C'è una figura retorica che la politica ama in modo smodato, e che proprio per questo dovrebbe metterci in guardia ogni volta che la incontriamo: l'iperbole lessicale. Non l'esagerazione plastica e consapevole dei poeti — quella che fa dire a Leopardi che il naufragar gli è dolce in questo mare — ma la gonfiatura sistematica del discorso pubblico, il ricorso a parole sovradimensionate per compensare la mancanza di argomenti solidi.
L'iperbole lessicale funziona secondo un principio semplice: se non hai ragioni sufficientemente forti, puoi sempre alzare il tono emotivo. Parli di svolta storica, di rivoluzione, di passo epocale verso la civiltà giuridica e per tutta l'Italia, e l'ascoltatore, investito da questa marea di grandiosità, si trova spiazzato: come si fa a dire no a qualcosa di così immenso? La sproporzione tra il significante e il referente reale è esattamente il punto: l'iperbole serve a far sembrare necessario ciò che non lo è, urgente ciò che potrebbe essere discusso con calma, indiscutibile ciò che invece è tutt'altro che pacifico, e soprattutto serve a far sembrare che non ci sia possibilità di pensare altro.
Nella campagna per il Sì al referendum sulla giustizia, questo meccanismo è stato utilizzato con una certa disinvoltura.
Si è parlato di magistratura come di un potere fuori controllo, si sono evocati scenari quasi catastrofici in cui giudici e pubblici ministeri, confusi e collusi, distorcerebbero sistematicamente la giustizia a danno dei cittadini. A questa narrazione sono stati associati casi di cronaca selezionati con cura, sentenze impopolari, decisioni contestate, come se il referendum, approvando la separazione delle carriere, potesse magicamente eliminare le storture delle singole vicende giudiziarie, financo evitare l'applicazione di una legge varata un anno prima dalla stessa parte politica. In realtà, la riforma c'entra ben poco con il tipo di sentenze emesse dai giudici. Ma l'iperbole non si preoccupa della pertinenza: ha bisogno di indignazione diffusa, non di connessione logica.
Il problema, non solo retorico, dell'abuso iperbolico sta qui: chi vi ricorre ci sta dicendo qualcosa di preciso su come considera il proprio interlocutore. L'iperbole che sostituisce l'argomento è una forma di svalutazione della capacità critica altrui. Si presuppone che il destinatario non voglia o non sappia valutare, che sia più sensibile allo stupore emotivo che alla coerenza delle premesse. È, in un certo senso, una retorica paternalista: ti darò l'immagine grande, così non dovrai fare la fatica di capire il dettaglio piccolo.
Eppure il dettaglio piccolo, in questo caso, è tutto.
Il cuore della riforma è la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, con l'istituzione di due Consigli Superiori distinti, un meccanismo di sorteggio per i loro componenti e una nuova Alta Corte disciplinare. Sono interventi che meritano una valutazione tecnica rigorosa, non una rincorsa all'aggettivo più roboante. E una valutazione rigorosa rivela che le conseguenze reali della riforma sono incerte, che i sistemi comparati europei sono assai più diversificati di quanto i sostenitori del Sì ammettano, e che il rischio di un indebolimento dell'autonomia della magistratura requirente è concreto e documentato.
Chi usa l'iperbole come strumento persuasivo principale ci sta mostrando, involontariamente, il punto debole della propria posizione. Quando gli argomenti reggono, si argomentano; quando non reggono abbastanza, si amplificano. Imparare a riconoscere questa asimmetria è una forma elementare di igiene intellettuale. E di fronte a una riforma costituzionale, a una modifica permanente dell'architettura fondamentale dello Stato, l'igiene intellettuale non è un lusso: è un dovere.
Per tutte queste ragioni, la risposta è No. Non per conservatorismo, non per fiducia cieca nell'assetto attuale, ma perché nessuna iperbole, per quanto ben confezionata, costituisce una ragione sufficiente per modificare la Costituzione.