Un dimesso opuscolo colpì Bioy Casares mentre curiosava tra gli improbabili volumi esposti su un banchetto di Plaza Lavalle. Il volumetto in sedicesimo era privo di copertina e delle tre pagine iniziali, il che mi impedisce di conoscerne l'autore e il luogo di edizione, e di riportarne il titolo. La pagina sette inizia con le parole che trascrivo:
porque se fue entre el monte. Eran unos guatales hijueputas los que habían, unos guatales monte bajos del tamaño de esta casa pero que no son todavía árboles inmensos sino que es monte tupido donde ha habido montaña que se ha socolado y que ha nacido un nuevo monte
Il lettore noterà il riprovevole gergo, scoraggiante esempio di come, nei pressi del Tropico, la lingua di Quevedo e di Cervantes è oggetto di violenza. Ma non fu questo che attrasse la nostra attenzione.
L'opuscolo racconta dello sbarco su un'isola di un esercito dotato di armi di inesorabile modernità. L'autore però, con una violazione deliberata di tutto ciò che deve sembrarci rispondente a ragione, sostiene che l'invasione venne respinta. L'eroismo machista e machetero degli abitanti dell'isola, perlopiù negri e meticci, guidati da uomini bianchi ornati da lunghe barbe, ci appare come lontana eco delle gesta del Pelide Achille. Le lunghe barbe dei carismatici maestri costituiscono evidenti allusioni a Walt Whitman. Il ritmo della narrazione ricorda in modo fastidioso tanto l'Edda Norrena quanto Gilgamesh.
Ma naturalmente non potevano bastare queste dilettantesche abilità per attrarre il nostro interesse.
La vicenda, che è riferita in prima persona, e non cessa di apparirci contorta (1), raggiunge il culmine nella descrizione delle scene belliche. Nella notte, in una baia dal nome tanto volgare da indurci a passarlo sotto silenzio, sulla distesa marina appaiono improvvisamente luci di colore rosso. Questa involontaria disattenzione (2) delle truppe d'assalto allerta i difensori i quali, pare, daranno prova di sorprendente eroismo.
Trattasi di accadimenti, come il lettore non avrà tardato a comprendere, caratterizzati da una deprimente assenza di verosimiglianza, oltreché sommamente noiosi.
Eppure una singolare circostanza ci costringe ad insistere nella lettura: chi racconta potrebbe essere uno degli invasori, ma anche uno dei difensori.
Ecco infatti come dovrebbe essere descritto l'inizio dello scontro dal punto di vista dell'invasore:
"Era mezzanotte. Fu allora che per un attimo si videro occhieggiare le luci rosse. Prima di aver tempo di dire "uff" sentiamo dei tremendi colpi di cannone."
Ed ecco come dovrebbe essere descritta la stessa scena dal punto di vista del difensore:
"Era mezzanotte. Fu allora che per un attimo si videro occhieggiare le luci rosse. Prima di aver tempo di dire "uff" sentiamo dei tremendi colpi di cannone."
Ecco infine come leggiamo la descrizione della scena nell'opuscolo:
"Era mezzanotte. Fu allora che per un attimo si videro occhieggiare le luci rosse. Prima di aver tempo di dire "uff" sentiamo dei tremendi colpi di cannone."
Solo a questo punto comprendiamo che ciò che ci aveva tenuti legati era il mistero, o la duplicità, dello sguardo.
L'ignoto autore non manca di portare all'estremo il simbolismo. Una unica strada, che attraversa una palude, porta dalla baia verso l'interno. Su quella strada -luogo scelto senza dubbio, anche se con gusto discutibile, per il suo valore emblematico- si incontrano due fratelli. L'uno appartenente all'esercito invasore. L'altro a quello difensore. Entrambi possono essere il narratore ed entrambi possono dire:
"vedo sorgere d'improvviso di fronte a me un uomo uguale a me di statura e di carnagione. Lo guardo negli occhi e vedo i mei occhi"
Il racconto è uno specchio che si frange come nell'immagine di due mani che si toccano dito su dito; che sono l'altra mano, eppure una mano diversa; e che solo poste fraternamente l'una sull'altra formano l'unità.
Ogni fratello crea il proprio fratello. L'immagine dell'uno copre l'immagine dell'altro eppure le due immagini non sono sovrapponibili. L'essere è simmetrico, dominato dal principio della duplicità: da questa immensa e segreta materia emerge la coscienza.
