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L’astensionismo crescente nelle democrazie occidentali è sempre più spesso la risposta razionale di chi si interessa abbastanza da capire che l’offerta disponibile non gli appartiene.


IL REFERENDUM SULLA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE

Struttura, equilibrio, potere — e ciò che non diciamo

PROLOGO

Domenica pomeriggio, ha smesso di piovere da poco

Era domenica pomeriggio e aveva smesso di piovere da poco. Quel tipo di pioggia ligure che non chiede permesso e non si scusa, arriva, fa quello che deve fare, se ne va. Il pavimento della piazza era ancora scuro e l’aria aveva quel peso pulito che ha solo quando il cielo ha appena finito di lavarsi la faccia.

Il Gran Premio della Cina era finito da un pezzo. Avevo ancora in testa il rumore, non il rumore sibilante dei motori ibridi, ovattato e compresso, ma il rumore che mi faccio in testa io quando guardo le macchine girare, che è un rumore diverso, più antico, fatto di cose che non c’entrano con la Formula Uno e c’entrano con tutto il resto.

La Lancia Fulvia. Mio padre. Le strade liguri che conosco come le conosco io, col corpo prima che con la testa. Cose così.

Ero a fare l’aperitivo con il Marchese e il Conte.

Il Marchese e il Conte sono il mio filo rosso. Danzano sul confine invisibile tra il prima e il dopo, tra il mondo com’era e il mondo com’è diventato,  che solo loro riescono ad attraversare senza accorgersene, perché loro ci vivono dentro da sempre e non hanno mai avuto bisogno di capirlo per abitarlo.

Il Marchese è figlio di un portuale ligure, il che, se uno sa cosa significa, dice già tutto.

Significa mani vere, parole vere, una certa diffidenza verso chi parla troppo bene di cose che non ha mai toccato con mano. Ci unisce una fraterna amicizia che sfida il tempo, la passione per i motori endotermici, meglio se a carburatori, e per la Lancia, la Fulvia, soprattutto, che non è una macchina, è una dichiarazione di appartenenza a un mondo che ha avuto il buon gusto di finire prima di diventare brutto. È una di quelle passioni che funzionano come codice, chi ce l’ha sa, chi non ce l’ha non capisce e non c’è molto da spiegare. È una persona onestissima nel senso più antico del termine, non onesta come virtù dichiarata, ma onesta come modo di stare nel mondo che non prevede alternative.

Del Conte, invece, potrei più facilmente elencare le cose che non sa rispetto a quelle che sa.

Non lo dico con crudeltà, lo dico con quella tenerezza un po’ stanca che si riserva alle persone care che si conoscono da abbastanza tempo da non avere più illusioni ma non così tanto da aver smesso di volergli bene. È un patriota. Nel senso pieno, non ironico, non tra virgolette, uno di quelli che la parola Patria la sente davvero, che ci mette dentro qualcosa che per lui è reale e sacro e non negoziabile. Parla correntemente il greco antico e il latino, non da filologo, da abitante, come chi ha fatto di quelle lingue morte una casa viva, e tuttavia questo non lo rende più attrezzato a ragionare sul presente di quanto lo sia il Marchese con la sua diffidenza portuale. Forse meno. Le lingue antiche, come tutti i tesori, possono essere un peso o un’ala a seconda di come le si porta.

Stavamo ordinando quando hanno cominciato a parlare del referendum.

Non so chi abbia iniziato, queste cose cominciano sempre in modo che non si riesce a ricostruire, come la pioggia ligure. A un certo punto c’è, e basta. Il Marchese da una parte, il Conte dall’altra, distanti come sempre, e come sempre certi di non voler convincere né di lasciarsi convincere. Volevano solo essere ascoltati. Che è una cosa diversa, e in qualche modo più triste.

Io stavo in silenzio.

Non per diplomazia, per stupore. Esterrefatto nel senso letterale: fuori di me, fuori da quella conversazione, fuori da quel momento, a guardare i due di fronte a me come si guarda qualcosa che non si capisce subito ma si capirà dopo, forse, se si sta abbastanza fermi e zitti da lasciar sedimentare.

E mentre la contesa si accendeva ho capito che non stavano parlando della stessa cosa.

Usavano le stesse parole, magistratura, indipendenza, potere, ma non dicevano lo stesso. I pensieri, come per magia, hanno cominciato a prendere forma.

