In questo gennaio celebriamo il film che ha fatto in assoluto più incassi nel cinema italiano “Buen Camino” di Zallone. Vabbé… Bakunin, si dice, affermava che “una risata vi seppellirà”. Speriamo siamo sia vero a questo punto. Per chi fosse curioso, Buen Camino spodesta dal podio “Avatar” e un altro film di Zallone, “Quo vado?”. Un’indicazione per i cineasti che avessero l’ambizione di scassare il botteghino.
Io per chiarirci ho contribuito a questi incassi, ero curioso di vedere personalmente questo film così premiato dalla preferenza del pubblico. Era un giorno freddo, almeno ho passato due ore al caldo, questo posso dire di positivo. Invece una domenica sera in una sala di un cinema di provincia, in compagnia di altri 6 spettatori, ho guardato “No Other Choice” di Park Chan-woo, film ispirato dal personaggio principale del libro The Ax: cacciatore di teste di Donald E. Westlake: un dipendente di un'azienda cartaria rimasto disoccupato perché licenziato dopo molti anni al servizio della stessa impresa.
Attraverso le vicende di Man-soo,raccontate con umorismo nero e grande pulizia stilistica, il regista ci pone davanti a una riflessione.
Man-soo, che nelle sue scelte sembra tanto lontano da noi, in verità siamo noi: il lavoro non è mai stato per lui un semplice mezzo di sostentamento, bensì il principio ordinatore della vita, il fondamento dell’identità sociale e personale.Yoo Man-soo è un uomo di mezza età dalla vita apparentemente stabile: una famiglia unita, una casa confortevole, una carriera lunga e riconosciuta nel settore della produzione della carta. Improvvisamente però, il protagonista deve fare i conti con i tagli del personale, evento che distrugge questa normalità e lo costringe a confrontarsi con una realtà lavorativa feroce, competitiva, disumanizzante. Da qui prende avvio una discesa che non è solo economica, ma soprattutto identitaria. La sua espulsione dal sistema non produce liberazione, non libera spazio per progettualità e consapevolezza, ma crea piuttosto un vuoto che esige di essere immediatamente colmato. Anche perché tocca un altro dei fondamenti identatari dell’uomo moderno, “sei quello che puoi consumare” e rinunciare a lezioni di tennis e di ballo, rinunciare all’abbonamento Netflix, ridurre numero e cilindrata delle auto diventano ferite insopportabili. Si, perché Man-soo non combatte la povertà, combatte per le lezione di ballo. Il tutto nella totale indifferenza del sistema produttivo dal quale è stato espulso, che si limita a offrire la partecipazione a corsi motivazionali generosamente offerti al personale congedato, corsi grotteschi e sconfortanti nella loro palese inutilità: un'attività da svolgere in gruppo, ma dove i partecipanti non sono spinti a interagire, anzi restano sempre distanti tra loro, posti in un cerchio che non crea mai un gruppo. Il messaggio è usare rigorosamente l'io mentre il noi non esiste, perché sia chiaro il contraltare del mito dell’uomo capitalista che si crea la propria fortuna: ognuno deve cavarsela per conto suo, senza solidarietà e senza rete e, anzi, come il film espliciterà in seguito, ogni possibilità è già inscritta unicamente nella logica del mercato: competere o scomparire, adattarsi o essere espulso, eliminare l’altro o essere eliminato. Un sistema che funziona solo fino a che sta dalla parte di chi vince…ma dovremmo riflettere sul fatto che non esiste un gioco in cui vincono tutti.
Un film che presenta una critica ben oliata e feroce su capitalismo, solitudine,consumismo ma le domande continuano anche all’uscita dalla sala a risuonare: come si sopravvive in una società il cui primo comandamento è estirpare ogni forma di solidarietà e moralità dai lavoratori? Infatti, la responsabilità ultima dei licenziamenti sta nei nuovi proprietari americani, che entrano solo di striscio nello spazio narrativo mentre Man-soo invece se la prende con gente che come lui ha perso il lavoro. Una guerra tra (moralmente) poveri che ben conosciamo, mentre i responsabili restano nell’ombra a contare i soldi e a sogghignare, trovando nuovi capri espiatori.
E inoltre, perché continuiamo a desiderare di definirci attraverso il nostro lavoro anche quando è proprio questo a consumarci? Una domanda che risuona forte nel finale, perché No Other Choice è tra i primi film a mostrarci, in termino concreti e non fantascientifici, un futuro in cui la componente umana nel lavoro è quasi superflua e, bilanci alla mano, ai vertici aziendali va benissimo così.E’il mercato baby. E invece che metterlo in discussione, competiamo per i sempre più ristretti posti priviligiati, di quelli ce l’hanno fatta (ma solo per ora, come insegna la storia di Man-soo), ignorando le masse sempre più numerose e pericolosamente vicine degli esclusi, piuttosto che provare a mettere in discussione un sistema palesemente ingiusto e brutale. Perché? Perché non c’è altra scelta. Almeno, così vogliono convicerci.
Invece, dopo tanta cupezza chiudo con una riflessione di Italo Calvino da Le città invisibili
“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”
Prima cosa da fare è rendersene conto: nonostante l’abbonamento a Netflix e le lezioni di ballo, l’inferno è già qui.