Difendere la patria è un destino inesorabile, ma illusorio. Per salvarla dalla cancrena che ne rode l'idea si deve aprirla dall'esterno o si deve preservarla da ogni contatto con ciò che non le appartiene? Sarmiento e Alberdi salvarono Buenos Aires dall'esilio di Montevideo, ma alla resistenza contro il demoniaco Rosas contribuì anche il giovane unitario vittima dei carniceros degolladores.
Di fronte a uno specchio, restiamo forse tutti chiusi in un mondo congetturale.
Il fatto accadde presumibilmente nell'isola di ***. Il protagonista, sia nel sembiante di irresponsabile invasore (3), sia nel sembiante di tagliatore di canna legato alla sua terra, ci appare come uno di tanti giovanotti superficiali ma arroganti che vediamo oggigiorno affollarsi nei bar, nei postriboli e negli stadi.
NOTA DI JORGE LUIS BORGES
Si legge su Diccionario de la Real Academia: "Tocayo. Respecto de una persona, otra que tiene su mismo nombre".
Corominas cita, a proposito dell'etimologia di tocayo, la frase rituale del Diritto Romano Ubi tu Cajus, ibi ego Caja, frase che la sposa rivolgeva al fidanzato arrivando alla sua casa. Cita inoltre tocaytl, voce náhuatl che significa 'nome'. La fratellanza è una metafora dell'androginia: 'essere due per essere uno'.
NOTE DEL TRADUTTORE ITALIANO (FRANCESCO TENTORI MONTALTO)
(1) Nell'originale, 'enrevesada'.
(2) Nell'originale 'descuido'.
(3) Nell'originale: 'despreocupado invasor'.
DAL COMMENTO DI GESUALDO BUFALINO.
La vaga verità dell'apologo sta forse nella stringata nota dedicata da Borges alla spiegazione del titolo: il mirabile gioco di specchi si mostra nel sul aspetto infinito: c'è un doppio anche nell'etimologia: un'etimo nel Vecchio ed un etimo nel Nuovo Mondo.
DAL COMMENTO DI GIUSEPPE PONTIGGIA.
Il gioco di specchi di Borges è ripetitivo, ma inimitabile. Come sempre, le sue ragioni possono essere cercate solo soffermando lo sguardo sui confini che delimitano il giardino mitico del testo. Ecco infatti tutto nascostamente esplicitato nel titolo e nella nota: la stessa etimologia rimanda al Doppio; ed allarga la metafora al topos borgesiano dell'incontro, o fratellanza mancata, tra vecchio e nuovo mondo.
DAL COMMENTO DI DOMENICO PORZIO.
E' una giornata nuvolosa del giugno 1985, sono ospite del poeta nel ristorante "Ayacucho", un modesto ma accogliente locale di calle Paraguay, esquina San Martín, e sto portando alla bocca un vecchio cucchiaino d'argento colmo per metà di arroz con leche. Vincendo la mia naturale ritrosia, chiedo a Borges di mostrarmi l'opuscolo di cui si parla in Ubi tu Caujus, Tocaytl. Un sorriso mesto si stampa sul suo volto e la sua mano raggiunge a tentoni quella di María Kodama, che ci accompagna.
Afferma che forse ha letto quell'opuscolo intorno al millenovecentotrentacinque, prima di soccombere alla cecità. L'opuscolo comunque non fu mai conservato nella sua biblioteca, del resto ormai ridotta a una vecchia edizione dell'Enciclopedia Britannica, a diverse edizioni della Divina Commedia e a qualche classico argentino ed inglese. Sta forse ancora nella biblioteca di Bioy Casares. Anche se non ricorda bene, e anzi ora crede di ricordare che l'opuscolo non è mai esistito ed il racconto era una broma a Bioy Casares, "di cui non sopportavo la mania di passare ore a cercare sui banchetti verità irrilevanti, che comunque erano di certo conservate nelle biblioteche".
Ebbi così modo di far notare a Borges che anche la storia che aveva appena finito di narrarci era, essa stessa, un avvincente racconto, che non avrebbe dovuto mancare di scrivere. Aggiunsi che Bioy Casares ne sarebbe stato certo contento. Dissi anche che forse non c'era bisogno che si sobbarcasse la fatica di dettare; dato che mi sarei fatto carico io di tramandare ai lettori di domani la memoria di questa curiosa immagine dell'amico.
Il Poeta di nuovo mi sorrise mestamente, sorbì un sorso d'acqua e strinse la mano sul pomo d'argento del bastone.