 

PARTE I — IL TEOREMA

Cosa si chiede davvero: struttura, equilibrio, potere

 

C’è un tipo di disaccordo che non si risolve con più informazione. Non perché le parti siano in malafede, anche se spesso lo sono, inutile far finta di nulla, e non perché i dati manchino. Le premesse da cui ciascuna parte muove appartengono a piani logici che non si intersecano. Come due treni su binari paralleli che non si scontreranno mai, per fortuna o purtroppo a seconda di come la si vede.

Il disaccordo sulla separazione delle carriere è di questo tipo. Riconoscerlo non è una resa intellettuale. È la condizione minima per capire di cosa stiamo parlando. Proviamo allora a trattarlo come si tratta un teorema. Isolare le premesse. Verificare la coerenza interna di ciascuna posizione. Vedere dove, esattamente dove, le due logiche non si contraddicono ma semplicemente non si toccano.

Le premesse del Sì

La prima premessa è antropologica prima che giuridica. Chi ha svolto a lungo la funzione di accusatore sviluppa una cultura professionale orientata alla ricerca della colpa. Non è una questione di carattere, è che qualsiasi mestiere costruisce nella testa di chi lo pratica a lungo un certo modo di guardare le cose. Un magistrato che ha istruito indagini per anni porta quella formazione con sé anche quando siede dall’altra parte del tavolo.

La terzietà del giudice non è garantita da una norma deontologica, è garantita, o non lo è, dalla distanza tra i due ruoli.

La seconda premessa è storica, e qui i numeri parlano con quella brutalità silenziosa che i numeri hanno quando non vengono addomesticati. Il sistema disciplinare attuale non funziona. Migliaia di esposti, decine di archiviazioni, pochissime condanne.

Il caso Palamara ha reso pubblico ciò che gli addetti ai lavori sapevano da tempo

le correnti interne alla magistratura condizionano le carriere, le nomine, e implicitamente anche i procedimenti disciplinari.

Da queste due premesse la conclusione discende con coerenza, separare formalmente le carriere e riformare l’organo disciplinare non è, nella logica del Sì, un attacco all’indipendenza della magistratura. È la condizione per renderla credibile. La differenza tra un’indipendenza reale e una indipendenza dichiarata che si è incrostata di privilegi corporativi.

Le premesse del No

La prima premessa del fronte contrario è speculare ma opposta, e ha un’eleganza che sarebbe disonesto non riconoscere. Un sistema giudiziario funziona non quando i suoi attori sono formalmente separati, ma quando esiste tra loro una cultura giuridica comune che rende il confronto processuale genuino. Il pubblico ministero e il giudice che parlano la stessa lingua, non nel senso corporativo, ma nel senso epistemico, nel senso di chi ha imparato le stesse cose attraverso la stessa fatica, producono un processo più equilibrato di due tecnici provenienti da tradizioni distinte.

La separazione totale non elimina il rischio di contiguità, lo trasforma nel rischio opposto, e forse più insidioso, dell’incomunicabilità.

La seconda premessa è di teoria istituzionale. In qualsiasi sistema di potere, ogni figura che acquisisce autonomia senza acquisire al contempo un contrappeso adeguato diventa un pericolo, non per malvagità, ma per la logica stessa del potere senza limite. Il pubblico ministero separato, dotato di piena autonomia dalla magistratura giudicante ma non inserito sotto il controllo dell’esecutivo come nel sistema anglosassone, rischia di diventare un potere senza collocazione chiara nell’architettura costituzionale. Un fantasma istituzionale con poteri reali.

Da queste premesse la conclusione è altrettanto coerente, la riforma risolve un problema reale, il correntismo, la scarsa accountability interna, ma lo fa creando un problema potenzialmente più grave. Ed è onesto dirlo.

L’incommensurabilità dei dati

In un dibattito politico ordinario i dati servono a dirimere. Questo presuppone però una condizione che si dà quasi sempre per scontata, che i dati di entrambe le parti misurino la stessa cosa. Nel dibattito sulla separazione delle carriere questa condizione non è soddisfatta.

