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Heidegger non scrive 'contro la tecnica', né nell''Essere e il tempo', né nel dopoguerra. Scrive a proposito di come la tecnica favorisce o contrasta il pensiero umano. Scrive alla luce dell'avvento di quella cultura tecnico-scientifica che sembra rendere vana la 'filosofia'. Ma se muore 'un certo tipo di filosofia' non muore l'umano pensare.
Non è difficile constatare che Heidegger mostra di conoscere molto bene la cibernetica -e implicitamente quelle disciplina che prende il nome di 'computer science' o di 'informatica'. Per questa via si può seguire la lezione di Heidegger nel leggere criticamente in senso delle macchine proposte dall'informatica, lungo la sua storia, fino al giorno d'oggi.
L'articolo -che si sviluppa come commento puntuale della conferenza 'Das Ende des Denkens in der Gestalt der Philosophie', 'La fine del pensiero in forma di filosofia', dettata da Heidegger il 30 ottobre 1965- riprende senza modifiche il penultimo capitolo di: Francesco Varanini, 'Macchine per pensare', Guerini e Associati, 2015.


Nel dicembre 1949, tre anni dopo aver risposto alle domande di Jean Beaufret con le parole che possiamo leggere sotto il titolo di Brief über den 'Humanismus',1 Martin Heidegger tiene presso il Club di Brema un ciclo di quattro conferenze. Sotto il titolo complessivo Einblick in das was ist, Sguardo su ciò che è, il ciclo si articola in quattro momenti: Das Ding, La Cosa; Das Gestell, L’imposizione, o, secondo altri traduttori, L’impianto; Die Gefahr, Il pericolo; Die Kehre, La svolta.

Le conferenze sono ripetute nella primavera del 1950 a Bühlerhöhe (una località della Foresta Nera). La seconda conferenza, Das Gestell, viene poi riproposta in versione ampliata, il 18 novembre del 1953 nell'Auditorium Maximum della Technische Hochschule di Monaco di Baviera, con il titolo Die Frage nach der Technik.2 La questione della tecnica, nel quadro di un ciclo su Die Künste im technischen Zeitalter, Le arti nell’età della tecnica, cui partecipano, tra gli altri, anche Ernst Jünger, Werner Heisenberg, José Ortega y Gasset.

Die Frage nach der Technik è il luogo esemplare della riflessione heideggeriana sulle conseguenze della ‘rivoluzione scientifica e tecnologica’ - che nel bene e nel male cambia nel Ventesimo Secolo in maniera a quanto sembra irreversibile il nostro modo di vivere - e anzi ci porta a ripensare ‘cosa è la vita’.

Il modo di esprimersi di Heidegger è come sempre oracolare, esoterico. Forse non può essere altrimenti: si propone di gettare luce nell’oscurità.

Più che della pura scienza, serve parlare della tecnica. La tecnica è il modo in cui la scienza influisce sulla vita dell’uomo.

Il filosofo ha in mente un pensiero: Indem der Mensch die Technik betreibt, nimmt er am Bestellen als Weise des Entbergens teil, “in quanto esercita la tecnica, l’uomo prende parte all’impiegare come modo dello svelamento”.

Per parlarne, usa una narrazione. Guardie forestali, nel bosco, misurano il legname degli alberi abbattuti. Le guardie si muovono lungo gli stessi sentieri già percorsi dal nonno di Heidegger, ma ora il loro agire, che lo sappiano o no, è asservito all’industria del legname. Le guardie “sono impiegate al fine di assicurare l’impiegabilità (in die Bestellbarkeit bestellt) della cellulosa, resa necessaria dalla domanda di carta destinata ai giornali ed alle riviste illustrate”. Giornali e riviste, a loro volta, “dispongono (stellen) il pubblico ad assorbire le cose stampate, in modo in modo che essere divengano impiegabili (bestellbar) per la costruzione di una pubblica opinione costruita su commissione”.

Stellen è ‘collocare’, ‘mettere’. Bestellen è ‘ordinare’; ‘commissionare’, ‘coltivare’, ‘lavorare’; potremmo dire: imporre un ordine, un’organizzazione. Gestell è ‘intelaiatura’; ‘infrastruttura’; vincolo all’impiego, alla fruizione. C’è un preciso legame tra Gestell e Gestalt,’forma’. Heidegger ci parla di ‘imposizione di una forma’: tutto è posto in uno scaffale già costruito.

Il bosco è una riserva di legname, la montagna una cava di pietra, il fiume una forza idraulica, il vento ciò che gonfia le vele. Tutto è Bestand materia prima che giace in attesa di uso. Massa informe.

Ecco dunque un’altra narrazione: la centrale elettrica impiantata nelle acque del Reno per fornire elettricità. “Nell'ambito di questo successivo concatenarsi dell’impiego (Bestellung) dell'energia elettrica anche il Reno appare come qualcosa di ‘impiegato’. La centrale idroelettrica non è costruita nel Reno come l'antico ponte di legno che da secoli unisce una riva all'altra. Qui è il fiume, invece, che è incorporato nella costruzione della centrale”.

Ci avviciniamo già qui al distinguere tra possibili macchine. In un mulino c’è già un uso del fiume, ma non un ingabbiamento. Nella centrale l’ancestrale forza del fiume, il suo vitale scorrere, appare per via della tecnica assoggettato a comando, a controllo.

Nucleo della riflessione del filosofo la Bestellbarkeit, impiegabilità. Il possibile uso tecnico.

L’assenza di cautela e di senso del limite. Siccome si può tecnicamente fare, faremo. Qui non possiamo parlare di esserci, non possiamo parlare di cura. Le cose del mondo non sono rispettosamente usate, sono abusate.

Possiamo così riandare al senso implicito in macchina: 'aver potere', ‘potenzialità’. All’idea del ‘generare’ implicita nel congegno, nell’engine; e all’idea di en-ergeia. 'forza in azione'. Possiamo chiederci come le potenzialità sono impiegate.

Una conferenza di Martin Heidegger

Dodici anni dopo, un’altra conferenza. A Amriswil, in Svizzera, ha luogo un omaggio allo psichiatra Ludwig Binswanger. Heidegger dapprima declina l’invito. Ma poi qualcuno, di propria iniziativa, annuncia a Binswanger che Heidegger sarà presente e parlerà in suo onore. “Cosicché sono stato obbligato”,3 scrive in una lettera. Legge dunque il 30 ottobre 1965 un breve, denso testo dedicato al ‘pensiero in sé’, intitolato Das Ende des Denkens in der Gestalt der Philosophie, La fine del pensiero in forma di filosofia.4

Il tema era già stato trattato l’anno prima, nella conferenza Das Ende der Philosophie und die Aufgabe des Denkens, La fine della filosofia e il compito del pensiero.5 Ma ora, nelle parole rivolte a Binswanger, l’intreccio tra filosofia e tecnica è detto in modo più stringato, fuor di metafora.

E’ chiaro il senso del passaggio da un titolo all’altro. Si parla della fine del pensiero ‘in forma di filosofia’. Gestalt e Gestell ci parlano di un limite imposto. Può esserci un pensiero che sta in una forma diversa dalla forma proposta dalla filosofia.

Un successivo titolo apposto al testo dal filosofo giapponese Kōichi Tsujimura6 appare in fondo più lontano dal cuore della riflessione: Zur Frage nach der Bestimmung der Sache des Denkens, Sulla questione riguardante la determinazione della materia del pensare.

