La sua forza sta nella nuda parola, nella sua necessità e nella sua verità. Occorre accoglierla e preservarla dal mondo inautentico della chiacchiera, dove tutto è commercio e consumo immediato.
“Dove non c’è rischio, non c’è scrittura” ha affermato Edmond Jabès e tale affermazione vale per sostenere un senso forte della poesia, un legame stretto tra scrittura poetica e destino, nella consapevolezza che scrivere non è un gioco.
Si scrive sempre da un esilio, come sospesi tra due abissi: un fondo oscuro e segreto che si spalanca alle nostre spalle e qualcosa che da sempre ci attende come un destino.Ciò che resta è la traccia di una scomparsa, il segno di una voce perduta e di un desiderio, la risposta ad una chiamata antica.
La poesia è gettata nel mondo, è delicata e potente al tempo stesso. Nasce ai bordi dell’inesprimibile, tra salvezza e perdizione, tra memoria ed oblio.
Il poeta è colui che vive in sé la frontiera, il margine, l’inquietudine di un’alterità inafferrabile che sente nell’ombra. Sperimenta l’assenza dell’Altro e nel contempo ne ricerca la voce, una voce che da sempre tace nel suo dire, che si sottrae nel suo essere qui, nella carne e nel dolore dell’esistenza.
Che cosa costruisce allora il poeta? Difficile dirlo. Nel testo c’è un altro testo perduto, tutta l’incompiutezza della scrittura, ma anche una smisurata volontà senza nome, un assoluto che cerca d’incarnarsi sulla pagina. Per sempre. O mai.
Ancora Edmond Jabès: “Per lo scrittore ogni parola scritta nasconde un’altra parola del tutto inafferrabile ma incessantemente differita e infinitamente più essenziale. Verso questa parola egli tende”. E proprio questa tensione mai placata definisce a poco a poco lo spazio della scrittura, una zona che è per noi lontananza ed intimità, spaesamento e familiarità, costruzione e maceria.
Breve raccolta di poesie tratte dai miei libri.
da Livorno (L'arcolaio, 2008)
Buio nel tempo
e passi
che verranno
alle porte
come orazioni
da impiccare
o verbi
bruciati da sempre.
Finestre,
campi rovesciati
nel vuoto.
Sputi d'infanzia.
Nessuno chiama,
nessuno vede
dal mondo
di fronte.
Ad uno ad uno
dolori
e sguardi
precipitati, fosse
di giorni.
Poi domeniche,
luci
che resistono,
fratelli di guerre
immaginarie
o soltanto
deserti.
Dov'è l'ombra
che domanda,
la voce persa
che altrove risuona?
Dov'è la parola
che da sempre
cancella?
Andammo lontano
in quel segreto dei visi
in quelle lacrime
perse.
E scegliemmo
vocali scure,
nomi
abbandonati alla terra
anni
feriti dal tempo.
Come a pregare
nel vuoto,
dire pietà
ai morti,
a un vento
straniero.
Come a difendere
un amore
condannato
un figlio di neve
nessuno
senza riposo.
da Terra estrema (L'arcolaio, 2011)
E' questa notte l'uomo
dice la Terra
il corpo ignoto nel vento
che lo scuote e lo trascina
fino all'ultimo bordo,
al cuore fermo
del suo puro nulla.
E' questo solo
lo scandalo della carne,
l'enigma di ogni nome,
il pianto segreto
delle mie parole...
Com'è il cielo dei morti,
la loro leggenda.
Come sono i lumi
allineati nell'ombra,
i volti lontani,
quegli addii senza parole.
Come tutto è fermo
negli occhi, tutto
nell'ora che chiama
e li sceglie, l'innalza
nel pianto per sempre
senza di noi.
E' aria sollevata
la luce che colpisce
il mondo,
paura nei passi distinti,
occhi
che hanno la vita.
E' taglio aperto
in un grido,
spettro del corpo
senza una casa.
La Voce interrotta (Italic Pequod, 2016)
Io non so più le parole
a ridosso del mondo.
Una voce è dentro qualcosa,
è un'ora senza custodi
senza perdono.
A volte le mie labbra
hanno ancora paura,
cercano un viso
come una macchia segreta,
un volo di nulla
in fondo alla notte.
Era un'ombra
che feriva, una strada
caduta dal cielo,
un'algebra
di numeri morti.
Erano case
senza nessuno
e una voce
che diceva sarà questo
il tuo amore,
questa la notte
che ti assalirà
nelle città, nelle attese
più grandi,
dove tutto è confine
e spazio,
spazio che sempre
precipita.
Che luce
nella stazione
senza arrivi
e partenze.
Che vento forte
negli occhi
come una corsa
nei vetri e
nell'erba.
Che annunci
che furia sconsacrata
nei sassi
di tutti questi
binari morti.
Tutto quel mare nella notte
e il vento, le onde
scure
in un abbraccio solo.
Tutta quella vertigine
fredda
che chiama e dissolve,
quella poesia
che nessuno mai scrive.