Come tracciare Itinerari Stultiferi in viaggio sulla Stultifera Navis
Il gesto concreto di estrarre dal BAULE-STIVA
La Stultiferanavis è metaforicamente parlando un unico grande BAULE. Un baule che conserva testi tutti diversi tra di loro, ma con tante affinità tematiche, valoriali, di saperi e di conoscenza. Tanti frammenti di pensieri, di scritti interessanti e emotivamente toccanti, di poesie e raccolte di poesie, di articoli lunghi e brevi, di dialoghi e interviste, di tante riflessioni, molte delle quali scritte di notte rubando il tempo al sonno e al riposo.
Il BAULE è capiente e spazioso, è stratificato senza alcun ordine apparente. Ritorna l’immagine di una memoria compressa fatta di caos fertile e creativo, utile per esercitare immaginazione, fantasia(e) e capacità di scelta.
La stultiferanavis è un baule dove si mettono cose, e da cui si possono estrarre cose, è uno spazio aperto, dinamico ,di contenuti culturali e critici
Con un baule così ricco a disposizione, immaginate ora di estrarre da esso alcuni frammenti da esso contenuti. Non tutti e non a caso, andandoli a cercare e poi a estrarre alla rinfusa, rovistando tra tutti i testi che occupano il baule. Ora supponete di disporli in fila, uno dopo l’altro. Il primo qui, il secondo a seguire, poi un terzo, e via estraendo. Man mano che estraete, percepite che qualcosa sta accadendo: tra i testi estratti iniziano a emergere risonanze, collegamenti, echi, dialoghi silenziosi.
Ciò che nel baule giaceva inerte, nella sequenza si anima. La parola "volto" in un testo chiama la parola "sguardo" in un altro, il NOSTROVERSO richiama il Metaverso, l’intelligenza umana quella artificiale della macchina. Un pensiero sulla solitudine estratto dal baule e inserito in un itinerario può trovare risposta tre tappe dopo in una riflessione sulla connessione, sempre trovato ed estratto dal baule.
I frammenti si parlano.
Avete appena costruito un itinerario. Ciò che vi trovate per la mano non è un semplice testo, non è una raccolta e non è una antologia, è tutto questo messo insieme e qualcosa di più.
È un percorso pensato, costruito, studiato, deliberato attraverso il pensiero, una narrazione che nasce dall’uso di materiali preesistenti, un filo rosso che attraversa il labirinto caotico del baule, ne estrae un senso possibile tra gli infiniti significati e sensi possibili.
L'itinerario è l'atto di dare forma al caos, di trovare un sentiero dove prima c'erano solo tracce, semplice simultaneità. È l'arte della curatela come pensiero in azione.
Etimologia del termine itinerario e risonanze: la Parola che cammina
Prima di procedere, fermiamoci sulla parola stessa: itinerario.
Dal latino iter, cammino, via, percorso. La stessa radice di andare, del movimento nello spazio e nel tempo. Un itinerario non è mai statico, ma sempre dinamico per definizione. Presuppone qualcuno, un soggetto, che cammina, che percorre, che attraversa.
Ma iter ha anche un significato più profondo: il viaggio con uno scopo, il cammino verso una meta. Non il vagabondare casuale, ma l'attraversamento orientato, motivato, sentito, fenomenologicamente esperito e vissuto. L'itinerario è quindi sempre teleologico: implica una direzione, anche se questa direzione può rivelarsi solo mettendosi in cammino, percorrendola.
Nell'antichità romana, gli itineraria[1] erano guide di viaggio, elenchi di tappe tra una città e l'altra. Indicavano non solo i luoghi ma anche le distanze, i tempi di percorrenza, i luoghi dove fermarsi. Un po’ come i cammini di Compostela et similia delle contemporaneità. Gli itineraria erano mappe narrative, sequenze di nomi che scandivano lo spazio. L'itinerario era insieme descrizione e prescrizione: raccontava un percorso già fatto e guidava chi doveva ancora compierlo.
Nel Medioevo, gli “itineraria mentis[2]” erano percorsi spirituali, cammini dell'anima verso Dio. San Bonaventura scrisse l'Itinerarium mentis in Deum, l'itinerario della mente verso Dio: sei tappe progressive di ascesa interiore. Non si trattava di un viaggio fisico ma concettuale, meditativo, trasformativo. Percorrere l'itinerario significava cambiare, diventare altro da ciò che si era all'inizio.
Questa duplice eredità, geografica e spirituale, risuona ancora oggi quando parliamo di itinerari intellettuali, poetici, filosofici.