Heidegger: Ogni scienza poggia su fondamenti che nel loro principio restano, insieme all’impostazione e ai metodi del suo procedere, ad essa inaccessibili. Ma ogni scienziato è in grado di volgersi, meditando, su questi fondamenti, posto che abbia uno spirito desto e con esso voglia rischiare di lasciarsi coinvolgere nel colloquio con la filosofia. Un tale rischio accompagna la vita dell’uomo del quale noi oggi celebriamo la volontà e l’opera.

Heidegger si rivolge a Binswanger - i due sono legati da grande stima, Binswanger ha mutato il suo modo di intendere l’essere umano dopo aver letto L’essere e il tempo.7 ‘Lasciarsi coinvolgere in un colloquio con la filosofia’: un atteggiamento che ogni scienziato (ed ogni tecnico) dovrebbe mantener vivo. Lasciarsi coinvolgere con tutti i rischi che il filosofare comporta: nessuna epistemologia, per quanto in apparenza solida, esime dall’interrogarsi a proposito di ciò che l’esperienza porta alla luce. Nessun metodo, per quanto immediatamente efficace, può essere dato per scontato.

Heidegger: Mi sia concesso di dire qualche parola muovendomi nell’ambito del pensiero - l’ambito del quale da parte la filosofia. Dato l’ambito da cui provengono, le parole avranno l’originaria forma della domanda. Ci domandiamo: cosa è, e in che modo si determina nella nostra epoca la materia (Sache) del pensiero?

Il filosofo, senza ambage, si pone la domanda filosofica per eccellenza: cosa è la cosa? Di fronte alle evidenze che l’epoca in cui vive gli impone, non può fare a meno di dubitare del senso stesso della filosofia. Pur essendo considerata la più elevata manifestazione dell’umano pensare, la filosofia non è che una delle manifestazioni dell’umano pensare.

Collocata “nella nostra epoca”, la domanda cosa è la cosa? deve essere riformulata. Così il filosofo si trova ad evitare i termini -Objekt, Gegenstand, Ding, Zeug- che lui stesso aveva usato per parlare, con sfumature diverse, della cosa. Accettando l’ambito vasto del pensare, il filosofo sceglie di dire: Sache.

Tramite Sache possiamo esprimere un senso del tutto assente nelle altre espressioni: Hast du die Sache geklärt?, ‘avete risolto la questione?’. Meine Sache sono ‘le mie cianfrusaglie’. Rende quindi abbastanza bene il senso l’inglese matter. Matter traduce l’italiano materia, ma ha in più, come Sache, il senso di ‘questione problematica’.

Altro termine che potremmo rammentare è Stoff. Più o meno come l’inglese stuff ci parla ancora di ‘materia’, ‘roba’, ‘sostanza’. Stoff, stuff, stoffa, condividono l’origine con l’italiano stoppa, latino stuppa (a sua volta dal greco styppe): ci viene per questa via l’idea di un tessuto, di un materiale grossolano, un’idea di ‘grana grossa’.

E ancora possiamo dire: massa. L’incombente informe materia che nel Ventesimo Secolo appare come minaccia e fonte di paura. Maza, in greco, e quindi massa, in latino, è la farina impastata, pronta per fare il pane. Tipica consistenza che si ritrova nel latte cagliato, nella pece, nella creta, nei metalli. Ma ora la massa non si trasforma in pane, resta lì, incombente, irrisolta. E viviamo la perturbante sensazione di essere tutti, come diceva Elias Canetti -ogni uomo, ogni umana conoscenza- “all'interno di un unico corpo”.

Quindi: ‘roba’, ‘materia’; ma anche ‘questione’, ‘affare’, ‘faccenda’,‘compito’. Massa informe, inquietante. Roba difficile da maneggiare, maneggiabile in diversi modi. Roba che, forse, non può essere adeguatamente trattata con i consolidati strumenti tramandati dalla tradizione filosofica. Il filosofo si interroga sui propri limiti.

Heidegger: Il pensiero, inteso nella sua forma tradizionale, è giunto alla propria fine.

Se però tutto questo è vero, allora con una tale fine si è deciso il destino della filosofia, non quello del pensiero. Resta infatti aperta la possibilità che proprio nella fine della filosofia si celi un altro inizio per il pensiero.

Il pensiero è giunto alla propria fine. Drammatico annuncio.

Il filosofo non spiega ancora perché il pensiero è giunto alla fine. Preferisce dire prima delle conseguenze: oltre l’hybris, oltre l’orgogliosa convinzione del filosofo, che vuole considerare il proprio modo di pensare come il più degno e più elevato modo di pensare, sta la constatazione: si deve accettare che esistano altri modi di pensare. Conviene pensare che dalle ceneri della filosofia possa nascere ‘un altro inizio per il pensiero’.

Si può ritenere che quanto è stato appena detto non sia altro che una serie di asserzioni non dimostrate. Eppure, queste sono le domande aperte.

Tra le altre domande, c’è da chiedersi se trovi posto nell’ambito del pensiero l’esigenza di portare dimostrazioni, così come richiede la scienza. Ciò che non può essere dimostrare può essere ugualmente fondato. Ma questa fondazione va ugualmente a vuoto se la materia (Sache) del pensiero non possiede più il carattere del fondamento e quindi non può più essere la materia (Sache) della filosofia.

Heidegger, filosofo, lavora con i propri strumenti: il pensare con estrema finezza. Ma la finezza si rivela arma spuntata se in luogo dell’oggetto filosofico per eccellenza, il puro ente, sta la brutale, grezza, inafferrabile Sache. Di fronte alla Sache, appare più attrezzata la scienza, con il suo procedere per sperimentazioni e prove empiriche.

Ecco la domanda, che resta aperta: serve forse un modo di pensare che non sia più il tradizionale filosofare, ma che non si limiti nemmeno al riduttivo metodo scientifico.

Heidegger: È necessario, anzitutto, far esperienza del modo in cui la filosofia è giunta alla sua fine (in ihr Ende eingegangen ist).

Parlando di fine, noi vogliamo dire che qualcosa non va più avanti, che è terminato. Fine indica qualcosa di incompleto e di spiacevole. Fine - suona come impotenza e rovina.

Tuttavia, locuzioni come von einem Ende zum andern (da un capo all’altro) e an allen Ecken und Enden (a ogni angolo e in fondo a ogni strada, per ogni dove) attestano un altro significato della parola ‘fine’.

Essa significa luogo. In ciò che segue intenderemo con fine il luogo dove qualcosa si raccoglie nella sua possibilità ultima, dove esso giunge a pieno compimento (vollendet).

Dalla comprensione del modo in cui la filosofia è giunta alla sua fine, può emergere una nuova possibile filosofia, un nuovo modo di pensare: un modo di pensare capace di tener conto della scienza e della tecnica, andando oltre i confini che la scienza e la tecnica impongono al pensiero.

La fine della filosofia e il fine della filosofia sono connessi. La fine della filosofia -il momento in cui la filosofia mostra il suo limite, e torna quindi ad interrogarsi su sé stessa- può essere forse il momento in cui la filosofia riscopre il suo fine.

