Go down

Peter Thiel ha tenuto conferenze segrete a Roma dal 15 al 18 marzo 2026. Ha scritto pubblicamente che "libertà e democrazia non sono più compatibili". Palantir ha contratti con istituzioni italiane. I partiti democratici italiani hanno taciuto. Un'analisi del tecnofascismo come potere infrastrutturale e del silenzio complice della politica democratica europea.


Premessa: un fatto, non una teoria

Dal 15 al 18 marzo 2026, Peter Thiel, fondatore di Palantir, Anduril e PayPal, ideologo della destra tecnocratica globale, ha tenuto conferenze private a Roma, a porte chiuse, senza telefoni, senza registrazioni. Conferenze in pratica segrete, organizzate dall'associazione culturale ultraconservatrice Vincenzo Gioberti, vicina agli ambienti della destra identitaria italiana.

Non era una visita turistica.

Quello che segue non è un'analisi di teoria politica astratta. È la descrizione di un fatto concreto, documentato, verificabile, e della risposta che quel fatto ha ricevuto dalla politica democratica italiana: il silenzio.

Un silenzio che non è prudenza. È complicità.

Chi è Peter Thiel: non un'opinione, ma il testo del suo saggio

Prima di analizzare il silenzio, è necessario stabilire con precisione di cosa stiamo parlando. Perché una delle strategie più efficaci di chi vuole neutralizzare la critica è trasformare i fatti in opinioni, le analisi in "visioni del mondo", le categorie politiche precise in insulti generici.

Peter Thiel ha scritto pubblicamente, con la sua firma, che "libertà e democrazia non sono più compatibili". Non è un'indiscrezione. Non è una ricostruzione. Non è un'interpretazione. È una citazione diretta da un suo saggio - The Straussian Moment - oggi bibbia di tutti i tecnocrati del mondo. Un testo pubblicato, verificabile, disponibile a chiunque voglia leggerlo.

In quel saggio, Thiel non si limita a esprimere un'opinione filosofica astratta. Costruisce un'architettura teorica precisa, attingendo esplicitamente a pensatori come Leo Strauss, René Girard e Carl Schmitt. Quest'ultimo non è un riferimento neutro: Carl Schmitt era membro del partito nazista, teorizzò la superiorità della razza, e scrisse i fondamenti giuridici delle leggi di Norimberga. Quando Thiel lo assume come riferimento centrale, ha già abbandonato di parecchio il libertarismo delle origini ed è entrato in un territorio intellettuale molto più specifico e molto più pericoloso.

La visione che emerge da questo percorso teorico è semplice e devastante: lo Stato democratico è un ostacolo obsoleto. Le élite tecnologiche e finanziarie devono sostituirlo. Il diritto non serve a garantire uguaglianza, ma a proteggere asset privati. La sorveglianza non è uno strumento di sicurezza pubblica, ma di controllo del dissenso.

Questo non è il pensiero di un libertario eccentrico. È il pensiero di qualcuno che ha costruito, nel corso di vent'anni, gli strumenti materiali per realizzare quella visione.

Palantir: il potere non è astratto

Thiel non è solo un pensatore. È un costruttore di potere reale, concreto e operativo, con aziende, contratti, sistemi di sorveglianza, reti di finanziamento politico globale.

Palantir, la sua creatura principale, non è un’astrazione filosofica. È una società quotata al Nasdaq che sviluppa infrastrutture software utilizzate da governi, apparati militari e agenzie di intelligence per integrare e analizzare enormi quantità di dati operativi. In queste piattaforme il potere non si limita a raccogliere informazioni: prende forma una nuova architettura decisionale, in cui i dati vengono trasformati in modelli operativi che orientano le scelte delle istituzioni. Ha già contratti con istituzioni italiane ed europee. Gestisce dati. Entra nelle infrastrutture dello Stato e nei dati sensibili di privati e aziende. Tutto documentato, tutto pubblico, tutto negli atti.

Dire che Palantir "fornisce servizi a chi li acquista", è come dire che i produttori di armi chimiche forniscono solo prodotti chimici. Il problema è cosa fa Palantir, a chi lo vende Thiel, e per quale scopo. Già di per sé, Palantir è un'idea da 1984. Non per metafora, ma per funzione reale.

Anduril, l'altra grande creatura di Thiel, produce sistemi d'arma e sorveglianza con contratti militari pubblicamente documentati. Il finanziamento di Thiel a Trump, Vance, della rete di think tank accelerazionisti, è tutto tracciabile e pubblico.

Questo è il profilo di chi è venuto a Roma a tenere conferenze segrete nel marzo 2026.