Un itinerario è sempre un viaggio che trasforma chi lo percorre e chi, affiancandosi, dialogando, curiosando, viaggia con lui/lei.
L’itinerario stultifero nasce grazie e a partire dal baule
L’itinerario della Stultiferanavis ha le sue origini nel baule, il nome con cui è stata denominata la stiva della nave. Il baule non ha scompartimenti e per questo è diverso da una stiva, tutto ciò che vi è dentro coesiste simultaneamente, stratificato nel tempo ma sempre alla rinfusa, nel caos più assoluto e senza alcuna organizzazione logica.
Il baule è un grande archivio dalle pareti elastiche, predisposto per allargarsi all’infinito, ma senza perdere la sua vocazione come deposito della memoria della nave, il luogo dove le cose vengono salvate dal dimenticatoio, anche se non ancora restituite al senso. Nel baule, un testo scritto vent'anni fa giace accanto a uno scritto ieri. Una poesia sta sopra un articolo filosofico. Un frammento autobiografico tocca una citazione erudita. Non c'è gerarchia, non c'è ordine tematico, non c'è sequenza narrativa. C'è solo compresenza.
L’itinerario è cosa diversa, ha una funzione differente.
L'itinerario nasce nel momento in cui qualcuno, l'autore dell'itinerario, il curatore, il pensatore, estrae dal baule e ri-sequenzia dei contenuti da esso estratti. Questo gesto ha una doppia valenza: selettiva perché non tutto ciò che è nel baule entra nell'itinerario. Alcuni testi rimangono esclusi, altri vengono scelti. La selezione è già interpretazione; sintattica: i testi scelti vengono messi in un ordine specifico. E l'ordine crea significato. Il testo A seguito dal testo B produce un senso diverso dal testo B seguito dal testo A, ecc.
Pensate alla differenza tra una parola isolata e quella stessa parola in una frase. "Deserto" da solo è un sostantivo neutro. Ma "deserto di noi stessi" (per richiamare l’ultima opera di Eric Sadin) è un'immagine filosofica potente. Il contesto, ciò che viene prima e ciò che viene dopo, trasforma il significato.
L'itinerario opera la stessa trasformazione sui contenuti del baule.
Un testo che nel baule giaceva inerte, nell'itinerario acquista una funzione narrativa. Diventa tappa, momento di un percorso più ampio. Il suo significato isolato viene arricchito, modificato, a volte sovvertito dal contesto sequenziale e ordinato in cui è inserito.
Questa è la dialettica fondamentale: il baule è l'archivio potenziale, sempre in espansione, in potenza, l'itinerario è il racconto attualizzato. Il baule è simultaneità, l'itinerario è diacronia. Il baule è tutto-insieme, l'itinerario è questo-poi-quello-poi-quell'altro. Ma potrebbe anche diventare in futuro quell’altro-poi questo-e- poi- quello.
L’itinerario, con il suo ordine sequenziale produce significati nuovi, lo fa grazie alla natura fondamentalmente narrativa del pensiero umano. Noi comprendiamo il mondo attraverso storie, cioè attraverso sequenze di eventi connessi causalmente o tematicamente, grazie alla loro sintassi interna e fasi che fanno sì che il racconto abbia un senso. "Prima questo, poi quello, quindi quest'altro" non è solo un elenco: è una struttura di significato.
Un viaggio del pensiero è ad esempio l’itinerario Carezzare le Parole disponibile sulla Stultiferanavis. È un itinerario che inizia con una riflessione sul potere trasformativo delle parole in un'epoca di linguaggio anchilosato. Procede esplorando la brutalità comunicativa online, la solitudine dentro gli schermi, l'impoverimento semantico. Poi inverte la prospettiva: parla della ricchezza polisemica delle parole, delle virtù etiche incarnate nel linguaggio. Conclude con un appello alla riflessione necessaria e all'oltrepassamento come azione etica.
