La difficoltà è diventata sospetta.
Ogni attrito viene trattato come un errore di progettazione.
Qualcosa da eliminare.
La nostra epoca non chiede più: cosa vale la pena imparare?
Chiede solo: quanto può essere reso facile?
Scorriamo interfacce che anticipano i gesti.
Sistemi che prevedono i bisogni.
Macchine che promettono di non farci più perdere tempo.
Eppure, qualcosa si sta assottigliando.
Non è la tecnologia a indebolirci.
È l’assenza di resistenza.
Un organismo cresce contro ciò che lo sfida.
Una mente prende forma dove qualcosa oppone attrito.
Senza frizione non c’è struttura.
C’è solo scorrimento.
Abbiamo scambiato la fatica per un difetto.
Ma per secoli la fatica è stata una scuola invisibile.
Ogni gesto non immediato chiedeva presenza.
Ogni passaggio opaco richiedeva attenzione.
Ogni limite costruiva capacità.
Ora tutto è progettato per non chiedere nulla.
E basta un piccolo imprevisto a far crollare l’illusione:
un sistema che non risponde,
un flusso che si interrompe,
una procedura che non è più automatica.
Non siamo diventati incapaci.
Siamo diventati fragili.
Un ambiente senza ostacoli non produce libertà.
Produce dipendenza.
La semplicità totale non libera.
Rende esposti.
Non perché la tecnologia sia cattiva.
Ma perché una vita senza attrito non allena più nessuna forza.
Abbiamo esternalizzato lo sforzo.
Delegato l’attenzione.
Automatizzato la memoria.
E ora ci chiediamo perché tutto ci sembri più instabile.
Forse non stiamo vivendo in sistemi troppo complessi.
Forse stiamo vivendo in sistemi che ci rendono troppo leggeri.
La frizione non era un nemico.
Era una forma.
E senza forma, ogni cosa scivola.
Anche noi.