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Per milioni di persone l'esperienza mentale della giornata somiglia a una timeline gigantesca: un nastro continuo su cui scorrono notizie, clip, reazioni, virali, pubblicità, opinioni, accostate come in un montaggio di cui non sei al banco. L'ordine non lo decidi tu. Lo combinano l'algoritmo, il ranking, le notifiche, l'urgenza mediatica, la spirale del commento. Il flusso è costruito per non fermarsi mentre resti nell'interfaccia: puoi mettere in pausa un video, non la catena che ti propina il successivo.

“La mappa non è il territorio.” — Alfred Korzybsk

Per tanti anni, mentire visivamente è stato un problema di budget.

Solo chi aveva i soldi di Hollywood poteva costruire realtà impossibili: dinosauri che camminano, città che esplodono, corpi che volano. Il pubblico lo sapeva, e accettava il contratto. Quello è spettacolo, non realtà. La finzione credibile era una questione di potere economico. Era un privilegio, una barriera d'ingresso.

L'intelligenza artificiale generativa ha abbattuto quel costo a zero. Adesso chiunque, con un prompt di testo, può costruire immagini e video visivamente indistinguibili dalla realtà. Non ci vuole uno studio cinematografico. Non ci vuole un budget. Ci vuole un'idea e una connessione internet.

Per la prima volta nella storia, il problema non è più "come si fa a mentire?", ma "come si fa a credere a qualcosa?".

Questo cambia tutto. Non solo per il cinema o l'advertising. Per il modo in cui gli esseri umani si rapportano alle immagini. Per la prima volta nella storia, il problema non è più "come si fa a mentire?", ma "come si fa a credere a qualcosa?".


Il problema non è nuovo. La scala sì.

Sarebbe sbagliato dire che l'AI ha inventato il falso visivo.

La manipolazione dell'immagine è vecchia quanto la fotografia. Già nel 1917 Arthur Conan Doyle si fece convincere dell'esistenza delle fate di Cottingley. Due bambine che avevano fotografato sagome di cartone ritagliate da un libro illustrato.

Il ritratto fotografico del XIX secolo era già abbondantemente ritoccato: rughe levate, pance ridotte, colori aggiunti a mano. Le copertine di Life degli anni Quaranta e Cinquanta erano composizioni sapienti di negativi diversi. E negli anni Novanta Photoshop rese la manipolazione accessibile a chiunque avesse un computer. Ma fino a ieri, la distorsione richiedeva comunque un set, un attrezzista, un fotografo. Richiedeva di partire da qualcosa di reale, anche solo per modificarlo. Oggi non più.

La computer grafica cinematografica degli anni '90 e 2000 ha spinto questo processo più avanti: i film Marvel, i blockbuster di fantascienza, le serie televisive ad alto budget hanno abituato il pubblico a immagini visivamente impossibili ma prodotte con decine di milioni di dollari. Il pubblico lo sapeva. Il contratto era chiaro: sospendete l'incredulità, godetevi lo spettacolo.

Ma la distinzione fondamentale era rimasta intatta: per costruire un falso convincente ci volevano risorse. Il falso credibile era prerogativa del potere.

Il privilegio del falso era una barriera d'ingresso. Chi non aveva i soldi non poteva mentire in modo convincente. Chi li aveva, mentiva in modo riconoscibile, e il pubblico riconosceva il gioco.

L'AI generativa ha abolito questa barriera.

Nel 2023, durante le elezioni in Slovacchia, un deepfake audio di un candidato che parlava di comprare voti è diventato virale a pochi giorni dal voto. Era falso, ma il danno era fatto. Poco dopo, nel maggio 2023, immagini di esplosioni al Pentagono generate dall'AI hanno fatto per qualche minuto crollare la borsa americana. Non c'erano bombe. C'erano solo token e prompt ben piazzati.

La distinzione fondamentale è stata spazzata via: per costruire un falso convincente non ci vogliono più risorse. L'AI generativa l'ha resa un'autostrada aperta a tutti. E con essa, ha rotto il contratto implicito tra produttore di immagini e spettatore.


