Premessa
Questo mini-saggio trae origine dalla lettura dell’ultimo libro di Eva Illouz: Tecnologie emotive – Come il tecnocapitalismo sfrutta la nostra soggettività. Il libro esamina i modi in cui le emozioni sono continuamente consumate e prodotte dalla tecnologia e attraverso la tecnologia. Dice Illouz: “stiamo assistendo a un’inedita emozionalizzazione della tecnologia perché le emozioni sono state e continueranno a essere la materia prima estratta dalla tecnologia per generare profitto”. Lo strumento per farlo è riconducibile alle tante metriche che popolano oggi le piattaforme social e non solo. Metriche come MiPiace (Likes), emoji[1], emoticon, e innumerevoli altre che vengono usate per estrarre valore dal Sé e poi da esso stesso consumato, contribuendo a dare forma a un Sé tecnocapitalista capace di sfruttare le emozioni mercificandole, impregnandole di linguaggi economistici e legati a modelli di business e di profitto. Il secondo spunto per questo testo nasce dalla scelta da me fatta come co-fondatore del progetto della STULTIFERANAVIS, un progetto che si presenta sul Web senza immagini, senza metriche, senza commenti e senza interazioni binarie, senza metriche emotive. Una scelta quasi ascetica, condivisa con Francesco Varanini, sicuramente radicale, alternativa, di testimonianza che un’altra tecnologia è possibile, che non è necessario conformarsi e omologarsi, che è ancora possibile de-coincidere.
STULTIFERANAVIS, un progetto che si presenta sul Web senza immagini, senza metriche, senza commenti e senza interazioni binarie, senza metriche emotive.
Anatomia di un like
Quando premi il pulsante Mi piace sotto un post, un articolo, un comunicato, cosa accade esattamente? A livello fenomenologico, l'esperienza è quasi istantanea. Vedi un'immagine o leggi un testo, senti emergere immediata una risposta emotiva (di apprezzamento, di solidarietà, di identificazione), e traduci quella risposta in un semplice e rapido gesto binario, che si esplicita in un tocco o in un click. Il sistema, l’algoritmo, la piattaforma registrano la tua azione, facendo incrementare un contatore personalizzato che ti riguarda e che porta un algoritmo a elaborare e inviare una notifica, e possibilmente a mostrare contenuti simili in futuro.
Quel singolo gesto, tocco, click, non è relegabile alla semplicità e rapidità con cui si esprime e manifesta, maschera in realtà una complessità maggiore che va attentamente compresa e analizzata per i tanti processi che un semplice gesto è in grado di scatenare.
Primo elemento di riflessione è ciò che può essere chiamato discretizzazione. Un’emozione complessa, sfumata, ambivalente viene ridotta a una scelta binaria (MiPiace o NonMiPiace), a un set (pre)definito di opzioni come quelle che Facebook chiama reactions: Like, Love, Care, Haha. Wow, Sad e Angry.
Secondo elemento è l’attivazione su ogni gesto di un meccanismo estrattivo che lo trasforma in dato, come tale passibile di essere registrato, aggregato, analizzato. Da quel momento il dato non è più di proprietà dell’autore del gesto, ma diventa proprietà della piattaforma e dell’algoritmo che lo useranno per profilare, per predire eventi, per personalizzare, per influenzare, anche per manipolare.
Il terzo elemento è l’imposizione di una forma di disciplina che si manifesta in forma di omologazione adattativa. A fronte di una scelta emotiva il sistema mostra che la scelta non è solitaria ma condivisa da tanti. Il loro numero influenza in modo retroattivo, perché se un post ha tanti MiPiace aumenta la probabilità che altri facciano la stessa scelta, se invece ne ha pochi lo si ignori. In pratica la metrica non si limita a registrare il comportamento ma lo modella.
Il quarto elemento è che dietro ogni gesto online, ogni MiPiace c’è del lavoro svolto da chi il MiPiace ha espresso, per di più non pagato. Con la presenza online, con le azioni e i gesti con cui si sta sulle piattaforme, con le relazioni che si coltivano, ecc. non si fa altro che produrre valore per le piattaforme. Le persone stesse si trasformano in prodotto e merce.
