terreno delle scelte a quello del destino. Non la si discute più come tecnologia progettata da qualcuno, finanziata da interessi specifici, utilizzata in certi contesti e non in altri; la si accetta come un fatto, come se dovesse necessariamente esistere così com’è.
Il mito funziona attraverso la semplificazione, non nasconde l’AI ma la rende evidente. Nel farlo, cancella tutto ciò che è conflittuale. Spariscono le condizioni di produzione, le disuguaglianze che genera, i rapporti di potere che incorpora. Resta solo l’algoritmo come strumento efficiente e oggettivo.
In questo modo l’AI smette di apparire come un prodotto politico e diventa una forza quasi naturale. E quando qualcosa viene percepito come naturale, non sembra più modificabile. È qui che il mito compie il suo lavoro più efficace, trasforma una tecnologia discutibile in un orizzonte indiscutibile. L’algoritmo diventa destino, e la politica - cioè la possibilità di scegliere e regolare - viene silenziosamente espulsa dal discorso.
2. Autore, scriptor e testi generativi
CAB: Se un modello genera testi, che fine fa l’autore? È davvero “morto”?
ROLAND BARTHES: L’autore, inteso come garante del senso, può anche scomparire. Ma la questione non è la sua assenza, ma chi prende il suo posto. Quando parlavo di “morte dell’autore”, non intendevo sostituirlo con una macchina, ma liberare il testo dall’autorità che lo chiudeva in un significato unico. L’obiettivo era far nascere un lettore più attivo, capace di produrre senso, non di riceverlo passivamente.
Con i testi generativi il rischio è diverso. Non abbiamo più un autore, ma otteniamo testi plausibili, che non oppongono resistenza. È una scrittura che non chiede nulla a chi legge, non espone una posizione e non crea fratture. Convince, ma proprio per questo chiude.
L’autore non c’è più, è vero. Ma il potere non scompare, si sposta. Non risiede nell’intenzione di un individuo, bensì nella forma standard, nella probabilità statistica, in quella che potremmo chiamare una lingua media. Una lingua che nasce dalla somma di ciò che è già stato detto e che, proprio per questo, tende a riprodurre ciò che è più frequente e più riconoscibile.
Il punto, allora, non è “chi firma” un testo, ma chi stabilisce il perimetro del dicibile. Quali frasi risultano plausibili e quali argomenti vengono esclusi. Il testo generato non è neutro ma è l’esito di una selezione preventiva del possibile. E quando questa selezione diventa invisibile, il lettore rischia di non accorgersi più che sta leggendo un testo già normalizzato.
La mia critica all’autore mirava ad aprire il senso. Qui, paradossalmente, l’assenza dell’autore può produrre l’effetto opposto, ovvero un linguaggio senza conflitto, che non invita a interpretare ma a consumare. Per questo la vera posta in gioco non è la creatività della macchina, ma la responsabilità culturale di chi la usa. Se il lettore non viene rimesso al centro, la “morte dell’autore” rischia di trasformarsi nella morte del testo come spazio critico.
3. Corpo, voce, desiderio
CAB: Molti dicono che l’AI “capisce” e “sa parlare”. Lei cosa risponde?
ROLAND BARTHES: Rispondo che ciò che chiamiamo “comprensione” è, in questo caso, un effetto di linguaggio. La macchina sa produrre frasi plausibili, sa rispettare il contesto, sa anticipare ciò che ci aspettiamo di sentire. Ma capire non coincide con la correttezza formale né con la fluidità dell’enunciato.
Capire, per un essere umano, implica sempre un coinvolgimento. Significa esporsi, rischiare un’interpretazione, assumersi una responsabilità rispetto a ciò che si dice e a chi si ha di fronte. Il linguaggio umano non è mai soltanto funzionale, ma attraversato da esitazioni, ambiguità, da una storia personale e collettiva che lascia tracce nella voce.
