Scrittore, formatore, ricercatore, operatore culturale, libero pensatore

STULTIFERA NAVIS co-founder.


Specialties: Ethnography, Literary Criticism, Labour Ethics, Critical Management Studies, Knowledge Management, Learning & E-Learning, Epistemology, Information & Communication Technology, Digital Humanities, Philosophy of Computer Science... 


I verbali delle riunioni purtroppo non sono più quelli di prima

L'organizzazione è fatta delle pratiche discorsive di noi che viviamo in quel mondo. Non possiamo fare a meno di osservare un enorme impoverimento cui va soggetta di questi tempi ogni organizzazione. Il 'parlare comune', che è la prima fonte dell'organizzazione, è subordinato al filtro della cosiddetta intelligenza artificiale. Basta confrontare un verbale scritto da un un umano membro dell'organizzazione e un verbale stilato dalla macchina. Leggete il verbale scritto dalla macchina. Piatto e grigio resoconto. Ogni verbale scritto dalla macchina sottrae qualcosa.

​ Flexibility. Sesta lezione americana

Nel giugno del 1984 Italo Calvino, allora sessantunenne, è invitato dall’Università di Harvard a tenere le Charles Eliot Norton Poetry Lectures, un ciclo di sei conferenze che dovranno aver luogo nel corso dell’anno accademico 1985-1986. Calvino si dedica con grande impegno a preparare le conferenze. Sceglie di dedicarle “ad alcuni valori o qualità o specificità della letteratura che mi stanno particolarmente a cuore, cercando di situarle nella prospettiva del prossimo millennio”. Il titolo del ciclo è perciò Six Memos for the Next Millennium. Ma il 19 settembre del 1985, quando si appresta a partire per gli States, vittima di una emorragia cerebrale, Calvino muore. Lascia perfettamente dattiloscritte cinque conferenze –Lightness, Quickness, Exactitude, Visibility, Multiplicity. Le conferenze saranno pubblicate nel 1988 dalla moglie, con il titolo Lezioni americane. Della sesta conferenza si conosce il titolo provvisorio Consistency,

Romanzo come baule. O istruzioni per l'uso della Stultifera Navis

I romanzi sono piacevoli avvicinamenti alla conoscenza, sono modi di organizzare conoscenze. I romanzi giungono a noi attraverso la forma vincolata del libro: una sequenza di parole, di frasi, di pagine. Ma ci mostrano forme, articolazioni, sistemi, reti, che vanno ben oltre la forma del libro. Si può in particolare guardare proficuamente a romanzi-reti-che-connettono. Casi esemplari: 'The Man in the High Castle' di Philip Dick; 'Pale Fire' di Vladimir Nabokov; 'Vie, mode d’emploie' di Georges Perec; 'Rayuela' di Julio Cortázar. Il ragionare attorno a qualche romanzo è anche una occasione buona per dire qualcosa a proposito di quel luogo digitale di scrittura e lettura che è la 'Stultifera Navis'. La 'Stultifera Navis' è un romanzo-baule.

Umanesimo radicale: quale macchina ci accompagna nel prenderci cura

Noi umani siamo siamo oggi accusati di considerarci eccezionali, dominatori e sfruttatori della natura, padroni del mondo. Siamo invitati a riconoscerci come meri agenti che operano in una rete di agenti, dove sono agenti, accanto a noi e come noi e insieme a noi, cose e macchine. Ci viene continuamente ripetuto che il vivere consiste nell'interagire con macchine, nell'interfacciarci con macchine, nel co-evolvere con macchine. Veniamo spinti a chiederci quale spazio resti per noi umani in questo scenario. Quale ruolo resti per l’uomo ente tra gli enti, povera cosa. All’umano pre-giudicato come vittima dell’odio e della paura, schiavo di insane passioni, viene proposto un compagno, e forse anche imposto un maestro: la macchina. Ma convivono in realtà due progetti. Da un lato il progetto della macchina a portata di mano, macchina progettata per accompagnare l’umano nel coltivare esperienze, e per offrirgli qui ed ora, di fronte al problema, le tracce di ogni conoscenza che potrebbe rivelarsi utile. Dall'altro il progetto della macchina enorme cosa astrusa lontana dall’uomo, macchina che che sovradetermina l’umano e lo considera come cosa. Torniamo così a una responsabilità umana: quali macchine costruiamo come tecnici, quali macchine, come cittadini, lasciamo che vengano costruite. Il considerare gli umani attanti tra attanti è una grande fuga ontologica. La risposta sta in un umanesimo radicale: non certo un rifiuto della macchina in sé, ma un rifiuto della macchina che non ci accompagna (Scrivo questo sommario all'inizio del 2026. Per il resto lascio il testo come l'avevo scritto nel 2015. E il terzultimo capitolo di 'Macchine per pensare', Guerini e Associati, 2016, dove il testo appare con il titolo: 'Cose lontane e strumenti a portata di mano').

Futuro

Il presente non è che il futuro più vicino a noi, il primo momento del tempo sul quale possiamo incidere. Il futuro è implicito nell’ora -che vuol dire ‘stagione’- che stiamo vivendo. Sta a noi portarlo alla luce. Il senso del futuro è infatti questo: 'ciò che potrà essere se sapremo fare in modo che sia'.