Il quinto elemento su cui riflettere è che ogni gesto, ogni comportamento trasforma noi umani in entità computazionali, inserite in un contesto nel quale le macchine apprendono dalle nostre emozioni, reazioni affettive, comportamenti e azioni. Ogni MiPiace non esprime solo una semplice emozione, sta addestrando una macchina a prevedere e a predire le emozioni future, rendendole calcolabili, elementi computazionali, riconoscibili, misurabili, al servizio e soggette alla macchina-IA.
le metriche digitali non sono strumenti neutri per esprimere emozioni preesistenti. Sono dispositivi nel senso foucaultiano, ossia apparati che producono, disciplinano, estraggono e valorizzano una forma specifica di affettività.
Con questa riflessione in forma di mini-saggio voglio provare a sostenere che le metriche digitali (likes, GIF, sticker, reactions, cuori, stelline) non sono strumenti neutri per esprimere emozioni preesistenti. Sono dispositivi nel senso foucaultiano, ossia apparati che producono, disciplinano, estraggono e valorizzano una forma specifica di affettività. Hanno trasformato le emozioni da fenomeni intersoggettivi complessi in dati computabili. Nel farlo hanno alterato profondamente la struttura stessa della vita emotiva contemporanea. La tesi centrale su cui intendo soffermarmi è che siamo di fronte a una forma di reificazione affettiva. Le emozioni, ridotte a metriche quantificabili, diventano cose, oggetti da contare, comparare, calcolare, ottimizzare, vendere. E questa reificazione non è un effetto collaterale indesiderato delle piattaforme digitali. È diventata la loro funzione primaria.
Il saggio non contiene solo una analisi critica, ma sostiene la possibilità di alternative e lo fa parlando del progetto della STULTIFERANAVIS, come luogo senza metriche e senza algoritmi, anche per evitare di rendere computabili e misurabili le emozioni-
Facciamo un po’ di storia: dal "poke" al "like"
Per comprendere come siamo arrivati all'attuale regime metrico delle emozioni, è utile una breve genealogia. C’erano una volta i Forum online e i Bulletin Board Systems (1980-1990) con interazioni emotive tutte testuali e senza metriche, poi arrivarono (anni ’90) le cosiddette emoticon testuali nella forma di ( :-) ;-) :-( ) che introducevano una prima forma di codifica emotiva. Non venivano ancora contate, trasformate in dati da aggregare e analizzare, ma erano già una prima forma di discretizzazione dell’universo emotivo, che veniva ridotto a un set definito di simboli, selezionabili da menu predefiniti secondo una logica da database.
Verso la fine degli anni ’90 Amazon (1995) ed eBay (1995) introducono il rating quantitativo in forma di stelline e punteggi numerici. Per la prima volta un’esperienza soggettiva viene quantificata, tradotta in un numero che può così essere aggregato e visualizzato come ogni altra metrica, con finalità esclusivamente economiche, un modo dichiarato di facilitare le transazioni eliminando le incertezze.
Nel 2004 arriva il poke di Facebook, un gesto digitale senza una semantica chiara, dall’ambiguità intenzionale, non ancora una metrica, ma che prepara il terreno a gesti emotivi che possano essere standardizzati e monitorati. Il bottone Like/MiPiace, viene introdotto da Facebook nel 2009 e cambia in modo significativo l’esperienza online, anche se al suo apparire sembra qualcosa di divertente e assolutamente innocente. In realtà il Like è una rivoluzione, un dispositivo tecno-emotivo che infonde affettività nella tecnologia, riduce la soglia di partecipazione, basta un click, crea una metrica pubblica con MiPiace contati e mostrati per provocare reazioni e permettere la quantificazione del valore individuale e sociale, genera grandi quantità di dati utilizzabili per la profilazione e il targeting pubblicitario.
Nel 2016 Facebook introduce quelle che chiama reaction (Like, Love, Care, Haha, Wow, Sad, Angry) in grado di offrire una maggiore granularità emotiva, ma in realtà una scelta calcolata per consolidare il modello metrico codificando definitivamente, con un approccio riduzionistico, un set finito, predefinito e computabile di emozioni.
Oggi, le metriche affettive sono ovunque. Ci sono cuori su Instagram, retweet su X/Twitter, clap su Medium, upvotes/downvotes su Reddit, emoji reactions su Slack, LinkedIn reactions, YouTube thumbs up/down. Non esiste praticamente piattaforma sociale o collaborativa senza metriche affettive. Siamo passati da un'ecologia comunicativa in cui le emozioni erano articolate discorsivamente a una in cui sono sistematicamente quantificate.
