Go down

In cui si narra di una ciurma improbabile, dell'Ammiragliato LinkedIn, degli incursori Substack, delle mine dell'algoritmo e dei missili dell'intelligenza artificiale generativa.


C'è un momento, nella vita di ogni naufrago digitale, in cui smette di cercare la riva e comincia a cercare una nave.

Non una nave qualsiasi. Non la portaerei dell'influencer con centomila follower e il codice sconto per il corso di personal branding. Non il panfilo del consulente strategico che ha messo "Visionario" nella bio di LinkedIn come se fosse un gruppo sanguigno. No. Il naufrago di cui parliamo cerca una nave che abbia almeno due qualità: che faccia acqua, e che lo sappia.

Quella nave esiste.

Si chiama Stultifera Navis.


I. Dell'equipaggio, ovvero: tassonomia degli imbarcati

La prima cosa che colpisce, salendo a bordo della Stultifera Navis, è che nessuno sa esattamente dove si stia andando. Questo, va detto, non la distingue da nessun'altra impresa umana, ma qui almeno se ne parla.

L'equipaggio è composto da figure che in qualsiasi organigramma aziendale verrebbero classificate sotto la voce "Altro". Ci sono filosofi che hanno letto Heidegger e sanno anche usare Canva. Ci sono copywriter che citano Wittgenstein nei brief e poi si stupiscono che il cliente non approvi. Ci sono data analyst che di notte scrivono sonetti, e poeti che di giorno fanno pivot table. C'è almeno un semiologo che ha provato a spiegare Greimas al proprio capo e non ne è uscito vivo.

La prima cosa che colpisce, salendo a bordo della Stultifera Navis, è che nessuno sa esattamente dove si stia andando

C'è chi è salito a bordo dopo vent'anni di corporate e ha ancora il riflesso condizionato di alzare la mano prima di parlare. C'è chi non ha mai avuto un contratto a tempo indeterminato e considera il precariato una forma avanzata di nomadismo intellettuale. C'è chi ha un dottorato, chi ha un podcast, chi ha entrambi e non sa più quale dei due sia più inutile.

La caratteristica comune, l’unica, forse, è che tutti, in un momento o nell'altro, hanno guardato il panorama della comunicazione contemporanea e hanno detto, a voce alta o mentalmente: ma che è, uno scherzo?

Non era uno scherzo.

Era il futuro.


II. Dell'Ammiragliato LinkedIn, ovvero: la flotta dei profili ottimizzati

La Stultifera Navis naviga in un mare controllato dall'Ammiragliato LinkedIn, che è un po' come la Marina Britannica ai tempi dell'Impero, se la Marina Britannica fosse stata gestita da un algoritmo con un debole per i post motivazionali e le foto in giacca e cravatta davanti a una lavagna.

L'Ammiragliato ha le sue regole. Regole non scritte, che è il tipo peggiore di regole perché nessuno può contestarle e tutti devono intuirle, come l'etichetta a un ricevimento di cui non hai ricevuto l'invito ma al quale devi comunque comportarti bene.

Regola numero uno: il contenuto deve "creare valore". Nessuno sa esattamente cosa significhi creare valore, ma tutti sanno riconoscere un post che non lo crea, e di solito è il tuo.

Regola numero due: bisogna "ingaggiare". Il verbo ingaggiare, che nella lingua italiana aveva una dignitosa carriera nel campo delle trasmissioni meccaniche e degli ingaggi calcistici, è stato rapito dall'Ammiragliato e costretto a significare "fare in modo che qualcuno metta like".

L'engagement è la moneta di bordo. Chi ha engagement mangia. Chi non ha engagement scrive un post sulla resilienza e spera che funzioni.

Si legge engeigment non engagiemant, che quello era degli intellettuali quando eravamo giovani e non è più…

Regola numero tre: l'algoritmo è Dio, e Dio è capriccioso. Un giorno il tuo post raggiunge quattordicimila persone perché hai scritto "Ho pianto al lavoro e questo mi ha reso un leader migliore." Il giorno dopo raggiungi undici persone, di cui tre bot, tua madre, e un recruiter del Kazakistan, perché hai scritto un'analisi ponderata e ben documentata sulla governance dell'intelligenza artificiale.

L'Ammiragliato, va detto, non è cattivo. È soltanto profondamente indifferente, che nei rapporti di potere è peggio. Non ti censura: ti ignora. Non ti punisce: ti invisibilizza. Non ti toglie la nave: ti toglie il mare.