Questo non è un semplice elenco di testi sulle parole. È un viaggio del pensiero dell’autore di quell’itinerario, che parte da una diagnosi (la crisi del linguaggio), attraversa una fenomenologia (come si manifesta questa crisi), scopre risorse inattese (la polisemia, l'etica), e approda a una postura esistenziale (oltrepassare, trasformare).
itinerari già presenti sulla Stultuferanavis: Carezzare le parole - Geografie del poetico - In viaggio dentro il NOSTROVERSO di Carlo Mazzucchelli - Il progetto come organismo vivente: un percorso di ricerca - Un itinerario fatto di incontri, dialoghi e confronti intellettuali - Un viaggio letterario tra lettura e scrittura - Tecnologia e organizzazioni - Filosofi a confronto: cronache stultifere - I pensatori del passato si confrontano con l'intelligenza artificiale - Nodo di scotta (ἐρώτησις ἄξιος)
Se riordinassimo le tappe, il senso cambierebbe radicalmente. Se iniziassimo dall'ultima tappa ("Siate cauti con le parole") e finissimo con la prima ("Carezzare le parole che cambiano"), avremmo un movimento inverso: dall'appello all'azione verso la riflessione fondativa. Non sarebbe sbagliato, ma sarebbe un altro itinerario, con una temperatura emotiva e intellettuale diversa.
La sequenza non è neutra. È forma del pensiero.
Una delle caratteristiche più affascinanti degli itinerari, almeno di quelli costruiti come strumento web, è che uno stesso testo può apparire in più itinerari. E ogni volta, quel testo significa qualcosa di diverso.
Immaginiamo un frammento poetico sulla solitudine. Nel baule, esiste come entità autonoma, con il suo significato intrinseco. Ma quando viene inserito in un itinerario sulla "disconnessione digitale", quel frammento diventa testimonianza di un'alienazione tecnologica. Quando invece appare in un itinerario su "pratiche contemplative", lo stesso frammento diventa celebrazione del ritiro necessario, della solitudine fertile.
Il testo non cambia. Cambiano i testi che lo precedono e lo seguono, e quindi cambia il campo semantico in cui si situa.
Questo fenomeno ci ricorda una verità fondamentale: il significato non è mai solo nel testo, ma nella relazione tra testi. La polisemia non è un difetto da correggere ma una ricchezza da esplorare. La stessa parola, la stessa frase, lo stesso pensiero può illuminarsi di luci diverse a seconda del contesto narrativo.
Gli itinerari, quindi, non sono solo strumenti di organizzazione: sono dispositivi ermeneutici. Costruire un itinerario significa proporre un'interpretazione, non dell'autore originale ma del corpus complessivo di cui si dispone. È dire: "Guarda, se leggi questi testi in questa sequenza, vedrai emergere questo senso."
E poiché lo stesso materiale può generare itinerari molteplici, nessun itinerario esaurisce il senso del baule. Ogni itinerario è una linea di lettura possibile, una traccia tra infinite tracce possibili.
Viviamo nell'epoca del flusso (feed) infinito di cui siamo ormai diventati dipendenti e del quale non riusciamo più a fare a meno. Un flusso che ci impedisce di dare tempo al tempo, di prendersi il tempo per un pensiero critico, una riflessione, una scelta, ad esempio di evasione e rinuncia.
Siamo tutti, più o meno, imprigionati nell’uso di piattaforme, APP e social media che ci tengono incatenati (e qui la metafora della caverna platonica è obbligatoria) con informazioni e immagini che scorrono senza fine, notizie che si accumulano senza ordine narrativo, contenuti generati algoritmicamente e oggi da potenti chatbot di IA, in base a pattern di ingaggio (engagement) finalizzato a impedire concentrazione e riflessione, rubando attenzione. Il feed (flusso di informazioni) è l'anti-itinerario per eccellenza: è la simultaneità perpetua, la giustapposizione senza sintassi, il flusso senza direzione.
Nel feed, non c'è prima e dopo, c'è solo ora, un ora che semplicemente scorre (un panta rei rivisitato e riattualizzato). Ogni contenuto compete per l'attenzione in un eterno presente. Non c'è profondità temporale, non c'è sviluppo, non c'è trasformazione. Si naviga, si scorre, si consuma, si dimentica, si scorre ancora. Non si legge più, si è incapaci di rallentare, per pensare, riflettere, ragionare, sentire, comprendere e poi fare scelte e decidere. Oramai anche la scelta e la decisione l’abbiamo delegata ad altri, non solo algoritmi e IA, ma a chi li ha pensati, programmati e attivati, agli esperti, ai tecnocrati, al (tecno)potere.
Gli algoritmi che governano i feed hanno una logica precisa: massimizzare il tempo di permanenza. Non importa se ciò che vedi ha senso, se forma un percorso coerente, se ti trasforma. Importa solo che tu rimanga attaccato allo schermo il più a lungo possibile.
Al contrario del feed l’itinerario della Stultiferanavis genera attrito, fa resistenza, rallenta la corsa, suggerisce la riflessione, obbliga a fare delle scelte perché, pur avendo un suo flusso online, i contenuti sono organizzati e mostrati in modo tale da permetterle e suggerirle.
