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Nel 1983, in un conservatorio di Gerusalemme, un ragazzo israeliano e una ragazza palestinese si innamorarono inseguendo le note di un duetto mozartiano. Qualcuno, nei piani alti del Mossad, intravide il pericolo. In quanto a candore, c’era stato il precedente di Fatima: se la musica poteva compiere il miracolo, andava piegata al controllo. Corsa ai ripari.

Da laboratori segreti emerse un progetto – chiamato “Coro di Distrazione” – basato su studi di neuro-modulazione: usare la musica per saturare la mente umana, tenerla occupata mentre il potere opera indisturbato.

“La musica è l'arma migliore che abbiamo per la pace e per far capire alle persone che condividiamo tutti la stessa umanità.” (Daniel Barenboim)


MUSICA MAESTRO: portiamo la musica in luoghi chiusi e all'aperto, nelle palestre, nei supermercati, nei cortili, nelle piazze; riempiamo di note le affollate pensiline delle metro e gli ampi spazi degli aeroporti; inondiamo le spiagge dialogando con il vento e il fragore delle acque marine; inerpichiamoci sulle cime montuose più alte a diffondere nell’etere il suono divino.

La storia che echeggiava nei corridoi di laboratori scientifici ultra-ovattati delle capitali occidentali aveva il sapore di una leggenda nera: un racconto che metteva in fila coincidenze, dossier segreti e sentimenti proibiti come fossero pedine su una scacchiera. Tutto ebbe inizio, così si sussurrava, da una rivelazione tanto semplice quanto esplosiva: un ragazzo israeliano e una ragazza palestinese s’erano innamorati. Entrambi studiavano al conservatorio; entrambi, incuranti della politica, erano amanti della musica. Le loro prove insieme, i duetti rubati tra un esercizio e l’altro, divennero per alcuni il simbolo di una possibilità: la musica come ponte capace di scavalcare le frontiere d’odio.

VIVACE: spalancate porte e finestre, lasciate entrare la sinfonia che aleggia nell’aria; accogliam l’allegro suono di bande assieme al vociare di bambini festosi; ad ogni piazza, la sua orchestra; a ogni angolo urbano, un musicista di strada con il proprio armamentario. Ecco una vocazione che non genera disoccupati.

La musica non ha confini, parla direttamente all'anima di ogni essere umano.” (Carlos Santana)

La favola del concerto che placa gli odi dava fastidio a chi aveva interesse a mantenere i confini netti. Anzi, a guadagnare sempre terreno. Fu così che nacquero teorie cospirative: laddove amore e arte potevano pacificare, c’erano mani pronte a ingenerare il contrario. I prestigiatori, si diceva, conoscono l’arte dell’attenzione: distrai mentre compi la magia. Così l’arte dell’inganno si tramutò in disciplina accademica: “ingegneria dell’attenzione”, “saturazione cognitiva”, “indirizzamento ritmico”. Non più estetica, ma progetto politico.

ALLEGRO MA NON TROPPO: basta così poco a riempire di note gioiose la vita della gente c’è chi ha pensato agli allevamenti di bestiame; privi di campanacci, con armonie più raffinate, i ruminanti danno un latte migliore.   

La musica può cambiare il mondo perché può cambiare le persone.” (Bono (U2)

In laboratori asettici, narravano i dossier, tra grafici EEG e registrazioni binaurali, scienziati di dubbia coscienza – notare il pleonasmo – testarono come certe melodie potessero occupare porzioni specifiche del cervello umano, lasciandone altre libere per manovre di influenza. Non si trattava di guarire ma di occupare: musica come intrattenimento che allo stesso tempo anestetizza la capacità critica. A fianco di questa diffusione dolce, si sviluppò la controforza, un movimento che demonizzava l’arte come corruzione e peccato. Dove le note conciliavano, la parola aspra doveva dividere.

ADAGIO: silenzio, è di scena la parola antica.