Il potere infrastrutturale: la nuova forma della sovranità

Il nodo più profondo di questa trasformazione non è ideologico ma infrastrutturale. Nel XXI secolo il potere politico non si esercita più soltanto attraverso lo Stato, le leggi e le istituzioni rappresentative. Si esercita sempre più attraverso infrastrutture tecnologiche private che organizzano e interpretano i dati su cui si basano le decisioni pubbliche.

Aziende come Palantir Technologies non sono semplici fornitori di software. Costruiscono piattaforme che integrano dati provenienti da amministrazioni pubbliche, apparati di sicurezza, difesa, intelligence e grandi imprese. In queste infrastrutture i dati vengono aggregati, correlati e trasformati in modelli operativi che orientano decisioni concrete: sicurezza, controllo delle frontiere, gestione del rischio, allocazione delle risorse.

Quando tali sistemi diventano strutturali, il centro decisionale non risiede più soltanto nelle istituzioni politiche ma anche nelle architetture tecniche che organizzano l’informazione. Chi progetta e controlla queste infrastrutture non esercita soltanto un potere economico: esercita una forma di potere cognitivo, perché definisce quali dati contano, come vengono interpretati e quali scenari risultano plausibili.

In questo senso la sovranità politica tende a spostarsi dal territorio alle infrastrutture. Non conta più solo chi governa uno Stato, ma chi controlla i sistemi che trasformano i dati in conoscenza operativa. È qui che il potere tecnologico incontra la politica: non nella retorica dell’innovazione, ma nella costruzione silenziosa delle strutture che rendono possibile governare.

Ed è proprio questa invisibilità tecnica a costituire il vantaggio principale di questo modello di potere. Quando il governo del reale passa attraverso sistemi opachi e altamente specializzati, il conflitto politico diventa più difficile da percepire, nominare e contestare. La questione non è più soltanto chi governa, ma chi costruisce le macchine che rendono possibile governare.

Questo progetto politico ha un nome: "fascismo"

Nel dibattito suscitato dalla presenza di Thiel, vi è un'obiezione ricorrente: chiamarlo "fascismo" sarebbe un uso improprio della categoria, un insulto generico riservato a tutto ciò che non piace.

Questa obiezione merita una risposta precisa.

Non stiamo usando "fascismo" come insulto generico. Stiamo usando una categoria politica precisa applicata a contenuti precisi e verificabili. Thiel teorizza la fine della democrazia liberale, la sostituzione dello Stato con élite tecnologiche non elette, l'uso della sorveglianza per controllare il dissenso, la concentrazione del potere in mani private sottratte a qualsiasi accountability democratica.

Qualcuno ha proposto la categoria alternativa del "paleo-libertarismo". Era forse corretta per il Thiel degli anni Novanta. Ma The Straussian Moment non è un testo paleo-libertario. È esplicitamente schmittiano. E Carl Schmitt non è un libertario: è il teorico dello stato d'eccezione e il giurista del Terzo Reich. Quando Thiel lo assume come riferimento centrale, sta uscendo dal libertarismo ed entrando in qualcosa di molto più specifico.

La filosofa Donatella Di Cesare ha dedicato un intero libro a questa analisi: Tecnofascismo. Non è un testo di pamphlet politico, è un'opera filosofica rigorosa che analizza esattamente questo fenomeno: la concentrazione autoritaria del potere attraverso la tecnologia, la sostituzione della politica democratica con la governance tecnocratica, l'uso della sorveglianza come strumento di controllo sociale.

Ha un nome, questo progetto politico. Si chiama fascismo.

Tecnologico, sofisticato, ben vestito, ma fascismo. Non arriva con le camicie nere e il manganello. Arriva con i contratti, con i dati, con i finanziamenti, con le conferenze segrete. Ma il progetto è sempre lo stesso: smontare il sistema democratico dall'interno.

La Costituzione italiana e il limite della tolleranza

In un paese democratico, la difesa della democrazia non è solo un valore politico, è un obbligo costituzionale.

La Costituzione italiana è esplicita su questo punto. La XII disposizione transitoria e finale vieta esplicitamente la riorganizzazione del partito fascista. L'articolo 49 tutela il pluralismo dei partiti nell'alveo dell'ordinamento democratico. E il sistema costituzionale nel suo complesso prevede limiti alla libertà di espressione quando questa minaccia l'ordine democratico.

Un fascista palese che viene in Italia a predicare la fine della democrazia non dovrebbe essere il benvenuto in un paese la cui Costituzione vieta esplicitamente la riorganizzazione del fascismo. In Europa, Thiel dovrebbe essere persona non gradita, a cui rifiutare a priori il visto di ingresso in quanto tale.