Al posto della filosofia

Heidegger: La filosofia si dissolve in scienze autonome: la logistica, la semantica, la psicologia, la sociologia, l’antropologia culturale, la scienza della politica, la teoria della letteratura, la tecnologia.

Newton era scienziato, ma anche alchimista e teologo. Goethe era poeta e scienziato. Alla metà del Ventesimo Secolo questo scienziato-non-solo-scienziato è scomparso.

La Sache, la massa del conosciuto e del conoscibile, intesa nella sua complessità, nella sua caotica ampiezza e profondità, appare troppo difficile da abbracciare - anche per lo sguardo fine e saggio e vasto del filosofo.

Possiamo intendere la Sache, materia, come Natura. La scienza risolve il problema della complessità, dell'inafferrabilità della Sache attraverso la proliferazione. Non una scienza, ma mille scienze specializzate. Ogni scienza richiede oggi allo scienziato una iniziazione ed una appartenenza esclusiva.

Ma la specializzazione dissolve, disintegra. Comporta la rinuncia alla visione di insieme. La potenza del pensiero ne è vanificata. Il complessivo sguardo del filosofo è sostituito da una pluralità di sguardi. La conoscenza che la mente pensante del filosofo ‘teneva insieme’ è scomposta, frammentata in saperi settoriali.

E’ la fine della filosofia.

Heidegger: La filosofia nel suo dissolversi viene rimpiazzata da un nuovo tipo di unificazione fra le scienze, sia le nuove scienze che le già esistenti. La nuova scienza -che unifica le diverse scienze in un modo che cambia il senso dell’‘unificare’- si chiama cibernetica.

Questa unità sta nel fatto che quali che siano i campi tematici delle scienze, esse sono progettate per leggere i fenomeni in un unico modo. Le scienze sono forzate (herausgefordert) a leggere i fenomeni come controllo (Steuerung) e informazione.

Per mezzo delle rappresentazioni che guidano la cibernetica -informazione, controllo, feedback- vengono modificati in un modo, oserei dire, inquietante, quei concetti chiave -fondamenti e conseguenze, causa ed effetto- che hanno dominato finora nelle scienze.

La cibernetica, meta-scienza, si candida a prendere il posto della filosofia nel ‘tenere insieme’ le diverse scienze.

Due modi di ‘tenere insieme’ radicalmente diversi si contrappongono. La filosofia, indagine sull’essere, tensione al disvelamento dell’oscuro, è in origine una: ogni scienza non è che l’applicazione dei principi della filosofia ad uno specifico ambito. La scienza rende obsoleta la filosofia.

La cibernetica, osserva Heidegger, prendendo il posto della filosofia assume ogni ente -vivente o artificiale- come un sistema, di cui si debbono scoprire i meccanismi di funzionamento.

La conoscenza, così, sottoposta a un modello imposto al suo manifestarsi, è ridotta a informazione e comunicazione - flusso che transita attraverso un canale. L’interazione di un ente con il suo ambiente è ridotta a feedback - segnale di ritorno che garantisce il mantenimento della situazione prevista.

Tutto si riassume nel concetto di controllo. Control in the Animal and the Machine, recita il titolo di Wiener.8 Heidegger non traduce con il tedesco Kontrolle. Preferisce Steuerung.

L’idea originaria del controllo è poverissima: confrontare qualcosa con ciò che è scritto nel libro delle regole. Per questo Wiener inventa il termine cibernetica, kybernetiké, in greco l’arte del pilota della nave: qui, quanto meno, è contemplato il tener conto dei venti e delle condizioni del mare, e quindi il riassestamento della rotta. Nell’etimo di Steuerung, non a caso, ritroviamo la stessa idea di pilota, simboleggiata da un timone nelle mani di un timoniere, di un volante nelle mani di un guidatore. Resta il fatto che per la cibernetica, ed è questo che in fondo inquieta Heidegger, ogni cosa è una macchina che si guida da sé.

Heidegger: Il carattere tecnico delle scienze, via via sempre più marcato, si può facilmente riconoscere dal modo, un modo strumentale, in cui esse concepiscono quelle categorie che di volta in volta definiscono ed articolano il loro ambito tematico.

Le categorie sono modelli operativi, idee esemplari la cui verità si misura dall’effetto che il loro impiego ha nel progresso della ricerca.

Si intende per verità scientifica l’efficacia dei modelli. Le scienze stesse si fanno carico di formulare i modelli, e di modificarli quanto appaia necessario. Ai modelli viene concessa solamente una funzione tecnico-cibernetica, negando loro ogni contenuto ontologico.

L’osservazione piena e disponibile a ogni possibile manifestazione dell’essere -che è l’atteggiamento del filosofo- viene messa da parte. In suo luogo viene posta una tecnica. La scienza si libera dalla filosofia, ma solo per mettersi nelle mani di una tecnica.

La tecnica esclude la pura ricerca, esclude le alternative per concentrare la propria attenzione sull’applicazione di modelli già definiti.

E’ il modo di agire prefigurato nelle Regulae di Cartesio - sferraglianti catene deduttive sono imposte ad ogni scienza. Un modo tecnico, fondato su Gestelle, impalcature, scaffali, che si vorrebbe del tutto neutrali, indifferenti, imposti alla Bestand, materia che giace, alla Sache, alla roba che gli scaffali previsti dal modello dovranno contenere.

Heidegger: La stessa natura delle scienze della Natura è intesa come Bestand.

Heidegger aveva parlato della Bestand nelle precedenti conferenze. Usava metafore: il bosco ridotto a riserva di legname, la montagna ridotta a cava di pietra, il fiume ridotto a forza idraulica.

Ma ora arriva al dunque, alla affermazione estrema. Allo sguardo della cibernetica, la Natura è vista come materia assoggettata a Steuerung, guida, controllo, e quindi sfruttamento. Così, in ultima analisi, le scienze della natura si presentano come macchina per mettere sotto controllo, per governare lo sfruttamento.

Ogni cosa, tramite la cibernetica, è Bestand, giacenza, risorsa. E’ Sache, materia impiegabile. Ogni cosa appare incasellata -Bestellen: mettere in ordine- in una predefinita Gestell, uno scaffale. Predisposta per la propria totale Bestellbarkeit, impiegabilità.

La Natura è ora intesta come una macchina osservata da una macchina.

L’analisi del filosofo è acuta, è giustamente portata alle estreme conseguenze, tocca punti chiave, ma appare eccessiva, e in fondo ingiusta. Per diversi motivi.

E’ vero che la scienza ha appreso a subordinare il proprio agire a tecniche: paradigmi, protocolli, categorie, divisione del lavoro, sistemi di controllo e regolazione applicati al procedere della ricerca. Ma non possiamo considerare la scienza completamente subordinata a questa tecnica. Né possiamo considerarla completamente dipendente da impieghi motivati da scopi economici o politici.

La cibernetica non si riassume nel programma formalista e riduzionista enunciato da Wiener negli Anni Quaranta: il progetto delle Macy Conferences va ben oltre il punto di vista di Wiener, oltre l’idea della Steuerung come tecnica imposta ad ogni scienza. Le Macy Concerences sono un complesso e variegato luogo di incontro di scienziati di diverse discipline, che cercano contiguità al di là delle differenti specializzazioni.