E tuttavia, in questo mare regolato e capriccioso, la Stultifera Navis avanza.

Avanza storta, con le vele rattoppate di citazioni fuori contesto e i cavi tenuti insieme da entusiasmo e ostinazione.

Ma avanza.


III. Degli incursori Substack, ovvero: le operazioni anfibie della parola lunga

Poi ci sono gli incursori.

Sono quelli che, a un certo punto, hanno guardato LinkedIn e hanno detto: qui non c'è abbastanza ossigeno per un pensiero intero. Mi serve un'altra spiaggia. E sono partiti per Substack.

Substack è il teatro operativo della parola lunga. Se LinkedIn è la piazza, o lo speakers’ corner, dove devi gridare la tua idea in otto secondi prima che qualcuno scrolli via, Substack è il sottoscala dove puoi finalmente spiegare cosa intendevi davvero. È la differenza tra un lancio di agenzia stampa e una lettera. Tra un tweet e una confessione.

Gli incursori Substack della Stultifera Navis operano in modalità commando. Si muovono di notte, metaforicamente, anche se diversi di loro scrivono davvero di notte, perché di giorno hanno un lavoro vero che non prevede budget per il pensiero critico. Portano con sé equipaggiamento leggero: una newsletter, un'idea fissa, e la convinzione, eroica, probabilmente illusoria, ma bellissima, che da qualche parte ci sia qualcuno disposto a leggere tremila parole su come l'agentic AI stia ridefinendo il concetto di tacit knowledge nell'organizzazione contemporanea.

E sapete cosa? Quel qualcuno esiste. Sono undici persone, ma sono le undici persone giuste. E quando uno di quei lettori risponde con un commento che dice "Ho riletto tre volte il passaggio su Polanyi, finalmente qualcuno che ne parla", bene, in quel momento il rapporto costo-beneficio di tutta l'operazione diventa improvvisamente favorevole. Non in termini economici, ovviamente. In termini di senso.

Gli incursori non monetizzano. O meglio: monetizzano, ma in una valuta che nessun venture capitalist ha ancora imparato a calcolare. Monetizzano in connessioni improbabili, in idee che tornano dopo mesi, in quella forma di credibilità sotterranea che non si misura in impression ma in "mi ha scritto quel tipo del CNR che pensavo non leggesse nessuno".


IV. Delle mine dell'algoritmo, ovvero: l'arte di saltare in aria con eleganza

Navighiamo, lo sappiamo, in un campo minato.

Le mine dell'algoritmo sono ovunque, e la loro particolarità è che cambiano posizione ogni martedì. Quella che ieri era una rotta sicura, scrivi lungo, metti un link, usa un linguaggio preciso, oggi è diventata una trappola. L'algoritmo ha deciso, nel suo insondabile arbitrio, che i link sono sospetti, che i post devono essere brevi, che le foto funzionano meglio dei testi, che anzi no i testi funzionano meglio delle foto, che in realtà funzionano solo i carousel, che no aspetta funzionano i video, che a pensarci bene forse la cosa migliore è non pubblicare niente e limitarsi a commentare i post degli altri.

Le mine non uccidono. Fanno peggio: tolgono visibilità. Il che, nell'economia dell'attenzione, equivale a togliere l'esistenza.

E allora li vedi, i membri della Stultifera Navis, che sviluppano strategie da sminatori. Studiano i pattern. Incrociano i dati. Si scambiano intelligence nei commenti: "Hai visto? Se pubblichi alle 7:42 del mattino di un martedì dispari, il reach aumenta del 3%." "Sì, ma solo se non metti più di due emoji e il post comincia con una domanda retorica." È una scienza sporca, empirica, vagamente superstiziosa, un po' come la meteorologia prima dei satelliti, quando i contadini guardavano le nuvole e le formiche e prendevano decisioni che funzionavano inspiegabilmente bene.

La differenza è che i contadini, almeno, avevano le formiche.

Noi abbiamo l'analytics di LinkedIn, che è come avere un oracolo che risponde solo in percentuali e che, se gli chiedi "perché il mio post è andato male", ti guarda con aria indecifrabile e dice: impression in calo del 47% rispetto alla media mobile.

Grazie. Illuminante.


V. Dei missili dell'IA generativa (anzi “ia” perché non è DIO), ovvero: il fuoco amico che nessuno aveva ordinato

E poi sono arrivati i missili.

