Da A.I. Confidential. Confessioni sull’alterità artificiale, di Bernardo Lecci, Liminal Edizioni. Adattamento per la lettura online dell’Interludio onomastico.
Vorrei chiedere a William Shatner se direbbe ancora con leggerezza “Beam me up” prendendo sul serio questa ipotesi: che quel “me” venga distrutto e rigenerato pezzettino per pezzettino ogni volta.
Prendiamo il teletrasporto di Star Trek come esperimento mentale: il corpo viene smontato in informazione, trasmesso come segnale, riassemblato dall’altra parte. Supponiamo che il Kirk che arriva sia una copia perfetta costruita sulla base di dati e che l’originale non esista più. Trasformato in informazione e poi ricomposto.
La domanda è: è ancora Kirk?
Qui, e chiedo scusa a Renzo Tramaglino, serve un po’ di Latinorum. Don Abbondio lo usava per tenere fuori la gente. Io lo uso per farla entrare.
Saul Kripke, Naming and Necessity, 1980. Un’idea che ha riscritto la filosofia del linguaggio. Il designatore rigido: un nome proprio designa lo stesso individuo in tutti i mondi possibili. “Aristotele” è Aristotele anche nel mondo possibile in cui non ha mai scritto la Metafisica. Il nome si aggancia alla cosa tramite una catena causale che parte da un battesimo iniziale e arriva fino a noi. Qualcuno, un giorno, ha indicato quel bambino e ha detto: “Questo si chiama Aristotele.” Da lì in poi la catena si trasmette di bocca in bocca, di libro in libro.
Verrebbe da rispondere con Kripke: sì, è ancora Kirk. Ma qui bisogna fermarsi. La rigidità del designatore dice che il nome designa lo stesso individuo nei mondi possibili in cui esiste; non stabilisce se una copia ricostruita sia proprio quell’individuo. Il nome non risolve da solo il problema dell’identità.
Shatner, quello vero, potrebbe non essere d’accordo con la nostra disinvoltura. Perché la continuità di un nome e la continuità di una persona non sono la stessa domanda. Un nome può continuare a circolare: ma a che cosa rimane agganciato?
E se il referente si dissolve?
Non nella fantascienza. Nella realtà.
Qui il Latinorum cambia lingua. Da Kripke a Giustiniano.
Nomina sunt consequentia rerum. I nomi sono conseguenza delle cose. Dante la riprese nella Vita Nova. Il mondo viene prima. Il linguaggio viene dopo. Il nome rincorre la cosa, la insegue, cerca di catturarla. È una posizione umile: il linguaggio come servo della realtà.
I modelli generativi l’hanno rovesciata.
Producono nomi, token, sequenze, e le cose vengono dopo. Il testo genera il referente nella mente di chi legge. Non c’è “cosa” prima della parola. C’è distribuzione statistica, e poi noi ci mettiamo il mondo. Esattamente come il teletrasporto: prima il segnale, poi il corpo.
Res sunt consequentia nominum. Le cose sono conseguenza dei nomi.
Quella che nel libro chiamo Fabula Rasa, una produzione di senso senza un soggetto che ne faccia esperienza, compie lo stesso gesto di Austin senza averne il soggetto. “Vi dichiaro marito e moglie” crea il matrimonio, ma presuppone un prete. La Fabula Rasa crea senza prete. Genera il nomen senza possedere la res. Kirk riassemblato senza Kirk.
Che la catena tra il nome e la cosa potesse spezzarsi, però, era stato previsto. Più volte. E in territori che i filosofi del linguaggio frequentano poco.
Aristofane lo sapeva nel 423 a.C. Nelle Nuvole Socrate pensa sospeso in un cesto tra le nubi, e le Nuvole stesse sono dee, patronesse dei sofisti, di chi manipola i nomi fino a staccarli dalle cose. Strepsiade chiede: “Ma Zeus esiste?” Socrate risponde: “Quale Zeus? Sono le Nuvole a governare.” La catena causale tra il nome e la cosa era già stata recisa. Il designatore puntava al cielo. E nel cielo non c’era nulla di rigido.
Magritte lo dipinse per tutta la vita. I suoi cieli non sono sfondi. Sono soggetti. Nel Château des Pyrénées un masso enorme fluttua sopra il mare, sostenuto da niente. Il referente che ha perso il suo ancoraggio terrestre ma continua a esistere. Sospeso. Impossibile e innegabile. Come la competenza professionale nell’era dei modelli generativi: c’è, la riconosci, ma non sta dove dovrebbe stare.
Stieglitz chiuse il cerchio, perché era un fotografo. Tra il 1925 e il 1934 puntò la macchina verso il cielo e produsse gli Equivalents: fotografie di nuvole, deliberatamente prive di orizzonte, di terra, di qualunque referente terrestre. Il designatore rigido della fotografia, “scrivere con la luce per catturare il mondo,” rovesciato nel suo esatto contrario: scrivere con la luce per cancellare il mondo. La catena causale tra nome e cosa termina, letteralmente, in una nuvola.
E a scegliere quel finale fu proprio un fotografo. Qualcuno che faceva un mestiere. Qualcuno il cui designatore rigido, “chi scrive con la luce,” avrebbe potuto restare agganciato alla funzione per sempre. Scelse di lasciarlo andare. Per vedere cosa c’era dall’altra parte della nuvola.
La stessa catena si è spezzata in ogni mestiere, senza che nessuno scegliesse niente. Il fotografo è diventato “chi usa la macchina fotografica.” Il grafico è diventato “chi usa Illustrator.” Il CFO, che leggeva i numeri come un testo, è diventato “chi usa Excel.” Il project manager, che orchestrava persone, è diventato “chi usa Asana.” In ogni caso il designatore ha smesso di puntare alla funzione e ha iniziato a puntare allo strumento. Il battesimo è stato tradito. Non da un giorno all’altro. Un login alla volta.
“Beam me up” è un atto quotidiano di fiducia cieca verso Scotty, l’ingegnere capo Montgomery Scott e la sua tecnologia, ripetuto per sessant’anni da un uomo che ogni volta accetta di essere distrutto. È la Confident Attitude al contrario. È il CFO che ogni mattina apre Excel senza chiedersi cosa perde. Solo che Kirk lo sa e lo fa lo stesso. Per fiducia, o per l’incoscienza degli esploratori stellari.
Renzo non avrebbe capito il Latinorum. Ma avrebbe capito questo: quando il nome si stacca dalla cosa, così come quando il baco esce dal suo bozzolo, qualcuno ci guadagna e qualcuno ci perde. Don Abbondio lo sapeva benissimo. E anche Kripke, probabilmente, anche se non l’avrebbe mai ammesso con la stessa franchezza.
Kirk, intanto, continua a smaterializzarsi. Ogni volta il designatore regge. Ogni volta il nome punta alla stessa persona. Ma ogni volta, dall’altra parte della piattaforma, c’è un corpo che non è mai stato lì prima.
Come ogni output di un modello generativo. Come ogni risposta che sembra la nostra ma non lo è. Come ogni mestiere che porta ancora il nome giusto ma ha perso la cosa a cui puntava.
Il Gatto di Turing, forse, avrebbe una risposta. Ma la tiene per sé, nella sua scatola. Contemporaneamente vivo e smaterializzato. Come Kirk. Come alla fine forse tutti noi.
Questo testo apre un percorso fra gli estratti di A.I. Confidential, con prefazione di Giuseppe Riva. Il libro interroga ciò che cambia nel nostro modo di pensare, lavorare e riconoscerci quando incontriamo l’alterità artificiale.
Informazioni sul libro: www.aiconfidential.it.