NOVITA'[2177]
Lo sguardo dei manager italiani sulla Gen Z
L'arrivo della Generazione Z nelle organizzazioni ha generato una mole di discorsi manageriali, toolkit e programmi dedicati. Questo articolo sposta lo sguardo: dall'oggetto osservato (i giovani lavoratori) al soggetto che osserva (manager, funzioni HR, dispositivi organizzativi). Attraverso una lettura critica che attinge a Boltanski e Chiapello, Standing, Crouch, Fleming, Edmondson, Fraser, Honneth, Sennett e Latour, il contributo esamina come categorie diffuse — purpose, psychological safety, organizational citizenship, wellbeing, sustainability — funzionino spesso come dispositivi di neutralizzazione del conflitto e di psicologizzazione di problemi strutturali. Vengono discussi i fenomeni di DEI washing e purpose washing, la dimensione redistributiva (sistematicamente elusa nel discorso people), la differenza tra comunità organizzativa come retorica e come progetto istituzionale. La tesi: la Gen Z non è una sfida generazionale, ma una lente diagnostica che rende visibili scarti già presenti tra rotta dichiarata e rotta effettiva delle organizzazioni contemporanee.
Il lavoro ultra-processato
Questo articolo è un invito ad abbandonare due ortodossie parallele che da trent'anni prosperano nel nostro paese. La prima è quella del consulente che copia la cornice Agile dal manuale del "genio" californiano di turno e la applica alla banca italiana di provincia, convinto che il fallimento dipenda dalla «cultura da trasformare». La seconda è quella del nutrizionista televisivo che consiglia il meal prep domenicale al lavoratore che alle 13 pranza in trattoria con il cliente, perché «basta un po' di disciplina». Le due figure condividono due cose: un metodo rigoroso, la trascrizione fedele dall'originale anglosassone senza traduzione; e un disprezzo sovrano per il contesto in cui il protocollo dovrebbe calarsi. Chi scrive non ha soluzioni universali da proporre, ha una sola ipotesi: la classificazione NOVA, nata in Brasile per i cibi ultra-processati, può servire anche a pensare il lavoro ultra-gestito. Ne consegue che la dieta perfetta, come la metodologia perfetta, vale quanto la sua applicabilità alla giornata reale dell'Italia reale fatta di persone reali e problemi quotidiani reali (da risolvere quando ci si riesce).
Lavoro senza senso
Una visione meramente performativa e economica della vita e del lavoro ha progressivamente marginalizzato il senso stesso di lavorare. Dobbiamo smettere di considerare di trattare esaurimento e disengagement come patologie individuali e cominciare a riconoscerlo come segnale collettivo di un sistema che non è più umanamente sostenibile
La religione della produttività
Qualsiasi innovazione tecnologica introdotta nel sistema produttivo, un sistema che, aldilà delle futilità ben confenzionate come ESG e responsabilità sociale, nel concreto non dimostra nessuna etica, nessuna consapevolezza delle conseguenze sociali e ambientali delle proprie scelte, andrà sempre più a discapito del lavoro umano. In un sistema in cui tutto è sacrificato sull’altare delle produttività per permettere a sempre più pochi di guadagnare sempre di più, il contributo dell’uomo sarà sempre più limitato e marginale.
Trovare lavoro ai tempi dell’Intelligenza Artificiale
Oggi cercare lavoro non significa più inviare un CV. Significa essere valutati da algoritmi e osservati attraverso la propria identità digitale. Tra sistemi di screening automatizzati e tracce lasciate online, la selezione cambia forma: non riguarda più solo ciò che dichiariamo, ma ciò che emerge nel tempo. Un’analisi tra aspetti pratici ed etici su come AI e social stanno trasformando il modo in cui veniamo scelti.
Dalle campagne vuote al futuro che manca
Un viaggio tra storia, spopolamento, lavoro, democrazia e immigrazione: dalle campagne svuotate della Rivoluzione agricola inglese all’Italia di oggi, dove i territori che perdono giovani e lavoro rischiano di perdere anche il futuro.