L’itinerario non è infinito, ha un numero (de)limitato di tappe. Si può completare. Ha un suo inizio e una sua fine, ma dal primo alla seconda non si forzati dalla linearità e ordine di sequenza in cui le tappe sono proposte. Si può saltare una o più tappe per poi ripercorrere il percorso al contrario. L’itinerario ha una sua struttura temporale riconoscibile, non è mai caratterizzato dall’infinità demoralizzante, manipolatoria e colonizzatrice del feed.
Il messaggio implicito dell’itinerario, che poi è anche quello del progetto della Stultiferanavis, è semplice nella sua banalità: prima leggi questo e poi quello, non sei obbligato/a seguire la sequenza o l’ordinamento assegnato alle cose da leggere. Un messaggio molto diverso da quello del feed che è simultaneo, monocorde, monotono, passivizzante nel suo costante recitare (berciare): “ecco mille cose tutte insieme, scorri e clicca MiPiace, poi scorri e clicca di nuovo, non smettere mai e per favore non fermarti a leggere, nuove cose si sono già aggiunte he attendono solo di essere viste da te!”
Un’altra differenza sostanziale tra l’itinerario e l’algoritmo delle piattaforme social è che il primo è costruito da una persona che ha fatto scelte esplicite, motivate da un pensiero. Il feed è fuori controllo, è generato da un algoritmo opaco che massimizza metriche commerciali, vendendole per personalizzazioni gratificanti.
La lentezza a cui obbliga immettersi su un itinerario della Stultiferanavis regala una profondità irraggiungibile attraverso lo scrolling continuo a cui gli algoritmi delle piattaforme ci hanno abituato e che comportano una consumazione bulimica e/o anoressica ma sempre superficiale. L'itinerario al contrario invita a sostare su ogni tappa, a riflettere sulla connessione tra una e l'altra.
Infine, un’altra caratteristica fondamentale dell’itinerario è il suo essere strumento di trasformazione e non di intrattenimento. L'itinerario aspira a trasformare chi lo percorre, come l'itinerarium mentis medievale. Il feed aspira a intrattenerti abbastanza da non farti andare via.
In questo senso e per tutte questa ragioni sopra esposte, costruire e percorrere itinerari è un atto politico. È rivendicare il diritto alla lentezza, alla profondità, alla coerenza narrativa contro la frammentazione perpetua imposta dal capitalismo dell'attenzione. È dire: io non sono un consumatore di contenuti infiniti, sono un lettore che percorre un cammino. E questo fa tutta la differenza.
Un itinerario non è solo un dispositivo personale di riorganizzazione del proprio pensiero, di presentazione di un proprio percorso intellettuale, poetico, artistico, narrativo o esperienziale. È anche, potenzialmente, un dono agli altri.
Rendendo pubblico e accessibile a tutti un itinerario che ho costruito sulla Stultiferanavis, sto essenzialmente dicendo: "Questo è il percorso che ho tracciato attraverso questi materiali, che ho estratto dal baule della nave. Cammina e percorrilo con me, vedi se anche tu trovi quello che ho trovato io."
La vera valenza dell’itinerario
C'è in tutto questo una dimensione pedagogica profonda (spiegata a fondo più avanti nel testo). Non sto dicendo: "Questa è la verità, impara." Sto dicendo: "Questo è il cammino che ho fatto, forse ti potrebbe essere utile."
La differenza è sostanziale. L'itinerario pubblico è un invito, non un'imposizione. Chi lo percorre rimane libero di:
- Fermarsi quando si vuole, sostare su una tappa che risuona particolarmente interessante o da valere la pena per una sosta prolungata, di lettura approfondita e di riflessione
- Saltare le tappe sentite o percepite come non rilevanti (anche se questo altera il senso del percorso) per costruirsi un itinerario personale dentro itinerari proposta da altri
- Deviare, curiosare, andare alla ricerca di altri contenuti collegati a quelli presentati dall’dell'itinerario in cui ci si trova a camminare in quel momento
- Contestare l'ordine proposto, immaginando sequenze proprie, alternative
- Costruire il proprio itinerario ispirandosi a quello altrui
- …di sentirsi libero dalla presenza di un algoritmo o un ChatBot opprimente che la libertà la toglie
Itinerari comunitari, comuni, condisi
L'itinerario pubblico crea una comunità di percorsi. Posso vedere gli itinerari costruiti da altri, confrontare come hanno organizzato materiali simili o diversi. Posso scoprire che qualcun altro ha costruito un itinerario sullo stesso tema del mio, ma con una sequenza completamente diversa, che apre prospettive inedite. Posso scoprire, come Autore della nave, che itinerari proposti da altri propongono e fanno tappa sui miei contenuti e dentro i miei itinerari.