I dati del fronte favorevole sono dati di disfunzione osservata. Misurano qualcosa che è già accaduto e può essere documentato, il numero di passaggi di funzione, l’andamento dei procedimenti disciplinari, la percentuale di archiviazioni. Hanno la solidità empirica di ciò che si è già manifestato. I dati del fronte contrario sono dati di rischio proiettato. Non misurano ciò che è accaduto ma ciò che potrebbe accadere, un pubblico ministero privo di contrappesi, una frammentazione dell’autogoverno, una logica del sorteggio che seleziona senza valutare. La loro forza non è empirica ma sistemica, derivano da una teoria del potere e dei suoi equilibri.

Un dato storico non può falsificare una previsione sistemica. Una previsione sistemica non può invalidare un dato empirico.

Chi argomenta contro la riforma chiede di scommettere su un rischio futuro contro un danno presente. È una scommessa razionalmente difendibile. Ma è una scommessa, non una confutazione.

Le tre forze dello Stato

Lo Stato costituzionale moderno si regge su un principio che Montesquieu ha formulato in modo definitivo,

il potere che non trova un contropotere si corrompe.

Non è una previsione pessimistica sull’animo umano. È un’osservazione che funziona come la gravità, indipendentemente dalle intenzioni.

In Italia quest’equilibrio ha una configurazione specifica, figlia di una storia che non si può capire senza ricordare da dove veniamo. I costituenti del 1948 avevano in testa qualcosa di preciso, uno Stato che aveva piegato la magistratura all’esecutivo, che aveva usato i tribunali come strumento del potere politico. La risposta fu un’autonomia forte, sancita nell’articolo 104. Il CSM nacque come presidio di questa indipendenza. Era una scelta nata dalla paura, e dalla paura giusta. Solo che le istituzioni costruite sulla paura tendono a conservare la forma della risposta anche quando il problema originario è cambiato.

Se vince il Sì, il potere giudiziario si frammenta.

Due ordini separati hanno meno forza istituzionale complessiva di uno solo, e un potere giudiziario frammentato è meno capace di fare da contrappeso agli altri due.

Se vince il No, il sistema rimane quello attuale, ma la Riforma Cartabia del 2022 ha già quasi azzerato i passaggi di funzione.

Il correntismo non scompare per decreto referendario.

C’è poi una variabile che nessuno dei due fronti nomina, il rapporto tra magistratura e potere politico dopo il voto. Se vince il Sì, la magistratura esce istituzionalmente indebolita. Se vince il No, il governo esce con una sconfitta referendaria su una riforma costituzionale in un momento di conflitto aperto. In entrambi i casi, l’equilibrio tra i poteri si sposta. Ed è qui che si innesta la domanda che la Parte II affronterà attraverso Tucidide, la causa dichiarata di questa riforma e la causa reale potrebbero non coincidere.

L’ombra che non abbiamo mai voluto guardare

Il dibattito italiano su magistratura, potere esecutivo e controllo istituzionale non inizia con Tangentopoli, non inizia con Berlusconi, non inizia con il conflitto attuale. Inizia, o meglio, avrebbe dovuto iniziare e non è mai davvero iniziato,

l’8 settembre 1943

Quella data non è soltanto la firma dell’armistizio. È il momento in cui lo Stato italiano si dissolve. Nei venti mesi che seguono l’Italia è simultaneamente teatro di occupazione straniera, guerra civile, resistenza partigiana e collaborazionismo di massa. Le istituzioni, magistratura inclusa, non vengono spazzate via. Continuano a funzionare. Si adattano. Servono regimi diversi con una continuità silenziosa e mai interrogata.

La Germania ha fatto i conti di Norimberga. Ha scritto una Grundgesetz che portava dentro di sé la memoria bruciante di ciò che era accaduto. L’Italia ha fatto qualcosa di diverso, ha fondato la Repubblica sulla Resistenza, gesto nobile, necessario, ma in modo tale da rendere superflua una ricognizione sistematica di tutto ciò che la Resistenza non era riuscita a toccare.

La continuità dello Stato fascista nello Stato repubblicano non è stato un segreto.

È stata una rimozione funzionale alla necessità di ricostruire. Una scelta comprensibile. Un debito che non è mai stato saldato.

Il risultato, ottant’anni dopo, è che il fascismo non è diventato in Italia ciò che il nazismo è diventato in Germania, una categoria storica chiusa, analizzabile senza che la sua evocazione faccia tremare il terreno politico. È rimasto una categoria fluttuante, né elaborata né sepolta, che può essere convocata in qualsiasi momento come arma, come spettro, come giustificazione retroattiva.

