Zucca parla da magistrato che ha vissuto quella stagione, e usa parole che non lasciano spazio a equivoci, la riforma costituzionale in discussione non serve a rendere più efficiente il processo accusatorio, ma a ridefinire i confini tra i poteri dello Stato, riducendo l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. In altre parole, non una riforma tecnica, ma una riforma politica, una torsione dell’equilibrio costituzionale.
Il punto non è il conflitto tra poteri - che in una democrazia è fisiologico e necessario - ma la sua eliminazione. Zucca lo dice chiaramente, si vuole spegnere il conflitto per riaffermare la predominanza dell’assetto governativo-parlamentare, rafforzato da riforme che concentrano il potere per derivazione plebiscitaria. È uno schema già visto altrove. Prima si interviene sugli organi di autogoverno della magistratura, poi si ridisegnano le regole della giurisdizione, infine si neutralizza la funzione di controllo. È solo questione di tempo.
Questa dinamica si riflette anche nel modo in cui oggi si concepisce la libertà di parola. Zucca ricorda un episodio che dovrebbe farci pensare. L’unico caso, nella sua esperienza quarantennale, di applicazione della norma contro la diffusione di notizie false e tendenziose risale al 2001, quando la Questura di Genova denunciò la stampa che riportava le prime testimonianze sui maltrattamenti a Bolzaneto. Quelle testimonianze sarebbero poi state riconosciute dalle corti come tortura. Il precedente è chiaro, si colpisce chi dice la verità scomoda.
A questo punto, il discorso sul G8 diventa inevitabilmente un discorso sul presente. Zucca lo afferma senza attenuanti, su Genova non possono esserci ambiguità, fu un’infamia, un’aberrazione. Senza questa premessa, ogni discussione è inutile. Perché negare la natura di quei fatti significa normalizzare l’eccezione, trasformare una caduta democratica in un incidente di percorso.
Venticinque anni dopo, quella riflessione non è stata compiuta dalle istituzioni. Anzi, il rischio è che venga cancellata. Amnesty International ha definito il G8 di Genova la più grave violazione dei diritti umani in una democrazia occidentale dal dopoguerra. Ma oggi, osserva Zucca, siamo in un contesto globale in cui persino quella percezione rischia di scomparire. La libertà di dissenso e di manifestazione viene sempre più sacrificata in nome dell’ordine, dell’emergenza, della sicurezza.
Il segnale più inquietante è la proposta di ridurre la portata dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che vieta i trattamenti inumani e degradanti, per affrontare il fenomeno delle migrazioni, abbassando così la soglia di tutela, relativizzando i diritti e rinunciando alla loro universalità. Quale sarà la prossima emergenza, il prossimo diritto sacrificabile?
Da qui nasce una visione alternativa della sicurezza, che rovescia il paradigma dominante. Le forze di polizia non devono essere guerrieri a caccia di nemici, ma guardiani della libertà di manifestazione. Non predisporre lo scontro, ma consentire alle piazze di riempirsi e isolare i violenti. Non agire indiscriminatamente, talora non agire, può essere la migliore dimostrazione di forza. Perché è così che si vede la differenza tra un regime autoritario e una democrazia.
La sicurezza democratica non si costruisce con la repressione preventiva, ma con la capacità di leggere il territorio, di intercettare il disagio, di comprendere le ragioni della rabbia, soprattutto nelle fasce giovanili. Si tratta di un lavoro politico, non militare, svolto da istituzioni che si assumono il compito di prevenire l’ingiustizia, e non solo di reprimere il conflitto.
Nel finale del suo intervento, Zucca riconosce che a Genova questo cammino è iniziato, che le istituzioni e la polizia, proprio a causa di quel passato, sono oggi in grado di fare scelte diverse, e ricorda che non si serve lo Stato, se si tradisce la legge.
La lezione di Genova non riguarda solo il 2001, ma l’idea stessa di Stato che vogliamo oggi. Uno Stato che teme il dissenso e indebolisce i controlli, o uno Stato che accetta il conflitto come forma di vitalità democratica? Una politica che ridisegna i confini del potere per concentrarlo, o una politica che si lascia limitare dal diritto?
Registrazione video della manifestazione "Genova - Cerimonia di Inaugurazione dell'Anno Giudiziario 2026", registrato a Genova sabato 31 gennaio 2026 alle ore 10:29.