Emerge così una forma di viaggio (virtuale) insieme, comunitario, abilitante una conversazione obliqua: non ci parliamo direttamente, ma i nostri itinerari si parlano. Il modo di organizzare il pensiero di una persona dialoga con il mio e viceversa. Le diverse sintassi si confrontano.
E in questo confronto, qualcosa di nuovo può emergere: itinerari di secondo livello, che mettono in sequenza non testi ma altri itinerari. Meta-percorsi che guidano attraverso percorsi. Iperstrutture narrative (un iperoggetto stultifero) che organizzano strutture narrative.
Nessun itinerario della Stultiferanavis è uguale a un altro. Non tutti gli itinerari sono uguali, neppure simili tra loro. La diversità nasce dalle diverse logiche di costruzione adottate dagli autori, dalle “poetiche” e dalle “narrazioni” associate a ogni itinerario.
Itinerari possibili, alcuni esempi
Da queste poetiche e narrazioni individuali emergono numerosi itinerari possibili diversi come ad esempio:
- Itinerari tematici: È l'itinerario costruito attorno a un concetto, un tema, un evento, un problema, una parola. "Carezzare le parole" è un itinerario tematico: esplora da molteplici angolature la questione del linguaggio nell'epoca digitale. L'itinerario tematico centrifuga il pensiero: parte da un nucleo concettuale e lo sviluppa in direzioni diverse. È un movimento di approfondimento, di scavo concentrico. Ogni tappa aggiunge uno strato di comprensione al tema centrale. La forza dell'itinerario tematico sta nella sua capacità di mostrare la complessità di ciò che a prima vista sembra(va) semplice. Una parola, un concetto, si rivela contenere mondi.
- Itinerari narrativi: È l'itinerario che racconta una storia, spesso personale. "Il progetto come organismo vivente" è un itinerario narrativo: segue l'evoluzione del pensiero dell'autore attraverso diverse tappe di consapevolezza. L'itinerario narrativo ha una dimensione autobiografica. Non presenta un tema in modo astratto ma lo incarna in un percorso vissuto. "Prima pensavo così, poi ho incontrato questo, e il mio pensiero è cambiato." È l'itinerario della trasformazione, del Bildungsroman Chi lo percorre non solo apprende dei contenuti, ma testimonia un processo di maturazione.
- Itinerari dialogici: È l'itinerario costruito su testi di autori diversi che dialogano, si rispondono, si contraddicono, si completano. "Geografie del poetico" ha questa natura: diversi sguardi sul poetico che dialogano tra loro. L'itinerario dialogico non ha un'unica voce ma una polifonia. Non cerca la sintesi ma la tensione produttiva tra prospettive diverse. Il senso emerge proprio dal contrasto, dalla frizione, dal dialogo (a volte inconsapevole) tra gli autori. Chi percorre un itinerario dialogico è invitato a mediare, a dialogare, a costruire la propria posizione nell'attraversamento delle posizioni altrui.
- Itinerari cronologici: È l'itinerario che segue l'ordine temporale di creazione dei contenuti. Mostra l'evoluzione di un pensiero nel tempo reale, senza riorganizzazione retrospettiva. Questo tipo di itinerario ha un valore quasi documentario: testimonia come il pensiero si forma, con le sue contraddizioni, i suoi ripensamenti, i suoi salti. Non presenta un pensiero già sistemato ma il processo stesso del pensare.
- Itinerari emotivi: È l'itinerario costruito non su temi o argomenti ma su tonalità affettive, su stati d'animo, su temperature emotive. Un itinerario potrebbe attraversare: malinconia → consolazione → speranza → Qui la sequenza non segue una logica concettuale ma esperienziale. È un percorso dell'anima, un cammino del sentire. L'itinerario emotivo riconosce che non leggiamo solo con la mente ma anche con il corpo, con le emozioni.
- Itinerari ispirati ai libri. Ne sono un esempio gli itinerari di Carlo Mazzucchelli che sta usando l’itinerario della Stultiferanavis per regalare, a tutti coloro che possano essere interessati o che semplicemente abbiano ancor voglia di leggere, i testi per intero dei suoi libri.
Come si costruisce un itinerario
Costruire un itinerario richiede tempo. Non è un'operazione istantanea, ha bisogno di una incubazione più o meno lunga, anche se può nascere da una intuizione, da un evento, da un incontro o da un suggerimento.