L'intelligenza artificiale generativa è entrata nel panorama della comunicazione come un sistema d'arma di cui nessuno aveva letto il manuale. Improvvisamente, tutti possono scrivere. Tutti possono produrre "contenuti". Un post che prima richiedeva mezz'ora di fatica, tre revisioni e un residuo di coscienza stilistica, adesso si genera in dodici secondi. E si vede, non sempre, ma si vede.

Il mare si è riempito di navi fantasma. Flotte intere di contenuti generati da nessuno, letti da nessuno, commentati da bot che rispondono ad altri bot in un ciclo di engagement simulato che somiglia al paradiso dell'Ammiragliato, o se volete a The Truman Show, e ne è in realtà la parodia perfetta.

Per la ciurma della Stultifera Navis, i missili dell'IA generativa rappresentano un paradosso esistenziale di prim'ordine. Perché la maggior parte di noi non è contro l'IA. Siamo quelli che l'IA la studiano, la usano, ci scrivono libri sopra, ci fanno corsi di formazione, ci costruiscono framework concettuali con nomi improbabili tipo "Sistema Zero" e "Gatto di Turing". Siamo, per usare un termine tecnico, complicati o se preferite una citazione colta: confusi e felici.

Il problema non è lo strumento. Il problema è che lo strumento, nelle mani dell'Ammiragliato, diventa una macchina per produrre rumore a velocità industriale. E il rumore, quando è abbastanza forte, non copre solo il segnale degli altri: copre anche il tuo.

È come se qualcuno avesse regalato un megafono a ogni persona sulla piazza. In teoria, tutti possono farsi sentire. In pratica, nessuno riesce più a sentire nessuno. E quelli che prima parlavano piano, perché il pensiero complesso ha bisogno di un tono basso, adesso devono competere con un muro di suono generato algoritmicamente, un muro che dice cose plausibili in un italiano corretto e completamente privo di anima.

Noi stiamo dall'altra parte del muro. Con la nostra anima ancora attaccata, un po' ammaccata, ma attaccata. E gridiamo. Non per farci sentire dall'Ammiragliato; quello non ascolta. Gridiamo per farci sentire tra di noi.


VI. Del perché navighiamo lo stesso, ovvero: elogio della stultitia consapevole

A questo punto, una persona ragionevole chiederebbe: ma perché?

Perché continuare a navigare su una nave che fa acqua, in un mare pieno di mine, sotto il tiro dei missili, ignorati dall'Ammiragliato, letti da undici persone e mezzo (la mezza è quel collega che mette like senza leggere, lo sappiamo tutti, va bene lo stesso)?

La risposta è semplice, e come tutte le risposte semplici è quasi impossibile da spiegare.

Navighiamo perché la nave è il pensiero. Il mare è il disordine del mondo. Le mine sono i vincoli. I missili sono le trasformazioni. E noi, noi siamo quelli che, dentro tutto questo, continuano a cercare le parole giuste. Non le parole veloci. Non le parole furbe. Non le parole che l'algoritmo premia e il mercato compra. Le parole giuste, quelle che, quando le trovi, producono quel piccolo clic silenzioso nella testa del lettore, quel momento in cui qualcuno dice "ecco, questo è esattamente quello che pensavo ma non sapevo dire".

La Stultifera Navis non è una community. È un equipaggio. La differenza è che una community ha una value proposition; un equipaggio ha una rotta, anche quando non sa dove porta.

La nostra stultitia non è ignoranza. È il rifiuto ostinato di far finta che il mare sia calmo quando non lo è. È l'insistenza nel dire cose complesse in un mondo che premia la semplificazione. È la testardaggine di chi scrive tremila parole quando l'algoritmo ne vuole trecento, di chi cita Foucault in un ecosistema che preferisce i bullet point, di chi continua a credere che il pensiero lungo sia una forma di resistenza e non un difetto di formattazione.

Siamo i matti della nave. Ma la nave va.

E il mare, per quanto pieno di guai, è ancora, nonostante tutto, nonostante le mine, nonostante i missili, nonostante l'Ammiragliato e le sue regole invisibili, il posto più bello in cui perdersi per provare a capire dove siamo.

Dedicato a tutti i membri della Stultifera Navis. Quelli che leggono, quelli che scrivono, e quelli che fanno entrambe le cose quando dovrebbero dormire.


Pubblicato il 13 marzo 2026

Bernardo Lecci

Bernardo Lecci / Digital Transformation & Strategy Director, AI Advisor | Marketing Innovation, Change Management & Brand Evolution