Le tre sospensioni

Prima di andare avanti, è necessario mettere a fuoco tre concetti che tornano continuamente in questa serie. Tre modi di stare di fronte a ciò che vediamo. Tre sospensioni.

La prima è la sospensione dell'incredulità. La formula è del poeta romantico inglese Samuel Taylor Coleridge, che nel 1817 la coniò per descrivere la disponibilità del lettore ad accettare come vere, per la durata della lettura, le premesse fantastiche di una storia. Entriamo in sala cinematografica, apriamo un romanzo, e accettiamo un patto: per due ore, crederemo che i dinosauri possano camminare sulla Terra, che gli eroi possano volare, che l'amore possa vincere tutto. Lo facciamo volontariamente, temporaneamente, e quando usciamo il patto si scioglie. Torniamo alla realtà. È un lusso, un gioco, un'arte.

La seconda è la sospensione epistemica permanente. È la condizione in cui viviamo oggi, nell'era dell'AI generativa. Non abbiamo scelto di sospendere nulla. È il mondo che ha sospeso per noi la possibilità di distinguere il vero dal falso. Guardiamo un video, leggiamo una notizia, vediamo una fotografia, e non sappiamo più se ciò che vediamo è accaduto. Non c'è un patto, non c'è una durata, non c'è un'uscita. È la condizione di chi vive in un presente eterno e indifferenziato, dove tutto è possibile e nulla è certo.

La terza è la sospensione volontaria della consapevolezza. Il filosofo sloveno Slavoj Žižek l'ha diagnosticata come la forma dominante dell'ideologia contemporanea. Non si tratta più di "non sapere", ma di sapere e continuare a fare come se non si sapesse. So che quel politico sta mentendo, so che quel video è un deepfake, so che quel titolo è una manipolazione. Eppure continuo a indignarmi, a condividere, a reagire come se non lo sapessi. È una scelta attiva, anche se spesso inconscia, di non usare la propria consapevolezza. È il meccanismo che permette ai bias di sopravvivere alla loro stessa trasparenza. Tre sospensioni, tre modi di stare al mondo. La prima è un gioco, la seconda è una condanna, la terza è una scelta, anche se spesso una scelta di cui non vogliamo assumerci la responsabilità.

Nella vita reale queste tre sospensioni non si presentano in ordine. Si sovrappongono, si confondono, slittano l'una nell'altra. Guardi un video e non sai se stai giocando al patto coleridgiano, subendo la nebbia epistemica, o praticando il cinismo žižekiano. Spesso tutte e tre le cose insieme.

Il semionauta è colui che impara a navigare tra queste tre condizioni. Che sa quando giocare, quando resistere, e quando, pur sapendo, sceglie consapevolmente come agire.

La timeline che non comandi

C'è un pezzo della condizione attuale che merita di essere nominato esplicitamente.

Per milioni di persone l'esperienza mentale della giornata somiglia a una timeline gigantesca: un nastro continuo su cui scorrono notizie, clip, reazioni, virali, pubblicità, opinioni, accostate come in un montaggio di cui non sei al banco. L'ordine non lo decidi tu. Lo combinano l'algoritmo, il ranking, le notifiche, l'urgenza mediatica, la spirale del commento. Il flusso è costruito per non fermarsi mentre resti nell'interfaccia: puoi mettere in pausa un video, non la catena che ti propina il successivo.

Non è un caso che il software parli ancora di timeline, lo stesso termine che in sala di montaggio indica la linea su cui si dispongono le clip. Abbiamo ereditato il lessico del montatore, ma il taglio, la giuntura che fa sì che dopo questo arrivi quello e ti sembri naturale, è stato delegato a logiche che massimizzano tempo sulla piattaforma, non comprensione. Il senso pubblico di cosa è vicino, grave, ridicolo o urgente deriva così da relazioni tra segmenti scelte altrove.

La postproduzione totale include anche questo: subire un montaggio mentre ti sembra di stare solo "guardando cosa succede".