Questo non è un ragionamento illiberale. È il contrario. Karl Popper, che aveva formulato il paradosso della tolleranza, lo aveva già risolto: una democrazia che non si difende dai propri nemici non è robusta, è suicida. La tolleranza non può estendersi a chi vuole eliminarla.

Il silenzio: tre ipotesi, tutte catastrofiche

Eppure da PD, M5S e da tutti i partiti che si definiscono democratici - e neppure necessariamente di sinistra - silenzio totale. Nessuna manifestazione, nessuna mobilitazione, nessuna denuncia pubblica degna di questo nome. L'unica reazione è stata una interrogazione parlamentare di AVS, irrilevante, rimasta senza risposta, forma minima e più innocua della protesta istituzionale, quella che non disturba nessuno e non cambia assolutamente nulla.

Il fatto che nessun partito abbia alzato la voce significa una di queste tre cose, o tutte e tre insieme.

La prima: non capiscono cosa sta succedendo. È analfabetismo funzionale del potere che non riguarda solo la comprensione del testo, ma la comprensione del sistema. Nel 2026, non sapere chi è Thiel, cosa fa Palantir, cosa significa The Straussian Moment, non è più ignoranza involontaria per chi fa politica. È una scelta. Gli strumenti per sapere esistono: libri, articoli, analisi. Esiste una intera biblioteca italiana su questi temi - Di Cesare, Napoleoni, Mulieri, Galli, Doda, Morozov, il collettivo Ippolita. Tutto pubblicato, tutto disponibile, tutto accessibile. La sinistra italiana non ha scuse culturali. Ha solo scuse politiche.

La seconda: capiscono ma hanno paura. E la paura in politica si chiama vigliaccheria.

La terza: capiscono, non hanno paura, ma pensano di poter negoziare un posto sull'arca. Il PD ha governato mentre Palantir entrava nelle istituzioni italiane. Contestare Thiel significa contestare il sistema finanziario globale con cui la sinistra italiana ha fatto pace da vent'anni. Costerebbe rompere relazioni, perdere finanziamenti, avere nemici veri invece di avversari televisivi.

In tutti e tre i casi il risultato è lo stesso: silenzio complice mentre la democrazia viene smontata pezzo per pezzo. Qualunque delle tre sia la risposta, è una catastrofe. Perché la democrazia non muore solo quando arriva il tiranno. Muore quando chi dovrebbe difenderla smette di crederci abbastanza da rischiare qualcosa per farlo.

Il confronto con le altre battaglie: la misura del fallimento

Per comprendere la gravità di questo silenzio, è utile un confronto con la storia recente della mobilitazione politica e civile italiana.

In Italia si è scesi in piazza per il ddl Zan, che non è mai diventato legge. Per il green pass. Per la TAV. Per Berlusconi e il conflitto d'interessi. Per la guerra in Iraq. Per il G8 di Genova. Decine di "no" a questo o quello, seguiti da grandi manifestazioni.

Tutte battaglie legittime. Ma nessuna di esse toccava la radice architettonica del potere come la fa Thiel e la rete che rappresenta.

Eppure su Thiel tutti muti.

L'obiezione più comune a questa constatazione è che Thiel è "troppo complesso" per mobilitare una piazza, astratto, tecnico, invisibile ai più. Ma questo è precisamente il suo vantaggio competitivo. Ha costruito un potere che non si vede, non si tocca, non fa notizia, e agisce mentre tutti guardano altrove. Questo non giustifica nessuno. Perché compito della politica, e dell'intellettualità pubblica, anche essa muta, sarebbe esattamente il rendere visibile ciò che è stato reso invisibile by design, per tradurre la complessità in urgenza percepibile.

Lo si è fatto per cose ben più complesse. E ora si vuole sostenere che "è troppo complesso" uno che dice "libertà e democrazia non sono più compatibili"?

Marco Pannella e il compito della politica

C'è un esempio storico che la politica italiana sembra aver completamente dimenticato: Marco Pannella e i Radicali.

Pannella ha fatto battaglie per decenni su temi che il 99,9% degli italiani non capiva, non conosceva e non sentiva urgenti. Il divorzio, l'aborto, la giustizia, l'Europa federale, i diritti civili; temi incomprensibili ai più, almeno all'inizio. Lo ha fatto con il corpo, con i digiuni, con i sit-in, con le azioni clamorose, con la parola instancabile. Perdeva quasi sempre in parlamento. Ma non smetteva di parlare, di agire, di rendere visibile l'invisibile.

Non aspettava che la massa fosse già consapevole. Rendeva consapevole la massa agendo. Nel lungo periodo ha vinto battaglie che sembravano impossibili.