Il potere della tecnologia genera incertezza: suggerimenti tecno-pragmatici
𝐐𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐞𝐠𝐮𝐞 è 𝐮𝐧 𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐡𝐨 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐭𝐭𝐨 𝐧𝐞𝐥 𝐥𝐨𝐧𝐭𝐚𝐧𝐢𝐬𝐬𝐢𝐦𝐨 𝟐𝟎𝟏𝟑. Vale anche oggi. Le crisi di cui parlavo si sono intricate e approfondite. Ne sono un esempio quelle delle guerre di questi tempi e quella della pandemia che ormai ci sembra lontanissima ma che è nel nostro inconscio ancora con noi. Tante crisi generatrici di tanta insicurezza, ansia, malessere e impotenza, tutte sensazioni ed emozioni con le quali siamo chiamati a confrontarci anche se in realtà pensiamo e cerchiamo di reprimere. Inutile, tornano a galla, cresce l'incertezza e a seguire la paura per il futuro nostro e delle generazioni che ci seguiranno.
Maker o Doer?
Quando fare è creare, e l'IA ci aiuta a vederlo, finalmente; forse.
Figura senior con almeno 3 anni di esperienza…
Se "senior" smette di significare responsabilità, esposizione, mestiere, non stiamo solo assumendo male: stiamo pensando peggio.
L’algoritmo espiatorio: È stata l’AI a licenziare 37 lavoratori a Marghera?
Articolo sul recente licenziamento di 37 lavoratori nella sede InvestCloud di Marghera, attribuito All’IA La tempesta colpisce sempre il reparto personale e mai il consiglio di amministrazione. Quasi una piccola nuvoletta di Fantozzi che segue i Paperini della situazione.
Chi ha diritto al futuro? (POV #24)
Mariana Mazzucato vs Nick Srnicek: lavoro, reddito e dignità nel capitalismo dell’AI Se l’automazione riduce il bisogno di lavoro umano, la dignità sociale deve continuare a dipendere dall’occupazione o diventare un diritto incondizionato? Chi decide, oggi, che cosa ha valore nell’economia dell’AI? Queste domande tornano al centro del conflitto politico e non riguardano solo il futuro del lavoro, ma il rapporto tra produzione, reddito e cittadinanza in società sempre più automatizzate. Il confronto tra Mariana Mazzucato e Nick Srnicek si colloca esattamente su questa questione. Mazzucato, economista dell’innovazione e teorica dello Stato imprenditore, sostiene che la tecnologia debba essere orientata da politiche pubbliche capaci di creare valore sociale e lavoro di qualità. Srnicek, filosofo politico dell’economia digitale e teorico del post-lavoro, parte invece dalla crisi strutturale del lavoro salariato nel capitalismo delle piattaforme. L’automazione, per lui, apre la possibilità di separare reddito e occupazione e di immaginare nuove forme di libertà fondate su tempo liberato e sicurezza economica universale. Due prospettive divergenti, ma accomunate del medesimo obiettivo, ridefinire il significato della dignità sociale in un’economia in cui il lavoro non è più la misura esclusiva del valore umano.
No other choice
Un film che solleva interrogativi potenti: come si sopravvive in una società il cui primo comandamento è estirpare ogni forma di solidarietà e moralità dai lavoratori? e perché continuiamo a desiderare di definirci attraverso il nostro lavoro anche quando è proprio questo a consumarci?
From Smith to Marx (Kark): Recovering a Political Economy
Between Adam Smith and Karl Marx lies not a chasm, but a dialectic—a historical arc that marks birth, betrayal, and critique of modern capitalism. Contrary to popular caricature, Marx didn't simply oppose Smith. He inherited him, transformed him, and exposed the contradictions Smith could not resolve. What most people miss is that both thinkers, in radically different ways, were engaged in the project of moral political economy—a vision now largely abandoned.
Seduti a un tavolo che si è spostato
Non stiamo uscendo di scena e non siamo stati cacciati dalla stanza, abbiamo continuato a parlare, a decidere, a lavorare, come se fossimo ancora a capotavola.
Il senso umano del lavoro: una lettura della filosofia del lavoro di Massimiliano Pappalardo
Nel panorama contemporaneo, la riflessione sul lavoro spesso si concentra su aspetti economici e tecnologici, trascurando la dimensione esistenziale e umana dell’esperienza lavorativa. In questo contesto si inserisce la filosofia del lavoro di Massimiliano Pappalardo, filosofo italiano e saggista, che propone una visione in cui il lavoro è inteso come impresa del pensiero e luogo di realizzazione personale.
