Immaginare oggi una società diversamente socio consapevole dei legami significa attribuire alla tecnologia un ruolo esperienziale differente.
Passare dal concetto di condivisione a quello di ri-creazione dell'Io all'interno del micro mondo high tech. Il cui svolgimento identitario, imprescindibile per natura, è definito da due fattori determinanti, in mancanza dei quali l'Io resta vittima di tensioni che lo costringono a subire il cambiamento, navigando perennemente a vista: mi riferisco al ruolo del coinvolgimento e del significato.
Entrambe queste finalità hanno il potere catartico di ridefinire gli obiettivi di un singolo. Realizzando la consapevolezza di colui che non è solo il portatore del messaggio. La visione d'insieme della realtà circostante, basata sul proprio intelletto, come capacità genetica ed evolutiva per elevarsi al di sopra dell'appiattimento culturale, necessita di una finalizzazione che si traduca in emotività positiva.
L'uomo coinvolto è colui che riesce ad attribuire un significato al proprio agire. Questo rappresenta, da sempre, il principio di quel DNA dell'esploratore che porta il cambiamento da interiore a esteriore. Oggi, l'era della fragilità dei dati digitali che ha accompagnato la distribuzione capillare di internet viene sostituta dall'evento trasformativo dell'avvento di una intelligenza artificiale che viene ormai definita facile da costruire ma difficile da capire.
Ma forse solo per coloro che hanno perso il contatto con l'intimità fisica del proprio Io, durante il percorso. Chi ha cessato cioè di vedere il mondo attraverso gli occhi dell'esploratore. Un rischio e un pericolo che coinvolge le generazioni che con la nuova tecnologia sono cresciute e da essa sono state toccate. Forse contagiate.
Il grande William Gibson osservò che "Il futuro è già qui. Solo che non è ancora del tutto equamente distribuito".
Questa affermazione è particolarmente vera se noi la estrapolassimo, chirurgicamente, provando poi a ritagliarla su una nostra ipotetica copia digitale in un finto mondo come un Metaverso. Guardandoci potremmo osservare la nostra disperazione. Non più prede della fragilità dei dati o del loro dogma di inviolabilità nella conservazione ma spogli, denudati, privati di quegli stimoli che nel minimo comune denominatore di cioè che ci accomuna, come esseri umani, ci rende unici, proprio attraverso le differenze: cronica assenza di coinvolgimento e significato. Fonti primarie dei legami relazionali.
la vittoria tecnologica ci ha in parte sconfitto?
La domanda che echeggia nel silenzio ovattato delle stanze dei bottoni, immerse nel gelido approccio al mondo di bytes e di ram è come riportare all'uomo il fuoco che fu di Prometeo, accendendo un eterna fiamma che possa essere il bagliore umano nell'era della divinità tecnologica.
La risposta potrebbe essere la gratitudine.
La macchina non è grata. Nemmeno la macchina intelligente. Le risulta impossibile agire per gratitudine. Ella non conosce il significato della bussola morale che ci spinge a essere come avremmo potuto e rifuggire quello che siamo stati. L'autocritica conservativa.
Noi siamo un enorme, sconfinato serbatoio di gratitudine. Dobbiamo solo capire come avviare questo motore. Come accendere la miccia. La gratitudine è coinvolgente. Si espande simile al big bang. Ha effetti trasformativi e travolgenti. Forse può nascere sfregando insieme come pietre focaie il coinvolgimento e il significato.
E la gratitudine più grande è nella filantropia.
Il nuovo uomo, transumanista e vitruviano, può vivere l'avvento dell'Ai riscoprendo il proprio coinvolgimento e attribuendo un significato a tutte le cose che lo circondano al suo agire, al suo impegno, al suo relazionarsi con ciascun altro attraverso il veicolo della gratitudine? E se decidesse di farlo grazie alla filantropia, che mondo potrebbe essere? Forse uno in cui vale la pena di vivere.
"Come facciamo a sapere quando abbiamo il controllo? Quando non ci stiamo semplicemente accontentando di quello che ci capita" (Elliot. A. da Mr Robot).