Le metriche come interfaccia per emozioni computabili
Le emozioni umane sono fenomenologicamente parlando continue e complesse. La costellazione emotiva che ci caratterizza come umani è irriducibile a una singola categoria. Le metriche digitali, per loro natura, operano invece attraverso la discretizzazione[2] nel tentativo di ridurre il continuum emotivo a un set finito di opzioni. Questa discretizzazione non è tecnicamente necessaria. Si potrebbero immaginare interfacce che permettano espressioni emotive più complesse. Ma la discretizzazione serve funzioni specifiche quali la computabilità, la velocità (dipendente dalla binarietà della scelta), la standardizzazione (un unico vocabolario emotivo per tutti)
Sulle piattaforme digitali le metriche non si limitano a catturare emozioni preesistenti ma le costituiscono con la pretesa di poterle catturare creando emulazione, omologazione e comportamenti ripetitivi, coincidenti e conformi. Queste metriche operano secondo logiche binarie, anche in presenza di opzioni multiple, ma le emozioni umane sono raramente binarie. Sono spesso ambivalenti, contraddittorie, sfumate. La binarizzazione delle metriche impone una performatività emotiva[3] semplificata che obbliga a scegliere se approvare o no, a essere d'accordo o no. Obbligati a scegliere si finisce per favorire la polarizzazione e far sparire la zona grigia dell’ambivalenza, a cancellarne il suo valore, la sua forza di attrito.
Come ha raccontato Shoshana Zuboff, in The Age of Surveillance Capitalism, le piattaforme digitali operano attraverso l'estrazione di surplus comportamentale[4], dati sul comportamento degli utenti che vanno oltre ciò che è necessario per fornire il servizio, e che vengono trasformati in prodotti predittivi venduti ad altri. Le metriche affettive sono una forma particolarmente preziosa di surplus comportamentale. Ogni like, ogni reaction, ogni emoji non solo indica una preferenza, ma rivela stati emotivi, relazioni sociali, vulnerabilità personali e predicibilità. Lo ha ben testimoniato quanto è emerso con il caso Cambridge Analytica (2018) rivelando come i dati dei likes di Facebook potessero essere usati per costruire profili psicologici dettagliati. Le metriche affettive, aggregate e poi analizzate, sono finestre sulla psiche. Questa conoscenza regalata alle piattaforme è asimmetrica. Le piattaforme sanno, gli utenti no, gli utenti esprimono emozioni singole, le piattaforme vedono pattern aggregati che rivelano strutture psicologiche profonde.
La trasformazione delle emozioni in dati è coltivata ad arte per alimentare l’economia delle piattaforme secondo modelli pensati per generare valore per la piattaforma, per far lavorare gratis, senza compenso, chi la usa e per generare prodotti e merci (gli stessi utenti) che possano essere venduti, regalando spesso non soltanto il proprio tempo e la propria attenzione, ma anche dati personali, a volte anche attraverso piattaforme per il cui utilizzo si è stati costretti a pagare una iscrizione. L’economia delle emozioni ha generato un valore senza precedenti facendo in modo, grazie alle metriche, che le diverse logiche del tecnocapitalismo si applichino nel soggetto, modellandolo dall’interno.
Le metriche non solo estraggono valore, disciplinano il comportamento. Michel Foucault ha mostrato come il potere moderno operi non solo attraverso repressione ma attraverso produzione di soggettività. Le metriche sono dispositivi disciplinari[5] perfetti. Il meccanismo è semplice ma potente: le metriche sono visibili. Vedi quanti likes ha il tuo post. Vedi quanti ne hanno i post degli altri. Questo crea l’esercizio della comparazione continua, l’ansia da prestazione, la ricerca dell’ottimizzazione. Con il risultato di essere complici del proprio essere manipolati e sorvegliati. Il soggetto neoliberale anzi è ormai passato da essere sorvegliato esternamente (società disciplinare di Foucault) a essere auto-sorvegliante di sé stesso (società della prestazione), complice della propria prigionia. Il soggetto è sempre più un imprenditore di sé stesso, che si auto-sfrutta credendo di auto-realizzarsi. Simile è la situazione con la cultura dell’auto-aiuto che coinvolge moltitudini di persone nella pratica di tecniche per modella e produrre un Sé migliorato, che viene consumato nello stesso momento in cui viene prodotto. Ci auto-sorvegliamo e ci auto-aiutiamo, ma in realtà siamo complici del capitalismo che estrae valore dal nostro Sé trattato come prodotto e merce.
Le metriche affettive sono strumenti funzionali e perfetti di questa auto-sorveglianza. Non c'è bisogno che la piattaforma ti dica che devi essere più emotivo o che devi generare più engagement. Le metriche lo suggeriscono implicitamente, continuamente. E l’utente internalizza questo imperativo. Il risultato è che non esprimi più ciò che senti. Esprimi ciò che performa bene metricamente. La gestione emotiva diventa calcolo strategico.
