Go down

Una visione meramente performativa e economica della vita e del lavoro ha progressivamente marginalizzato il senso stesso di lavorare. Dobbiamo smettere di considerare di trattare esaurimento e disengagement come patologie individuali e cominciare a riconoscerlo come segnale collettivo di un sistema che non è più umanamente sostenibile


Il mio ufficio si trova dentro una corte a Milano, in Corso Como. Per chi avesse la fortuna di non frequentare questa città, devo condividere che questa settimana, quella del Fuori Salone, è per un essere umano particolarmente avvilente. La città, perde ogni decenza e svela quello che è il suo vero volto, ovvero quello di parco ricreativo per abbienti o gente che ambisce a esserlo, che la posso girare in lungo e largo, alla ricerca di gadget imperdibili, eventi che solo se esclusivi eh, e ovviamente immancabili fotine con installazioni dimenticabili per tamponare la FOMO da Fuori Salone.

In questo contesto distopico, ieri sera sono entrate in ufficio due persone, smartphone in mano, chiedendomi se c’era qualcosa da vedere. Pensando alla possibilità di una vita ultraterrena ho evitato di sommergerle di acido sarcasmo e le ho accompagnate alla porta. Però, soffocato il doloroso ridicolo della situazione, ci ho pensato un po’ su…ufficio come installazione, lavoro come mera rappresentazione… che questi due viandanti abbiano involontariamente squarciato un velo di Maya sul lavoro? Perché in fondo, come eretico rappresentante delle risorse umane, sono circondato da dati e esperienze che dimostrino come la gente comune, non gli hyperfounder,i CEO, i guru, abbia sempre meno voglia di lavorare, o almeno stia diventando insofferente a questa liturgia del lavoro.

La stanchezza contemporanea non nasce dal troppo lavoro, ma dal sospetto che quel lavoro non serva a niente.

Leggevo a questo proposito su TLON “Non si tratta neanche, come si sente dire negli articoli e nei talk aziendali, di semplice burnout, ossia del fatto che siamo esausti perché abbiamo lavorato troppo, abbiamo subìto troppa pressione, la pandemia ha lasciato il segno e le tecnologie digitali ci hanno sovraccaricato di stimoli.
Tutto vero, sì, dolorosamente vero, e però non è tutto qui. Questa spiegazione

non riesce a catturare la qualità particolare di questa stanchezza, che evidentemente non è quella di chi ha spalato carbone per dieci ore. È la stanchezza di chi, mentre spala un carbone invisibile, sospetta che il carbone non esista, che la caldaia non esista, e che forse nessuno abbia davvero bisogno di riscaldarsi.

La stanchezza contemporanea non nasce dal troppo lavoro, ma dal sospetto che quel lavoro non serva a niente. È una stanchezza metafisica molto prima che muscolare, ed è questo che la rende così difficile da curare”.

Beh, wow. Questa metafora del carbone è veramente fulminante, mi ha colto mentre dibattevo del fondamentale quesito se attribuire a un collega del titolo di “principal” oppure “head of”. Un tempismo che fa quasi male.

E se a Leopardi sovveniva l’eterno, a me miserabile sovvengono la ricerca Gallup che drammaticamente sottolinea il disengagement di un numero enorme di lavoratori, le statistiche che dicono che sempre meno persone vogliono fare i manager, e gli occhi vuoti di quelli che dopo avermi detto “io sono Head of sustainable hyper growth” se gli chiedo ”quindi in concreto che fai” non me lo sanno spiegare. O si vergognano a dirlo.

spesso il lavoro che facciamo è inutile e vuoto di senso, senza impatto reale sul mondo

E mi sovviene soprattutto la crescente preoccupazione per l’AI che arriverà come uno tsunami a rendere evidente quello che già a molti è emotivamente palese: spesso il lavoro che facciamo è inutile e vuoto di senso, senza impatto reale sul mondo. Per questo fungibile, altro che lavoro potenziato, altre che reskilling, come ci raccontano le società di consulenza che si trovano nell’imbarazzo di dover aiutare a implementare quello che le sostituirà.

a vera domanda potente è se il nostro lavoro ha qualche senso, a parte darci lo stipendio

Ci interroghiamo se il nostro lavoro è sostituibile, ed è comprensibile e legittimo. Ma la vera domanda potente è se il nostro lavoro ha qualche senso, a parte darci lo stipendio, e perché il sistema vuole e ricerca lavori così. Il lavoro ci fa stare tanto male perché è fondamentale, per la maggior parte di noi, nella definizione della nostra identità.

Questo perché con l’avvento del neoliberismo, non siamo semplicemente di fronte a un sistema economico, ma a un ambiente mentale e culturale che definisce cosa consideriamo normale, possibile e perfino pensabile. Definisce cosa siamo.

L’“ontologia aziendale” di Fischeriana memoria, l’architrave delle organizzazioni moderne, ci ricorda che tutto deve essere interpretato e valutato secondo criteri di efficienza, performance e misurabilità. E quando dico tutto intendo realmente tutto, compreso il modo in cui le persone percepiscono se stesse: il lavoratore è chiamato a vedersi come un’unità produttiva, responsabile della propria performance e del proprio valore. E come unità produttiva il lavoratore non ha nemmeno più bisogno di essere controllato, ha interizzato un sistema: si auto-monitora, si auto-valuta e, soprattutto, si auto-colpevolizza. Se qualcosa non funziona, la causa non viene cercata nelle strutture o nei processi, ma nell’individuo stesso, che viene spinto a “migliorarsi” continuamente. Questo meccanismo di autoconservazione rende il sistema estremamente resiliente, perché neutralizza in anticipo molte forme di critica.

