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Undicesimo capitolo del mio libro 𝗜𝗹 𝘁𝗲𝗺𝗽𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗰𝗶 𝗽𝗿𝗲𝗰𝗲𝗱𝗲: 𝗩𝗶𝘃𝗲𝗿𝗲 𝗶𝗻 𝘂𝗻 𝗺𝗼𝗻𝗱𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗰𝗶 𝗮𝗻𝘁𝗶𝗰𝗶𝗽𝗮.

Il consenso non è stato abolito. È rimasto dov’era, nella forma che aveva. Proprio per questo è diventato più ambiguo.

Continua a essere chiamato consenso, ma nomina ormai qualcosa che non coincide più con ciò che quella parola prometteva. Prometteva comprensione sufficiente, possibilità di rifiuto, rapporto riconoscibile tra atto e conseguenza.

Oggi spesso certifica soltanto che un gesto è avvenuto: una spunta, un clic, una conferma.


XI. Acconsentire senza sapere

Una finestra si apre sullo schermo proprio nel momento in cui volevi fare altro. Non eri lì per stipulare un contratto. Volevi entrare in un’applicazione, leggere un messaggio, comprare un biglietto, usare un servizio, continuare quello che avevi già deciso di fare.

Poi il campo si è fermato davanti a te e ti ha chiesto una cosa sola: accettare.

Il testo è lungo, compatto, scritto in una lingua che assomiglia all’italiano o all’inglese, ma che appartiene a guardare meglio a un altro regno: quello delle condizioni generali, delle clausole, delle limitazioni di responsabilità, delle autorizzazioni implicite. Nessuno lo legge davvero. Lo sguardo scende per pochi istanti, cerca il fondo della pagina, trova il pulsante blu.

Accetta. Continua. Conferma.

Non sembra una scelta. Sembra il prezzo minimo per restare nel mondo.

Il gesto dura meno di un secondo. È così piccolo da sembrare irrilevante, e proprio per questo è diventato uno degli atti più importanti della nostra epoca. In quel clic, ripetuto miliardi di volte ogni giorno, gli esseri umani si sono messi in rapporto con i sistemi più potenti che abbiano mai costruito. Lo hanno fatto senza leggerli, senza capirli pienamente, e quasi sempre senza avere una vera alternativa.

Il contratto, nella sua storia lunga, era un’altra cosa. Era un accordo tra parti che si riconoscevano reciprocamente la capacità di comprendere le condizioni di ciò che stavano stipulando. Non richiedeva di capire tutto; richiedeva di capire abbastanza. Abbastanza da potere accettare, rifiutare, negoziare, domandare una modifica, sottrarsi. Era un artefatto del diritto romano, perfezionato nei secoli della giurisprudenza medievale, consolidato nella pratica commerciale moderna: due soggetti, un oggetto, una promessa, un momento in cui ciascuno poteva ancora dire sì o no.

Il consenso non era un dettaglio accessorio del contratto. Era la sua condizione di possibilità. Un accordo senza consenso era un accordo viziato; una firma ottenuta senza comprensione sufficiente, senza libertà sufficiente, senza possibilità reale di rifiuto, portava dentro di sé un vizio che il diritto poteva riconoscere e, in certi casi, sciogliere.

La domanda che vale la pena porre — e che raramente viene posta — è quando questa struttura abbia cominciato a rompersi.

Non con le piattaforme digitali. Non con l’intelligenza artificiale. Molto prima, e in un luogo assai meno spettacolare: allo sportello di una banca, quando il contratto smise di essere una conversazione possibile e diventò un fascicolo da firmare in fondo.

Un cliente entrava per aprire un conto corrente. L’impiegato gli consegnava una serie di fogli: condizioni generali, tassi, commissioni, obblighi, facoltà della banca, rinvii a regolamenti che il cliente non avrebbe mai letto. La firma stava in fondo. Il cliente poteva leggere, in teoria. Poteva fare domande, in teoria. Poteva rifiutare, in teoria. Ma rifiutare significava rinunciare al conto, e rinunciare al conto significava restare fuori da una parte crescente della vita economica moderna.