E così, ogni volta che in Italia si tocca il rapporto tra esecutivo e magistratura, lo spettro torna. Il dibattito degenera in uno scontro dove nessuno parla più di architettura istituzionale, si parla di identità, di paura, di fantasmi mai messi a riposo con il rigore che i morti esigono.

Non si tratta di stabilire se il pericolo autoritario esista o non esista. Si tratta di riconoscere che una nazione che non ha mai voluto guardare fino in fondo la propria storia non dispone degli strumenti per distinguere, quando quella storia sembra ripresentarsi, tra il rischio reale e il riflesso condizionato. Questo non è un inciso. È la ragione per cui il teorema non basta, e per cui la Parte II non parlerà di politica, ma di qualcosa di più antico, di cosa significa chiedere a chi non sa di non sapere di decidere. Alcibiade aspetta.

PARTE II — ALCIBIADE AL SEGGIO

Ovvero: cosa significa chiedere a chi non sa di non sapere di decidere

 

C’è un momento nell’Alcibiade in cui Socrate fa una cosa crudele e necessaria. Non insegna. Non confuta. Aspetta. Aspetta che Alcibiade finisca di spiegare con la sicurezza di chi ha sempre avuto tutto, bellezza, denaro, nome, amici potenti, perché lui, e solo lui, sarebbe il più adatto a governare Atene. E poi gli fa una domanda sola. Una domanda che non è una domanda: è uno specchio.

τί εστιν ὃ σὺ βέλτιον επίστασαι;

Cosa sai fare, Alcibiade, che gli altri non sanno?

Non è una domanda sull’incompetenza. È una domanda sull’ignoranza, e sulla distanza abissale che separa l’ignoranza che sa di essere tale dall’ignoranza che si crede sapere. La prima è recuperabile. La seconda è politicamente devastante, perché non sente il bisogno di correggersi. Chi sa di non sapere cerca. Chi non sa di non sapere decide.

Il dialogo e il seggio

Alcibiade non è un personaggio storico lontano. È una forma permanente dell’intelligenza che non è stata ancora educata a dubitare di sé stessa. E il 22 e 23 marzo 2026, milioni di Alcibiade andranno al seggio.

Non è un insulto. È una constatazione, e vale per tutti, per chi vota Sì, per chi vota No, e per chi scrive questo articolo. Nessuno di noi ha gli strumenti per valutare in modo davvero informato le conseguenze di una riforma che ridisegna l’architettura costituzionale del potere giudiziario. I giuristi hanno strumenti migliori dei non giuristi, ma si dividono esattamente come il resto della popolazione, solo con argomenti più raffinati. I magistrati hanno una prospettiva privilegiata sull’interno del sistema, ma sono anche i più esposti al conflitto di interessi. I politici conoscono le dinamiche istituzionali, ma sono anche i principali attori in causa.

Il referendum ha una sua bellezza austera. Nasce dall’idea che su certe questioni la voce del popolo non possa essere delegata. Ma questa riforma non chiede di esprimere un valore. Chiede di valutare le conseguenze sistemiche di una modifica a sette articoli della Costituzione sull’equilibrio tra i poteri dello Stato, sulla posizione del pubblico ministero in un sistema giudiziario che non ha equivalenti precisi in nessun’altra democrazia occidentale. Non è una questione di valori. È una questione di architettura, e l’architettura si studia.

Socrate non ha negato ad Alcibiade il diritto di governare. Gli ha chiesto di conoscere prima. Il problema di questo referendum non è che chieda troppo al cittadino. È che non glielo dice. Lo tratta come se sapesse già, o come se non importasse se sa.

In entrambi i casi, lo inganna.

La causa vera e la causa dichiarata

Tucidide, nel primo libro delle Storie, introduce una distinzione che non ha perso un grammo di peso in venticinque secoli. Distingue tra la πρόφασις, la causa dichiarata, il motivo ufficiale addotto per giustificare l’azione, e l’αἰτία, la causa vera, quella che si muove sotto la superficie degli eventi.