Ghost Workers in the AI Machine: U.S. Data Worker Big Tech’s Exploitation
Come ormai sempre accade nel mondo virtuale nel quale amiamo nuotare, pochi si interrogano sugli effetti e sulle conseguenze della diffusione delle nuove tecnologie, per come sono oggi pensate, realizzate, gestite e distribuite. Ciò sta accadendo anche con l’intelligenza artificiale, che richiede l’impiego di migliaia di esseri umani per garantire l’efficienza e l’efficacia che le viene richiesta. Pochi si sentono coinvolti dal lato oscuro delle IA caratterizzato da sfruttamento e bassi salari, delocalizzazioni selvagge e colonizzazione nei paesi più poveri. Mondo civile, intellettuali, mondo accademico, politica, ecc. dovrebbero riflettere e aprire dibattiti pubblici su una realtà di sfruttamento del lavoro e in un futuro prossimo venturo di disoccupazione di massa. Altro che sorti progressive e fantasmagorie varie della IA. La riflessione dovrebbe interessare sia i numerosi licenziamenti in corso, di cui non è responsabile la IA ma i proprietari delle aziende che licenziano dopo avere introdotto la IA in azienda, sia il fatto che per funzionare l’IA ha bisogno di una grande quantità di lavoro. Peccato che sia precarizzato, povero, sfruttato, per lo più in paesi poveri. Ma non solo, come il progetto qui segnalato racconta.
Il deserto di noi stessi: critica radicale all'intelligenza artificiale
Una recensione sull'ultimo libro di Éric Sadin, un autore che seguo da sempre. Il libro, "Le désert de nous-mêmes. Le tournant intellectuel et créatif de l'intelligence artificielle", è stato pubblicato in Francia da L'Échappée (2025). Non ancora disponibile le versione italiana.
Intervista ImPossibile a Karl Marx (IIP #14)
L’AI e il futuro del lavoro Come cambia il capitalismo nell’epoca dell’intelligenza artificiale? È da questa domanda che nasce l’idea di interrogare Karl Marx come strumento critico per leggere un presente in cui lavoro, potere e tecnologia si stanno trasformando con una rapidità senza precedenti. Marx è uno dei pensatori più influenti dell’età moderna perché ha analizzato con rigore il legame tra struttura economica e rapporti sociali. Secondo lui, la produzione materiale non è soltanto un’attività tecnica, ma il terreno su cui si modellano le istituzioni, le identità e le idee. È l’“essere sociale”, afferma, a determinare ciò che pensiamo e il modo in cui viviamo insieme. Questa prospettiva è particolarmente utile oggi, quando l’intelligenza artificiale riorganizza la produzione, misura il tempo, automatizza il lavoro, governa il flusso dei dati e ridisegna i rapporti di forza tra chi possiede le piattaforme e chi vi lavora dentro. La sua analisi delle classi sociali, della produzione di valore e delle dinamiche di potere permette di leggere l’AI non come una semplice innovazione tecnica, ma come una nuova fase del capitalismo, con conseguenze profonde su lavoro, diritti e democrazia. Questa intervista impossibile adotta il metodo di Marx per interrogarlo sull’intelligenza artificiale non come semplice innovazione tecnica, ma come forza sociale. L’obiettivo è capire che cosa l’AI produce nella struttura della società, quali rapporti di potere rafforza, quali forme di lavoro trasforma, quali disuguaglianze accentua o ridisegna.
Lo sciopero. Un’arma del Novecento?
Per vari motivi lo sciopero ha perso nel tempo parte della forza che aveva nel 1800 e nel 1900. Ma conserva ancora la sua valenza più importante. Invitare i lavoratori a scioperare significa chiedergli di decidere, di schierarsi e di compiere quindi un atto politico. Aderire ad uno sciopero, e rinunciare al salario della giornata, è una scelta consapevole; un contributo reale, attivo, compiuto con la speranza che la nostra azione possa incidere sui fatti. È questo il vero valore dello sciopero: la possibilità di essere protagonisti della propria vita e di fare concretamente qualcosa per cambiare il corso delle cose.
You Can’t Opt Out: The Unavoidable Power of Work to Shape Our Life
"No one comes to work to be developed. Businesses should respect their employees and stop imposing development programs they neither want nor need. Personal growth is private—companies exist to provide jobs, not to change who people are."