Le metriche hanno un pregiudizio strutturale verso la positività. La maggior parte delle piattaforme offre solo bottoni per reazioni positive (like, love, celebrate) o, quando includono anche quelle negative (sad, angry), sono minoritarie e socialmente stigmatizzate. Un primo effetto conseguente si manifesta in una tirannia nella quale le emozioni negative vengono represse o mascherate, la performance di felicità diventa obbligatoria, la sofferenza genuina diventa invisibile o patologizzata.
L’effetto collaterale nasce da promesse di connessione, riconoscimento, affetto, che in realtà si traducono in maggiore ansia, inadeguatezza, incertezza, alienazione, reificazione, perdita di senso, tecnicizzazione della vita umana e perdita dell’esperienza incarnata con il mondo. Poi ci sono gli effetti sulle persone e sulla loro esperienza emotiva che sta svanendo, dentro un mondo disincantato che si trovano ad abitare reincantandolo attraverso smile, algoritmi magici, avatar, ecc. Sono persone che si sentono obbligate a gestire le loro emozioni per produrre stati emotivi utilitaristici, strumentali, appropriati per compiacere gli altri o per produrre in loro una reazione emotiva desiderata. Anche questo è un lavoro che richiede tempo, energia cognitiva e gestione della propria auto-rappresentazione applicata alle emozioni. Un lavoro raramente pagato, certamente utile per gli influencer che hanno capito bene come usarlo per vantaggi economici concreti.
Sul rapporto uomo-macchina ci sono teorie contrastanti. Una sostiene che l’umano non è un essere calcolabile, compitabile, tantomeno lo possono essere le sue emozioni. Altre, come quella dell’affecting computing[6], elaborata all’interno del MIT da Rosalind Picard, sostiene che le emozioni sono semplici pattern computabili attraverso l’analisi delle espressioni facciali, del tono di voce, delle strutture e forme di linguaggio usati, dei dati biometrici e del comportamento online. Ne deriva l’opinione che gli algoritmi possano inferire gli stati emotivi e rispondere in modo appropriato.
Questa teoria ha molti detrattori soprattutto per il riduzionismo macchinico che la caratterizza. Le emozioni non sono categorie naturali che si esprimono con espressioni facciali universali. Sono costruzioni culturalmente situate. I sistemi per il riconoscimento delle emozioni sono intrinsecamente problematici, essendo dominati da pregiudizi razziali, incapaci di comprendere il contesto e condizionati dall’assumere un determinismo biologico. Pur essendo problematici vengono usati per finalità di sorveglianza ma, la cosa veramente grave, è che i dati raccolti attraverso le metriche affettive servono come banche dati per formare le macchine all’affecting computing. Il risultato è sempre l’emarginazione delle emozioni reali che sono per definizione complesse, ambivalenti, non categorizzabili.
LinkedIn e la mercificazione delle emozioni professionali
Quanto raccontato fin qui vale per tutte le piattaforme social che hanno implementato una “nuova economia dell’attenzione nella quale le emozioni giocano un ruolo centrale” e la viralità che vi si esperimenta è una “forma di trasporto pubblico di energia emotiva che rende le emozioni contagiose”. Vale anche per una piattaforma professionale come Linkedin e che prendo come esempio essendo l'unica piattaforma che frequento e che abito da 23 anni. L’interesse per Linkedin nasce dal fatto che, operando in ambiti professionali, ritenuti a torto come legati a una sfera razionale e non emotiva, può risultare più interessante analizzare come la piattaforma si sia evoluta nel tempo e oggi abbia imparato a usare le emozioni in modo sistematico, dentro reti di contatto e attività di networking professionale.
LinkedIn è cambiato radicalmente nel 2016 introducendo reazioni analoghe a quelle di Facebook (Like, Celebrate, Love, Insightful, Curious - successivamente modificate). Questa mossa ha trasformato radicalmente la piattaforma. Prima di questo cambiamento, LinkedIn era prevalentemente uno spazio per cercare e offrire lavoro, per costruire reti di contatto e fare networking professionale finalizzato al lavoro o alla carriera professionale. Con l'introduzione delle metriche affettive e dell'algoritmo di feed (che premia l’engagement), LinkedIn è diventato un teatro di performance emotiva professionale. Ora gli utenti condividono esperienze lavorative, positive o fallimenti, si confessano, agiscono sull’empatia, anche attraverso contenuti emozionali. Ogni post è calibrato per massimizzare le reazioni e per orientare come esse si manifestano e vengono raccontate (meglio celebrare successi e anniversari che parlare di fallimenti ad esempio?