Per creare un nuovo itinerario sulla Stultiferanavis bisogna:
- (Ri)visitare il baule, rovistare, prestare attenzione alle novità ma anche a quelle che ormai si sono stratificate nel tempo, riaprire i contenuti e leggerli, se non si erano mai incontrati prima o letti in modo superficiale
- Ricordare perché furono salvati, cosa significarono allora, da chi sono stati creati, il contesto nel quale sono stati pensati e scritti
- Vedere come risuonano ora, a distanza di tempo, quali sensazioni, emozioni, reazioni provocano
- Immaginare quali connessioni potrebbero emergere tra loro e come sono collegati tra loro, anche a distanza di tempo e anche se datati temporalmente
- Provare diverse sequenze, vedere quale funziona meglio
- Scrivere forse un'introduzione che dia senso al percorso
- Accettare che l'itinerario non sarà mai perfetto, che si potrebbe rifare diversamente
- Ricominciare con un nuovo itinerario, da dove, dal baule!
È un lavoro lento, antitetico alla rapidità del web. È un atto di cura, di attenzione, di riflessione. Costruire un itinerario è già in sé un'esperienza filosofica: costringe a interrogarsi su cosa connette i pensieri, su come il senso emerge dall'ordine, su come il caos non sempre abbia bisogno di essere messo in ordine.
Il tempo dell’itinerario non è quello delle piattaforme social
Percorrere un itinerario richiede tempo. Non si può fare scrolling veloce attraverso un itinerario (o meglio, si può, ma si perde il punto). Ogni tappa (ri)chiede di essere letta, meditata, connessa mentalmente con quelle precedenti.
L'itinerario instaura quindi una temporalità differente da quella del web, è quasi analogica se ci si dimentica che comunque la fruizione è online. A prevalere non è l'istantaneità della notifica né l'infinità del feed, ma la temporalità della passeggiata, del cammino: un passo dopo l'altro, con la possibilità di fermarsi, tornare indietro, soffermarsi dove qualcosa attrae, ricominciare, farsi distrarre per poi rimettersi in cammino.
Questa temporalità è anacronistica nel senso più bello del termine: fuori dal tempo (pre)dominante, in controtempo rispetto all'accelerazione generale nella quale siamo tutti intrappolati. E proprio in questo anacronismo sta la sua forza: offre un rifugio temporale, uno spazio dove il tempo può essere abitato diversamente.
L’itinerario può anche rimanere incompiuto
Uno degli aspetti più interessanti degli itinerari della Stultiferanavis è che un itinerario non deve necessariamente essere completo per essere pubblicato. Può rimanere incompiuto o completato in fasi diverse nel tempo a venire. Può anche essere un itinerario brevissimo, con una sola lunga tappa.
È possibile costruire un itinerario "in progress", che dichiara apertamente di essere un work-in-progress, un percorso che continuerà a evolversi. Nuove tappe verranno aggiunte man mano che si trovano nuovi contenuti nel baule, o man mano che si producono nuovi contenuti da includere.
Questo introduce una dimensione dinamica, organica. L'itinerario diventa veramente un organismo vivente che cresce nel tempo. Chi lo percorre oggi troverà cinque tappe, chi lo percorrerà tra sei mesi ne troverà otto. E così via.
C'è qualcosa di profondamente onesto in questo: riconosce che il pensiero non è mai concluso, che la riflessione continua, che nuove connessioni emergono continuamente. L'itinerario incompiuto dice: "Questo è dove sono arrivato ora, ma il cammino continua."
Diventa allora possibile immaginare itinerari che si ramificano, che a un certo punto offrono due o più percorsi alternativi. "Da qui puoi proseguire in questa direzione (più filosofica) o in quest'altra (più poetica)." L'itinerario si fa labirintico, reticolare, rizomatico.
Il BAULE è il territorio, l’itinerario è la mappa
L'itinerario sta esattamente in questa tensione. Il baule è il territorio: vasto, immenso, disordinato, pieno di angoli, spazi, geografie inesplorate. L'itinerario è la mappa: una rappresentazione parziale, una traccia possibile, mai unica e sempre cangiante, attraverso quel territorio.
Approfondendo la metafora, la mappa tradizionale pretende di rappresentare oggettivamente il territorio. L'itinerario invece non pretende oggettività: sa di essere uno sguardo particolare, individuale, personale, una traccia tra le infinite tracce possibili.
