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Dante associa 'libertà' e 'volontà': della libertà furono e sono dotate solo le creature intelligenti, gli uomini. Sta agli uomini usare questo dono: la libertà discende da un esercizio di volontà.
Il poeta ci impegna a cercare la libertà, più che a definirla. La stessa idea di libertà ci chiama a non ridurre la libertà a un percorso, a una scuola di pensiero.
Noi umani, quale che sia la situazione in cui ci troviamo, non abbiamo alibi: siamo chiamati a difendere, e tradurre in pratica quotidiana, il gran dono che ci è stato offerto.

Dante dice di sé: “libertà va cercando, ch'è sì cara,/ come sa chi per lei vita rifiuta” (Purgatorio, I, 71-72). Ma più pregnante e impegnativa è l'affermazione messa in bocca a Beatrice: “Lo maggior don che Dio per sua larghezza/ fesse creando, e a la sua bontate/ più conformato, e quel ch’e’ più apprezza,// fu de la volontà la libertate;/ di che le creature intelligenti,/ e tutte e sole, fuoro e son dotate” (Paradiso, V, 19-24). Il dono che meglio rappresenta la divina bontà, il dono a cui Dio stesso attribuisce più valore è –per Dante, e diremmo, per ogni uomo– la libertà. 

Importante notare come il poeta associ libertà a volontà: della libertà furono e sono dotate solo le creature intelligenti, gli uomini. Sta agli uomini usare questo dono: la libertà discende da un esercizio di volontà.

“Se vïolenza è quando quel che pate/ nïente conferisce a quel che sforza/ non fuor quest'alme per essa scusate”. Se l'atto violento –scrive Aristotele, Etica Nicomachea, III, che Dante esplicitamente cita– si ha quando l'azione di uno è subita dall'altro, imposta all'altro, quest'altro, chi patisce di violenza, non è privo di responsabilità: “Ché volontà, se non vuol, non s'ammorza, ma fa come natura face in foco/ se mille volte vïolenza il torza” (Paradiso, IV, 72-78). Come una fiamma accesa, la volontà non può essere spenta da nessuna forza altrui; il fuoco, anche costretto e conculcato, sempre si risolleva verso l'alto.

Come sempre, illumina la storia della parola. Il latino liber, ‘libero’, deriva da loidhero, versione italica di loudhero. Il tema leudho, da cui anche il greco eleútheros, ‘indipendente’, ‘libero’, ‘nobile’, sopravvive in area baltica, slava, germanica: da qui il tedesco Leute, ‘gente’, ‘persone’, ‘mondo’. Leudho sta per ‘colui che appartiene al popolo’.

Dunque, la libertà, che ci appare a prima vista come scioglimento di un vincolo, ha a monte invece una idea di appartenenza e di responsabilità sociale.

La vastità del concetto non cessa di apparirci inafferrabile. E’ per questo forse che non di libertà finiamo per parlare, ma di concetti tra di loro ben diversi: liberismo, liberalismo, liberazione, libertarismo, liberalità. Tentando di seguirne l'evolversi e l'articolarsi rischiamo di smarrire la strada.

Ci resta il monito dantesco, che ci impegna a cercare la libertà, più che a definirla. La stessa idea di libertà ci chiama a non ridurre la libertà a un percorso, a una scuola di pensiero. Noi umani, quale che sia la situazione in cui ci troviamo, non abbiamo alibi: siamo chiamati a difendere, e tradurre in pratica quotidiana, il gran dono che è la libertà.

Pubblicato il 22 aprile 2026

Francesco Varanini

Francesco Varanini / ⛵⛵ Scrittore, consulente, formatore, ricercatore - co-fondatore di STULTIFERA NAVIS

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