Il tempo. Le parole per parlarne

Molto difficile definire in cosa consista 'il tempo'. Ma ma possiamo avvicinarci in qualche modo a intendere 'il tempo' seguendo il senso di parole che, sia pur parzialmente, tentano di descriverne alcuni aspetti, in lingue diverse.

Moderno, Moda

Si dice 'antiquato' ciò che si ritiene viziato dagli aspetti negativi e deleteri del passato. Ma cosa possiamo dire del 'moderno'? A ben guardare dietro al 'moderno' si nasconde rischio di adeguarsi passivamente alla 'moda' del momento.

Che fare se la democrazia è assente. Ovvero: fiducia in sé stessi

Viviamo in tempi in cui la 'democrazia' appare un concetto astratto. Assente sulla scena politica ed economica. Privo di qualsiasi presa sulla realtà che viviamo quotidianamente. Sembra assente ogni democrazia nelle decisioni dei governanti. Sembra assente ogni 'democrazia' nella rete di relazioni che oggi disciplina i corpi e crea discorsi. Per scoprire spazi oggi praticabili nel complesso terreno sul quale oggi si esercita il potere, serve tornare a ricordare la storia delle idee e delle pratiche moderne riguardanti la libertà è l'azione civica. Jean-Jaques Rousseau, il conte Mirabeau, Wilhelm von Humboldt, John Stuart Mill, Percy Bysshe Shelley, Henry David Thoreau, Walt Whitman, Ralph Waldo Emerson ci accompagnano nel tentar di capire come non soccombere al dominio dei nuovi tiranni ed al dominio che oggi emana da macchine digitali oppressive.

Forma imposta o continuo presentarsi. Heidegger, la tecnica e il nuovo pensiero

Heidegger non scrive 'contro la tecnica', né nell''Essere e il tempo', né nel dopoguerra. Scrive a proposito di come la tecnica favorisce o contrasta il pensiero umano. Scrive alla luce dell'avvento di quella cultura tecnico-scientifica che sembra rendere vana la 'filosofia'. Ma se muore 'un certo tipo di filosofia' non muore l'umano pensare. Non è difficile constatare che Heidegger mostra di conoscere molto bene la cibernetica -e implicitamente quelle disciplina che prende il nome di 'computer science' o di 'informatica'. Per questa via si può seguire la lezione di Heidegger nel leggere criticamente in senso delle macchine proposte dall'informatica, lungo la sua storia, fino al giorno d'oggi. L'articolo -che si sviluppa come commento puntuale della conferenza 'Das Ende des Denkens in der Gestalt der Philosophie', 'La fine del pensiero in forma di filosofia', dettata da Heidegger il 30 ottobre 1965- riprende senza modifiche il penultimo capitolo di: Francesco Varanini, 'Macchine per pensare', Guerini e Associati, 2015.

Ricordi di scrittura

Le esperienze di scrittura si tengono l'un l'altra. Sono tutte nuove. Non lasciate che un qualche esperto dica al posto vostro 'cosa state provando' mentre scrivete. Ieri, oggi, domani. Oggi, la competenza nell'usare la macchina detta 'intelligenza artificiale' non dipende dalle istruzioni di un qualche esperto. La competenza nasce dal mantener vivi i ricordi di scrittura.

In difesa dell'autore. Ricordando la lezione di Cervantes e accompagnati da Julio Cortázar

Nel guardare alla figura dell'autore, si considera inevitabile ripartire da ciò che scrivevano Foucault e Barthes. Ma conviene invece far riferimento al modo in cui Cervantes mostrò al mondo il suo 'essere autore'. E conviene ricordare come Julio Cortázar nel racconto 'El perseguidor' risponde in anticipo alle affermazioni di Barthes e Foucault. L'autore non è né morto né assente. Chi oggi, seguendo Barthes e Foucault, celebra la capacità dell''intelligenza artificiale' di essere autore, non è che la moderna incarnazione di una antica figura: censore, accademico, 'esperto', autorità che tenta di imporre il proprio controllo alla libera espressione di conoscenza. L'incapacità di essere liberi autori spinge a ritagliarsi il ruolo di 'esperti' che pretendono di incasellare e giudicare il modo altrui di essere autore. Questa incapacità di essere autori porta oggi fino a dire: l'autore è la macchina. Dite invece, diciamo invece: l'autore sono io, siamo noi. Abbiamo il diritto-dovere di prendersi la giustissima libertà di scrivere. Ci si assume così la fatica di dire senza ricicciare, rimescolare, ripetere luoghi comuni; cercando invece di parlare dei proprio dolori, di ciò che è tanto intimo da essere difficile da dire, di ciò che fa soffrire, perché vediamo intorno a noi un mondo che soffre. E' difficile e faticoso; ma è questo l'essere autori.

Non si discute con le macchine. O la catastrofe morale dei computer scientist

L'esigenza primaria nell'azione politica e culturale oggi necessaria consiste nell'evitare di stare al gioco che impone a tutti di parlare con la macchina, di guardare alla macchina, di considerare centrale nella nostra vita l'interazione con la macchina. Ciò che è necessario oggi è l'abbandono di queste vie di fuga, ed il ritorno invece a guardare il faccia gli altri esseri umani senza mediazioni macchiniche. Il primo interlocutore con cui è necessario oggi parlare e discutere, lungi dall'essere una macchina, è un umanissimo essere: il creatore di queste macchine. Il computer scientist. Del suo operato dobbiamo discutere. Con lui dobbiamo discutere, richiamandolo alla responsabilità del suo agire.