Le diverse scienze, poi, quando alla metà degli Anni Sessanta Heidegger parla a Amriswil, rendendo omaggio a Binswanger, sono ormai uscite dal momento fusionale simboleggiato dalle Macy Conferences: procedono ormai ognuna per proprio conto. Lo stesso Wiener si è a quel punto allontanato dalla versione dura e pura del suo programma.9

Heidegger: La cibernetica è ancora, per quel che concerne la chiarezza delle rappresentazioni che la guidano, e per quanto concerne l’applicazione di queste rappresentazioni ad ogni campo scientifico, è ancora agli inizi. Ma il suo dominio è tuttavia garantito, dal momento che essa stessa è a sua volta controllata da un potere che imprime il carattere di pianificazione e di controllo non solamente sulle scienze, ma su ogni attività umana.

La critica eccessiva alla scienza e l’eccessivo credito concesso alla cibernetica si risolvono nel dire che Heidegger non sta parlando in realtà di cibernetica, ma di computer science. La cibernetica non è che la facciata leggendaria ed esoterica della computer science. Delle diverse scienze vecchie e nuove che Heidegger cita ed evoca, la più nuova è la computer science. Tra le diverse scienze, una sola, la computer science si occupa in modo specifico di informazione e la comunicazione, di controllo e feedback. Nessuna scienza è più vicina della computer science a considerare la stessa natura una macchina. Nessuna scienza è vicina alla tecnica come la computer science. Potremmo anzi dire che la computer science è una tecnica mascherata da scienza.

E’ la computer science, non la cibernetica, a vedere ogni cosa come Bestand, giacenza di materiale, Sache -non importa se naturale o artificiale- destinata ad essere messa in ordine secondo il modello previsto da un Libro delle Regole.

Dietro la nobile cibernetica sta la nobile computer science - disciplina che discende dal filone filosofico-analitico e logico-matematico, lungo la linea Frege-Russell-Hilbert-Turing-von Neumann. Ma la stessa denominazione computer science non è che un velo dietro il quale sta una più generica definizione: computing. Dietro, ancora, sta un’altra definizione, che ora possiamo portare in primo piano: informatica.

Informatica, termine nuovo, teso a definite un campo in bilico tra scienza e tecnica, è nato nell’Europa continentale. Proprio attorno alla metà degli Anni Sessanta, negli anni in cui Heidegger sta ragionando attorno alla ‘materia del pensiero’, viene coniato il termine. Informatica: espressione che troviamo già in quegli anni in russo: informática, in francese: informatique, in tedesco: Informatik. Espressione che ci parla a chiare lettere di un punto di incontro tra informazione e automazione, ovvero di macchine destinate a controllare la ‘materia del pensiero’.

Il trionfo della cibernetica non si è avverato. Ma il trionfo dell’informatica -tanto intensamente, pervasivamente presente da non risaltare allo sguardo- è sotto gli occhi di ognuno. E’ qui che ci aiuta la lezione appassionata del filosofo: ci chiama ad andare oltre la nostra stessa assuefazione; oltre il nostro stesso essere parte della Sache, materia, massa, trattata dell’informatica.

D’ora in poi mi permetterò dunque di tradurre informatica laddove Heidegger scrive cibernetica.

L’informatica come forma imposta al pensiero

Heidegger: Il concetto guida dell’informatica, il concetto di informazione, è tanto vasto da poter un giorno assoggettare alle pretese dell’informatica anche le discipline storiche e umanistiche. Ciò riuscirà tanto più facilmente in quanto il rapporto dell’uomo d’oggi con la tradizione storica si tramuta visibilmente in un mero bisogno d’informazione.

Il filosofo ci avverte del pericolo: l’informazione può essere sostituita alla conoscenza. La conoscenza è prodotta dall’uomo e destinata all’uomo. L’informazione prescinde dall’uomo. Esiste di per sé. La conoscenza è pensata, sognata, ambita, prodotta. L’informazione è artificialmente autocreata per via di una matematica ricorsiva, ed erogata ad un uomo ridotto a un passivo fruitore.

Eppure nel dominio dell’informatica l’informazione prende il posto della conoscenza.

Non è solo la Sache delle scienze naturali e dell’industria a dover stare ora collocata sugli scaffali dell’informatica. Oggi, come prevedeva il filosofo, anche il sapere umanistico è ormai collocato su quegli stessi scaffali se fosse questa l’informatica umanistica, sarebbe una misera cosa.

C’è di più: anche la nostra personale roba, le stesse esperienze della nostra vita quotidiana, tutto è costretto in scaffali e schemi costruiti da qualcuno, e imposti ad ognuno.

Heidegger: Da principio, la stessa informatica ammette d’imbattersi qui in difficili questioni. Ma essa ritiene tuttavia di poterle sostanzialmente risolvere e considera in via preliminare l’essere umano come un ‘fattore di disturbo’ nel calcolo informatico.

Espulsa dalla scena la conoscenza -attività umana- resta l’informazione, flusso di dati lungo un canale, assoggettato al controllo. Solo così -eliminando in via preliminare l’uomo- può affermarsi l’informatica, scienza-tecnica orientata al controllo.

Gli uomini narrano in modo di volta in volta diversi: questa ridondanza è precisamente ciò che l’informatica strutturata e strutturante si propone di eliminare. Ogni dato non previsto dal modello definito dall’analista è rumore: appunto, informazione inutile, perturbazione che deve essere eliminata acciocché la macchina non si inceppi.

Heidegger: L’informatica rassicura se stessa affermando come proprio compito il ‘calcolare ogni cosa’, nei termini di un processo controllato. Finisce così per determinare la libertà dell’uomo, intendendo la libertà come qualcosa di pianificato, cioè di controllabile.

Il calcolo, come voleva Leibniz, si sostituisce nell’informatica ad ogni altro tipo di narrazione.

La pretesa estrema dell’informatica sta nel considerare la macchina più adeguata dell’uomo, anche quando si tratti del narrare la storia di vita di ogni uomo. Essendo l’uomo, inteso nella sua piena umanità, un ‘fattore di disturbo’, la stessa biografia, la stessa storia di ogni uomo, è sostituita nel dominio dell’informatica -allo stesso modo in un luogo di lavoro, in un ospedale o in un carcere- da una anagrafica, descrizione codificata, narrazione costretta in uno schema dato a priori, stringa, sequenza finita di caratteri alfanumerici, unica ed univoca distinzione di un essere umano dall’altro: data di nascita, codice univoco distintivo, categoria di inquadramento.

La codifica buona per la macchina -ovvero: la codifica che la macchina è in grado di gestire- è imposta all’uomo. Fino al caso limite: la codifica delle macchine Hollerith tatuata sulla pelle dell’internato nel campo di concentramento.

Heidegger: Ciò che è presente riguarda l’essere umano d’oggi come qualcosa che si può sempre impiegare (ordinare). La presenza, pur se ancora pressoché mai pensata ed espressa in quanto tale, manifesta il carattere dell’incondizionata impiegabilità (Bestellbarkeit) di ogni cosa.

Disporre (stellen) le cose in modo da renderle fruibili (bestellbar). Ecco il concetto che i traduttori del filosofo rendono in italiano con impiegabilità, e in inglese con orderable. Ordinabile: ‘mettere a posto diversi elementi’, disporli in un ordine, sottoporli a un indice, a una classificazione. Impiegabile: utilizzabile, trattabile: siamo chiamati a pensare alla ‘risorsa’. Lavorabile: siamo avvicinati a un’idea di macchina.