Con l’adozione e la gestione sistematica di queste metriche, fatta dai suoi algoritmi, Linkedin ha finito per generare una situazione paradossale. Il suo storytelling centrato sulla scelta di premiare l’autenticità individuale, ma questa autenticità viene sollecitata a diventare una prestazione non necessariamente autentica, al fine di un avanzamento di carriera o della ricerca di un nuovo posto di lavoro. Ne deriva quella che Ervin Goffman ha definito “cynical performance[7]”, esercitata da individui (attori, profili) che sanno di stare recitando ma che comunque recitano perché è così che va fatto, perché è funzionale.
Linkedin non sfugge a quello che sopra abbiamo definito lavoro gratuito e non pagato, fatto da chi abita la piattaforma. Su Linkedin il lavoro è un’attività aspirazionale, fatto nella speranza di un futuro riconoscimento e di opportunità, venduto dalla piattaforma come personal branding e accettato da moltitudini di persone, perché percepito come collegato alla maggiore visibilità, a coltivare la propria rete di contatti. È un lavoro regalato, dentro un sistema di metriche emotive sociali e professionali (le emozioni come asset), che diventa il vero capitale per Linkedin, non necessariamente per l’individuo.
L'algoritmo di LinkedIn è ottimizzato per l’engagement. E quali contenuti generano engagement? Quelli che evocano emozioni forti come ispirazione, indignazione, commozione. Il risultato è un feed, il flusso dei post che animano la parte centrale della pagina di Linkedin, che è diventato progressivamente più emotivo, più personale, meno informativo. LinkedIn da professionale è diventato confessionale. Ma è una confessionalità strumentale perché ogni rivelazione personale è calcolata per un ROI (ritorno sull’investimento) metrico. Per chi sta su Linkedin, nel suo sforzo continuo di adeguarsi a queste metriche, il rischio è di manifestare varie patologie come ansia da confronto, la fatica emotiva, il burnout da personal branding, la sindrome dell’impostore. Sarebbe opportuno invece riflettere sul fatto che le carriere prodotte da Linkedin vengono prodotte secondo logiche che privilegiano performance emotiva, marketing di sé e quantificazione soggetta alle metriche del valore umano.
Le patologie nascono dalle false promesse e dai tradimenti vissuti sulle piattaforme cosiddette social. Promettono connessione vendendo le metriche affettive come strumenti per facilitare questa connessione, ma la realtà fenomenologica è spesso opposta, una costante disillusione che si traduce in alienazione, maggiore solitudine, malessere emotivo, ansia e depressione.
Il problema fondamentale è che le metriche trasformano le relazioni in transazioni. Mentre le relazioni genuine sono estese nel tempo con una loro storia e un potenziale futuro, sono asimmetriche ma reciproche, qualitativamente ricche e intrinsecamente valorizzate, una transazione metrica, anche in forma relazionale, è sempre istantanea, simmetrica e contabile o contabilizzata, qualitativamente povera e valorizzata in modo strumentale. Quando le relazioni sono mediate da metriche, tendono ad assumere la struttura delle transazioni. E le transazioni, per quanto numerose, non generano il tipo di intimità e riconoscimento che gli esseri umani cercano. Le metriche escludono amicizia e amore, diritti e solidarietà, operano in una sfera, che potremmo chiamare riconoscimento quantificato. Non si è riconosciuti per chi si è (amore), né per i propri diritti (legge), né per il contributo qualitativo (solidarietà), ma per quanti likes si riesce a ottenere. Ciò che ne deriva è una forma di riconoscimento reciproco che è semplicemente comparativo, volatile, manipolabile ed esterno. Una conclusione che molti possono testimoniare è l’esperienza di nuove forme di solitudine, come ha ben raccontato nel 2011 Sherry Turkle (Alone Together).