È lì che il contratto ha cominciato a diventare qualcos’altro: un documento che una parte scriveva e l’altra firmava, sapendo che la lettura non avrebbe cambiato quasi nulla. Il consenso rimaneva, ma l’accordo evaporava. La firma certificava un atto che le parti non avevano davvero costruito insieme. Il cliente accettava condizioni che non aveva negoziato, dentro un campo in cui la scelta era formalmente disponibile e materialmente quasi impraticabile.

Le piattaforme digitali non hanno inventato questa separazione. L’hanno industrializzata.

Hanno preso una forma disponibile — il contratto di adesione, con la sua asimmetria costitutiva tra chi scrive e chi accetta — e l’hanno portata a una scala tale da rendere irriconoscibile quello che era, nella sua forma originaria, un dispositivo di riduzione del consenso a gesto. La lunghezza dei termini di servizio è diventata, nel giro di pochi decenni, il segno più visibile di questo processo: migliaia, poi decine di migliaia di parole, in un linguaggio tecnico-legale pensato per proteggere chi scrive più che per informare chi legge.

Nessuno li legge davvero.

Lo sanno le piattaforme che li scrivono, lo sanno i ricercatori che li studiano, lo sa chiunque si sia trovato davanti al pulsante blu che dice Accetto.

E tuttavia quel pulsante viene premuto. Lo premeremo ancora domani.

Non perché siamo irrazionali. Perché la struttura del campo non lascia quasi altro. I termini di servizio non sono più un contratto nel senso pieno del termine: sono un artefatto di coordinamento mascherato da contratto. Come l’orologio meccanico coordinava la comunità monastica senza che qualcuno dovesse decidere ogni mattina quando suonare la campana, come la partita doppia produceva una realtà economica senza dichiararsi come scelta di mondo, i termini di servizio coordinano il comportamento di miliardi di persone attraverso una forma che conserva l’apparenza del consenso mentre ne perde progressivamente la sostanza.

È più di una critica alle piattaforme. È un campo stigmergico in cui la traccia di un artefatto precedente ha reso le alternative invisibili. La traccia che i termini di servizio lasciano nel campo non è il testo. È l’abitudine di premere Accetta. E quella traccia, una volta depositata, orienta il comportamento di chiunque arrivi dopo.

Per quasi trent’anni, i termini di servizio hanno regolato qualcosa che gli utenti cedevano in cambio di qualcosa che ricevevano. Era uno scambio, per quanto asimmetrico: dati comportamentali contro accesso a un servizio. La posta era alta, ma ancora riconoscibile. Tu lasciavi tracce; il sistema le usava per mostrarti contenuti, suggerirti amici, proporti prodotti, personalizzare l’esperienza. La sproporzione era evidente, ma la forma dello scambio restava comprensibile: ti do qualcosa di me, ricevo qualcosa da usare.

Poi è accaduto qualcosa che ha reso quella proporzione irriconoscibile.

La cosa che è cambiata non è solo la quantità di dati ceduti. È la natura di ciò che quei dati producono.

Finché i sistemi che elaboravano quei dati erano sistemi di raccomandazione — cosa mostrarti, cosa venderti, chi suggerirti, quale contenuto spingere davanti ai tuoi occhi — la cessione dei dati produceva un effetto almeno leggibile nella sua forma. Il sistema guardava ciò che avevi fatto per suggerire ciò che probabilmente avresti fatto. L’inferenza era retroattiva. Il sistema sapeva più di te su di te, ma operava ancora dentro un tempo che potevi riconoscere: raccoglieva tracce del passato e le usava per orientare il presente.

L’asimmetria era di informazione, non ancora di tempo.

Con i sistemi agentici, questa struttura si rovescia. Un sistema che non si accontenta di inferire preferenze ma agisce in anticipo su di esse — che prepara bozze di risposta prima che tu abbia deciso cosa dire, che suggerisce una riunione prima che tu abbia formulato il bisogno di convocarla, che dispone il calendario, ordina le priorità, anticipa le domande producendo risposte nel tempo che precede la tua formulazione — non opera più nello stesso tempo in cui operi tu.