Heidegger: Ciò che è presente non viene incontro e non permane più sotto forma di oggetto.

Esso si dissolve in giacenze (Bestände) che debbono essere costantemente, per le esigenze che di volta in volta si prospettano, producibili, disponibili e sostituibili. Si tratta di giacenze (Bestände) che sono richiesti caso per caso secondo specifiche pianificazioni.

Qualche traduttore italiano se la cava rendendo Bestände con un generico entità, e questo ci fuorvia. Bestande è ‘giacenza’, materia prima conservata in un magazzino, ‘giacenza di cassa’, ‘fondo’ conservato in una biblioteca, organico di un esercito. Alla fin fine è Sache, roba, materia,

Più felice, anche se ancora inadeguata, la scelta del traduttore inglese, che rende Bestände, plurale di Bestand, con standing-reserves: ne traiamo l’immagine di qualcosa di stabile ma inattivo, inerte. C’è implicita l’idea di un necessario afferrarsi a un ordinamento pre-costituito.

Il problema: come trattare questa Sache giacente, roba, stoffa, tessuto, materia originaria, materia di grana grossa, coarse grained.

L’informatica cerca rimedio all’‘inconoscibilità della cosa’ -o forse meglio: alla difficoltà a trarre senso dalla ‘materia del pensare’- nella ‘certezza del dato’, segno della cosa finemente definito, ma definito in un modo non più comprensibile all’uomo, e comprensibile invece solo da parte di macchine dedicate a questo scopo.

Devono essere necessariamente fine grained data, dati di grana fine. Perché solo questi dati sono gestibili, sono disponibili per specifici utilizzi. Solo questi dati sono calcolabili.

Tutto il resto -e non importa se è roba buona- deve essere scartato. Sull’altare della calcolabilità, lungo la via stretta che l’informatica offre per accedere alla conoscenza, si scarta così la parte più significativa della Sache, ciò che non trova precisa collocazione nella Gestelle.

Ciò che appare in origine come Bestand, giacenza, prende senso in funzione di una organizzazione imposta. La giacenza, è utilizzabile perché le è imposta una Gestell: ‘scaffale’, ‘intelaiatura’, ‘incastellatura’, ‘scheletro’; ma anche: ‘basamento’ e ‘imposizione’.

Nel lessico dell’’informatica, la Gestell è il database, ‘an organized collection of data’. Dal database, i dati sono estratti ed utilizzati secondo un programma: “una specifica pianificazione”.

Stellen è il mettere, il porre, il collocare. Be-stellen è mettere, e rimettere continuamente, in ordine.

Ma così, , ci ricorda Heidegger, limitandosi al Bestellen, all’ordinare, come fa l’informatica, si esclude dal pensabile l’Her-stellen: il produrre, il fabbricare, il costruire qui ed ora, e si esclude anche il Dar-stellen: l’illustrare, il descrivere, il rappresentare, il rendere presente.

Her-stellen, Dar-stellen ci parlano di ‘disvelamento’: ciò che è stato il sale della filosofia. Ora, ci dice il filosofo, tenendo conto della scienza e delle sue specializzazioni, tenendo conto dell’informatica e del suo incasellare ogni cosa, dobbiamo cercare di guardar oltre. Riscoprendo, oltre la scienza e oltre l’informatica, la potenza e libertà dell’umano pensare.

Heidegger: Al suo inizio, quel modo di pensare che in seguito sarà chiamato ‘filosofia’ è orientato a percepire e nominare il meraviglioso (das Erstaunliche), e a dire che l’essere è, e il modo in cui esso è. Ciò che noi, abbastanza equivocamente e confusamente, chiamiamo l’ente, era inteso dai filosofi greci come qualcosa di presente (das Anwesende), dal momento che in quanto presenza (Anwesenheit) l’essere li interpellava. In questa prospettiva furono pensati il passaggio dalla presenza all’assenza, l’apparire e lo sparire, l’emergere e il passar via, cioè il movimento.

In origine, la filosofia è il percepire il meraviglioso (das Erstaunliche), è il dire che l’essere è, e il modo in cui esso è.

In greco ousía è ‘cosa che si fa vedere’, ‘che si espone alla presenza’. Presenza è ‘ciò che sorge dalla dalla propria essenza’: parousía. Il senso è reso dal filosofo tramite il verbo anwesen, ‘presentarsi’, con implicito riferimento a Wesen, ‘essenza’ di ciò che si presenta, quindi: ente, sostanza, ma anche essere umano.- quindi anche ‘essere umano’.

Anwesen, così, traduce il greco physis, ‘ciò che sboccia da se stesso’, il dispiegarsi apparendo. In termini entrati nel lessico filosofico nei tempi in cui scrivo, potremmo dire: emergenza, autopoiesi.

Il filosofo ci dice: l’accettare il ‘presentarsi’ è il cammino dell’aletheia: la ricerca del ‘reale’, e del ‘vero’ sta nel disvelarsi di ciò che a prima vista appare occulto, nascosto.

Per il filosofo, questo accettare il ‘presentarsi’ è il cammino verso l’aletheia, il ‘reale’, ma anche il ‘vero’. Percepire il meraviglioso implicito nel ‘presentarsi’, nel sottile scarto tra assenza e presenza: qui sta la conoscenza. Qui sta la poesia.

Il filosofo ci ricorda un modo di pensare che, per noi uomini moderni, è quasi inconcepibile.

Agli occhi del filosofo la poesia e la tecnica -di cui manifestazione estrema è l’informatica- appaiono due modi contrastanti del ‘rivelare’.

Heidegger: Poiché l’informatica, senza saperlo e senza essere in grado di pensarlo, resta subordinata alla trasformazione della presenza di ciò che è presente, possiamo considerare l’informatica come segno caratteristico della fine della filosofia. Questo segno consiste nel fatto che con l’ordinabilità (Bestellbarkeit) di ciò che è presente è raggiunta l’ultima possibilità nella trasformazione della presenza (Anwesenheit).

Alla fine della filosofia, fine come luogo, fine come estrema possibilità, fine come pieno compimento (Vollendet), sta l'informatica strutturata e strutturante. Essa si spinge là dova la filosofia non è giunta: si spinge a garantire l’impiegabilità (l’ordinabilità) di ciò che è presente per costruire rappresentazioni che prescindono dall’uomo e che sono imposte all’uomo.

I dati -conservati in Gestelle- sono manifestazioni sostitutive dell’essere pienamente impiegabili ed ordinabili.

Parlare di informatica è parlare di una macchina che lavora per orderable task. Elaborazione, dunque: nel senso latino di ‘applicarsi’, ‘lavorare diligentemente’.

L’uomo è sostituito dalla macchina; la macchina lavora più diligentemente dell’uomo: “performs indicated tasks according encoded instructions”. E’ il programma, e non più l’uomo, ad analizzare i dati, rendendoli significativi (meaningful).

Sul confine sfumato tra filosofia e informatica; lì dove la filosofia giunge alla sua fine ed offre l’immagine estrema di sé (in ihr Ende eingeht) e l’informatica prende il suo posto, lì abbiamo modo di osservare l’ultima trasformazione della presenza. L’inafferrabile, il meraviglioso, sfuggente apparire, il presentarsi dell’essere, sembra, nel dominio dell’informatica, diventare afferrabile. Non c’è più bisogno dell’artista o del poeta o dello scienziato per avvicinarlo in qualche modo. Non serve più pensare.

