Ho letto Chi è l'autore. Apocrifi, falsi, plagi, negri e fabbriche letterarie di Francesco Varanini. L'ho letto con piacere e con il sottile disagio di chi si riconosce, anche senza essere nominato.
Varanini costruisce un ragionamento lungo e ricco: la letteratura è sempre stata imitazione, pastiche, riscrittura. L'autore puro è un'illusione storica. Dumas aveva settanta collaboratori. Proust affinava lo stile attraverso i pastiches. Borges ci ha mostrato che la Biblioteca di Babele contiene già tutto. Fin qui sono con lui.
Poi arriva la svolta. Chi affida il compito alla macchina elude la fatica e il piacere dello scrivere. La macchina produce simulazioni. La simulazione di cura non è cura.
Anche Dumas, allora, evitava la fatica, verrebbe da dire, con una provocazione. La tensione con tutto quello che Varanini ha appena dimostrato resta aperta, e forse è proprio lì il punto più interessante.
La discriminante non può essere solo lo strumento.
Con quale storia alle spalle
Io uso l'intelligenza artificiale. Lo dichiaro, come ho già scritto (non questa volta, però). La uso per esplorare, per brainstorming, per accelerare un processo che altrimenti richiederebbe più tempo. Sono pigro, fondamentalmente.
Ma ho anche scritto tanto, nella mia vita. Non sono solo uno che "saprebbe scrivere", ho davvero scritto. Dalla tesi in poi, 35 anni fa, tanti anni di pratica alle spalle. la tesi, appunto, e poi relazioni tecniche per Piani Regolatori, documenti divulgativi, saggi, articoli, offerte tecniche, progetti formativi, ho scritto tanto tanto tanto. Quando uso la macchina mi porto dentro il processo tutto quello che ho già scritto, rischiato, fallito, corretto, riscritto. È proprio quella storia che mi permette di riconoscere quando una frase generata è mia e quando non lo è. Quando il testo va nella direzione che voglio, e quando no. Quando funziona o quando suona stonato, vuoto, simulato.
La cura di sé attraverso la scrittura non avviene solo nel momento in cui scrivi. Si accumula, diventa una forma di pensiero che non smetti di avere. La macchina accelera il processo. Ma il processo è mio. Lo sarà sempre.
Dove Varanini ha ragione
C'è però un caso in cui il ragionamento di Varanini tiene pienamente. Ed è quello che mi preoccupa di più.
Il me ventenne, pigro come ero e come sono, se avesse avuto a disposizione la macchina, non avrebbe imparato a scrivere come ho imparato a fare, scrivendo. E' vero. Il rischio della pagina bianca, il fallimento, la fatica: sono il processo attraverso cui si costruisce il giudizio. Senza attraversarlo non si sviluppa il metro con cui riconoscere un testo riuscito. Non si sviluppa la capacità di dire: questa frase è mia, questa no.
E il me ventenne sono potenzialmente tutti i ventenni di oggi. Una generazione che rischia di arrivare all'uso della macchina senza aver costruito la capacità di giudicarla. La differenza non si vede nell'output, ora. Si vedrà tra vent'anni.
Tre casi che non sono lo stesso caso
Il primo è chi ha scritto, e usa la macchina come acceleratore. La cura c'è, si è costruita nel tempo, continua ad esserci. Lo strumento cambia, il processo no. È il mio caso.
Il secondo è chi non ha mai scritto e la usa come protesi: produce output, ma non costruisce nulla dentro di sé. La fatica che manca non è un dettaglio: è il processo attraverso cui si impara a giudicare, a riconoscere, a correggere. Qui la simulazione di cura non è cura. Varanini ha ragione.
Il terzo è chi sta imparando a scrivere e la usa invece di scrivere. Il caso più grave, e il più silenzioso. Non è un giudizio morale: è una preoccupazione concreta. Si impara a scrivere scrivendo, sbagliando, riscrivendo. Non c'è scorciatoia che non costi qualcosa, e quello che costa, di solito, è esattamente ciò che sarebbe servito.
Varanini parla del secondo e del terzo. Io parlo del primo. Ma se parliamo del secondo e del terzo, riconosco una preoccupazione che condivido pienamente.
Siamo sulla stessa Nave. Guardiamo la stessa cosa da posizioni diverse. Mi sembra un buon punto da cui continuare a ragionare insieme.