Questa è la differenza tra una opposizione che fa il suo mestiere e una opposizione che tace perché tanto non cambia nulla. La prima costruisce consapevolezza, nomina il problema, mette agli atti che qualcuno ha visto e ha detto. La seconda non è opposizione. È ributtante arredamento parlamentare.

Il silenzio di oggi non è tattica. È resa. E Pannella, oggi, si rivolta nella tomba.

Il problema non è solo italiano

Sarebbe sbagliato ridurre questa analisi a un problema italiano. Il silenzio davanti a Thiel non è una patologia esclusiva della politica italiana; è una patologia della politica democratica europea nel suo complesso.

Thiel non ha bisogno di vincere elezioni. Non ha bisogno di conquistare il consenso popolare. Ha bisogno solo che nessuno organizzi una resistenza culturale e politica credibile mentre lui opera. E su questo, obiettivamente, sta prendendo vantaggio, non per la sua forza, ma solo per il vuoto che trova davanti.

Il modello è quello descritto da Otti Vogt su Stultiferanavis nel gennaio 2026: "non si tratta di dazi o commercio, si tratta di potere. È un colpo di stato digitale - le élite tecnologiche stanno dirottando non solo il valore, ma anche l'architettura stessa dell'ordine. Il loro obiettivo non è l'innovazione - è il controllo."

La velocità è essa stessa un'arma politica. Quando tutto cambia più velocemente di quanto si riesca a nominare, la risposta naturale è il torpore, non per stupidità o vigliaccheria, ma perché il sistema cognitivo ed emotivo viene deliberatamente sopraffatto.
È una feature, non un bug.
Il potere tecnocratico si muove alla velocità dell'algoritmo. La politica democratica si muove alla velocità delle istituzioni. E nell'attesa che i meccanismi democratici si adattino, le infrastrutture vengono consolidate, i contratti firmati, le dipendenze create.

La resistenza è possibile, ma richiede onestà

Questo non è un testo catastrofista. La consapevolezza di quello che sta accadendo cresce, lentamente, insufficientemente, ma cresce. Esiste una letteratura italiana e europea seria su questi temi. Esistono reti di intellettuali, giornalisti, ricercatori che lavorano per rendere visibile l'invisibile. Esistono esperienze di resistenza culturale organizzata.

Ma la resistenza culturale ha bisogno anche di presidi nei territori occupati, non solo di isole libere. Ha bisogno di una politica che nomini il problema ad alta voce, che lo combatta con strumenti reali, che mobiliti chi ancora non ha capito cosa sta succedendo.

Il problema non è che mancano gli strumenti concettuali. È che chi ha il microfono istituzionale non lo usa. E finché la politica non lo fa, Thiel vince per abbandono.

La domanda che si dovrebbe porre la politica italiana, e non solo quella di sinistra, ma qualsiasi forza che si definisca democratica, non è "perché non abbiamo fatto una manifestazione contro Thiel". È una domanda più dolorosa: a cosa serve un'opposizione che non riesce a nominare il potere reale che la circonda?

Conclusione: il silenzio agli atti

Thiel è venuto a Roma. Ha predicato la fine della democrazia. Ha tenuto conferenze segrete. È ripartito.

I partiti democratici italiani hanno taciuto.

Questo articolo è un tentativo di mettere agli atti che qualcuno ha visto e ha detto. Non è sufficiente. Ma è l'unica cosa che non dipende da loro.

In una stanza dove ci sono nove fascisti e uno che sta zitto e non dice nulla, è una stanza con dieci fascisti.

Il silenzio non è neutro. È una scelta. Ed è una scelta che ha conseguenze, non domani, non tra dieci anni, ma adesso, mentre le infrastrutture vengono consolidate, i dati acquisiti, le dipendenze create, le democrazie svuotate dall'interno.

Il silenzio non è prudenza.
È complicità.
Ed è una ributtante vergogna


Riferimenti:

  • Peter Thiel, The Straussian Moment (2007)

  • Donatella Di Cesare, Tecnofascismo (Einaudi, 2022)

  • Loretta Napoleoni, Tecnocapitalismo. L'ascesa dei nuovi oligarchi e la lotta per il bene comune (Meltemi, 2025)

  • Costituzione della Repubblica Italiana, XII disposizione transitoria e finale; art. 49

  • Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici (1945)

  • Otti Vogt, We do not consent: A European Refusal of the Silicon Valley Worldview, Stultifera Navis (gennaio 2026)

StultiferaBiblio

Pubblicato il 14 marzo 2026

Luca Oleastri

Luca Oleastri / Digital Strategist & Critic | Voce indipendente sulla sovranità cognitiva e il potere algoritmico | Illustratore e editore | Fondatore di Edizioni Scudo

https://innovari.wixsite.com/edizioniscudo