Il presentarsi è sostituito dal presente, ciò che è passato al vaglio della calcolabilità, ciò che sta nella forma prescritta, ciò che è già, offerto o imposto, disponibile sullo scaffale.

Dobbiamo chiederci -Heidegger se lo chiede per noi- se possiamo contentarci di questo.

Il filosofo non cessa di interrogarsi. L’informatica riesce a suo modo a rendere accessibile la Sache, ma al prezzo di trascurare il suo farsi presente. Dunque dobbiamo chiederci: a cosa rinunciamo, “se ciò che è presente è privato del suo venire alla presenza”?

Lichte

Heidegger: C’ è voluto un cammino di decenni lungo sentieri faticosamente aperti nel bosco (Holzwegen) per riconoscere che la frase di Sein und Zeit: “L’esserci (Dasein) dell’uomo è esso stesso la Lichtung10 si era forse avvicinata alla problematica materia del pensare (die Sache des Denkens), e tuttavia non l’aveva pensata adeguatamente: non aveva posto la materia (Sache) come domanda che riguarda la materia (Sache).

Heidegger pensa, seduto al suo tavolino, di fronte alla finestra aperta sul bosco, nella sua baita nella Foresta Nera. Il sentiero nel bosco, e la radura, Lichtung, sono immagini sempre presenti nei suoi testi.

Sein und Zeit, Essere e tempo, 1927, resta probabilmente la manifestazione più compiuta del pensiero del filosofo - per quanto lui stesso al momento della pubblicazione ritenesse l’opera incompiuta. In Sein und Zeit il filosofo parla di come il Befindlichkeit, ‘trovarsi’, e il Verstehen, ‘comprendere’ servano a darci ragione del nostro in-der-Welt-Sein, essere-nel-mondo. Dunque il conoscere è la manifestazione dell’essere-nel-mondo. Entra così in gioco la Lichtung: la ‘radura nel bosco’, ma anche “il lumen naturale dell’uomo”. Che l’uomo sia ‘illuminato’ vuol dire: rischiarato in se stesso in quanto essere-nel-mondo”.

Vent’anni dopo, nella seconda metà degli Anni Quaranta, Heidegger ritorna dubbioso sul suo stesso pensiero. La follia del nazismo; la propria vicenda personale: le accuse di connivenza con il regime; i successi della scienza; l’incombere della Sache, massa di ‘cose del pensiero’ così difficili da trattare con gli strumenti della filosofia - tutto questo porta il filosofo ad affermare, nella chiusa del Brief über den 'Humanismus': “il pensiero avvenire non sarà più la filosofia”. Non si legherà ad assiomi né pretenderà di attingere alla verità. “Il pensiero ridiscenderà nella povertà della sua essenza provvisoria (vorläufigen Wesens)”.11

Passano ancora vent’anni. Ora il filosofo, alla metà degli Anni Sessanta, connette pienamente la riflessione sul pensiero con la riflessione sulla tecnica. La tecnica ha offerto un modo per guardare alla Sache, materia troppo difficilmente pensabile per la filosofia. Questo modo è il modo dell’informatica. L’informatica trascura il meraviglioso; esclude dalla propria attenzione il presentarsi delle cose; prende in considerazione solo le ‘cose che ci sono’; tratta solo rappresentazioni di cose: dati, che si conformano a Gestelle, scaffali pre-costituiti.

Il filosofo ha settantasei anni. Si sporge oltre i limiti del suo stesso pensiero, disposto ancora a porsi domande a cui non sa dare risposta.

L’Anwesenheit, la presenza, è qualcosa di più complesso dell’esserci (Dasein). Bisogna tornare a pensare alla Lichtung in modo più aperto. Dobbiamo accettare di considerare che se la Lichtung è attenzione rivolta a ciò che è, possiamo parlare di Lichtung della macchina informatica. Ma in questo caso la Lichtung non è più lumen dell’uomo, è Lux che emana da un Libro delle Regole.

Si deve dunque tornare a interrogarsi intorno all’uomo e alla macchina.

La Lichtung sta al di là: oltre le griglie e i feedback, oltre l’ordine imposto dall’informatica. Ma anche al di là della filosofia: la mente filosofante ha finito per lasciare spazio all’informatica perché aveva raggiunto il proprio limite. Era ormai incapace di abbracciare la sovrabbondante massa di Sache, dati, informazioni, brandelli di sapere. Il fondo, Bestand, giacenza di materiali ai quali attingere, materiali da comprendere, è eccessivo. Anche il filosofo che con le migliori intenzioni intende pensare senza trascurare ‘materia del pensiero’ deve inchinarsi all’impossibilità. Ciò che appariva saggezza appare ora come arroganza. Non basta più nemmeno il filosofare barbaro al quale ci invita Wittgenstein, dove l’ignoranza diviene una virtù. Anche questo modo di pensare appare insufficiente di fronte alla Sache.

Siamo indotti a dire che forse l’uomo non può fare a meno delle macchine. Ma possiamo anche dire che le macchine-Gestell, le macchine ordinatrici, le macchine che scartano il materiale spurio e inquietante, le macchine che alla fine sostituiscono il pensiero umano con un algoritmo, non sono le uniche macchine possibili.

C’è bisogno di qualcosa che l’informatica alla metà degli Anni Sessanta non ha ancora dato, ma potrebbe dare. Heidegger aveva ben presente il senso delle macchine Hollerith e dei Mainframe, macchine-Gestell, in quegli anni ormai presenti a governare ogni organizzazione. Heidegger, cercando un modo di trattare la Sache oltre il modo garantito dalle macchine-Gestell, implicitamente prefigura altre macchine. Si tratta, in fondo, delle macchine evocate già in Sein und Zeit: macchine-Zeug, macchine zu handen. Macchine destinate a sostenere il pensare umano, portandolo oltre i propri limiti. Proprio in quei giorni, attorno alla metà degli Anni Sessanta, dando corpo alla visione di Vannevar Bush, Doug Engelbart sta costruendo questa macchina heideggeriana. E Ted Nelson parla di un modo di pensare liberato da ogni Gestell, ogni scaffale, ogni forma imposta. Un modo di costruire conoscenza che lo stesso Heidegger -che pensa con lo sguardo aperto sui sentieri nel bosco, alla ricerca della Lichtung, ma resta inevitabilmente legato alla scrittura su carta, al libro, alla biblioteca- non può concepire.

Heidegger: La presenza di ciò che è presente non ha in quanto tale alcun rapporto con la luce (Licht) nel senso del chiarore. La presenza è invece riferita al diradarsi (Lichte) nel senso della Lichtung.

Ciò a cui questa parola ci fa pensare, lo si può chiarire con un esempio. Una Lichtung (radura) nel bosco è quello che è, non a causa del chiarore e della luce che vi può splendere durante il giorno. La Lichtung c’è anche di notte. Lichtung significa: in questo punto il bosco può essere attraversato.

Messa da parte l’idea dell’umano sguardo che illumina, il filosofo si trova ora a cogliere in Lichtung il solo senso del ‘diradarsi’. La materia del pensare non sta nel soggettivo far luce nell’oscurità, ma nel cogliere tracce di chiarore lì dove si suppone o si teme esista solo oscurità. La materia del pensare non sta nell’umano ‘diradare’, ma nel comprendere il ‘diradarsi’.