La πρόφασις della guerra del Peloponneso era Corcira, Potidea, i commerci violati. L’αἰτία era la paura di Sparta di fronte alla crescita di Atene, una paura che non si poteva dire, che sarebbe sembrata debolezza, ma che muoveva tutto il resto come un motore silenzioso sotto la carrozzeria dello scontro diplomatico.

Non è questo il luogo per stabilire se questa riforma abbia un’αἰτία diversa dalla πρόφασις dichiarata. Non ne abbiamo le prove, e la mancanza di prove non è un invito all’insinuazione. Ma il metodo tucidideo richiede la domanda.

Questa riforma nasce in un momento di conflitto aperto e documentato tra il governo in carica e una parte della magistratura su questioni che toccano direttamente l’azione politica del governo stesso.

La πρόφασις è la separazione delle carriere, il correntismo, la terzietà del giudice, argomenti seri, che circolano nel dibattito giuridico da decenni. Ma l’αἰτία potrebbe essere la necessità di ridisegnare l’equilibrio istituzionale in un momento in cui quel disequilibrio pesa su chi ha il potere di proporre riforme costituzionali.

Potrebbe non essere così. Tucidide non ci insegna che le cause dichiarate sono sempre false. Ci insegna che vanno verificate. E che un cittadino chiamato a votare su una riforma costituzionale in queste condizioni avrebbe tutto il diritto, e forse il dovere, di portare con sé al seggio non solo la scheda ma anche questa domanda sospesa, senza pretendere di risponderle.

Il silenzio — nessuno è assolto

Sarebbe comodo distribuire le colpe con equità geometrica. Il governo che ha costruito una riforma costituzionale in mezzo a un conflitto con la magistratura. La magistratura organizzata che ha risposto con una difesa corporativa in cui gli argomenti di principio e quelli di interesse si sono mescolati senza che nessuno si preoccupasse di distinguerli. I partiti di opposizione che hanno votato compatti contro senza produrre un’analisi tecnica alternativa. I media che hanno trasformato una questione di architettura costituzionale in uno scontro tra identità. Sarebbe comodo. Sarebbe anche, in buona misura, accurato.

Ma la diagnosi non è un processo. La realtà è questa,

un sistema democratico che chiede ai propri cittadini di decidere su questioni che li sovrastano tecnicamente, senza fornire loro gli strumenti per farlo, in un contesto di polarizzazione che trasforma ogni informazione in munizione, non sta esercitando la democrazia. Sta simulandola.

Alcibiade alla fine del dialogo platonico non viene condannato. Viene messo davanti a uno specchio. Socrate non gli toglie il diritto di governare, gli mostra la distanza tra ciò che crede di sapere e ciò che sa davvero, e lo lascia lì. È un gesto di rispetto profondo travestito da scomodità. Il problema del 22 e 23 marzo è che nessuno ha fatto quel gesto. Tutti hanno preferito dire: sai già, scegli. O peggio, non importa che tu sappia, scegli lo stesso. O peggio ancora, scegli il mio campo, e il resto non conta.

Nessuno è assolto. Nemmeno chi scrive.

PARTE III — IL TRIONFO DELLA DOXA

Ovvero: il demos che si ritrae e il pericolo che non fa rumore

 

I Greci avevano due parole dove noi ne abbiamo una sola. Ἐπιστήμη, la conoscenza che sa di esserlo, che può rendere conto di sé, che ha attraversato il fuoco della verifica e ne è uscita temprata. E δόξα, l’opinione, la credenza, la rappresentazione che non si sa rappresentazione, che si crede già conoscenza e per questo non cerca di diventarlo. La distinzione non era accademica. Era politica. Era la differenza tra una polis che sa dove sta andando e perché, e una polis che crede di saperlo, condizione incomparabilmente più pericolosa, perché non sente il bisogno di controllare.

La democrazia contemporanea è, nei fatti, un regime della doxa.

Non per colpa di qualcuno in particolare, per una serie di trasformazioni sedimentate nell’arco di decenni. Il sistema dell’informazione si è frammentato in ecosistemi chiusi dove ciascuno riceve conferme delle proprie convinzioni preesistenti. I partiti hanno smesso di essere macchine di formazione e sono diventati macchine di mobilitazione, la differenza non è sottile, formare richiede di mettere in discussione, mobilitare richiede solo di amplificare. Il dibattito pubblico si è trasferito su piattaforme che premiano la certezza e puniscono il dubbio, che algoritmicamente favoriscono la collera sulla riflessione.