Abita un presente che precede il tuo.

E quello che hai ceduto con quel clic su Accetto non era, nel momento in cui lo hai ceduto, ciò che stai cedendo adesso. Forse era il diritto di usare un servizio di posta elettronica. Forse era l’accesso a una piattaforma di messaggistica. Forse era la possibilità di archiviare documenti nel cloud. Ma quel gesto si trova oggi a coprire sistemi che addestrano modelli, generano risposte, anticipano intenzioni, predispongono ambienti, suggeriscono decisioni prima che il soggetto abbia avuto il tempo di formularle.

I termini di servizio del 2006 e quelli del 2026 hanno la stessa forma: il testo lungo, la casella, il pulsante blu. Ma producono un rapporto strutturalmente diverso tra il soggetto che consente e il sistema che agisce.

Questo è il punto che la critica abituale ai termini di servizio spesso non riesce a formulare con sufficiente precisione. Si ferma all’asimmetria di potere: una parte grande e una piccola, una parte che scrive e una che accetta, una parte che conosce e una che ignora. Tutto vero. Ma sotto questa asimmetria ce n’è un’altra, più profonda: l’asimmetria temporale.

Il problema non è solo che le piattaforme sanno più di noi. Il problema è che agiscono prima di noi.

E noi abbiamo già acconsentito, in un momento in cui nessuno — forse nemmeno chi stava costruendo quei sistemi — sapeva davvero che cosa quel consenso avrebbe finito per autorizzare.

Il diritto conosce da secoli il problema dei patti squilibrati. Esiste un lessico per nominare le clausole che attribuiscono vantaggi sproporzionati a una parte e svantaggi all’altra. La clausola leonina, nella tradizione giuridica, era riconoscibile proprio perché scritta: potevi indicarla, contestarla, portarla davanti a un giudice. La sua ingiustizia aveva una forma. Stava in un articolo, in una frase, in un obbligo eccessivo, in una rinuncia troppo ampia.

La clausola temporale dei sistemi contemporanei è più difficile da raggiungere, perché non sta scritta in un punto preciso del documento. È nella struttura del sistema che quel documento autorizza. Sta nel fatto che il sistema agisce nel tempo che precede la tua coscienza, mentre il tuo consenso resta legato al tempo lento della firma, della spunta, del clic. Il testo dice che accetti. Ma ciò che accetti si manifesterà dopo, in forme che nel momento del consenso non erano ancora pienamente conoscibili.

Nella primavera del 2023, un avvocato americano, Steven Schwartz, presentò a un tribunale federale di New York un atto giuridico che citava alcuni precedenti rilevanti per la propria tesi. Quei precedenti non esistevano. Li aveva prodotti ChatGPT, con la stessa fluidità e la stessa apparente competenza con cui avrebbe risposto a qualunque altra domanda. Schwartz non aveva verificato. Il giudice se ne accorse. Nella deposizione successiva, l’avvocato disse di non avere idea che un sistema di intelligenza artificiale potesse produrre citazioni false con tale sicurezza.

La storia è diventata famosa perché riguardava un avvocato, cioè qualcuno che avrebbe dovuto sapere come si verificano le fonti, e che aveva una responsabilità professionale specifica sulla credibilità degli atti che produceva. Ma il suo valore non sta nell’eccezione. Sta nella struttura che rivela.

Un sistema produce un output con l’aspetto dell’autorevolezza. L’utente lo riceve dentro un campo che premia velocità, efficienza, fluidità. La verifica richiede tempo, attrito, sospensione. Il campo, invece, spinge verso l’uso immediato. Il risultato entra nel mondo come traccia: un documento, una risposta, una decisione, una sintesi, una raccomandazione. Altri la leggeranno, la useranno, la copieranno, la daranno per acquisita. La traccia non verificata comincia a orientare altre azioni.

Non è solo un errore individuale. È una forma di coordinamento.