Qualcosa ci dice la traduzione in spagnolo di radura e di Lichtung: claro. Ancora di più ci dice la traduzione in inglese: clearing. ‘Radura nel bosco’, ma anche ‘the act or process of making or becoming clear’, ‘the act of freeing from suspicion’, ‘the act of removing solid particles from a liquid’: e dunque ‘chiarimento’, ‘chiarificazione’. Lichtung , ma anche Lichte: approssimazione alla conoscenza.

Ogni essere umano, accompagnato dalla propria macchina, può levare l’ancora. Liberarla dal fondo marino che la serra tutt’attorno ed elevarla nello spazio libero dell’acqua e dell’aria. Questo è pensare.

Heidegger: Anche questo parlare a proposito della Lichtung non è forse soltanto una metafora, ricavata dalla radura del bosco? In fin dei conti la radura non è che qualcosa di presente in un bosco presente. Invece la Lichtung, come garanzia propria dello spazio libero, del venire alla presenza e del permanere di ciò che è presente, non è né qualcosa di presente, né una proprietà della presenza. La Lichtung, e ciò che essa stessa dirada, restano piuttosto qualcosa che concerne il pensiero non appena questo è interessato dalla domanda su come stiano le cose a proposito della presenza in quanto tale.

La presenza non è già data, ma si presenta in modo differente in ogni istante.

La Lichtung è il rendersi palese della presenza, è il farsi presente, il presentarsi qui ed ora della conoscenza.

Troviamo qui occasione per tornare ancora sulla parabola dell’informatica.

L’informatica è l’accettare di prendere in considerazione nient’altro che una piccola parte della Sache, ‘materia del pensiero’. L’informatica è costrizione a considerare del pensiero solo ciò che è calcolabile, cioè: solo ciò che è esprimibile attraverso uno specifico linguaggio formalizzato. Costretta a fondarsi sull’ordinabilità, sul controllo.

Ma la prospettiva cambia quando la potenza stessa degli strumenti dell’informatica permette di andare oltre i confini di ciò che appariva prima tecnicamente possibile. L’informatica, in origine capace di trattare solo fine grained data -dati corrispondenti a un formato, a regole prestabilite- si scopre capace di trattare anche anche coarse grained data: roba grossolana, presa così com’è. Sache, robaccia, accozzaglia di detriti, cianfrusaglie. A questo punto la questione, il problema, la materia -ecco in gioco tutti i sensi di Sache- del pensiero non è più limitata al calcolare, all’ordinare, all’elaborare. La questione, il problema, la materia, con questa informatica, sta nel diradare. Come il bosco si dirada improvvisamente finché -Lichtung- ci appare la radura, così funziona l’informatica che porta a galla, alla luce, ciò che è implicito nella materia, per tentativi ed errori, per via di congetture, per approssimazione, per intuizione, senza che alla fin fine importi come.

Giunti al culmine dell’informatica strutturata e strutturante, definito nel modo più preciso il modello per descrivere e contenere ogni cosa, si riparte da zero. Coloro che si occupavano di modellizzare i dati, passano ad occuparsi di Data Mining e di Deep Learning. La materia della conoscenza ci è presentata dall’informatica sotto forma di dati ben conservati in Gestelle, impalcature, scaffali, modelli dei dati. Ma ogni Gestell è fungibile: non è né l’unica né la migliore delle Gestelle possibili. L’informatica si scopre in grado di andar oltre le Gestelle già date, e di tornare a guardare alla Bestand, la giacenza, al mero accumulo di Sache, di roba. Si tratta di scavare in questo fondo.

Scavare nel profondo: metafora che possiamo ben contrapporre alla metafora dell’impiegare, dell’ordinare in scaffali.

Scavare cercando cluster, cercando sul momento una struttura utile a tenere insieme abbastanza bene quei materiali, in modo che ci appaia conoscenza. Ci soccorre il senso implicito in cluster: in origine c’è un ‘grumo’, ‘blocco’, ‘zolla’. Siamo chiamati ad osservare come gli elementi si raggruppano, si organizzano in un modo che resta sempre solo uno dei modi possibili.

Questo modo di pensare consiste quindi nel cercare una possibile ‘coagulazione’, un ‘raggrumarsi’, un prendere forma della conoscenza, senza il ricorso ad una previa Gestell. Eccoci giunti alla conoscenza che prende forma senza bisogno di assiomi. Senza bisogno di affidarci alla catena deduttiva di Cartesio.

Heidegger: Das Lichte è il diradarsi. Lichten vuol dire liberare, lasciar libero, affrancare. Lichten dipende da leicht (lieve). Alleviare, alleggerire una cosa significa eliminare gli ostacoli, condurla in un ambito senza più resistenze, nello spazio libero. Levare l’ancora vuol dire: liberarla dal fondo marino che la serra tutt’attorno ed elevarla nello spazio libero dell’acqua e dell’aria.

La presenza è assegnata alla Lichtung intesa come garanzia propria dello spazio libero.

Nel Data Mining e nel Deep Learning, nell’informatica intesa come lavoro sulle tracce di conoscenza, dove la forma imposta non è più necessaria, resta un grave limite. Si tratta pur sempre di un lavoro riservato a specialisti. Tecnici che mantengono l’esclusivo governo degli strumenti per ‘liberare la conoscenza’ estraendola dalla Sache. Il tecnico non è un filosofo. Il tecnico non è l’essere umano che pensa. Nelle mani del tecnico, gli strumenti per congetturare, gli strumenti destinati a lasciar libero il pensiero, finiscono per essere usati senza libertà. Il tecnico scrive un Libro delle Regole anche per l’uso dello strumento destinato ad affrancare, vanificando così l’affrancamento.

La situazione cambia solo se gli strumenti sono posti alla portata di ogni essere umano. Di ogni barbaro e di ogni primitivo. E’ questo che accade con il Personal Computer e con il World Wide Web.

Non sono solo rose e fiori. C’è, nella macchina, un algoritmo; le macchine e i programmi soffrono dei pregiudizi dei tecnici, convinti della necessità del controllo; il funzionamento della macchina è limitato da capziosi suggerimenti e occultamenti. Ma macchine personali sono nella mani di ognuno, e il World Wide Web, per nostra fortuna, è scappato di mano ai suoi stessi progettisti. E scappa continuamente di mano a chiunque vuole appropriarsene e imporgli un ordine.

Cosicché, nel momento in cui scrivo, viviamo una situazione impensabile nei giorni in cui Heidegger si arrovellava a proposito della problematica materia del pensiero. Oggi ogni uomo può pensare da sé.

Muovendosi nel World Wide Web, scrivendo con un word processor, raccogliendo e interpolando informazioni, costruendo testi multimediali, mescolando parole immagini e suoni, ogni uomo partecipa alla costruzione di una cultura sempre più lontana dalle ossessioni della metafisica greca e del moderno feticismo scientistico.

Ognuno sul Web fa esperienza di relazione con altri uomini e di relazioni con la Sache, massa non ordinata. Ognuno accompagnato dalla propria macchina zu handen, macchina che accompagna le connessioni generate dalla mente, gli esseri umani cooperano alla parousía, ‘al far sorgere conoscenza dalla dalla propria essenza’. Ognuno -come io ora mentre penso e scrivo- gode dell’accesso a fonti infinite. La Bestand, la materia dalla quale trarre conoscenza -ciò che è stato scritto, le voci di altri uomini- non è più un ostile giacimento, è materia accessibile, fruibile, zu handen, a portata di mano.