La polarizzazione

Sul referendum la polarizzazione ha funzionato con precisione meccanica. Da un lato, chi sostiene la riforma ha progressivamente smesso di argomentarne il merito tecnico per concentrarsi sull’avversario, la magistratura politicizzata, la corporazione che si difende. Dall’altro, chi si oppone ha progressivamente smesso di argomentare i rischi per concentrarsi sul proponente, il governo che vuole controllare i giudici, lo spettro di cui abbiamo parlato nella Parte I. In entrambi i casi, gli argomenti si sono trasformati in insegne di appartenenza. Non servono più a convincere, servono a riconoscersi.

La polarizzazione si auto-alimenta perché ogni intensificazione dello scontro rende più costoso restare nel mezzo.

Chi prova a tenere una posizione sfumata viene percepito come traditore da entrambe le parti, o peggio come ignavo. Il sistema premia le posizioni estreme e punisce la complessità, non perché la gente sia cattiva, ma perché gli incentivi spingono in quella direzione, e gli incentivi sono più forti delle intenzioni quasi sempre.

Il paradosso finale, più lo scontro si intensifica, più il cittadino che ha dubbi, che non è sicuro, che sente che la questione è più complicata di come viene presentata, si allontana. Non verso l’altra parte. Verso il silenzio.

L’astensionismo

Esiste una narrazione sull’astensionismo che è comoda, diffusa, e quasi interamente falsa, quella che lo descrive come apatia. È una narrazione comoda perché deresponsabilizza il sistema e scarica tutto sull’individuo. È falsa perché ignora ciò che la produce.

L’astensionismo crescente nelle democrazie occidentali è sempre più spesso la risposta razionale di chi si interessa abbastanza da capire che l’offerta disponibile non gli appartiene.

È il gesto, impolitico nella forma, profondamente politico nella sostanza, di chi dice: non mi riconosco in nessuna delle opzioni, e non voglio con il mio voto legittimare una scelta che non è mia. È un rifiuto, non un’assenza.

Su questo referendum, le condizioni per un’astensione significativa ci sono tutte. La materia è tecnica e indigesta. Il dibattito è stato dominato da segnali identitari più che da argomenti. Il conflitto tra governo e magistratura ha saturato il terreno di significati extragiuridici. E non è previsto quorum, il risultato sarà valido qualunque sia l’affluenza.

Astenersi non ha nemmeno il valore tecnico di invalidare la consultazione.

Il pericolo silenzioso

I pericoli che fanno rumore sono gestibili. Producono allarme, mobilitano anticorpi. È dai pericoli silenziosi che le democrazie non si riprendono, non perché siano più forti, ma perché arrivano mentre si guarda altrove.

Lo scollamento tra demos e classe politica non produce, nell’immediato, nulla di drammaticamente visibile. Le istituzioni continuano a sembrare funzionanti. Quello che si erode è più sottile e più decisivo, la legittimità. La sensazione diffusa che le decisioni che contano vengano prese altrove, da altri, per ragioni che non vengono spiegate.

Quando la legittimità si erode, il terreno si apre. Non necessariamente a ciò che viene chiamato fascismo, la categoria fluttuante della Parte I, ma a qualcosa che ne condivide la radice,

la figura che arriva promettendo di parlare la lingua della gente, che il problema è proprio quella classe politica distante e incomprensibile.

È un’offerta che funziona indipendentemente dal contenuto di chi la fa. Funziona perché risponde a un bisogno reale con strumenti falsi, e i bisogni reali non aspettano gli strumenti giusti.

La storia europea del Novecento è la storia di ciò che accade quando questo terreno si apre e qualcuno ha la determinazione e il cinismo di occuparlo. Non è una lettura che costringe a conclusioni catastrofiste. È una lettura che obbliga a prendere sul serio la distanza, a non trattarla come rumore di fondo, come qualcosa che c’è sempre stato e quindi non conta.

Conta. Sempre di più, ogni volta che si allarga.

Una domanda senza risposta

Una democrazia in cui il demos si ritrae sistematicamente può ancora chiamarsi tale? Non nel senso formale, le procedure ci sono, le elezioni si tengono. Nel senso sostanziale, se la partecipazione è una simulazione, se il voto è un gesto identitario più che una scelta informata, se l’astensionismo è la risposta razionale di una porzione crescente di cittadini a un’offerta che non li rappresenta,

cosa rimane del contratto tra governati e governanti?