Tra gli uomini c’è chi compra storie vane per sviare dal sentiero di Allah…” (versetto del Corano)

Per forgiare quest’ultimo polo, i narratori apocrifi indicarono come terreno privilegiato comunità isolate e autorità carismatiche: pastori e villaggi che vivevano al ritmo naturale delle stagioni. Secondo una ricostruzione, certi agenti seppero combinare prediche, antiche paure narrative e moderni strumenti di comunicazione per trasformare il rifiuto dell’arte aliena in forza politica. Così la protesta contro le mode straniere divenne ideologia, e l’ideologia si armò per lottare contro l’invasore. In quella versione della storia, la figura dei Talebani emerse non solo come corpo militante, ma come incarnazione del rifiuto culturale: un movimento nato da tensioni locali subì potenti manipolazioni esterne tali da forgiarlo per infinite battaglie.

FORTISSIMO: diffondiamo la canzone, consumiamo la bellezza.

È qualcosa da cui siamo tutti toccati: non importa da quale cultura veniamo, tutti amiamo la musica”. (Billy Joel)

Parallelamente, la musica addomesticata fu introdotta in ogni ambiente. Si studiavano temi che seducessero la città e la campagna, note confezionate per riempire i vuoti, ritmi cadenzati per momenti particolari: auricolari per tutti, playlist che accompagnavano il lavoro e il viaggio, colonne sonore per la vita quotidiana, programmi per quella notturna. La pirateria favorì la rapida circolazione: niente più barriere, nessuna resistenza alla diffusione. La musica si trasformò in consumo di massa, il consumo diventò norma saturando rumori urbani e voci della natura.

PIÙ LENTO, PIÙ FORTE: il ritmo comanda l’abbattimento delle frontiere.

Pasos firmes, sin temor / avanzamos con honor / firme el pulso, alta voz / ¡juntos somos un solo sol!(Canserbero, alias Tyrone José González Orama)

Il meccanismo era pressoché perfetto, ma la narrazione conduceva a un risvolto oscuro. Le stesse astrazioni ritmiche che intrattenevano le metropoli potevano servire a sincronizzare cuori e passi nella marcia verso l’impeto collettivo. I tamburi di guerra – metafora e minaccia reale non si fermavano davanti a cuffie o streaming: il richiamo primordiale del ritmo coagula la comunità in azione, e l’azione si traduce in violenza. La contraddizione era insanabile: la musica che addormenta la coscienza e la musica che eccita la folla appartenevano alla stessa famiglia di suoni.

IN CODA: ascoltate, sono in corso grandi sconvolgimenti, poi cade l’oblio.

Ogni retorica residua giace attonita per il succedersi dei fatti. (Anonimo veneziano)

I rumori di ieri, tramutati nei ritmi di oggi. Un crescendo nella continuità. Tanto fervore musicale avalla il sospetto. Il martello ha ceduto il posto al tamburo. La fabbrica, all’algoritmo. La cacofonia orchestrata già non copre a sufficienza il frastuono delle armi. L’imposizione cadenzata di suoni è diffusa. E il ritornello chiude senza certezze. Come ogni buona leggenda che pretende verità, lascia poco spazio al dubbio. Forse nulla di tutto ciò è accaduto esattamente come narrato; forse tutto è pura fantasia. Quel che resta tuttavia, nei caffè dove ancora si discute di spartiti e di storia, ne testimonia l’angoscia, la stessa consapevolezza: la melodia più dolce può diventare strumento di distrazione, e la sinfonia più alta può nascondere un ritmo di guerra. I posteri scorreranno i registri, decifreranno i pentagrammi e riconosceranno, tra le note, i tracciati di una volontà che ha scelto la musica non per unire ma per dominare. Nessuno dà vero peso a quello che copre l’inquinamento acustico, nessuno vede immerso nella girandola cacofonica della propria giornata ciò che davvero manca. Nessuno denuncia. In qualsiasi contesto la si esamini l’offerta musicale uscirebbe ammantata di lodi, maggiormente valorizzata, al di sopra di qualsiasi giudizio. Anzi, quale principale antagonista del vuoto mortorio! Il silenzio (rubato) non ha pretendenti né quotazioni. Manca ogni riconoscimento del suo valore. Intanto il tamburo batte, implacabile: un errore di timing, un boato di troppo, ed esplode incontenibile la follia collettiva che nessuna partitura potrà mai poi spiegare.


Pubblicato il 04 agosto 2026