Così è quando noi, pur limitati nell’agire dalla nostra pochezza, e dalla pochezza delle macchine che ci accompagnano nell’esplorazione, scriviamo per mezzo di un word processor, e ci muoviamo affacciati sull’ignoto Web con l’ausilio di un motore di ricerca. Il software si muove secondo quanto previsto da un algoritmo. L’algoritmo impone vincoli spesso ridicoli - ma non può mettere in discussione il nuovo punto di partenza. Non è la macchina a guidare se stessa. L’uomo è posto nelle condizioni di pensare muovendosi “in un ambito senza più resistenze, nello spazio libero”.

Heidegger si chiedeva cosa ci potesse essere al di là della Ende des Denkens in der Gestalt der Philosophie, della fine del pensiero in forma di filosofia. C’è la possibilità di andare oltre la filosofia, e anche oltre le gabbie imposte al pensiero dall’informatica.

Siamo affacciati su questo spazio libero, dobbiamo imparare a muoverci su questo terreno.

La situazione è vista con raccapriccio da tecnici orientati al controllo e da intellettuali orientati ad una appropriazione del sapere. Ma non dobbiamo preoccuparci troppo di questo.

Dobbiamo preoccuparci piuttosto di qualcos’altro: disponiamo ora di macchine che permettono di andare oltre l’ignoranza e la solitudine. Dobbiamo imparare ad usare le macchine. Dobbiamo andare oltre gli usi sciocchi e superficiali - per accingerci a pensare.

Das Lichte è il diradarsi. Ma è anche il salpare. Possiamo trarre fiducia da questa immagine. Ogni essere umano, accompagnato dalla propria macchina, può levare l’ancora. Liberarla dal fondo marino che la serra tutt’attorno ed elevarla nello spazio libero dell’acqua e dell’aria. Questo è pensare.


Nota gennaio 2026

Questo articolo riprende senza modifiche il penultimo capitolo di Macchine per pensare, Guerini e Associati, 2015. Il testo è stato consegnato all'editore nel settembre 2015.

C'è sempre qualcosa di penoso nel tornare a leggere pagine scritte dopo undici anni, quando -almeno in apparenza- l'innovazione tecnologica dirompente che va sotto il nome di 'intelligenza artificiale' sembra aver sconvolto la scena e scardinato qualsiasi precedente visione del mondo.

Ma come appunto insegna Heidegger si deve avere fiducia nel proprio pensiero. E in effetti, rileggendo ora, mi accorgo, quasi con sorpresa, che anche se mi volessi concedere di aggiornare il testo, non troverei niente da cambiare.


Note

1Martin Heidegger, Platons Lehre von der Wahrheit, Mit einem Brief über den Humanismus, Francke, Bern, 1947. Poi in Wegmarken, Klostermann, Frankfurt am Main, 1967 (Heidegger Gesamtausgabe, Volume Nono); trad. it. Segnavia, Adelphi, Milano, 1987.

2Martin Heidegger, Die Frage nach Technik, in Vorträge und Aufsätze, Günter Neske, Pfullingen, 1954; trad. it. La questione della tecnica, in Saggi e discorsi, a cura di Gianni Vattimo, Mursia, Milano, 1976.

3Martin Heidegger, Zollikoner Seminare. Protokolle-Gespräche-Briefe, hrsg. Von M. Boss, Frankfurt am Main, 1987; trad it. Seminari di Zollikon, Guida Editori, 2000, p. 372.

4Martin Heidegger, “Das Ende des Denkens in der Gestalt der Philosophie”, Conferenza letta il 30 ottobre 1965 a Amriswil (Svizzera) in onore di Ludwig Binswanger. Edizioni: Zur Frage nach der Bestimmung der Sache des Denkens, trad. giapponese di Kōichi Tsujimura, Chikumashobō Press, Tokyo, 1968 (con premessa di Martin Heidegger, poi ripresa in Hartmut Buch (ed.), Japan und Heidegger, Jan Thorbecke Verlag, 1989); Zur Frage nach der Bestimmung der Sache des Denkens, Erker-Verlag, St. Gallen, Switzerland. 1984; poi con lo stesso titolo in Gesamtausgabe, Bd. 16, a cura di Hermann Heidegger, Vittorio Klostermann Verlag, Frankfurt am Main, 2000, pp. 620-633. Trad. it. Filosofia e cibernetica. Ovvero la fallacia di attribuire alla scienza un pensiero calcolante, a cura di Adriano Fabris, ETS, Pisa, 1988; trad. inglese “On the Question Concerning the Determination of the Matter for Thinking”, by Richard Capobianco and Marie Göbel, Epoché, Volume 14, Issue 2 (Spring 2010). Tenendo conto di traduzioni diverse, propongo una mia versione.

5Martin Heidegger, “Das Ende der Philosophie und der Aufgabe des Denkens”, in Zur Sache des Denkens, Niemeyer, Tübingen 1969, tr. it. “La fine della filosofia e il compito del pensiero”, in Tempo e essere, a cura di Eugenio Mazzarella, Guida, Napoli,1980; trad. it. “La fine della filosofia e il compito del pensiero”, in Tempo e essere, a cura di Corrado Badocco, Longanesi, Milano, 2007; trad. inglese “The End of Philosophy and the Task of Thinking”, trans. Johan Stamaugh, alterations by David Farrell Krell, in Basic Writings, rev. ed. D.F. Krell, Harper-Collins, New York, 1993.

6Kōichi Tsujimura, “Martin Heidegger’s Thinking and Japanese Philosophy. An Adress in Celebration”, September 1969, Translated by Richard Capobianco and Marie Göbel, Epoché, Volume 12, Issue 2 (Spring 2008).

7Ludwig Binswanger, Die Bedeutung der Daseinsanalytik Martin Heideggers, in Ausgewählte Vorträge und Aufsätze, Francke, Bern, 1955, vol. II.

8Norbert Wiener, Cybernetics. Or the Control and Communication in the Animal and the Machine, The Technology Press, Wiley & Sons, New York; Hermann et. Cie, Paris, 1948; Second Edition: MIT Press, Cambridge, Ma., 1961.

9Norbert Wiener, Cybernetics. Or the Control and Communication in the Animal and the Machine, cit., 1948; Second Edition, 1961. Vedi in particolare Prefazione alle Seconda Edizione.

10Martin Heidegger, Sein und Zeit, Niemeyer, Tübingen, 1927. Fünftes Kapitel: Das In-Sein als solches, § 28: Die Aufgabe einer thematischen Analyse des In-Seins.

11Martin Heidegger, Platons Lehre von der Wahrheit : mit einem Brief über den ‘Humanismus’, Francke, Bern, 1947, p. 47. Poi in: Wegmarken, V. Klostermann, Frankfürt a.M., 1967 (Heidegger Gesamtausgabe, Volume Nono); trad. it. Segnavia, Adelphi, Milano, 1987.

Pubblicato il 18 gennaio 2026

Francesco Varanini

Francesco Varanini / ⛵⛵ Scrittore, consulente, formatore, ricercatore - co-fondatore di STULTIFERA NAVIS

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