La storia di Schwartz, tuttavia, appartiene ancora a una fase intermedia. L’avvocato sapeva di stare usando uno strumento nuovo. Sapeva, almeno in astratto, di delegare qualcosa. Il regime che si sta formando con i sistemi agentici più avanzati sposta il problema un passo oltre: il sistema non aspetta sempre che tu gli deleghi un compito. Comincia ad anticipare la delega.

Prepara prima che tu chieda, suggerisce prima che tu decida, dispone prima che tu abbia formulato l’intenzione.

E quando ti presenta il risultato, lo fa come se fosse ancora aperto alla tua valutazione. In teoria puoi modificare, rifiutare, correggere. In pratica, spesso ratifichi. Perché il lavoro è stato fatto, il tempo risparmiato, la scena disposta perché il tuo giudizio arrivi dopo.

La decisione che conta non è sempre quella che prendi alla fine. È quella che il sistema ha preso per te nel tempo che precede il tuo.

La progressione che questo capitolo ha seguito — dal contratto di adesione bancario, ai termini di servizio delle piattaforme digitali, fino al consenso che autorizza sistemi agentici a operare nel tempo che precede la nostra coscienza — non è una progressione di abusi crescenti. È una progressione di scollamento crescente tra la forma del consenso e la sostanza di ciò che quel consenso autorizza.

Il pulsante blu è sempre lo stesso.

Ma ciò che autorizza è cambiato più volte, mentre il pulsante restava lì, uguale a sé stesso, e tutti continuavano a premerlo.

Il consenso non è stato abolito. È rimasto dov’era, nella forma che aveva. Proprio per questo è diventato più ambiguo. Continua a essere chiamato consenso, ma nomina ormai qualcosa che non coincide più con ciò che quella parola prometteva. Prometteva comprensione sufficiente, possibilità di rifiuto, rapporto riconoscibile tra atto e conseguenza. Oggi spesso certifica soltanto che un gesto è avvenuto: una spunta, un clic, una conferma.

Vale allora la pena tornare al titolo del capitolo, perché ha percorso una strada che all’inizio non era visibile.

Acconsentire senza sapere non è più la descrizione di una omissione. È la descrizione di una impossibilità: il sistema che autorizziamo agirà in un tempo che, nel momento del consenso, non è ancora manifestato nella forma in cui produrrà i suoi effetti.

Si può leggere un testo. Si può capire una clausola. Si può perfino immaginare uno scenario futuro. Ma non si può sapere pienamente cosa significhi autorizzare un sistema che imparerà da tracce non ancora prodotte, agirà dentro contesti non ancora formati, orienterà decisioni che il soggetto non ha ancora avuto il tempo di pensare.

Il consenso arriva prima. Prima del sistema che lo esegue. Prima degli effetti che produrrà. Prima del presente che la macchina abiterà.

Tra il clic e ciò che il clic autorizza, c'è un intervallo che nessun testo di servizio ha mai colmato. E in quell'intervallo — silenzioso, invisibile, già chiuso — si trova una parte crescente del mondo in cui agiremo.


INDICE

Introduzione

Parte I

Il campo prima dell’accelerazione

 

I.              Il tempo che esce dal monastero

II.            Un punto di fuga per tutti

III.          Dare e avere

IV.    La geometria che si fa geografia

V.             Il posto che ti è stato assegnato

VI.          Compilare per esistere

 

Parte II

Quando il campo cambia natura

 

VII. L’attenzione che non è più tua

VIII.  Diventare il proprio punteggio

IX.  Cercare quello che ci viene incontro

X.   Il richiamo che arriva prima di noi

XI.  Acconsentire senza sapere

 

Parte III

Le patologie del campo

 

XII. Quando nessuno ha deciso

XIII.   Quello che il campo non riesce più a disfare

XIV. Il giudizio che impara dal sistema

 

Epilogo

Prima che le macchine comincino

Bibliografia esssenziale

 

Pubblicato il 07 settembre 2026

Luca Lanzoni

Luca Lanzoni / Insurance C-Level Executive | Down to earth by timeless principles | Up to new opportunities by emerging technologies