Si è connessi ma sempre più soli
Il caso Stultifera Navis: un’alternativa senza metriche
Di fronte al regime metrico delle emozioni e non solo, sono emerse nel tempo varie forme di resistenza. Si sono espresse e si esprimono con la fuga (Exit) e l’abbandono delle piattaforme, con la critica dall’interno, cercando di evitare i controlli dell’algoritmo, con la manipolazione delle metriche (Hacking ) o costruendo progetti alternativi. In quest’ultima categoria si inserisce il progetto Stultifera Navis (www.stultiferanavis.it) un progetto di piattaforma digitale che opera, per qualcuno in modo ascetico, anche nel design minimalista adottato, attraverso tre abolizioni radicali:
- No alle metriche: nessun like/MiPiace, nessun contatore, nessuna metrica quantificabile di ingaggio
- No alle immagini: solo testo, con l’eccezione di immagini funzionali alla comprensione del testo stesso
- No ai commenti: il lettore legge e se la lettura genera una riflessione può essere condivisa scrivendo e pubblicando sulla nave
La scelta è radicale, alternativa, fatta per rimuovere sistematicamente tutto ciò che nelle piattaforme mainstream genera dipendenza, ansia, performance emotiva.
L’assenza di metriche rimuove la comparazione quantitativa del valore, l'ansia da prestazione, l'incentivo a ottimizzare i contenuti per avere un ingaggio maggiore, la possibilità di estrazione di surplus comportamentale emotivo. Gli autori scrivono senza sapere quanti leggono, quanto piace e a chi piace il loro contenuto. Questo li libera dalla tirannia della metrica e permette loro di scrivere secondo criteri di qualità e autenticità, di sentirsi non influenzati da feedback quantitativi immediati.
L’assenza di immagini, solitamente usate per catturare l’attenzione e comunicare uno stato, emozioni, identità, ecc., rallenta la fruizione (leggere richiede tempo), privilegia il contenuto concettuale sul contenuto affettivo-immediato, rimuove uno dei principali meccanismi di performance identitaria
L’assenza di commenti è una scelta determinata dalla volontà di evitare fonti di conflitto, la brutalità del linguaggio che tanto caratterizza la comunicazione social dei nostri giorni, l’autoreferenzialità e tossicità, di evitare meccanismi di performance per i commentatori, di distrarre dal contenuto principale. Senza commenti si preserva lo spazio testuale dall'inquinamento, si rimuove l'incentivo a commentare in cerca di visibilità, si forza chi vuole rispondere a farlo altrove (propri blog, altri spazi, partecipando come Autore al progetto della nave), in modo più riflessivo.
Ne deriva una estetica della sottrazione[8] che ricerca l’essenziale del less is more, privilegia nella comunicazione web della nave non l’aggiunta di nuove funzionalità, ma la loro sottrazione, il vuoto come spazio attivo. Un approccio contro-intuitivo che fa del meno un valore aggiunto, uno slogan della Stultiferanavis. Un meno come unico modo per preservare spazi di autenticità non contaminati dalla logica metrica. La scelta della sottrazione è contro il surplus comportamentale del capitalismo della sorveglianza sempre più bulimico nella sua fame di dati. Sottrarre è una pratica di invisibilità, significa togliere materia prima agli algoritmi oppure fornirne di diversa, fatta di conoscenze e meno di informazione. La sottrazione si applica anche all’affecting computing praticando il valore della imperscrutabilità, del silenzio, del non-detto e rifiutando di lasciarsi tradurre in dati. Una estetica sottrattiva va contro la performatività emotiva e cinica. Invita a smettere di mettersi in scena e di sposare la sobrietà. L’autenticità del gesto minimo, la rinuncia alla machera sociale. Infine, sottrarre è anche una risposta al dispositivo disciplinare di Foucault. Senza metriche attive ci si sottrae allo sguardo non desiderato, si diventa più invisibili e meno categorizzabili, che poi è un modo per sfuggire alla disciplina
Il riferimento del progetto stultifero a Sebastian Brant (Das Narrenschiff, 1494) non è casuale. Come la nave dei folli medievale separava i folli dalla società sana, Stultifera Navis si separa volontariamente dalla sanità apparente del mainstream digitale, che in realtà è patologia mascherata da normalità. Per alcuni le scelte di questo tipo possono apparire elitarie, per pochi intellettuali forse anche tecnofobi, in realtà rispondono a bisogni reali, al disincanto tecnologico di molti, alla stanchezza cognitiva dovuta al surplus informativo, alla voglia di scappare dalla sofferenza dopaminica determinata dalle piattaforme.
Considerando i comportamenti massificati di moltitudini di persone una nave che si presenta come una comunità fa pensare a spazi marginali abitati da poche persone, in realtà la nave sta facendo da attrattore e da falò digitale, entrambi potenti (mtafore) strumenti per rafforzare masse crescenti di persone che si mettono insieme per dare forza alle loro idee e visioni alternative.