La Grecia antica non aveva risposte definitive su questo. Aveva Atene e Sparta, aveva Tucidide che guardava la guerra e capiva che le poleis non crollano dall’esterno prima di aver ceduto dall’interno, aveva Platone che cercava la forma giusta del potere sapendo già che ogni forma degenera. Aveva, soprattutto, la consapevolezza che la democrazia non è uno stato stabile. È un equilibrio instabile per definizione, che richiede lavoro costante per non precipitare.

Il 22 e 23 marzo gli italiani voteranno, o non voteranno. Qualunque sia il risultato, il giorno dopo le istituzioni saranno ancora lì. La vita continuerà con quella normalità di superficie che è la caratteristica più ingannevole dei processi di erosione lenta.

Tucidide scriveva per i posteri, non per i contemporanei. Scriveva perché sapeva che la comprensione degli eventi arriva sempre in ritardo rispetto agli eventi stessi. Questo articolo non è scritto per i posteri. È scritto per adesso, per questa settimana, per le quarantotto ore prima che le cabine si aprano. Non ha soluzioni da offrire, non perché rinunci, ma perché le soluzioni che si possono offrire in quarantotto ore sono quasi sempre peggiori del problema. Ha una cosa sola,

la convinzione che guardare con chiarezza ciò che non va, senza la consolazione di un colpevole, senza la comodità di un campo già scelto, senza la protezione della doxa, sia già qualcosa.

Non abbastanza. Ma qualcosa.

Ed è tutto quello che la scrittura può fare, quando il resto è già stato deciso altrove.

EPITAFFIO

Poi hanno cominciato con la Formula Uno

 

A un certo punto, come sempre succede quando la politica ha esaurito le sue munizioni senza aver convinto nessuno, il Marchese e il Conte hanno cominciato a battibeccare sulla Formula Uno.

Ed è lì che li ho persi, o forse è lì che li ho ritrovati, dipende da come lo si guarda.

Perché la Formula Uno, per noi, non è uno sport. È una lingua che si parla solo se si è stati lì, in certi momenti precisi, con certi anni addosso e certi occhi ancora capaci di essere spalancati. Noi che eravamo ragazzini quando a Digione, Villeneuve e Arnoux sono entrati nella leggenda, quei due minuti di ruota a ruota che sembravano non finire mai, quella battaglia epica e bellissima per un secondo posto che valeva come una vittoria, come dieci vittorie, come tutto quello che lo sport può essere quando smette di essere solo sport. Noi che eravamo lì, o che ci eravamo così dentro da essere come se ci fossimo stati.

Noi che abbiamo visto Senna a Monaco. Non il Senna che vince, il Senna che c’era, che riempiva lo spazio intorno a sé con qualcosa che non si chiamava bravura perché la bravura non basta a spiegarlo. E poi il primo maggio a Imola, quel silenzio che non era silenzio.

Noi che abbiamo vissuto l’epopea di Schumacher, amata e odiata con la stessa intensità, che è l’unico modo in cui le epopee vere si vivono.

E noi che adesso guardiamo queste lavatrici su quattro ruote imbrattare l’asfalto di Cina con la stessa sensazione precisa, inconfondibile, che si ha quando ci si accorge che il mondo è cambiato. Non con rabbia, la rabbia almeno è calda, almeno significa che qualcosa ancora ti tocca.

Con quella malinconia secca, quasi indifferente, di chi sa che un certo mondo è finito e non tornerà e non c’è molto da aggiungere.

Il Marchese e il Conte litigavano, come si litiga tra amici che si considerano fratelli in arme, su cosa esattamente non importava più, le parole erano diventate rumore di fondo, e io li guardavo sorridendo e pensavo che voglio tanto bene a entrambi e sempre gliene vorrò.

Si è fatta ora di cena. Mamma ha fatto la pizza.

Fuori aveva ripreso a piovere. L’asfalto non avrebbe fatto in tempo ad asciugarsi.

Pubblicato il 16 marzo 2026

Giuseppe Massimiliano Salamone

Giuseppe Massimiliano Salamone / Passo il tempo presso domus.LAB INTERIOR & DESIGN