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Quando la Silicon Valley scrive il manifesto del potere


C'è un'idea che sta prendendo forma negli Stati Uniti e che vorrei provare a raccontarvi oggi. Non è un'idea nuova, ha più di duemila anni di supporto filosofico e almeno un secolo di letteratura politica alle spalle. Ma nel 2026 sta tornando indietro con un abile maquillage e con un nome alquanto curioso: Repubblica Tecnologica.

la democrazia liberale non funziona più, i parlamenti sono teatri, i partiti sono macchine elettorali vuote, i funzionari pubblici sono un ceto parassitario

L'idea è questa: la democrazia liberale non funziona più, i parlamenti sono teatri, i partiti sono macchine elettorali vuote, i funzionari pubblici sono un ceto parassitario che costa troppo e produce poco. E soprattutto, chi viene eletto non ha più gli strumenti per decidere davvero.

Le decisioni vere, sull'economia, sulla sicurezza, sulla guerra, sulla vita delle persone, si prendono altrove, si prendono dove c'è la tecnologia, si prendono dove c'è l'intelligenza artificiale, si prendono dove c'è il software che gestisce i dati, le armi, le infrastrutture. E allora, dice questa idea, tanto vale che il potere segua lo stesso percorso, tanto vale che passi dalle mani dei politici eletti a quelle di chi la tecnologia la costruisce e la controlla.

L'idea è stata messa nero su bianco in un libro uscito a febbraio del 2025 intitolato The Technological Republic. Lo firmano Alex Karp, amministratore delegato di Palantir, e Nicholas Zamiska. In Italia è pubblicato da Mondadori. Giorni fa Palantir ne ha pubblicato su X un manifesto sintesi in 22 punti che in 24 ore ha fatto 15 milioni di visualizzazioni.

Palantir è un'azienda di analisi dati fondata nel 2003 da Peter Thiel. Il capitale iniziale arrivò da In-Q-Tel, il fondo di venture capital della CIA. È sempre stato, dal primo giorno, un pezzo dell'apparato di sicurezza nazionale americano vestito da startup.

Detta così potrebbe sembrare la solita provocazione della Silicon Valley, se non fosse che quel manifesto sta trovando un eco enorme. E non la trova perché è originale o convincente, la trova per un motivo molto più semplice e molto più preoccupante: la trova perché la democrazia americana in questo momento si sta comportando esattamente come loro dicono che si debba comportare.

Perché mentre Karp e Zamiska scrivono che i funzionari pubblici sono incompetenti e che le retribuzioni pubbliche devono essere competitive per non far fuggire il talento, la segretaria al lavoro degli Stati Uniti, si dimette tra scandali sui fondi del suo dipartimento. Mentre scrivono che "la retorica da sola non basta" e che nel XXI secolo l'hard power sarà costruito sul software, l'indice di incertezza delle politiche economiche tocca i livelli della crisi finanziaria del 2008.

Mentre proclamano che "la Silicon Valley ha un debito morale verso il paese che ha reso possibile la sua ascesa" e che deve partecipare alla difesa della nazione, Donald Trump sospende e proroga le sanzioni sulla Russia a giorni alterni, contraddice i suoi ministri sui social, tenta di abbandonare gli alleati NATO.

Qui entra in gioco il manifesto che è un documento che fa riflettere per la sua lucidità spietata. I suoi 22 punti sono un programma politico completo, non una semplice critica. Parla di "ribellarsi alla tirannia delle app" che limitano il nostro senso del possibile. Afferma che "le armi basate sull'IA saranno costruite" e la domanda non è se, ma chi le costruirà e per quale scopo. Sostiene che "l'era della deterrenza nucleare sta finendo" e una nuova era, costruita sull'IA, sta per iniziare.

Ma è quando il manifesto affronta il tema della cultura che la maschera cade completamente. "Non tutte le culture sono uguali", recita il punto 21. "Alcune culture hanno prodotto avanzamenti vitali; altre sono disfunzionali e regressive. La critica e i giudizi di valore non sono proibiti: sono necessari." È un'affermazione che suona come una dichiarazione di guerra al relativismo culturale che ha dominato l'Occidente negli ultimi decenni.

Il punto 13 esalta "i valori progressisti americani": "Nessun altro paese ha fatto avanzare valori progressisti più di questo. Gli Stati Uniti offrono più opportunità di qualsiasi altra nazione nonostante le imperfezioni." È un ritorno a un eccezionalismo americano che non teme di definirsi tale, lontano dall'autocritica permanente che ha caratterizzato parte della sinistra liberale.

Il manifesto chiede anche "coraggio, non solo cautela", sostenendo che "la cautela che incoraggiamo involontariamente è corrosiva". E ancora: "Dobbiamo mostrare più grazia verso chi si espone alla vita pubblica. Senza perdono e tolleranza, avremo solo personaggi che rimpiangeremo."

Ma è il punto 8, "Ripensare il servizio pubblico", a colpire nel segno: "I funzionari pubblici non devono essere i nostri preti. Le retribuzioni pubbliche devono essere competitive e meritocratiche, altrimenti il talento fuggirà." È la critica frontale a un sistema burocratico che Palantir vede come ostacolo all'efficienza e all'innovazione.

E allora tra le due cose, tra il manifesto che dice che la democrazia liberale è morta e il presidente che sta bombardando dall'interno la credibilità di quella democrazia, si crea un cortocircuito perfetto. Perché più Trump governa la sua stessa nazione come Putin governa la Russia o Xi governa la Cina, con il caos, con l'arbitrio, con la fedeltà personale al posto del merito, con la verità sostituita dal tweet. Così il manifesto di Palantir sembra a chi lo legge non un delirio ma una diagnosi, una descrizione lucida di ciò che tutti vedono chiaramente.

La domanda che resta sospesa è se questa "Repubblica Tecnologica" sia la soluzione al collasso della democrazia liberale o l'acceleratore della sua fine

La domanda che resta sospesa è se questa "Repubblica Tecnologica" sia la soluzione al collasso della democrazia liberale o l'acceleratore della sua fine. Karp e Zamiska non nascondono le loro preferenze: vogliono un mondo in cui chi costruisce il software che governa le armi, le infrastrutture, i dati, abbia anche il potere di decidere come quel software debba essere usato. Dicono esplicitamente che "chi si espone al pericolo con i migliori strumenti possibili" deve essere sostenuto, che "l'ambizione al servizio del bene comune è degna di rispetto".

Ma c'è un punto, il numero 22, che forse è il più importante di tutti: "Resistere al pluralismo vuoto. Un pluralismo superficiale e cavo non costruisce nulla. Dobbiamo definire con chiarezza ciò in cui crediamo e ciò che vogliamo includere nella nostra società."

È qui che il cerchio si chiude. La Repubblica Tecnologica non è solo una proposta di efficienza gestionale. È un progetto politico completo, con una sua idea di bene comune, di valori, di gerarchie. È la risposta della Silicon Valley al caos trumpista, ma anche la sua legittimazione filosofica. Se la democrazia non funziona, dicono Karp e Zamiska, allora costruiamo qualcos'altro. Qualcosa di più efficiente, più meritocratico, più potente.

Resta solo da chiedersi: più potente per fare cosa? E, soprattutto, al servizio di chi?


 

Pubblicato il 29 maggio 2026

Daniele D'Innocenzio

Daniele D'Innocenzio / Docente di scuola secondaria di secondo grado