È più simile a quelle mappe soggettive che i geografi chiamano mappe mentali: rappresentazioni di un luogo filtrate attraverso l'esperienza e il vissuto di chi le disegna. Due persone che percorrono la stessa città creeranno mappe mentali diverse, enfatizzando luoghi diversi, tracciando percorsi diversi.
Così due persone che esplorano lo stesso baule creeranno itinerari diversi. Ognuno troverà risonanze diverse, vedrà connessioni diverse, costruirà sintassi diverse.
E questa molteplicità non è un problema ma una ricchezza. Significa che il baule – il territorio – è inesauribile. Significa che ogni itinerario apre possibilità invece di chiuderle.
La pedagogia dell’itinerario per imparare a costruire percorsi
C'è infine una dimensione meta-cognitiva fondamentale: costruire itinerari insegna a pensare in modo strutturato.
In un'epoca di frammentazione cognitiva, dove il pensiero salta da un link all'altro senza direzione, l'arte di costruire itinerari diventa una pratica di disciplina intellettuale. Non disciplina repressiva ma disciplina formativa: imparare a dare forma al pensiero.
Costruire un itinerario costringe a porsi domande essenziali:
- Cosa voglio dire? (tema, intenzione)
- Con quale ordine? (struttura narrativa)
- Perché questo prima di quello? (logica della sequenza)
- Dove voglio arrivare? (direzione, meta)
- Chi lo percorrerà? (alterità, destinatario)
Sono domande che valgono per qualsiasi forma di pensiero articolato: un saggio, una lezione, una presentazione. Ma l'itinerario le rende esplicite, le trasforma in prassi concreta.
In questo senso, lo strumento dell'itinerario non è solo un modo di organizzare contenuti esistenti ma un dispositivo pedagogico per imparare a pensare. Ogni itinerario costruito è un esercizio di pensiero critico, di organizzazione logica, di costruzione del senso.
Immaginiamo studenti che imparano a costruire itinerari attraverso i materiali di un corso. Invece di scrivere un saggio tradizionale, costruiscono un percorso attraverso le letture, i concetti, le idee. Devono selezionare, ordinare, giustificare le scelte. Imparano a vedere che il pensiero è costruzione, che il senso emerge dall'organizzazione.
L'itinerario diventa così uno strumento di agency intellettuale: non sei più passivo di fronte a una massa di informazioni, ma attivo nella creazione di percorsi di senso.
Torniamo al punto di partenza: il BAULE e il suo circolo virtuoso
Dopo avere raccontato cosa sia l’itinerario della Stultiferanavis non c’è altro fa fare che ritornare al BAULE, perché sempre lì si ritorna, in un circolo virtuoso che fa la differenza rispetto alle piattaforme e ad altri progetti online tutti costruiti sulla velocità, sullo scrolling, sulla superficialità e la delega all’algoritmo di turno.
Quando si ritorna al BAULE però, dopo aver creato itinerari (mappe), si scopre di essere diversi, trasformati. Il baule non appare più come semplice caos da ordinare. Appare nella sua ricchezza, potenzialità esperienziale e narrativa, come un campo largo di possibilità, di nuovi possibili.
Ogni contenuto nel baule non è più percepito come isolato ma intricato, connesso, interdipendente: è diventato una potenziale tappa per itinerari futuri o per arricchire quelli già esistenti. Il ruolo degli itinerari sulla Stultiferanavis a tendere potrebbe crescere al punto che ogni autore, quando aggiungerà un nuovo testo al baule, si potrebbe chieder: "In quale itinerario potrebbe (ri)entrare? Con quali altri testi potrebbe dialogare?"
Si instaura così un circolo virtuoso:
- Il baule raccoglie materiali
- L'itinerario li organizza narrativamente
- L'esperienza di costruire itinerari modifica lo sguardo sul baule
- Nuovi materiali vengono aggiunti al baule con maggiore consapevolezza
- Nuovi itinerari emergono, sempre più ricchi e sempre più articolati
Il baule e l'itinerario non sono quindi momenti separati ma fasi di un unico processo dinamico: la costruzione continua del senso (di senso) attraverso l'organizzazione materiale del pensiero.
E in questo processo, qualcosa di profondamente umano si manifesta: la capacità di narrare, di dare forma al tempo, di trasformare il caos in cosmo.
Conclusione: L'Itinerario come Resistenza e Come Speranza
Viviamo in un'epoca che celebra il tempo sempre presente (il presentismo) la velocità, l'istantaneità, la simultaneità. Il web promette di darci tutto e subito, di connettere ogni cosa con ogni cosa, di eliminare la distanza tra domanda e risposta.