L'immagine ipercodificata

I modelli di AI generativa sono stati addestrati su miliardi di immagini umane. Non producono immagini nuove nel senso profondo del termine: producono distillati statistici di tutto il visuale umano precedente.

C'è un secondo problema, meno discusso ma altrettanto radicale.

I modelli di AI generativa sono stati addestrati su miliardi di immagini umane. Non producono immagini nuove nel senso profondo del termine: producono distillati statistici di tutto il visuale umano precedente. Ogni immagine generata è, in un certo senso, la media ponderata di tutto ciò che gli esseri umani hanno mai considerato bello, reale, commovente, iconico.

Questo significa che l'immagine AI è ipercodificata: parla tutti i codici visivi giusti simultaneamente. Sa come sembra una fotografia d'autore. Sa come suona un'immagine pubblicitaria di lusso. Sa come appare un frame di cinema europeo degli anni Sessanta.

Lo spettatore si trova davanti a qualcosa che visivamente parla tutti i codici giusti, bellezza, autenticità, emozione, ma sente che manca qualcosa che non riesce a nominare. È come parlare con qualcuno che ha letto tutti i libri di psicologia ma non ha mai avuto un'emozione: le parole sono giuste, ma il vissuto è assente.

Roland Barthes, semiologo e critico francese, in Miti d'oggi (1957), aveva mostrato come la cultura trasforma la storia in natura, come convenzioni storicamente determinate diventino "ovvietà". L'immagine AI porta questo processo all'estremo: è così saturata di codici culturali da sembrare naturale in modo artificiale. È il mito fatto macchina.


Bourriaud e la postproduzione come condizione

Nel 2001, un critico e curatore francese di nome Nicolas Bourriaud pubblicò un libro destinato a diventare, vent'anni dopo, la descrizione più precisa del nostro presente. Si intitola Postproduction. Il sottotitolo è una folgorazione: Culture as Screenplay: How Art Reprograms the World. La cultura come sceneggiatura. L'arte che riprogramma il mondo.

Per inquadrare questa nuova condizione, Bourriaud pone in epigrafe al volume una frase di Serge Daney, uno dei più influenti critici cinematografici francesi, storica firma e direttore dei Cahiers du Cinéma, osservatore acuto del passaggio dal cinema classico all'era della televisione e del consumo visivo di massa. Davanti a un mondo già saturo di immagini e forme preesistenti, in cui il mito romantico della creazione ex nihilo, dal nulla, si esauriva a favore del "riciclo" continuo, Daney scrive:

"È semplice, le persone producono opere, e noi ci facciamo quel che possiamo, le usiamo per noi stessi."

Bourriaud prende in prestito la parola "postproduzione" dal vocabolario tecnico di chi lavora in sala di montaggio: montare, includere fonti esterne, sottotitolare, fare effetti, l'insieme dei processi che si applicano a materiale già prodotto. Poi compie un gesto semplice e radicale: usa questa parola, un termine di mestiere, per descrivere un'intera epoca culturale.

L'epoca in cui nessuno crea più dal nulla. Ci si inserisce nei flussi. Si seleziona, si accosta, si ricombina. Si costruisce senso non inventando cose nuove, ma trovando relazioni nuove tra cose che già esistono.

Il DJ non compone musica: traccia percorsi attraverso musica che esiste. Il montatore non crea immagini: le seleziona, le accosta, le fa significare per relazione. E la domanda che Bourriaud pone è la stessa che dobbiamo porci oggi, di fronte a Sora, Runway e ai modelli che verranno:

"Come possiamo produrre singolarità e significato da questa massa caotica di oggetti, nomi e riferimenti che costituisce la nostra vita quotidiana? Gli artisti oggi programmano forme più di quanto non le compongano: piuttosto che trasformare un elemento grezzo, remixano forme disponibili e fanno uso di dati."

In questo scenario emerge chiaramente il nesso con l'AI generativa. La macchina può produrre infinite variazioni di un'immagine o di un testo con efficienza straordinaria, democratizzando la produzione, ma crea anche un'enorme confusione tra "generazione" e "significazione". La direzione del senso non emerge dalla ricombinazione statistica. Emerge, come intuiva Daney, da un atto intenzionale di chi usa e naviga quel materiale per i propri scopi.