Un progetto che rifiuta i modelli economici delle attuali piattaforme digitali può essere percepito una follia, una percezione perfetta per un progetto che si chiama La nave dei folli, The ship of fools, Nef des fous, Nave de los necios. Come potrà mai sostenersi economicamente un progetto che non prevede alcuna estrazione di dati e senza pubblicità? Ma proprio qui sta la forza del progetto della nave. La Stultiferanavis nasce come progetto senza alcuna finalità di guadagno, come un dono, un gesto di generosità.
Stultifera Navis non aspira a essere mainstream, anche se in realtà sembra esserlo diventata. Forse aspira solo a essere la prova che le alternative sono possibili, che si può comunicare online senza metriche, senza immagini, senza commenti, che questa comunicazione può essere più ricca, più autentica, più liberatoria proprio grazie a queste sottrazioni. In un'epoca in cui il regime metrico è totalizzante, anche solo esistere come piattaforma non-metrica è un atto politico, è la testimonianza che un altro mo(n)do è possibile. Questo mondo, uno spazio online, oggi esiste e può essere abitato da tutti, anche solo temporaneamente. Quando poi torneranno alle loro piattaforme le guarderanno con occhi diversi, guarderanno alle loro metriche non più come naturali ma come scelte di design, che potrebbero essere altrimenti, potrebbero anche non esserci, cominciare a pensare che altri spazi alternativi possano esistere e possano anche essere frequentati e abitati.
Alcune considerazioni finali
Cuesto mini-saggio ho provato a mostrare come le metriche digitali abbiano trasformato profondamente la vita emotiva contemporanea, operando simultaneamente come interfacce (che discretizzano affetti), sistemi di estrazione (che valorizzano surplus emotivo), dispositivi disciplinari (che inducono auto-ottimizzazione), forme di lavoro (emotional labor[9] non pagato), e macchine computazionali (che processano affetti come dati). Il regime metrico è totalizzante, è presente in tutte le principali piattaforme, tocca tutti gli aspetti della socialità, tutti i tipi di emozioni. Ma non è totale. Persistono spazi di resistenza come conversazioni faccia-a-faccia, lettere scritte a mano, piattaforme sperimentali come Stultifera Navis, pratiche di disintossicazione digitale. Questi spazi sono marginali ma significativi, testimoniano che alternative sono possibili.
Il futuro non è ancora scritto ma può essere scritto per scenari diversi da quelli che oggi sembrano andare verso una intensificazione, pervasività e sofisticazione delle metriche emotive, oggi anche con il sostegno di tecnologie IA capaci di massimizzare specifiche risposte emotive rispetto ad altre. Il futuro ci potrebbe riservare regolamentazioni pensate per imporre limiti estrattivi, regolamenti sulla trasparenza algoritmica, divieti, difesa dei diritti degli utenti e audit indipendenti sugli effetti psicologici delle metriche. Più facile e realistico prevedere che il futuro veda la coesistenza di ecosistemi diversi, piattaforme mainstream con metriche e piattaforme alternative non-metriche, spazi ibridi con metriche opzionali. Poi starà a ogni persona operare una scelta, se ne avrà la capacità cognitiva, la volontà e la forza.
Qualunque possa essere lo scenario futuro emergente, tutti oggi sono chiamati a riflettere criticamente su come e quanto ci sentiamo coinvolti a livello emozionale sulle piattaforme e dalle tecnologie che abitiamo. A livello individuale siamo chiamati alla consapevolezza di quanto e come le metriche influenzino il nostro comportamento emotivo, a introdurre deliberatamente frizioni che portino lontano da APP, smartphone e piattaforme, a educare noi stessi e altri su come funzionano algoritmi e metriche, a scegliere consapevolmente quali piattaforme usare e quali evitare. A livello collettivo possiamo chiedere e sostenere iniziative volte a creare una regolamentazione di trasparenza algoritmica, diritti sui nostri dati, protezioni anti-manipolazione, a costruire e sostenere (anche economicamente) piattaforme alternative, a mantenere vivo il dibattito critico su questi temi e a integrare media literacy[10] (inclusa emotional/affective literacy) nell'educazione formale.
Tutto questo andrebbe fatto anche nella convinzione della irriducibilità dell’affetto. Le emozioni umane sono irriducibili a metriche. Possiamo quantificare manifestazioni, comportamenti, correlati, ma l'esperienza emotiva nella sua totalità, la sua qualità fenomenologica, la sua complessità ambivalente, il suo radicamento corporeo, eccede qualsiasi sistema di quantificazione.