Ma questa promessa nasconde una minaccia: la perdita della lentezza, della riflessione, della profondità, della sequenzialità, della trasformazione. Se tutto è equidistante, se ogni contenuto vale quanto ogni altro, se ci viene sempre più spesso segnalato da algoritmi e Chatbot fuori del nostro controllo, se possiamo saltare da qualunque punto a qualunque altro punto, perdiamo la dimensione del cammino.
L'itinerario è una forma di resistenza a questa perdita.
È la rivendicazione che il percorso conta, che l'ordine fa la differenza, che ci sono cose da comprendere prima di altre, che la trasformazione richiede tempo e attraversamento.
Ma è anche una forma di speranza.
Dimostra che è possibile costruire senso anche dentro il caos digitale. Che i frammenti dispersi possono ricomporsi in narrazioni. Che la curatela attenta può creare ponti tra isole di pensiero.
Ogni itinerario costruito è una pratica umanista (…per resistere ai metaversi online, per citare il libro NOSTROVERSO) nel senso più pieno: è l'affermazione che gli esseri umani creano significato attraverso l'organizzazione deliberata dell'esperienza. Non siamo in balia del flusso ma possiamo tracciare percorsi.
E forse è proprio questo il gesto più necessario oggi: tracciare percorsi.
Non per farsi notare, raccontarsi e apparire, non per imporre una verità unica, non per costringere tutti sullo stesso cammino, ma per moltiplicare le possibilità di attraversamento, per mostrare che esistono direzioni, che il caos può essere abitato intellettualmente, letterariamente, poeticamente, emotivamente, esperienzialmente.
L'itinerario, in fondo, è una forma di ospitalità intellettuale:
"Ho tracciato questo sentiero attraverso il bosco del pensiero. Se vuoi, percorrilo. Forse troverai ciò che ho trovato io. Forse troverai qualcosa di completamente diverso. In ogni caso, non sarai solo."
E in un'epoca di solitudini connesse, questa è forse la promessa più preziosa che possiamo farci: non essere soli nel cammino del pensiero.
Note
[1] Gli itineraria romani erano guide pratiche di viaggio dell'antichità romana, che elencavano itinerari stradali con città, stazioni di sosta (mansiones), cambi di cavalli (mutationes) e distanze in miglia romane. Esistevano in forma testuale (itineraria scripta), come liste semplici, o grafica (itineraria picta), come diagrammi schematici su pergamena. Alcuni esempi di itineraria furono: Itinerarium Antonini: Compilato intorno al III secolo d.C. sotto Caracalla, elenca stazioni e distanze su varie strade imperiali; Tabula Peutingeriana: Mappa-rotolo medievale (copia di originale romano) lunga oltre 6 metri, raffigura 200.000 km di strade da Spagna a India, con enfasi su Roma come centro. Altri esempi includono l'Itinerarium Burdigalense (IV sec., da Bordeaux a Gerusalemme) e iscrizioni su oggetti come i Bicchieri di Vicarello. Gli itineraria servivano storicamente a viaggiatori, militari e mercanti per pianificare spostamenti, indicando anche osterie, templi e porti, senza dettagli topografici precisi. Non erano mappe geografiche realistiche, ma strumenti funzionali, spesso deformati per praticità (es. forma longitudinale).
[2] Gli itineraria mentis del Medioevo, in particolare l'Itinerarium mentis in Deum, indicano l'opera mistica principale di San Bonaventura da Bagnoregio, scritta nel 1259 sul Monte La Verna. Descrive il cammino ascetico dell'anima verso Dio, ispirato alla visione serafica di San Francesco d'Assisi, strutturato in sette capitoli paralleli ai giorni della creazione biblica. Ogni cammino aveva una sua struttura. L'ascesa si articola in tre tappe principali: extra nos (contemplazione di Dio nelle vestigia del mondo creato), intra nos (nella immagine di Dio nell'anima) e super nos (nella Trinità divina come Essere e Bene). Ogni tappa divide in un momento umano (per, ascendente) e uno divino (in, discendente), culminando nel settimo capitolo con l'estasi mistica dove l'intelletto riposa in Dio. Gli itineraria mentis del Medioevo avevano anche un significato teologico. L’opera integra filosofia, teologia e mistica, enfatizzando la necessità della grazia divina e della Croce di Cristo per superare il peccato originale e restaurare le facoltà dell'anima. Rappresenta un capolavoro della spiritualità francescana medievale, con influenze agostiniane, usato per guidare i frati minori verso la contemplazione.