Il semionauta

Non un creatore di forme nuove, ma un esploratore dell'universo dei segni che traccia percorsi intenzionali attraverso un universo culturale già saturo.

A chi fa questa navigazione, Bourriaud dà un nome: semionauta. Dal greco semeion (segno) e nautes (navigatore). Non un creatore di forme nuove, ma un esploratore dell'universo dei segni che traccia percorsi intenzionali attraverso un universo culturale già saturo. In un mondo frammentato, in cui oggetti e forme culturali hanno abbandonato il luogo d'origine per disseminarsi nello spazio globale, il semionauta vaga alla ricerca di connessioni possibili. È un "creatore di percorsi originali tra i segni": produce senso non ex nihilo, non dal nulla, ma attraverso l'uso e la rilettura di ciò che è già stato prodotto.

Per capire meglio: il semionauta non è l'architetto che progetta una città da zero, ma un navigatore esperto che conosce strade, scorciatoie, passaggi. Non inventa la città. Sa come viverla. La sua abilità non sta nel costruire edifici nuovi, ma nel trovare percorsi che nessuno aveva ancora immaginato attraverso edifici che esistono già. Il suo metodo è quello di una navigazione ragionata e intuitiva, che usa Internet come metafora dello stato della cultura mondiale: una superficie liquida in cui l'arte contemporanea diventa una bussola per orientare il pensiero in un mondo sempre più digitalizzato.

I DJ, i navigatori del web e gli artisti della postproduzione condividono questa stessa configurazione del sapere. Praticano un'arte che potremmo definire della relazione, che trae senso non da un'originalità romantica ormai tramontata, ma dalla capacità di connettere elementi disparati, di tessere nuove trame nel tessuto dell'esistente. In questo contesto, l'artista è il prototipo del viaggiatore contemporaneo, un homo viator il cui passaggio attraverso i segni e i formati rimanda a un'esperienza inedita di mobilità, spostamento e traversata.

Bourriaud scrive:

"Le attività di DJ, navigatori del web e artisti di postproduzione implicano una configurazione del sapere simile... Tutti e tre sono 'semionauti' che producono percorsi originali attraverso i segni. Ogni opera nasce da una sceneggiatura che l'artista proietta sulla cultura... Il 'semionauta' immagina i legami, le relazioni probabili tra siti disparati. L'opera contemporanea non è più il punto terminale del 'processo creativo' (non è un 'prodotto finito' da contemplare), ma un sito di navigazione, un portale, un generatore di attività."

Il semionauta, nella formula di Bourriaud, è chi "produce percorsi originali tra i segni": una definizione tecnica, non metaforica. È una figura che mette in crisi l'idea romantica dell'artista come genio solitario, sostituendola con una pratica collettiva e relazionale, più vicina a uno sport di squadra che al mito dello sforzo individuale. Il fruitore stesso diventa coproduttore di senso, perché il significato di un'opera può nascere tanto dall'uso che se ne fa quanto dall'intenzione originaria dell'artista. In un orizzonte in cui gli oggetti e le forme hanno lasciato il loro territorio d'origine per diffondersi nel villaggio globale, il semionauta raccoglie frammenti, costituisce "erbari di forme" e, attraverso il suo errare, costruisce la propria soggettività e la propria opera. La sua non è un'identità radicata, ma radicante: getta radici provvisorie a seconda del terreno che incontra, in un movimento continuo di traduzione tra codici e culture.


Bourriaud come lettura generazionale

C'è un dato biografico che merita di essere raccontato. Quando lessi Postproduction per la prima volta, avevo vent'anni. Era il 2001, l'anno in cui il libro usciva in Francia. Lo presi in biblioteca, attirato dal titolo e dalla copertina. Lo lessi in un pomeriggio, e ricordo di aver pensato: "interessante, ma a cosa serve?".

Per la mia generazione, Bourriaud era un autore che si citava, non un autore che si usava. Nei corsi di estetica, nelle discussioni tra amici, nelle recensioni delle mostre, il suo nome compariva sempre. Ma restava un nome. Una teoria. Un modo di descrivere il mondo, non di abitarlo.