Fenomeni come il burnout, l’ansia o la perdita di senso vengono interpretati come fallimenti personali, piuttosto che come segnali di disfunzioni organizzative più ampie. Questo spostamento della responsabilità rafforza ulteriormente il sistema, perché impedisce di mettere in discussione le sue basi.

Inoltre un altro mito dell’impresa individuo, l’efficienza, esacerbato dall’AI, rischia di creare un ulteriore implosione collettiva di senso. Ci dicono che l’AI ci libererà del lavoro meramente operativo e che questo libererà tempo di qualità per altro. MA se ora è un algoritmo a scrivere una mail per me, a fare una presentazione per me, a tradurre per me, a fare un analisi per me cosa rimane? La fatica della costruzione di un argomento, lo sforzo di scegliere una parola piuttosto che un altro, la costruzione di un argomento o di un analisi non sono operatività, sono pensiero, e ancora, allenamento al pensiero. Tolto quello, cosa crediamo rimanga e per quante persone? Il tempo guadagnato si trasforma in quello di cui abbiamo più paura, silenzio, vuoto, riflessione…altro tempo da riempire e senza strumenti per farlo in modo significativo. Se non scrivo più, non presento più, non argomento più, di quale strategia, di quele pensiero dovrò mai dovrò essere capace? La situazione diventa paradossale un’efficienza acefala che distrugge il senso, sono così efficiente che ormai non servo più, sono solo il cameriere di output che se va bene mi limito a impiattare, perché non sono più allenato a fare altro, e nemmeno mi viene chiesto. Tutto si riduce all’output. Eppure, ed è paradossale visto che viviamo un tempo di novelli Chatwin che sembrano non poter vivere senza viaggiare, per il senso è fondamentale il percorso non il risultato.

L’AI è distruttiva non tanto per il suo potenziale di sostituzione di lavoro, ma perchè rende evidente quanto il lavoro che facciamo sia spesso completamente insensato, metalavoro, che non serve a nulla di concreto se non a autogiustificare la sua presenza.

Quindi non possiamo affrontare il disengagement solo aprendo lo sportello psicologico, assumendo chief of happiness o con la mindfulness aziendale o con altre “soluzioni” che spostano il problema dentro all’individuo.

Sono risposte più o meno sensate, ma comunque pezzette perché trascurano un problema sistemico. Chi si esaurisce davanti al computer o è vessato da un capo idiota per raggiungere obiettivi irrealistici non ha bisogno di imparare a respirare meglio. Ha bisogno (e qui cito sempre TLON) di una società, di un economia che si chieda cosa valga la pena fare in un’economia in cui produrre beni e servizi richiede sempre meno tempo umano.

Ma questa domanda non avrà mai cittadinanza dentro il capitalismo e le sue varianti.

Perchè il cardine dell’organizzazione del lavoro capitalista, e che dal lavoro si estende alla vita, è far credere a ogni singolo lavoratore che la sua insoddisfazione, il suo stipendio da fame, le limitate possibilità di carriera e soddisfazione sono colpa sua e solo sua. Gli individui incolpano se stessi, piuttosto che le struttura in cui sono inseriti.

Ciò che Smail definisce il “volontarismo magico” – cioè la convinzione che ogni persona ha il potere di diventare ciò che vuole essere – è l’ideologia dominante e la religione non ufficiale della società capitalistica contemporanea, sostenuta sia da “esperti” dei reality televisivi che dai guru del business che dai politici. Il volontarismo magico è sia l’effetto che la causa del più basso livello di coscienza di classe che la storia ricordi, che sfocia in una depressione e apatia collettiva, la cui convinzione di fondo è che noi siamo gli unici responsabili della nostra miseria e perciò la meritiamo.

Quindi ora che arriva l’AI non pensiamo come questa potrebbe essere un potente strumento di ripensamento di organizzazioni totalmente fallimentari dal punto di vista del senso, di un economica votata alla produzione di pattume non necessario, di redistribuzione di potere e ricchezza, ma siamo solo preoccupati del lavoro di merda che ci rende infelici. Certo ci sfama, ma non veniamo poi a rompere la palle a questi schiavi moderni se non dimostrano engagement, pensiero critico o leadership. Vendiamo loro experience, “panem et circens" dei giorni nostri.

Qui non tratta di insegnare alle persone a “trovare il proprio scopo” all’interno di un sistema che non ha altri scopi che l’arricchimento di pochi e il consumo coatto di molti. Non si riscatta la mancanza di senso con l’experience pagate a caro prezzo o con un corso di yoga o fare ikigai nel weekend. Si tratta, ma questo è un compito politico e sociale, di costruire luoghi, tempi e relazioni in cui il senso possa nascere e essere condiviso. Le scuole, le università, gli ospedali, i teatri, i luoghi di cultura, le piazze, gli spazi del tempo libero…queste non sono cazzo di aziende, non devono essere gestite come tali secondo una logica solo di profitto e di performance, altrimenti di che parliamo?

Il senso ha valore, non prezzo. O riusciamo a riscoprire un pensiero e una progettualità che non sia meramente economici o ci attende il definitivo crepuscolo del senso, del significato. E un essere umano privato di senso, fa davvero molta paura.

Pubblicato il 22 aprile 2026

Fabio Salvi

Fabio Salvi / Team Lead People Partner Europe South presso FlixBus