La nostra vita è vissuta entro campi di potere. Il potere è onnipresente, è come una rete che attraversa l’intero corpo sociale e agisce in ogni rapporto. Non è in sé oppressivo, lo diventa, come ha giustamente sottolineato M. Faucault, quando le relazioni sono asimmetriche e bloccate. In questo caso si trasforma in “dominio”. C’è, però, un altro tipo di potere che può trasformarsi in dominio e ne ho avuto piena consapevolezza in un carcere, durante una esperienza di filosofia praticata con i detenuti. Un ergastolano ha detto parole che mi hanno fatto molto riflettere: “Si può essere liberi anche qui dentro, la vera prigione dell’uomo da cui è molto difficile evadere è la propria mente”. Educato fin da bambino alla legge del più forte e alla logica della sopraffazione, arrivato al vertice del potere camorristico, arrestato e condannato, ha trovato nel carcere, dopo aver tentato il suicidio, un rimedio alla sua disperazione: la lettura. E, attraverso la lettura, definita “ottima medicina che mi ha aperto la mente”, ha messo in discussione le sue idee e la sua vita e ha trovato “il vero me stesso”.
Le idee hanno un grande potere, determinano la nostra visione del mondo, i nostri valori, le nostre azioni. Nascono dal rapporto con l’ambiente. Si sedimentano nel tempo nella nostra mente attraverso l’educazione e le esperienze vissute e di solito siamo anche convinti che siamo noi a crearle, ma… le conosciamo davvero?
“Le idee che possediamo senza sapere di averle, possiedono noi”[1].
Le diamo per scontate mentre dovremmo indagarle con cura e a volte capita che, analizzandole con un’altra persona – accade nei colloqui di consulenza filosofica – il consultante scopra con stupore di non condividere le sue stesse idee. In definitiva, così come ci occupiamo dell’igiene del corpo, dovremmo occuparci anche dell’igiene della mente.
Porre in questione le idee, libera il pensiero.
La parola greca da cui deriva il termine idea è idein, vedere. In origine indicava la forma visibile, Platone la utilizzò nel senso di forma perfetta che struttura la vera realtà, da Cartesio in poi ha assunto il significato di contenuto mentale. É una forma che la nostra mente assume, ma è anche una prospettiva sulla realtà.
La chiarificazione della mente inizia con l’esame attento del linguaggio. È un metodo antichissimo, che risale a Confucio e a Socrate ed è sempre valido. Attraverso l’esame delle parole, riusciamo a raggiungere le idee che influiscono sul nostro pensiero e sul nostro comportamento.
Proviamo ad analizzare il termine “potere”. L’etimologia rinvia al latino “potere” che deriva da “potis”: “essere capace di fare, di agire”. Le radici indoeuropee ci conducono a “poti” che significa “marito, padrone, signore”. Si individua già una gerarchia: chi agisce, domina. Nella tradizione occidentale, che ognuno di noi ha assorbito, sembra che la capacità di agire comporti necessariamente un potere fondato sul dominio.
L’azione genera cambiamento. Diventa a questo punto fondamentale, per comprendere il cambiamento stesso, individuare tutte le cause che l’hanno prodotto. L’indagine sulle cause ci fa capire che per avere autentica conoscenza non possiamo limitarci a constatare che qualcosa è, ma dobbiamo trovare risposte alla domanda “perché?”. Aristotele, nel secondo libro della “Fisica”, ha determinato con precisione quatto tipi di cause: materiale, formale, efficiente, finale. Ad esempio, una scultura può essere prodotta da un artista (causa efficiente) che lavora un blocco di marmo (causa materiale), avendo l’idea di un certo tipo di statua (causa formale), con uno scopo preciso (causa finale), venerare la divinità. Nessuna di queste cause può essere ignorata.
Nel tempo però, nella nostra cultura, la causa efficiente ha acquisito una importanza sempre più grande, in connessione con l’esaltazione della libertà individuale e di una volontà che non conosce limiti. Ma non basta produrre un risultato, l’agente è valorizzato se riesce a ottimizzare il processo cioè a raggiungere l’obiettivo con il minimo spreco di tempo, risorse o energia. L’efficienza è diventata quindi un valore a sé stante a prescindere da cosa si fa, su che cosa si agisce e con quali risultati. L’esempio più eclatante è stato il campo di sterminio nazista, dove l’efficienza regnava sovrana a prescindere dalla materia su cui si agiva (esseri umani).
Oggi, in una fase storica in cui il profitto sembra essere il valore per eccellenza e quindi la causa finale, non può stupirci il fatto che l’alleanza efficienza-profitto abbia portato allo sfruttamento sistematico delle risorse naturali e della forza lavoro e all’esclusione di qualsiasi considerazione etica. Lo aveva già intuito Nietzsche:
“… i tre quarti della più elevata società si danno alla frode autorizzata e hanno da sopportare la malcoscienza della borsa e della speculazione: che cos’è che li spinge? A perseguitarli, giorno e notte, non è la necessità vera e propria ma una terribile impazienza (…) nonché un piacere e un amore altrettanto terribile per il denaro accumulato. (…) quel che si faceva un tempo ‘per amor d’Iddio’, lo si fa oggi per amor del denaro, cioè per amore di ciò che oggi dà sentimento di potenza e buona coscienza al massimo grado.”[2]
Una parola che viene normalmente associata al potere è “controllo”: una capacità di agire che, in questo caso, non genera qualcosa, ma ostacola, blocca altre forze. Deriva dal francese “contrerole” (registro che fa da riscontro a un altro”, composto da “contre” (contro) e “rôle” (registro di atti) che a sua volta deriva dal latino “rotǔlus”, documento scritto formato da una lunga striscia arrotolata. Il controllo è un agire contro il rotolare, è porre limiti, ma il rischio che si trasformi in oppressione è molto forte.
Oggi, con l’utilizzo delle nuove tecnologie, i meccanismi di controllo sono sempre più sofisticati e sono aumentati in maniera esponenziale. Le tecnologie digitali ci danno l’illusione della libertà mentre raccolgono i nostri dati, monitorano i nostri comportamenti, influenzano le nostre opinioni e le nostre scelte. Se è vero che la capacità decisionale è ciò che caratterizza gli umani, bisogna prendere atto che, anche da questo punto di vista, l’uso di algoritmi e sistemi di IA ha permesso l’automazione dei processi decisionali in diversi settori: selezione del personale, approvazione o rifiuto di richieste di credito, gestione delle risorse umane e altro ancora. L’automazione è più veloce ed efficiente rispetto alle decisioni umane, ma ha un impatto negativo sull’occupazione e manca di trasparenza e responsabilità. Chi è responsabile della decisione presa?
Efficienza, profitto, controllo: sono alcune declinazioni dell’idea di potere che domina il nostro tempo e la nostra mente. Le idee che abbiamo nella mente si cristallizzano e bloccano i processi mentali. Non dobbiamo lasciarci imprigionare dal significato che si dà oggi a questa idea.
“…abbiamo permesso ai mercati di modellare la nostra economia e, nel frattempo, di contribuire a modellare le persone e la società. E’ venuto il momento di chiederci se sia davvero quello che vogliamo.”[3]
Note
[1] [1] J Hillman, Forme del potere, Garzanti, 1996, pag. 20.
[2] F. Nietzsche, Aurora e Frammenti postumi, (1879-1881), Adelphi, Milano 1964, framm. 204 p.149
[3]E. Stiglitz, Bancarotta. L’economia globale in caduta libera, Einaudi, Torino 2010, p. 400