Poi, vent'anni dopo, tutto è cambiato. L'AI generativa ha reso la sua diagnosi improvvisamente concreta. Il DJ che remixa è diventato il prompt engineer. Il montatore che taglia è diventato il curatore di varianti infinite. Il navigatore di segni è diventato colui che sa scrivere il prompt giusto, nel momento giusto, per ottenere l'immagine giusta.

Bourriaud non aveva previsto l'AI. Ma aveva previsto la condizione culturale che l'AI avrebbe reso possibile. Aveva capito che la creatività non sarebbe più stata questione di inventare forme nuove, ma di trovare relazioni nuove tra forme esistenti. E questa intuizione, oggi, è più vera che mai.


L'uso contro l'appropriazione

C'è una distinzione netta che Bourriaud opera, e che oggi pesa sull'intero discorso.

Da un lato c'è l'arte dell'appropriazione, che implica un'ideologia della proprietà: prendo qualcosa che appartiene a qualcun altro e lo rivendico come mio. È il gesto del colonizzatore, che pianta una bandiera su un territorio già abitato.

Dall'altro c'è la cultura dell'uso delle forme, che implica un ideale collettivo di condivisione. Il semionauta non "appropria": usa. Abita le forme. Le fa funzionare in nuovi contesti. È la differenza tra chi entra in una stanza e dice "questa stanza è mia" e chi entra e dice "come posso vivere qui?".

È la stessa differenza che passa tra chi tratta il prompt come un ordine ("genera questo") e chi lo tratta come una coordinata di navigazione ("cercami dove potrebbe esserci questo"). Il primo si appropria di un output. Il secondo usa lo spazio latente. Questa distinzione non è solo estetica. È etica.

C'è un precedente storico che rende tutto questo visibile con precisione. Nel 1968, Sol LeWitt, artista concettuale americano, cominciò a produrre le sue Wall Drawings: opere che consistevano di sole istruzioni scritte su carta. Non disegni. Istruzioni per disegni. "Traccia linee verticali da sinistra a destra, spaziate irregolarmente", e chiunque poteva eseguirle, in qualsiasi luogo, in qualsiasi momento, anche dopo la sua morte. LeWitt dichiarò esplicitamente: "Nell'arte concettuale, l'idea o il concetto è l'aspetto più importante del lavoro. Tutta la pianificazione e le decisioni avvengono prima. L'esecuzione è un affare perfunctory."

L'idea è l'opera. L'esecuzione è secondaria.

Un prompt non è un'immagine: è un'istruzione. Chi lo scrive non crea i pixel. Crea la direzione, il frame, l'intenzione. L'AI esegue, in modo tecnicamente straordinario ma pur sempre come esecuzione di un concetto altrui. LeWitt confrontava le sue istruzioni a partiture musicali: la partitura non è la musica, ma senza partitura la musica non ha forma. Il semionauta scrive la partitura. La differenza tra chi padroneggia i modelli e chi ne è padroneggiato è qui: chi opera al livello del concetto, e chi è sedotto dalla qualità dell'esecuzione.


Il radicante: l'identità come percorso

Qualche anno dopo, in The Radicant (2009), Bourriaud completa il quadro. Prende in prestito dalla botanica l'immagine della pianta radicante, l'edera, che cresce spostandosi, mettendo radici temporanee mentre avanza.

Prima, nella modernità, l'identità era pensata come un albero: una cultura, una tradizione, un'origine, una radice profonda. Eri francese, cattolico, operaio, e quella era la tua identità per sempre. Oggi, nel mondo globalizzato, questo modello non funziona più. Le identità diventano radicanti: migrano tra contesti, traducono culture diverse, si ridefiniscono continuamente.

La sintesi è semplice e vertiginosa: non sei ciò che crei dal nulla, sei il percorso che tracci attraverso ciò che esiste. E questa è esattamente la condizione di chi lavora con l'AI generativa.