La macchina, invece, non desidera e non teme. Non ha nulla da perdere. Per questo il suo linguaggio tende a essere prudente e, evitando l’eccesso neutralizza il conflitto. È un linguaggio che funziona bene proprio perché non è costretto a prendere posizione nel mondo.
Può imitare la voce, ma non possiede la grana della voce, quel resto fisico, imperfetto, a volte persino fastidioso, in cui il corpo interferisce con il senso. La grana non è un difetto del linguaggio umano, è il suo segno vitale. È ciò che fa sentire che qualcuno sta parlando da qualche parte con un corpo.
Quando diciamo che l’AI “capisce”, spesso stiamo dicendo che ci rassicura. Ma la comprensione autentica non rassicura sempre, a volte disturba e soprattutto contraddice. È in quella frizione, tra ciò che si dice e ciò che costa dirlo, che il linguaggio resta umano.
4. Immagini sintetiche: studium e punctum
CAB: Che cosa cambia quando le immagini possono essere generate dal nulla e sembrano “vere”?
ROLAND BARTHES: Cambia il rapporto tra immagine e testimonianza, che è sempre stato il cuore del nostro patto con le immagini. La fotografia porta con sé dato certo: questo è stato. Qualcosa, o qualcuno, si è trovato davvero davanti a un obiettivo. Da qui nasce la sua forza specifica, non tanto nel mostrare, quanto nel attestare.
L’immagine sintetica rompe questo patto. Può essere estremamente verosimile, perfino più “credibile” di una fotografia, ma spesso è senza passato. Non testimonia a un evento, funziona come una costruzione autosufficiente. Non dice “è successo”, ma “potrebbe essere successo”.
Le immagini generate dall’AI sono ricche di studium, sono leggibili e decifrabili. Riconosciamo i codici visivi e gli stili, ci orientano senza difficoltà. Ma proprio per questo rischiano di svuotare il punctum, quel dettaglio imprevisto che ci colpisce perché sentiamo che ciò che guardiamo ha davvero attraversato il tempo di una vita.
Il punctum non è un effetto speciale, ma un legame. È la percezione che l’immagine non è solo “ben fatta”, ma implicata in una storia reale. Quando l’immagine nasce senza un suo mondo, questo legame si indebolisce. L’emozione non scompare, ma cambia natura, diventa immaginativa, proiettiva.
Il problema non è estetico, è politico. Se tutto può essere prodotto, anche la prova diventa uno stile. Se ogni immagine può essere generata, anche l’evidenza perde peso. A quel punto non discutiamo più se qualcosa è accaduto, ma se l’immagine è abbastanza convincente. E quando la prova diventa stile, la verità diventa sostituibile.
Non significa che le immagini sintetiche siano inutili o illegittime. Significa che richiedono uno sguardo diverso, più attento e responsabile. Uno sguardo che non si limiti a chiedersi “sembra vera?”, ma che torni a chiedersi da dove viene questa immagine, che rapporto ha con il reale, e che tipo di mondo rende possibile?
5. Resistenza: critica, Neutro, responsabilità
CAB: Qual è, oggi, la forma minima di resistenza culturale all’AI?
ROLAND BARTHES: La prima forma di resistenza è restituire all’AI la sua storia. Ogni volta che un sistema tecnologico viene presentato come naturale, inevitabile o semplicemente “efficiente”, siamo di fronte a un’operazione ideologica. L’AI non nasce dal nulla ma è il risultato di scelte precise e di priorità economiche, di dati selezionati e di altri esclusi. Resistere significa interrompere il senso dell’ovvio e rimettere in circolo le questioni che quel discorso tende a cancellare.
Bisogna chiedersi sempre da dove viene questo testo, questa immagine, questa decisione automatizzata. Quali dati la rendono possibile? Quali interessi la orientano? Quali soggetti restano invisibili o penalizzati da quel processo? Queste domande non sono tecniche, ma politiche, e servono a riportare il linguaggio algoritmico dentro uno spazio di responsabilità umana.