Le metriche digitali non catturano emozioni, ne creano solo versioni semplificate, standardizzate, estrattive. Nel farlo, atrofizzano la nostra capacità di esperire e articolare la ricchezza emotiva che ci costituisce come esseri umani.
Resistere alla volontà di potenza oggi espressa dalla tecnologia, con le sue metriche algoritmiche, non è una scelta nostalgica con lo sguardo voto a un passato predigitale. È scegliere di lottare per preservare e coltivare forme di affettività che non passano attraverso la griglia della quantificazione. È insistere sull’esistenza di alternative possibili con tecnologie digitali che servono la vita emotiva invece di estrarla, che facilitano connessioni invece di mercificarle, che rispettano l'irriducibilità dell'esperienza umana invece di impoverirla. In questo senso, progetti come Stultifera Navis non sono soluzioni universali. Sono esperimenti locali di modi diversi di essere-con-altri digitalmente. Sono testimonianze che l'attuale configurazione non è inevitabile. Sono inviti a immaginare e costruire alternative e/a federarsi con altri che hanno adottato approcci simili e agiscono per costruire e dare forma ad alternative.
Bibliografia
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Note
[1] Gli emoji o pittogrammi codificano, visualizzazno e standardizzano un insieme di emozioni di base e le integrano nella comunicazione scritta.
[2] La discretizzazione è il processo di trasformazione di modelli, segnali o equazioni matematiche continue (definite su numeri reali) in controparti discrete (insiemi finiti o numerabili), essenziale per l'analisi numerica e l'elaborazione digitale. Consiste nel campionamento temporale e, spesso, nella quantizzazione dell'ampiezza per simulare sistemi fisici via calcolatore.
[3] La performatività emotiva descrive la tendenza a "mettere in scena" o esibire pubblicamente le proprie emozioni (come il dolore, la gioia o la vulnerabilità) per ottenere una reazione, validazione sociale o per costruire un'identità digitale specifica
[4] Il surplus comportamentale (o behavioral surplus) è il concetto cardine del "capitalismo della sorveglianza", termine coniato dalla sociologa Shoshana Zuboff nel suo saggio del 2019. In sintesi, rappresenta l'insieme dei dati estratti dalle nostre attività digitali che eccedono quanto strettamente necessario per il funzionamento di un servizio.
[5] In Michel Foucault, un dispositivo disciplinare è un insieme eterogeneo di elementi (discorsi, istituzioni, leggi, misure amministrative, enunciati scientifici) che hanno come obiettivo strategico il controllo, la direzione e la gestione delle condotte umane. Questo concetto è centrale nella sua analisi del potere moderno, descritta in particolare nel saggio Sorvegliare e punire (1975), dove Foucault esplora come il potere non si limiti a reprimere, ma agisca attivamente per "fabbricare" individui utili e sottomessi.
[6] L'Affective Computing (in italiano Informatica Affettiva) è un ambito di ricerca interdisciplinare che si occupa di sviluppare sistemi e dispositivi in grado di riconoscere, interpretare, elaborare e simulare le emozioni umane. Il termine è stato coniato da Rosalind Picard (ricercatrice del MIT) nel 1995. L'idea di fondo è che, per rendere l'interazione uomo-macchina davvero naturale e intelligente, il computer non deve solo elaborare dati logici, ma deve anche essere capace di "capire" come si sente l'utente.
[7] cynical performance (o "performance cinica") è un concetto che deriva dalla sociologia dell'interazione, in particolare dagli studi di Erving Goffman nel suo celebre libro La vita quotidiana come rappresentazione (1959). In sintesi, si ha una performance cinica quando l'individuo mette in scena un ruolo sociale o un'emozione senza credere minimamente nell'immagine che sta proiettando.
[8] L'estetica della sottrazione (o estetica del meno) è un principio filosofico, artistico e progettuale che sostiene che il valore, la bellezza e l'efficacia di un'opera o di un'esperienza non derivino dall'aggiunta di elementi, ma dalla rimozione del superfluo. In un mondo dominato dall'eccesso di stimoli, dati e performance (come abbiamo visto nei messaggi precedenti), la sottrazione diventa una strategia per ritrovare l'essenza e la verità.
[9] L’emotional labor (in italiano spesso tradotto come “lavoro emotivo”) è lo sforzo di gestire o controllare le proprie emozioni — e a volte quelle degli altri — per soddisfare aspettative sociali o professionali.
[10] La media literacy (in italiano alfabetizzazione mediatica) è la capacità di usare, capire e valutare in modo critico i media e i loro contenuti.