Quando usi un modello generativo, non sei il proprietario dell'output. Sei il navigatore che ha tracciato la rotta per arrivarci. La tua identità come autore non è nell'immagine generata: è nel percorso che ti ha condotto a quell'immagine, nelle scelte che hai fatto, nelle varianti che hai scartato, nell'intenzione che ha guidato la navigazione.


Il nesso con l'AI generativa

Proviamo a mettere a fuoco il parallelo in modo diretto.

Bourriaud descriveva l'artista che lavora su materiali già esistenti. L'AI generativa lavora su materiali già esistenti, i suoi dati di addestramento, per produrre configurazioni nuove.

Bourriaud descriveva il semionauta come un navigatore di segni. L'utente consapevole dell'AI è un navigatore dello spazio latente.

Bourriaud descriveva l'opera come un "sito di navigazione, un portale, un generatore di attività". L'output dell'AI non è un'opera finita: è un punto di partenza per nuove esplorazioni, nuove variazioni, nuovi usi.

Bourriaud descriveva la cultura come "sceneggiatura". L'AI generativa è una macchina che scrive sceneggiature, visive, testuali, sonore, a partire dai dati della cultura.

La differenza decisiva è che Bourriaud parlava di pratiche consapevoli, intenzionali, firmate. L'AI genera in modo automatico, statistico, anonimo. Il compito del semionauta, oggi, è riportare l'intenzione dove c'è solo probabilità, riportare la firma dove c'è solo anonimato, riportare il senso dove c'è solo rumore.


Ogni testo risponde a un altro testo

C'è un nome formale per ciò che Bourriaud sta descrivendo. Il filosofo e teorico della letteratura russo Michail Bachtin (1895-1975) lo aveva chiamato dialogismo: l'idea che ogni enunciato, ogni testo, ogni immagine, ogni forma culturale, sia sempre una risposta a enunciati precedenti e un'anticipazione di quelli futuri. Nessuna parola nasce nel vuoto. Ogni parola porta con sé le voci di chi l'ha usata prima, i contesti in cui ha vissuto, le battaglie semantiche che ha combattuto. Quando il semionauta "usa" una forma, la cita, la decontestualizza, la ricombina, sta facendo dialogismo: entra in conversazione con quella forma, la fa parlare in un nuovo contesto, ne trasforma il significato senza appropriarsene.

La distinzione bachtiniana cruciale è tra monologo e polifonia. Nel testo monologico, una sola voce domina: l'autore decide il senso, gli altri personaggi sono sue creature. Nel testo polifonico, Bachtin studia Dostoevskij, esistono più voci autonome che si confrontano senza che nessuna prevalga. Il senso emerge dalla collisione, non dall'autorità.

Applicato all'AI, questo schema produce qualcosa di inatteso. I modelli generativi sono strumenti di polifonia totale: hanno incorporato milioni di voci, scrittori, scienziati, propagandisti, poeti, troll, manualisti, e le sintetizzano in ogni output. È polifonia senza soggetto parlante. Nessuno "dice" qualcosa. Eppure il risultato suona come qualcuno che parla. È la polifonia capovolta: tante voci, nessun dialogante. Il compito del semionauta è precisamente quello di reintrodurre una voce consapevole in questa sintesi: non per silenziare le altre, ma per decidere quale conversazione sta aprendo, e con chi.


Il semionauta come autore di scenari

C'è una parola, nel vocabolario di Bourriaud, che merita un'ultima attenzione: scenario. L'artista non crea solo opere. Scrive scenari. Produce mappe di relazioni possibili tra i segni esistenti. E ogni scenario è un atto di interpretazione del mondo, una proposta su come le cose possono stare insieme diversamente.

Il semionauta dell'era generativa è un autore di scenari. Non genera immagini: genera relazioni. Non crea contenuti: costruisce mappe. Non produce output: traccia rotte. E questa differenza, tra l'output e la rotta, tra il contenuto e il percorso, è la differenza che questa serie cerca di mettere a fuoco.

Benvenuti nell'era della post-produzione totale.

StultiferaBiblio

Pubblicato il 15 aprile 2026