C’è poi un secondo livello, più sottile ma altrettanto decisivo, praticare ciò che io ho chiamato il Neutro. Non significa restare indifferenti, né sospendere il giudizio in modo sterile. Significa rifiutare il ricatto della polarizzazione continua, quell’aut-aut che riduce il dibattito sull’AI a una scelta forzata tra entusiasmo acritico e panico apocalittico. Questa opposizione binaria è già un dispositivo di potere che semplifica e impedisce di pensare.
La resistenza culturale non consiste nel dire “no” alla tecnica, ma nel riaprire il senso là dove viene standardizzato e automatizzato. Consiste nel pretendere che dietro ogni sistema che parla, decide o mostra, resti sempre visibile una catena di responsabilità. Quando l’inevitabilità prende il posto della discussione, il linguaggio smette di essere uno spazio di libertà e diventa un meccanismo di consenso. È un aggiornamento di ciò che definiamo come propaganda.
Breve biografia
Roland Barthes (1915–1980) è stato uno dei più influenti critici e teorici della cultura del Novecento. La sua importanza non risiede solo nei campi della semiologia e della critica letteraria, ma soprattutto nella capacità di mostrare come il potere agisca attraverso i linguaggi, rendendo naturali, neutre o inevitabili costruzioni storiche e ideologiche.
Barthes è noto per aver analizzato come nascono i miti moderni, come funzionano le narrazioni dominanti, come il linguaggio organizza il reale prima ancora di descriverlo. Nei suoi lavori ha smontato la cultura di massa, la letteratura, la fotografia e il discorso amoroso non per distruggerli, ma per renderne visibili le strutture, i codici, le implicazioni politiche e simboliche.
Con Miti d’oggi (1957) ha mostrato come la società borghese trasformi l’ideologia in “natura”, facendo apparire storicamente costruito ciò che viene percepito come ovvio e universale. Con il celebre saggio La morte dell’autore (1967) ha messo in crisi l’idea del genio individuale come origine del senso, spostando l’attenzione sul testo come spazio aperto e sul lettore come soggetto attivo dell’interpretazione. In S/Z (1970) e Il piacere del testo (1973) ha elaborato una teoria della lettura come pratica produttiva, conflittuale e corporea, distinguendo tra testi che si limitano a essere consumati e testi che costringono il lettore a “scrivere” a sua volta il senso.
Negli ultimi anni, con La camera chiara (1980), Barthes ha riflettuto sulla fotografia come dispositivo di verità e di memoria, introducendo le nozioni di studium e punctum per distinguere tra ciò che comprendiamo culturalmente e ciò che ci colpisce in modo intimo e non addomesticabile. Parallelamente, nelle lezioni raccolte ne Il Neutro, ha cercato una via di fuga dalle polarizzazioni e dai linguaggi autoritari, proponendo una postura critica capace di sospendere l’evidenza e di sottrarsi ai ricatti dell’aut-aut.
IIP nasce da una curiosità: cosa direbbero oggi i grandi pensatori del passato di fronte alle sfide dell’intelligenza artificiale? L’idea è di intervistarli come in un esercizio critico, un atto di memoria e, insieme, un esperimento di immaginazione.
Ho scelto autori e intellettuali scomparsi, di cui ho letto e studiato alcune opere, caricando i testi in PDF su NotebookLM. Da queste fonti ho elaborato una scaletta di domande su temi generali legati all’AI, confrontandole con i concetti e le intuizioni presenti nei loro scritti. Con l’aiuto di GPT ho poi generato un testo che immagina le loro risposte, rispettandone stile, citazioni e logica argomentativa.
L’obiettivo è riattivare il pensiero di questi autori, farli dialogare con il presente e mostrare come le loro categorie possano ancora sollecitarci. Non per ripetere il passato, ma per scoprire nuove domande e prospettive, utili alla nostra ricerca di senso.